Visualizzazione post con etichetta Mark Rylance. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Mark Rylance. Mostra tutti i post

mercoledì 31 gennaio 2024

La leggenda del Green (2021)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 31/01/2024 Qui - E' possibile che un guidatore di gru non più giovanissimo si trasformi in leggenda del golf? Certo, e il protagonista di questa (incredibile quanto assurda) vicenda realmente accaduta ne è la prova lampante: ciò che più colpisce, al di là di uno svolgimento narrativo dinamico anche se non spettacolare, è il tono leggero che accompagna piacevolmente lo spettatore per tutta la durata, senza contare la bravura di Mark Rylance nel rendere, grazie ad un'accurata mimica, il suo personaggio incredulo dinanzi all'improvvisa notorietà, mentre se ne va in giro con aria timida indossando l'inseparabile cappellino rosso. Un film in cui si sorride spesso senza mai trovare la fragorosa risata, ma capace di emozionare ed essere fonte ispiratrice. Voto: 6 [Sky]

venerdì 30 giugno 2023

Bones and All (2022)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 30/06/2023 Qui - Dopo il maledetto (in tutti i sensi) "Suspiria" Luca Guadagnino torna a spargere sangue per le strade stavolta d'America dove utilizza il cannibalismo per parlare della crescita di alcuni giovani solitari e umiliati dalla vita. Ma avviene questa crescita durante il film? No. Non c'è nessuna evoluzione della storia. Possiamo elogiare il suo tecnicismo, il lavoro del cast ed una evidente maestria registica. Ma tolto questo la storia appare dimenticabile, prolissa e ripetitiva. Non mi ha entusiasmato, e neanche convinto (e succede sempre più spesso con i film, o serie, del regista italiano ormai americano). Vorrebbe dire tanto ma lo chiarisce poco. Tra ampie digressioni sentimentali con canzoni sdolcinate in allegato, ogni tanto ci si ricorda della tematica del film e in un paio di casi si azzarda il colpo basso, ovviamente senza esagerare (e in questo senso Raw sta certamente una spanna sopra). Gli anni '80 nell'America profonda è messa come sfondo e basta, e mi è sembrata scollegata dai personaggi. E francamente dopo oltre due ore di film diventa un pappone indigeribile. Voto: 5

martedì 28 febbraio 2023

The Outfit (2022)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 28/02/2023 Qui - Una storia intricata di chiara matrice teatrale che si svolge in un unico ambiente, con i ritmi e la preponderanza dei dialoghi propri del genere. Un sarto, anzi un tagliatore, dimesso e quasi servile, fa da ago della bilancia per una vicenda di gang contrapposte che trovano nel laboratorio di sartoria un punto di appoggio per i loro traffici. Apparentemente discorsivo e dall'aplomb elegante, è contrappuntato da inaspettati e continui colpi di scena che il debuttante regista Graham Moore sa ben distribuire senza rinunciare alla giusta dose di violenza propria dei gangster movie. Qualche piccola forzatura non inficia sulla riuscita generale, va anche dato atto che non era facile dare un buon ritmo ad un film girato solo in un unico ambiente e con pochi attori, attori di grande valore peraltro, su tutti Mark Rylance. Certo, stringe più di un occhio ad opere già viste, in particolare "tarantiniane", ma si lascia ben guardare. Voto: 6,5

sabato 30 aprile 2022

Waiting for the Barbarians (2019)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 30/04/2022 Qui - Una piccola zona di frontiera, dove sono certamente pochi i casi di violenza, diventa la valvola di sfogo di alcuni militari che torturano fino alla morte alcuni civili su cui pendono accuse piuttosto veniali. Il perché succeda questo sta dietro all'abuso di potere e al razzismo. Solo un uomo cerca di contrastare il tutto, un sempre bravo Mark Rylance (Johnny Depp e Robert Pattinson non pervenuti), unica oasi in questo deserto...di noia. Un film piuttosto lento che rigira su sé stesso senza mai arrivare ad una conclusione. Si celebra lo sforzo estremo di questo (quasi) martire ma non ho gradito il modo in cui si racconta la storia (adattamento cinematografico del romanzo del 1980 Aspettando i barbari, scritto da J. M. Coetzee, qui sceneggiatore). Non l'ho digerito questo film, pazienza. Ma comunque mi dispiace, perché a dirigerlo era il Ciro Guerra dell'affascinante El abrazo de la serpiente. Voto: 5

