Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 20/11/2021 Qui - Storia (vera) anche bella e interessante (sceneggiato da Vanessa Taylor,
il film è l'adattamento cinematografico dell'omonimo libro di memorie
del 2016 di J. D. Vance) ma piena a tappo di retorica buonista, col
classico americano medio che ce la fa nonostante tutto. Tante situazioni
già viste, niente di nuovo. Non naufraga per le ottime prove della Amy
Adams (nonostante un certo overacting) e soprattutto della Glenn Close,
un vero mostro sacro della recitazione, che non per caso ha ricevuto
l'ennesima (l'ottava a fronte di zero statuette) candidatura all'Oscar
(questa volta come migliore attrice non protagonista). A tal proposito,
quest'ultima molto somigliante all'originale, diciamo quindi
giustificata la seconda candidatura ricevuta dal film, quella per
miglior trucco e acconciatura. Del resto non si salva molto e (il
grande) Ron Howard (ahimè) non piazza mai un colpo un po' ad
effetto per
migliorare un pochino una sceneggiatura appunto sincera ma troppo poco
statica e povera. Delude lui (capace di ben altro e di molto superiore
qualitativamente parlando), ma soprattutto questo film, troppo lungo,
abbastanza prevedibile e con poco mordente per convincere abbastanza, o
almeno il minimo indispensabile.
Voto: 5,5
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sabato 20 novembre 2021
mercoledì 14 aprile 2021
Kristy (2014)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 14/04/2021 Qui - Essenziale e lineare "Kristy" si segnala come un buon intrattenimento, un home invasion su scala ampliata con il college a sostituire la consueta abitazione. I grandi spazi e la varietà di ambienti vengono ben sfruttati da Oliver Blackburn, offrendo un'ideale messa in scena per la caccia organizzata da un gruppo di giovani incappucciati e mascherati nei confronti di una studentessa rimasta sola (guardiani a parte, ovviamente liquidati senza troppi affanni) nell'imponente complesso. Il confronto avviene sostanzialmente tra due donne: la protagonista decisa a non lasciarsi sopraffare tanto facilmente e la sua antagonista, leader del gruppo e unica a non avere il viso nascosto. Il confronto tra l'angelica (sempre meravigliosa) Haley Bennett (quella di Swallow) e la luciferina Ashley Greene finisce pari e patta almeno a livello di doti recitative, entrambe convincenti con la vittima designata descritta magari velocemente ma con intelligenza, tanto da permettere allo spettatore di entrare in buona sintonia con la giovane. I primi minuti in questo senso sono fondamentali, culminanti in quel senso di libertà che la protagonista prova in solitaria danzando tra i corridoi del dormitorio, nuotando nella piscina o ammirando il cielo sdraiata nel campo di football, del tutto ignara riguardo l'incombente minaccia. Per la protagonista sarà una notte di terrore ma soprattutto di battaglia, potenziale ennesima vittima di quella che apparirebbe come una setta satanista. A dispetto di altri film appartenenti al filone è riscontrabile un accenno di chiarimenti, sinceramente non proprio indispensabili. Comunque sia utili per spiegare, forzando un poco, la ragione per la quale ogni vittima della gang viene chiamata Kristy, in quello che è un rimando religioso di natura etimologica. Nulla di eclatante, una pellicola onesta e priva di fronzoli capace di alimentare una certa tensione senza mai annoiare. Voto: 6,5
lunedì 30 novembre 2020
Swallow (2019)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 30/11/2020 Qui - Il primo (vero) lungometraggio del regista Carlo Mirabella-Davis è un thriller psicologico che non può che ricercare una nicchia di pubblico per la tematica particolarmente singolare. Questo dramma a sfondo psicologico infatti, usa il tema del picacismo (disturbo dell'alimentazione che spinge a mangiare oggetti non commestibili) in una donna incinta come mezzo per affrontare temi d'attualità come il patriarcato, le differenze di classe e l'aborto. Un film al femminile ma non necessariamente femminista, in quanto affronta più un disagio sociale invece che fare una propaganda sterile e fine a sé stessa. Brava e molto espressiva la bellissima Haley Bennett di film quali I magnifici 7, La ragazza del treno e Hardcore Henry, che mostra tutte le sfumature possibili di un personaggio cui è facile empatizzare, ben tratteggiati i personaggi di contorno (ben caratterizzati da attori conosciuti, Austin Stowell, Elizabeth Marvel, Denis O'Hare), luminosa e patinata la fotografia. Discutibile il finale, ma il film resta un lavoro anomalo, dal potenziale interessante, per l'originalità del soggetto ed il coraggio della produzione, anche se manca di quel passo in più necessario a renderlo più che sufficiente. Voto: 6+
lunedì 8 aprile 2019
La ragazza del treno (2016)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 22/11/2017 Qui - Dopo il personalmente deludente adattamento cinematografico di American Pastoral, un altro best-seller (che ovviamente non ho letto) subisce lo stesso tipico trattamento di chi vorrebbe emulare il risultato straordinario di un libro ed adattarlo per il cinema, ma con risultati alquanto fallimentari. Spesso infatti le trasposizioni cinematografiche di best seller che hanno emozionato milioni di lettori non rendono come dovrebbero, ma anzi perdono di qualità. Questo, spiace dirlo (soprattutto a chi ha letto il libro e probabilmente apprezzato), vale anche per La ragazza del treno (The Girl on the Train), film del 2016 diretto da Tate Taylor che, nonostante l'idea originale di fondo (e la storia potenzialmente interessante), si può definire una accozzaglia di idee mal gestite, o banalmente un polpettone (giacché essa viene raccontata con eccessive ambizioni registiche, fallendo quasi su tutta la linea). Questa classica romanzo/pellicola infatti, che ha voluto forse sfruttare il successo del buonissimo thriller L'amore bugiardo: Gone girl, dato che questo film negli Stati Uniti è uscito lo stesso periodo, ottobre 2016 contro ottobre 2014 del film di David Fincher (ed è anche abbastanza simile nei contenuti, no nel risultato), risulta essere alquanto confusionaria, sia nel passaggio dal presente al passato, sia in quello da una scena all'altra. Difatti, il continuo alternarsi tra passato e presente francamente disorienta più che intrigare, ed anche lo scorrere del tempo non viene rappresentato con chiarezza. D'altronde il pubblico predilige i film che mantengono un ordine cronologico. Per evitare questo problema, sarebbe bastato utilizzare flashback volti a mostrare quanto accaduto in passato. Sicuramente la pellicola ne avrebbe giovato e non poco.
