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venerdì 17 settembre 2021

Fantasy Island (2020)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 17/09/2021 Qui - La Blumhouse Productions (quella di Jason Blum) fa un reimagining della serie televisiva Fantasilandia virando l'idea originale nel proprio stile, si resta quindi perennemente in bilico tra commedia (l'inizio), mystery (il build-up) e thriller/horror dai toni sci-fi (tutta la seconda ora di film), nella suggestiva cornice delle isole Fiji. A parte Michael Peña, cast insopportabile (si presume scelto apposta), fotografia brillante, buon ritmo e qualche riflessione sull'impossibilità di cambiare il corso del destino. I troppi twist nel finale risultano un po' forzati e la durata è eccessiva, però non male. Perché certo, troppi personaggi e troppe storie sgradite, perché certo, è una fusione di generi che, non funziona o funziona a tratti (e in tal senso peccato non avere sfruttato il potenziale nel migliore dei modi), ma almeno (al contrario di altre peggio fesserie) ci si diverte ed è piacevole a vedersi, magari sorseggiando un cocktail (tropicale). Per il regista Jeff Wadlow tuttavia passo indietro da Obbligo o verità, piccolo passo in avanti da Bloodshot, dov'era sceneggiatore. Voto: 5,5

lunedì 30 novembre 2020

Swallow (2019)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 30/11/2020 Qui - Il primo (vero) lungometraggio del regista Carlo Mirabella-Davis è un thriller psicologico che non può che ricercare una nicchia di pubblico per la tematica particolarmente singolare. Questo dramma a sfondo psicologico infatti, usa il tema del picacismo (disturbo dell'alimentazione che spinge a mangiare oggetti non commestibili) in una donna incinta come mezzo per affrontare temi d'attualità come il patriarcato, le differenze di classe e l'aborto. Un film al femminile ma non necessariamente femminista, in quanto affronta più un disagio sociale invece che fare una propaganda sterile e fine a sé stessa. Brava e molto espressiva la bellissima Haley Bennett di film quali I magnifici 7La ragazza del treno e Hardcore Henry, che mostra tutte le sfumature possibili di un personaggio cui è facile empatizzare, ben tratteggiati i personaggi di contorno (ben caratterizzati da attori conosciuti, Austin StowellElizabeth MarvelDenis O'Hare), luminosa e patinata la fotografia. Discutibile il finale, ma il film resta un lavoro anomalo, dal potenziale interessante, per l'originalità del soggetto ed il coraggio della produzione, anche se manca di quel passo in più necessario a renderlo più che sufficiente. Voto: 6+

venerdì 31 luglio 2020

Colossal (2016)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 31/07/2020 Qui - Dal Nacho Vigalondo artefice del segmento migliore dell'ultimo deludente capitolo della saga V/H/S mi aspettavo decisamente di più, e di meglio. Con questo film tenta il salto internazionale definitivo, imbastendo un film che ha un piede negli Stati Uniti e un altro in Oriente, ma la testa è da un'altra parte, la confusione regna sovrana, e il salto è nella fossa. Il regista usa un elemento di origine "esotica" del cinema di genere sci-fi e disaster (i "mostri" giganti nati nel Secondo Dopoguerra, frutto della corsa al nucleare) per arricchire in maniera folle una "normale" storia di gelosia e vendetta, coi piedi ben piantati in importanti implicazioni psicologiche. Il risultato è certamente curioso. Però il film non è pienamente riuscito, zoppica un po', soprattutto nei tempi, ma dalla sua ha sicuramente una traccia narrativa intrigante e buoni attori, un bravo Jason Sudeikis, molto ambiguo e inquietante, e una brava Anne Hathaway, capace di bilanciare con talento i registri grotteschi e drammatici del film. A dispetto della situazione stramba e delle premesse supereroistiche, Colossal non è un film divertente: a partire dalla dipendenza dall'alcool della protagonista, la storia è molto tragica e, nel suo dipanarsi, mette in luce una discreta quantità di situazioni problematiche non poco angoscianti. Una delle tagline del film, non a caso, è: "C'è un mostro dentro ognuno di noi". Perciò, risulta un prodotto davvero difficile da definire e, forse, questo pastiche di contenuti eterogenei, a parer mio influisce anche sulla definitiva riuscita del film. Voto: 5

martedì 14 aprile 2020

12 Soldiers (2018)

Titolo Originale: 12 Strong
Anno e Nazione: USA 2018
Genere: Storico, Guerra, Drammatico
Produttore: Jerry Bruckheimer, Thad Luckinbill, Trent Luckinbill, Molly Smith
Regia: Nicolai Fuglsig
Sceneggiatura: Peter Craig, Ted Tally
Cast: Chris Hemsworth, Michael Shannon, Michael Peña, Navid Negahban
Trevante Rhodes, Geoff Stults, Thad Luckinbill, William Fichtner
Rob Riggle, Elsa Pataky, Austin Stowel, Ben O'Toole, Austin Hébert
Kenneth Miller, Kenny Sheard, Jack Kesy, Numan Acar
Fahim Fazli, Taylor Sheridan
Durata: 130 minuti

Chris Hemsworth e Michael Shannon in un war-movie tratto da una storia vera.
Dopo l'11 settembre, una squadra speciale Usa sbarca in Afghanistan per organizzare la guerra contro Al Qaeda.