lunedì 28 febbraio 2022

Don't Look Up (2021)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 28/02/2022 Qui - L'idiozia dei complottisti e negazionisti di ogni fatta sbertucciata da una pellicola che ha in sé qualcosa di geniale ed esilarante. Dopo aver letto ogni sorta di recensioni su questa pellicola mi son deciso a guardarla e farmi un'opinione mia. Tecnicamente c'è ben poco da eccepire, certo non tutto gira a dovere o è di prima mano, ma i momenti di grande divertimento sono numerosi oltre ad essercene qualcuno di giusta riflessione verso temi sempre più attuali riguardanti il destino del nostro povero pianeta. Don't Look Up ha un'impostazione tipica dei disaster movie degli anni '90, ma viene virata in tonalità satiriche dove la risonanza data dai vari media soffoca appunto l'essenza del messaggio. In teoria l'umanità avrebbe i mezzi per salvarsi, ma compie atti che portano alla sua completa distruzione (sono così, siamo così, e siamo fottuti). Tantissimi insomma spunti di riflessione su come, seppur in modo grottesco ed esagerato, viene dipinta la nostra società, cinica, ipocrita, opportunista e superficiale. Un'opera che si può dire quindi ben riuscita. Per quanto tuttavia, e in sostanza, il film di Adam McKay (quello di Vice - L'uomo nell'ombra) risulti imperfetto, inizialmente troppo lento e sovraccarico di attori noti (non manca proprio nessuno), di personaggi in certi casi troppo caricaturali, è senza dubbio un gran film, un film meritevole delle candidature e chissà di una statuetta. Voto: 7,5

sabato 20 novembre 2021

Il processo ai Chicago 7 (2020)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 20/11/2021 Qui - Aaron Sorkin (affermato sceneggiatore già vincitore di un Oscar e candidato con quest'ultimo film agli ultimi Premi) dirige (il suo secondo dopo Molly's Game) una pellicola sul processo che si svolse a Chicago dopo le contestazioni alla convention democratica del 1968. Un'opera al tempo stesso informativa (di un fatto poco noto ai più) e avvincente (basata su tempi e dialoghi serrati), e che si avvale di una sceneggiatura molto ben scritta (ovviamente dello stesso regista) e di un'ottima ricostruzione ambientale, con sequenze coinvolgenti (la ricostruzione degli scontri tra manifestanti e polizia), nonché di una prova eccellente di un cast corale nel quale si segnalano i calzanti Frank Langella e Mark Rylance, ma soprattutto un efficacissimo Sacha Baron Cohen (che con la sua vena ironica ma profonda riesce a far ridere ma allo stesso tempo riesce a fare strenua opposizione pacifica), quest'ultimo non a caso, come il lato puramente tecnico (montaggio e fotografia), ha ricevuto una candidatura agli ultimi Oscar, ma a fronte delle 6 complessive (comprese quella per il miglior film, che sicuramente ci stava, e migliore canzone, sinceramente niente di eccezionale) nessuna statuetta vinta (un po' dispiace). A proposito degli Oscar 2021, paradossale notare che uno dei personaggi in scena è proprio Fred Hampton, il leader delle "Black Panther" co-protagonista in Judas and the Black Messiah (interpretato da Daniel Kaluuya), che in questo The Trial of the Chicago 7 (è il turno di Kelvin Harrison Jr.) deve invece accomodarsi una fila dietro, anche se il suo ruolo non rimane certo secondario. In un film di denuncia perfetto per ricordarci che a volte la manipolazione della realtà è più subdola di quanto immaginiamo. Nulla di originale sia chiaro, ma gli americani son maestri nel girare questo tipo di pellicole. E così le due ore abbondanti di durata scorrono via veloci, coinvolgenti e divertenti senza che ci sia un solo attimo, ma davvero nemmeno uno, di pausa. Forse prevedibile (quando il processo ha una chiara matrice politica è ben chiaro come andrà a finire) e classico, ma gran bel film, peccato anche per le scivolate nella retorica che potevano essere risparmiate. Voto: 7+

