Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 28/06/2024 Qui - Si può dire molto su Christopher Nolan, ma oggettivamente parlando, è un regista che ha una grande maestria tecnica, a prescindere dal gradimento dei suoi film. Affidandogli un intreccio politico ancora intrigante nonostante gli anni trascorsi, attori di calibro (con Cillian Murphy in prima linea) e le eccellenti musiche di Ludwig Göransson, il film si presenta praticamente su un piatto d'argento. Nolan, abile nel gestire diversi piani temporali, offre una sceneggiatura quasi impeccabile. Personalmente, trovo il tema del comunismo poco coinvolgente e avrei ridotto la presenza del Maccartismo, beneficiando anche la durata del film. La ricerca della perfezione può portare a dettagli eccessivi, che io chiamerei "scorie". A parte questo, è difficile trovare altri difetti. Tre ore di cinema denso e ricco di informazioni, trasformato dal montaggio in un complesso gioco di cronologie e prospettive che genera una tensione crescente e tangibile. Per chi si aspettava un film esclusivamente sulla fisica atomica, Oppenheimer si focalizza sulla figura e sull'impatto del suo lavoro, includendo il prima, il durante e le conseguenze della creazione. In sostanza, Oppenheimer conferma che il cinema di Nolan è un "prestigio" che invita alla riflessione sulle scelte morali e rappresenta un'industria in cui ogni creativo si spinge oltre i propri limiti (meritati i 7 Oscar vinti). Nolan continua a stupire: dopo l'eccesso di Tenet, ora è tornato sulla giusta via, rendendo ogni suo film un evento imperdibile, grazie a un talento che è ancora molto presente. Voto: 8- [Sky]
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venerdì 28 giugno 2024
Oppenheimer (2023)
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sabato 30 aprile 2022
A Quiet Place II (2020)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 30/04/2022 Qui - Tornano i mostri feroci ma ipovedenti di John Krasinski chiamato alla direzione del sequel dopo il (sorprendente) successo del primo (sorprendente) capitolo. Reiterando lo spunto del precedente
manca ovviamente l'effetto sorpresa (comunque molto buono tutto il
prologo del giorno dell'invasione) ma il film può contare sul talento
del regista che riesce, grazie al buon uso delle location (l'area
industriale e l'isola) e alla bontà degli effetti speciali (i mostri si
vedono molto di più e fanno davvero paura) a mantenere alta la tensione,
complice anche una durata contenuta. Positivo l'ingresso nel cast di Cillan Murphy, che quasi oscura Emily Blunt
(ma certamente tutti gli altri). Ha la pecca di essere in linea teorica
il secondo capitolo di un'ipotetica trilogia, quindi la trama è
alquanto scarna e in fondo non ha un vero inizio e tantomeno una vera
fine, ma buon film (possiede comunque i difetti del primo con una
sceneggiatura che propone situazioni in alcuni casi forzate).
Nel complesso vale la pena vederlo ma indubbiamente è inferiore al primo
capitolo. Sufficienza piena. Voto: 6,5
Jungle Cruise (2021)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 30/04/2022 Qui - Prendete un'antica leggenda legata ai conquistadores, metteteci dentro
situazioni tipiche di Indiana Jones e Pirati dei Caraibi, shakerate
tutto freneticamente ed eccovi servito questo Jungle Cruise (che
comunque s'ispira prevalentemente ad una celebre attrazione di
Disneyland). La regia solida di Jaume Collet-Serra (abituato già a film
d'azione come quelli già girati con Liam Neeson, Run All Night o L'uomo sul treno, ma non dimentichiamo Paradise Beach con Blake Lively) permette di avere un
film dal ritmo serrato dall'inizio alla fine e ricco di momenti
divertenti. La Disney sforna un prodotto accattivante che è anche
politicamente corretto. Per fare questo sfrutta i grandi successi del
passato e il carisma di Dwayne Johnson, perfetto per interpretare ruoli
di questo genere (è affiancato da Emily Blunt nella ricerca del
leggendario albero i cui petali possono curare qualsiasi ferita ed
annullare ogni maledizione). Un po' troppa CGI qua e là, che crea un
effetto a volte da videogame, ma nell'insieme l'operazione è riuscita.
Riesce ad incarnare lo spirito del più classico dei film d'avventura,
offrendo un intrattenimento e un interesse più che adeguato che è
impossibile classificare come noioso o scialbo.
