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venerdì 29 maggio 2020

Il regno (2018)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 29/05/2020 Qui - C'è qualcosa in questo film (in chiaro scuro) che cattura, sarà la colonna sonora avvincente, sarà la trama che racconta la corruzione politica dall'interno del mondo dei corruttori stessi, sarà il lirismo di fondo. Il ritmo però non sembra reggere la sceneggiatura (che è inevitabilmente prevedibile), i momenti di stanca sono molti, gli attori non sembrano tutti a loro agio (a parte Antonio de la Torre, che se la cava discretamente bene nonostante gli "scatti"). Nemmeno il centralissimo finale, davvero azzeccato e non troppo scontato (incentrato sull'ipocrisia), riesce a sollevare le sorti di un film riuscito solo a metà. Peccato. Il film infatti, è secondo me non all'altezza di Che Dio ci perdoni dello stesso regista Rodrigo Sorogoyen (un ritratto di due poliziotti, tratteggiati con mano sapiente e interpretati benissimo, anche dallo stesso De la Torre) e forse neanche così tanto meritevole dei 7 premi Goya vinti (tra cui quello come miglior regista ed attore protagonista, meritavano in altre occasioni, e colonna sonora, solo questo può starci) nel 2019. Voto: 5

mercoledì 31 luglio 2019

Contrattempo (2016)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 31/07/2019 Qui
Tema e genere: Thriller spagnolo in salsa poliziesca che mette in atto un giallo del quale Hitchcock ed Agatha Christie ne andrebbero probabilmente fieri.
Trama: Adrián Doria è un imprenditore di successo che, accusato di omicidio, continua a dichiararsi non colpevole. Per difendersi, contatta l'avvocato Virginia Goodman, con cui lavora una notte intera per trovare un cavillo che permetta di farlo uscire dal carcere. L'emergere di un nuovo testimone che lo accusa mette però a repentaglio la strategia individuata.
Recensione: Il nume tutelare è sicuramente Alfred Hitchcock, per via delle furbizie di messa in scena e della precisione narrativa, capace di regalare colpi di scena in serie fino ad un finale che ribalta continuamente le prospettive e le carte in tavole (un po' come ha sempre fatto Agatha Christie). E pensare che tutto comincia solo da un "piccolo" contrattempo, dal quale si originano tutta una serie di effetti a catena che hanno del vertiginoso. Solo una si rivelerà essere (ovviamente) la verità, alla fine, ma lungo tutta la durata del film il regista nonché sceneggiatore si diverte a scompaginare continuamente le carte, congegnando colpi di scena su colpi di scena, distribuendo indizi e seminando dubbi. Costruisce un intreccio apparentemente insolvibile che induce continuamente "fuori strada", non concede di distrarsi neppure per un secondo, e costringe di conseguenza a tenere ben alta l'attenzione (e già questo è un bel merito, per un film che in fin dei conti non ambisce ad essere nulla più che, ottimo, intrattenimento). Non bastasse che in Contratiempo (da titolo originale) ogni minimo dettaglio è da ricordare con attenzione poiché fondamentale e illuminante ai fini degli eventi, costantemente sospesi su un ciglio morale dove gli individui danno il meglio e il peggio di loro stessi a seconda del contesto. Contrattempo è forse un po' poco plausibile (in particolare in certi suoi rivolgimenti, via via sempre più contorti), a tratti prevedibile (ma, importante sottolinearlo, mai sugli aspetti essenziali, il che fa capire una volta in più con quale maestria sia stato architettato un meccanismo che conduce continuamente lo spettatore fuori strada), ma in ultima analisi estremamente coinvolgente (al netto di un inizio un po' lento) e capace di tenere incollati allo schermo. E la rivelazione finale è del tutto inaspettata (a posteriori, ma solo a posteriori, ci si rende conto di quanti indizi siano stati in realtà abilmente disseminati a suggerire l'esito finale, ma nel mentre della visione non se ne ha praticamente sentore, e allo sciogliersi dell'intreccio non si può che rimanere sbalorditi). Diffidare, dunque, di chiunque dica si tratti di un film smaccatamente prevedibile. Scricchiola, qua e là, questo Contrat­tempo, è vero, ma si può tranquillamente affermare che non lo faccia mai nei momenti salienti, nonostante sia indubbiamente anche merito del cast se il risultato finale si rivela così avvincente. Tanto che (questo sì prevedibile) qualcuno ne faccia un remake non è cosa impossibile, anzi, è già stato fatto, e perlopiù con Riccardo ScamarcioIl testimone invisibile infatti (del 2018), con anche Miriam Leone e Fabrizio Bentivoglio, è l'ennesimo esempio di quante poche idee originali ci siano in Italia una settimana sì e l'altra anche. Ed ovviamente lo eviterò, mentre da vedere e consigliare è l'originale.