domenica 21 luglio 2019

Ready Player One (2018)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 05/07/2019 Qui
Tema e genere: Film di fantascienza distopico diretto da Steven Spielberg, adattamento cinematografico del romanzo omonimo del 2010 scritto da Ernest Cline.
Trama: In un futuro prossimo, un giovane emarginato di nome Wade Watts fugge dalla sue fatiche quotidiane accedendo a un gioco per computer chiamato Oasis. Morendo, il fondatore milionario del gioco lascia la sua fortuna come premio di una caccia al tesoro all'interno dell'Oasis. Watts prende parte così alla competizione dove si ritroverà a doversi confrontare (realmente e virtualmente) con nemici disposti a tutto pur di mettere le mani sulla fortuna.
Recensione: Avete mai sognato di salire sulla DeLorean di Ritorno al futuro, sfidare la Batmobile, il GMC dell'A-Team, fare a sportellate con Christine, la macchina infernale, sfrecciare davanti alle autovetture di "Speed Racer" e "Mad Max", mentre si è inseguiti dal T-Rex e da King Kong? In Oasis tutto è possibile. L'ultima fatica del papà di E.T. Steven Spielberg è l'adattamento cinematografico di un famoso romanzo di Ernest Cline. L'eterno Willy Wonka della pellicola made in U.S.A. ci regala un meraviglioso, immenso omaggio alla Cultura Pop che egli stesso ha contribuito a creare. Gli anni '80, i videogiochi, gli anime giapponesi, i manga, i fumetti Marvel e DC, i robottoni, i giochi di ruolo, il cinema cult e i sottogeneri sci-fi, la fantascienza, il fantasy, gli horror, i telefilm…tutto questo e molto altro ancora, dà vita a Ready Player One. Non una semplice operazione di nostalgia però, non è soltanto una caccia all'easter egg (come si chiamano in gergo tutte quelle piccole sorprese che spesso vengono disseminati in film e videogiochi), ogni elemento estraneo è infatti inserito con estrema cognizione di causa e mai lasciato al caso, per tutti e 140 i minuti del film, questo è un film vero e proprio, con una trama appassionante, sequenze esaltanti e dei personaggi che catturano sin da subito l'attenzione dello spettatore. Un film che parte con un piccolo spiegone (è anche giusto così), ma non abbiate paura, sono pochi minuti di intrattenimento prima del tripudio di luci e colori. Parte infatti Jump dei Van Halen e si dissipano i dubbi, si sta per assistere a qualcosa di epico. Si intuisce difatti subito quanto Ready Player One metterà alla prova i nostri battiti cardiaci e la nostra capacità di resistere alla potenza di uno tsunami di citazioni e riferimenti che spaziano dagli anni '70 ai '90 con un battito di ciglia o giusto il tempo di caricare un "hadoken". In tal senso Ready Player One, film diretto dal maestro Steven Spielberg, è un'opera che rappresenta nel miglior modo possibile il concetto di intrattenimento nel mondo del cinema. Il cineasta americano confeziona infatti un prodotto il cui unico scopo è far divertire lo spettatore attraverso un vero e proprio inno al citazionismo di tutto quello che era svago e divertimento nei mitici anni '80 e '90. L'opera è costruita senza critica a chi vede in Oasis l'unico modo in cui stare bene, non c'è giudizio nei confronti di chi ritiene che quello che succede nella realtà virtuale sia più importante di quello che accade nella vita reale. Anzi, la struttura narrativa è creata per comprendere questi bisogni di evasione, di leggerezza e di magia, a volte soffocati da una vita troppo dura e frenetica per permetterci di essere veramente liberi e felici (c'è infatti un umana comprensione per chi evade da una realtà priva di speranze, dove sognare è impossibile). L'impianto cinematografico è costruito per far godere lo spettatore. I protagonisti principali sono gli effetti visivi, affascinanti e suggestivi, che lasciano il pubblico in più di un'occasione con il fiato sospeso. Regia e montaggio lavorano di supporto e sono costruiti per regalare un ritmo sempre incalzante e coinvolgente: tutta la sequenza costruita nell'albergo di Shining è veramente interessante. Spielberg mantiene il lavoro su livelli costanti ed il film non subisce mai momenti di stanca, nonostante la sua importante durata (sono circa 140 minuti di proiezione). Ovviamente qualche difetto il film ce l'ha ed i principali stanno tutti nella sceneggiatura, che, forse per lasciare completamente spazio allo svago ed all'intrattenimento, tende ad essere un po' superficiale, senza approfondire mai nemmeno uno dei temi che tocca di volta in volta. Probabilmente però la scelta di creare un film che altro non è che un mega contenitore di immagini, il cui scopo è quello di affascinare lo spettatore, richiedeva questo tipo di approccio e sinceramente a chi scrive la cosa non è dispiaciuta per niente.