venerdì 14 giugno 2019

La battaglia dei sessi (2017)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 29/10/2018 Qui - La battaglia dei sessi (Biografico, USA, 2017): Dopo il mediocre Borg McEnroe avevo sperato in un binomio cinema/tennis migliore, ed effettivamente un miglioramento c'è, anche perché c'è una tematica seria (e purtroppo ancora attuale) in questo film, tuttavia è anche questa una partita dimenticabile. All'inizio degli anni Settanta, la campionessa Billie Jean King (Emma Stone) innesca una battaglia contro i vertici del tennis per far sì che le donne possano ottenere le stesse retribuzioni degli uomini. In un clima già incandescente, si inserisce il 55enne Bobby Riggs (Steve Carell), ex n° 1 del mondo e noto maschilista, che cerca di riaccendere i riflettori su di sé sfidando la King, per dimostrare la presunta superiorità dell'uomo sulla donna. Il 20 settembre 1973, a Houston, i due danno vita a uno dei più celebri match della storia del tennis, conosciuto ancora oggi come "La battaglia dei sessi". Per il loro terzo lungometraggio, i coniugi Jonathan Dayton e Valerie Faris portano sul grande schermo una sceneggiatura di Simon Beaufoy (premio Oscar per The Millionaire), generando un film dai due volti. La battaglia dei sessi ha il merito di riportare in auge una figura importante (per il mondo sportivo in generale, ma non solo) come quella di Billie Jean King, e restituisce un efficace ritratto dei Seventies, che fa respirare l'atmosfera e lo spaesamento di un'America divisa tra bigottismo e venti rivoluzionari. Dove, invece, la coppia di registi sembra andare in affanno è nell'amalgamare i numerosi temi che il film mette sul piatto, dall'identità sessuale al femminismo, dal declino dell'ex campione a quello più che mai attuale della discriminazione di genere. Nel complesso, La battaglia dei sessi è un film che si lascia seguire per tutta la sua durata (anche se nel big match ho tifato per il cronometro), ma non graffia mai, specialmente nella parte conclusiva dove fanno capolino alcuni (inutili) dialoghi intrisi di retorica. Dagli autori di Little Miss Sunshine era lecito attendersi di più. Chi invece lascia il segno il generoso cast, da Emma Stone a Steve Carell fino ad Andrea Riseborough, e la sorprendete (nuovamente riuscita, proprio come accaduto con il film di Janus Metz Pedersen) somiglianza resa dagli attori (e dal trucco) con i personaggi reali della vicenda. In definitiva carino ma niente di che. Voto: 5,5

sabato 2 febbraio 2019

Il ponte delle spie (2015)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 15/10/2016 Qui - Il ponte delle spie (Bridge of Spies) è un bellissimo, potente e drammatico film del 2015, diretto da Steven Spielberg con protagonista Tom Hanks, che a mio parere meritava maggiore considerazione agli ultimi Premi Oscar, non solo lui ma soprattutto il film, che candidato a sei premi, ne ha vinto uno solamente per il miglior attore non protagonista, assegnata a Mark Rylance. Secondo me infatti questo è probabilmente il miglior film visto quest'anno, almeno personalmente. Perché il regista (che torna alla regia dopo le sue produzioni come produttore esecutivo, in The Whispers e Jurassic World) conferma ancora una volta le sue indiscusse qualità, d'altronde è uno dei miei registi preferiti, nel proporre una storia semplice in modo davvero accattivante, la classica storia dell'uomo comune che si trova a fronteggiare situazioni straordinarie, la solita ma eccezionale linea narrativa principale della filmografia di questo grande regista, poiché anche questa sua ultima pellicola ci resta fedele. L'uomo comune è qui l'avvocato James Donovan (interpretato da un magistrale Tom Hanks), alla loro quarta collaborazione cinematografica (di due mostri sacri della Hollywood degli ultimi trent'anni che ogni volta sembrano capirsi al volo), chiamato in piena Guerra Fredda, prima a difendere in tribunale la spia russa Rudolf Abel (interpretato da un altrettanto superlativo Mark Rylance), e dopo a negoziare in suolo russo per il suo scambio e il rilascio di due giovani americani fatti prigionieri. Come molti sapranno la trama è conosciuta, ma il modo di raccontarla di Spielberg la rende sempre interessante. La vicenda descritta infatti è veramente accaduta ed è per il regista un'altra rigorosa pagina di Storia da raccontare, quella Storia che ha sempre prediletto inserire nel suo percorso artistico e che ha utilizzato per ribadire l'importanza dei buoni sentimenti, degli ideali più nobili e dei sani valori e principi, siano essi esistenziali e umanisti, oppure etici e morali. E Il ponte delle spie fa di questi ultimi concetti la sua ragion d'essere. Nella figura solida di un uomo integro moralmente, si riescono a conciliare i diritti del singolo con quelli dei governi. Ma si espongono anche gli amari rovesci della medaglia. E da questo punto di vista il film appare essere un'altra versione della sua precedente opera, Lincoln, nella quale si ragionava sulla politica come dura, incessante trattativa e compromesso soprattutto quando si piega all'affermazione di ideali giusti. La pellicola, scritta in ultima revisione anche dai fratelli Coen, è una delle migliori e delle più controllate del regista. Parla di spie e Guerra Fredda, ma non ha i meccanismi intricati di altri film di spionaggio (anzi tutto è messo in scena con coinvolgente semplicità e chiarezza, ma anche con tratti lirici e con tocchi di humor e sarcasmo cari ai Coen), parla di retorica ma sa evitare la stucchevolezza eccessiva del patriottismo, dell'enfasi e della propaganda filo-americana, descrive un periodo storico complesso ma è diretto ed efficace, dura 130 minuti ma appassiona e non annoia mai.