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giovedì 14 marzo 2019
I magnifici 7 (2016)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 13/06/2017 Qui - Finalmente in questo continuo fiorire di remake ci troviamo davanti a uno ben fatto o che quantomeno non vuole per forza competere o superare l'originale ma vuole essere appunto una rivisitazione. Perché I magnifici 7 (The Magnificent Seven), film del 2016 diretto da Antoine Fuqua, remake del film omonimo del 1960 diretto da John Sturges, a sua volta adattamento in chiave western de I sette samurai di Akira Kurosawa, è un più che discreto remake, che non solo non viene schiacciato (troppo) dal peso del film originale del 1960, anche se era difficile e preventivabile che non poteva di certo fare meglio di un capolavoro cult del cinema interpretato da attori mostri quali Yul Brynner, Eli Wallach, Steve McQueen, Charles Bronson e James Coburn, ma che si lascia tranquillamente e facilmente vedere, dato che, questo classico western, lontano (nei temi e nel risultato) dall'ultimo me visto, quel comunque fantastico e atipico The Hateful Eight, ed in ogni caso avvicinabile in quanto "epicità" al bellissimo revenge western Sweetwater, si rivela un onesto prodotto di intrattenimento, che probabilmente, preso come un blockbuster come tanti non regge bene come il piuttosto recente remake di Quel treno per Yuma, ma che riesce nel suo intento, poiché il film è bello, e riesce, con estrema ed efficiente maestria, a tenere incollati alla poltrona gli spettatori per i suoi apparentemente lunghi 126 minuti di proiezione e di scene che si susseguono ad un ritmo intelligente ed estremamente empatico. Certo, la storia di base (anche se qui leggermente riadattata) è un caposaldo del cinema e quindi, fallire era impossibile, ma nonostante ciò, l'obiettivo viene raggiunto con estrema efficacia, lo spettatore ne rimane soddisfatto, coinvolto e sedotto.
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giovedì 7 marzo 2019
Hardcore! (2015)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 24/04/2017 Qui - Attenzione quando cercate questo film, cercatelo per intero, ovvero Hardcore Henry, perché Hardcore!, film del 2015 scritto, diretto, co-prodotto ed interpretato da Ilya Naishuller, che ha preso spunto da videoclip del suo gruppo musicale (diretti dallo stesso Naishuller, frontman della band), a discapito del nome, è un film action innovativo, originale e completamente girato in soggettiva, cosa che da vita, tra violenza, ironia e divertimento, ad uno strano nuovo genere dell'action-movie. L'esperienza è infatti quella di un videogioco portato con genialità di scrittura e di montaggio nel cinema. Perché Hardcore! è un fiume in piena di trovate e di situazioni, subisce una svolta scenica ogni cinque minuti, e riesce a non annoiare spesso esplodendo la materia narrativa (comunque esile) e sacrificandola alla ricerca dell'adrenalina pura, anche se in ogni caso prima di dire che questo film ha una trama scialba, che la sceneggiatura semplicemente è un pretesto per una dose infinita di violenza, ecc ecc, dobbiamo considerare in primis a chi è diretto, non dico necessariamente "giovani", ma almeno a chi ha un esperienza di videogiochi sparatutto in prima persona come Call of Duty per esempio (e io modestamente ce l'ho). Detto ciò, è ovvio che sto film non vi piacerà se credete di assistere ad una pellicola diversa. Se invece lo vedete con l'idea di godervi 90 minuti di adrenalina, avete fatto tombola. Perché Hardcore! è soprattutto questo, intrattenimento. È un giro su una giostra di poco meno di due ore, montagne russe, perché russa è la produzione ed è da vivere senza aspettarsi troppo approfondimento. Poiché questo non è per niente un film da cui ci ricavi un insegnamento, ma è un film che ti regala un'emozione, la stessa che potrebbe provare un amante di moto a correre a 320 km/h o un paracadutista a lanciarsi da 10000 metri. Il tutto condito da una vena di ironia e di sano trash (da segnalare in questo senso l'utilizzo della canzone "Don't Stop Me Now" dei Queen in una scena di multipli omicidi, geniale). Di omicidi qui si parla difatti, poiché immaginando un videogame, Hardcore! è un FPS (First Person Shooter) quasi in tutto e per tutto.
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