giovedì 9 maggio 2019

Dunkirk (2017)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 27/02/2018 Qui - E' forse una delle storie, ma di cui si è sempre parlato poco, più importanti della Seconda Guerra Mondiale, quella della celebre evacuazione di Dunkirk, quando, agli inizi del 1940, decine di migliaia di uomini delle truppe britanniche e delle forze alleate si ritrovarono circondati dalle forze nemiche. Intrappolati sulla spiaggia, con le spalle al mare e i tedeschi che avanzavano, i soldati dovettero così affrontare una situazione caotica ed estremamente difficile. L'operazione di salvataggio che successivamente a ciò venne messe in atto però, grazie anche all'aiuto di alcuni caccia torpedinieri e anche numerose imbarcazioni civili di diversa grandezza, passò poi alla storia con il nome altisonante di "miracolo di Dunkirk". Una storia così potente non poteva essere quindi dimenticata, per raccontarla perciò serviva un grande regista, e così a tre anni dal suo ultimo film, a cimentarsi è Christopher Nolan, regista tanto apprezzato che grazie proprio a Dunkirk, film del 2017 co-prodotto, scritto e diretto dal regista britannico, riceve la candidatura a due Premi Oscar. Ma Dunkirk non è il classico lungometraggio di guerra realizzato per omaggiare un importante momento storico, ci sono infatti diversi elementi in questa pellicola, a partire dall'ambiente e dall'atmosfera, fino alla scrittura e al montaggio, che rendono il film di Nolan unico e irripetibile. Il film difatti, seppur ambientato in uno scenario di guerra (anche se non è un'immersione nei luoghi e nei tempi della guerra), non è propriamente un film di guerra, è un esercizio che tratta della vita e della morte in condizioni estreme, è un'esperienza onirica per riformulare la rappresentazione della guerra come tragedia singola e insieme collettiva, che vede soldati aggrappati sul bordo di navi rovesciate su un fianco, corpi dilaniati dalle bombe dei caccia, moli divelti da una pioggia di proiettili e ricostruiti in modo precario, tratti di mare trasformati in roghi dove bruciano decine di giovani.

martedì 7 maggio 2019

Il GGG: Il grande gigante gentile (2016)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 14/02/2018 Qui - Come ben sapete, o se non sapete dovreste assolutamente sapere, Steven Spielberg è il mio regista preferito in assoluto. Tanto che quando a fine mese scorso hanno fatto un canale di Sky dedicato a lui, e in cui hanno mandato in onda tutti i suoi film, ho rivisto alcuni dei suoi straordinari lavori, altresì ho anche visto il bellissimo documentario della HBO in suo onore, che vi consiglio assolutamente di vedere perché è davvero un viaggio straordinario nella sua mirabolante cinematografia, dai suoi esordi e fino ai giorni nostri, nel mezzo interviste, dietro le quinte e tanto altro. Per cui mi aspettavo dopo il gran ritorno col bellissimo Il ponte delle spie, vincitore non per caso della classifica dei migliori film visti nel 2016, di vedere un film più che discreto, appassionante e coinvolgente. E invece niente di tutto ciò, perché con Il GGG: Il grande gigante gentile (The BFG), film del 2016 diretto e prodotto dal grande regista americano, questa volta egli non riesce a fare del tutto centro. Certo, la confezione è bella da vedere, altresì tecnicamente perfetto, una bella storia volendo, ma la sostanza è decisamente risibile, anche perché il target a cui è destinato il film è quello del pubblico giovane...molto giovane, forse troppo. Certo, Spielberg si mostra ancora una volta sensibile verso le tematiche della sofferenza del diverso, riportando in auge un famoso romanzo del 1982 scritto da Roald Dahl (già portato sul grande schermo col film d'animazione del 1989 Il mio amico gigante, personalmente sconosciuto in verità) e facendo buon uso di effetti grafici che conferiscono quel tocco di fiaba e magia, alla fine dei conti gradevole, che regalano comunque una visione sufficientemente valida ma non paragonabile ai migliori lavori del regista di Cincinnati. Perché il film, il primo diretto da Spielberg ad essere prodotto e distribuito dalla Walt Disney, che usa fino in fondo le possibilità dell'animazione digitale (e della figura di Mark Rylance, grande interprete del suo precedente film, su cui il GGG è modellato) per regalarci un sogno ricco di meraviglie e avventura, una volta tanto scevro da sequel e da godere così com'è, è a tratti noioso, tutto è visto e rivisto.

sabato 2 febbraio 2019

Il ponte delle spie (2015)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 15/10/2016 Qui - Il ponte delle spie (Bridge of Spies) è un bellissimo, potente e drammatico film del 2015, diretto da Steven Spielberg con protagonista Tom Hanks, che a mio parere meritava maggiore considerazione agli ultimi Premi Oscar, non solo lui ma soprattutto il film, che candidato a sei premi, ne ha vinto uno solamente per il miglior attore non protagonista, assegnata a Mark Rylance. Secondo me infatti questo è probabilmente il miglior film visto quest'anno, almeno personalmente. Perché il regista (che torna alla regia dopo le sue produzioni come produttore esecutivo, in The Whispers e Jurassic World) conferma ancora una volta le sue indiscusse qualità, d'altronde è uno dei miei registi preferiti, nel proporre una storia semplice in modo davvero accattivante, la classica storia dell'uomo comune che si trova a fronteggiare situazioni straordinarie, la solita ma eccezionale linea narrativa principale della filmografia di questo grande regista, poiché anche questa sua ultima pellicola ci resta fedele. L'uomo comune è qui l'avvocato James Donovan (interpretato da un magistrale Tom Hanks), alla loro quarta collaborazione cinematografica (di due mostri sacri della Hollywood degli ultimi trent'anni che ogni volta sembrano capirsi al volo), chiamato in piena Guerra Fredda, prima a difendere in tribunale la spia russa Rudolf Abel (interpretato da un altrettanto superlativo Mark Rylance), e dopo a negoziare in suolo russo per il suo scambio e il rilascio di due giovani americani fatti prigionieri. Come molti sapranno la trama è conosciuta, ma il modo di raccontarla di Spielberg la rende sempre interessante. La vicenda descritta infatti è veramente accaduta ed è per il regista un'altra rigorosa pagina di Storia da raccontare, quella Storia che ha sempre prediletto inserire nel suo percorso artistico e che ha utilizzato per ribadire l'importanza dei buoni sentimenti, degli ideali più nobili e dei sani valori e principi, siano essi esistenziali e umanisti, oppure etici e morali. E Il ponte delle spie fa di questi ultimi concetti la sua ragion d'essere. Nella figura solida di un uomo integro moralmente, si riescono a conciliare i diritti del singolo con quelli dei governi. Ma si espongono anche gli amari rovesci della medaglia. E da questo punto di vista il film appare essere un'altra versione della sua precedente opera, Lincoln, nella quale si ragionava sulla politica come dura, incessante trattativa e compromesso soprattutto quando si piega all'affermazione di ideali giusti. La pellicola, scritta in ultima revisione anche dai fratelli Coen, è una delle migliori e delle più controllate del regista. Parla di spie e Guerra Fredda, ma non ha i meccanismi intricati di altri film di spionaggio (anzi tutto è messo in scena con coinvolgente semplicità e chiarezza, ma anche con tratti lirici e con tocchi di humor e sarcasmo cari ai Coen), parla di retorica ma sa evitare la stucchevolezza eccessiva del patriottismo, dell'enfasi e della propaganda filo-americana, descrive un periodo storico complesso ma è diretto ed efficace, dura 130 minuti ma appassiona e non annoia mai.

lunedì 14 gennaio 2019

The Gunman (2015)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 04/08/2016 Qui - The Gunman è un avvincente e adrenalinico film d'azione del 2015 diretto da Pierre Morel (From Paris with love, Io vi troverò) con protagonisti Sean Penn, Idris Elba e Javier Bardem. La pellicola è l'adattamento cinematografico del romanzo Posizione di tiro (La Position du Tireur Couché) scritto da Jean-Patrick Manchette nel 1981. Bisogna subito premettere una cosa, che secondo me, nonostante il basso successo al botteghino e soprattutto una stroncatura piuttosto brutale della critica, questo film è un thriller action abbastanza solido e robusto, oltretutto con un paio di location anche originali (il Congo e Gibilterra). Le prove degli attori sono più che sufficienti, il ritmo è incalzante e la vicenda sufficientemente appassionante. Dunque non afferro il motivo dell'acredine da parte dei critici, anche se in parte non sbagliano del tutto, il regista infatti al contrario di altri suoi elettrizzanti film punta su un action più atipico, ovvero l'action fantapolitico, un genere di film solitamente caratterizzati da un sotto-testo politico più o meno marcato che ha bisogno di essere trattato in maniera un po' particolare, Morel invece ne azzecca una e mezzo su tre e porta a casa un film confusionario e incoerente che fa acqua da un po' tutte le parti, ma non peggio di tanti altri, e sufficientemente per una visione. Comunque la vicenda prende le mosse a Kinshasa (nel 2006) su uno sconfortante sfondo tra guerra civile, morte e povertà, a cui si aggiunge il cinismo di un Occidente che contribuisce ambiguamente da una parte a fornire aiuti alla popolazione e dall'altra a sfruttare i ricchi giacimenti di metalli preziosi. Su questo drammatico scenario nasce l'amore tra un un ex soldato delle forze speciali che presta servizio (apparentemente) per una organizzazione non governativa in Congo (una ONG), e una volontaria di un campo medico (una meravigliosa Jasmine Trinca), sotto lo sguardo ambiguo e malefico di un trafficone che è il bravissimo Javier Bardem. Lo stesso che (geloso della loro relazione) ordina per conto di una multinazionale collusa col governo americano e intenzionata a mettere le mani sui preziosi giacimenti dei paesi in via di sviluppo, proprio a Jim Terrier (Sean Penn, tiratore scelto e capo di una unità di mercenari in verità) di uccidere il ministro delle miniere congolese. Poiché una volta compiuto il suo lavoro deve abbandonare il paese in fretta e furia, perdendo così Annie (o almeno così crede). Si perché (deciso a redimersi scavando pozzi d'acqua per gli indigeni proprio in Congo) a otto anni di distanza Jim riceve la sgradita visita del proprio passato oscuro, sotto forma di sicari decisi a fare sparire lui e tutte le prove che l'uomo ha raccolto e custodito. L'unica possibilità per Jim (sempre più male in arnese, solo, malato e malridotto, che si trascina come può) è quindi trovare prima quello che lo vuole morto e batterlo sul tempo. Facendo ciò si imbatte proprio in Bardem (che nasconde qualcosa), che è riuscito ad accompagnarsi finalmente a Annie. Ha inizio così un sanguinoso viaggio per l'Europa (tra Inghilterra, Spagna e Gibilterra) che costringerà Terrier a fare i conti con il suo violento passato, facendo così partire un'implacabile e inesorabile caccia all'uomo.