Voto: 6
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lunedì 31 maggio 2021
Il ritorno di Mary Poppins (2018)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 31/05/2021 Qui - Il primo Mary Poppins era pervaso da una magia che questo sequel (o sarebbe più corretto dire remake visto che la trama ricalca molto l'originale) proprio non ha. Intendiamoci da un punto di vista prettamente figurativo il film è fatto benissimo: ottime scenografie, bellissimi costumi (candidature meritate), notevoli effetti speciali (la parte cartoonesca è tra le migliori) e tutto sommato discreta recitazione da parte di tutto il cast, a cominciare dalla brava Emily Blunt. Carini anche i camei di Meryl Streep e di Dick Van Dyke, nonché quello della Signora in giallo, ovvero Angela Lansbury. Purtroppo il film lascia molto a desiderare sul lato emotivo. Le psicologie dei personaggi (adulti) sono fin troppo infantili ed è proprio su questo che si sarebbe dovuto lavorare di più: bisognava rendere questi personaggi un po' meno puerili. Inoltre il difetto più grosso del film riguarda la colonna sonora (peraltro due delle quattro candidature agli Oscar nel 2019 proprio in questo campo). A differenza del primo Mary Poppins dove tra le varie canzoni ce n'erano tre che sono rimaste nella storia ("Basta un poco di zucchero", "Supercalifragilistichespiralidoso" e "Cam camini spazzacamin") qui invece le canzoni (che ammiccano agli originali senza averne freschezza e orecchiabilità) sono tutte una più anonima dell'altra. Insomma il regista (quel Rob Marshall di cui purtroppo ci si ricorda anche per il pessimo recente fantasy musicale Into the Woods), anche se riesce a commuovere con i ricordi della madre venuta a mancare, non è riuscito a fare il miracolo e a replicare la magia. Mary Poppins è e rimarrà unica ed irripetibile. Comunque carino, e si lascia guardare. Voto: 6
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lunedì 15 luglio 2019
Sherlock Gnomes (2018)
Tema e genere: Sequel di Gnomeo e Giulietta del 2011, che propone una versione animata del più grande investigatore del mondo.
Trama: I nani da giardino Gnomeo e Giulietta reclutano il rinomato investigatore privato Sherlock Gnomo per indagare sulla misteriosa scomparsa degli altri ornamenti da giardino.
Recensione: Ahimè non è bastato scomodare William Shakespeare nel precedente capitolo, ora anche Sir Arthur Conan Doyle hanno dovuto tirare in ballo. Il film ovviamente per questo (non credereste mica che avrebbero imbastito una storia solida) ci porterà a vivere una versione all'acqua di rose dell'annosa e ormai storica battaglia tra intelletti, farcita di cliché e luoghi comuni, come ci si potrebbe in fondo attendere da una produzione di questo tipo. La storia in ogni caso scorre, con qualche apprezzabile tentativo di inserire un colpo di scena qua e là e una bellissima rappresentazione visiva della capitale britannica, ma la comicità veramente lieve non riesce a far quadrare la simpatia (se così si può chiamare) che aleggia al principio di questa operazione. Un'operazione che mostra davvero poca fantasia e voglia di rendersi originali. Un'operazione che persevera in tristi giochi di parole e in dialoghi imbarazzanti per qualsiasi cartone animato. Ad aggravare la qualità di Sherlock Gnomes, poco peggiore del suo precedente (quest'ultimo era nella media, ma con molta fatica), si aggiunge poi un problema che trova il proprio fulcro attivo nell'insopportabilità della scelta di esecuzione del doppiaggio italiano. Doppiaggio reo di affibbiare ai protagonisti del film vari dialetti (praticamente tutti e senza un senso), tramite insopportabili dialoghi sciorinati in calabrese, siciliano, pugliese e romano, calcolando poi che la versione originale aveva dalla sua la presenza di nomi forti hollywoodiani (non citarli è meglio), ma anche recuperandolo nel suo audio originario poco c'è da salvare in questo film. Una seccatura, quella del doppiaggio, che non prescinde dalla bassa fattura del lavoro in sé, ma che rende poco godibile la visione di un film animato in cui si tende ad annoiarsi e a rimanere indifferenti di fronte alle vicissitudini dei protagonisti. Anche perché semplicemente, non c'è un personaggio in Sherlock Gnomes che non vorreste ridurre in mille pezzi, anzi mille cocci, da quanto inutile e bidimensionale. Trama banale e non troppo coinvolgente che comunque si deve interpretare tenendo in considerazione il pubblico target di questo film, certamente di età molto bassa, per un lungometraggio di animazione che certamente non è disegnato per avere appeal su tutte le fasce d'età, come una produzione Pixar qualsiasi. Peccato però che, a parte un paio di scene dal livello artistico notevole, il film risulti piatto e anche poco divertente, davvero. Grande parte del problema viene dalla caratterizzazione dei personaggi e dal già citato agghiacciante doppiaggio. Ma comunque film mediocre.
Recensione: Ahimè non è bastato scomodare William Shakespeare nel precedente capitolo, ora anche Sir Arthur Conan Doyle hanno dovuto tirare in ballo. Il film ovviamente per questo (non credereste mica che avrebbero imbastito una storia solida) ci porterà a vivere una versione all'acqua di rose dell'annosa e ormai storica battaglia tra intelletti, farcita di cliché e luoghi comuni, come ci si potrebbe in fondo attendere da una produzione di questo tipo. La storia in ogni caso scorre, con qualche apprezzabile tentativo di inserire un colpo di scena qua e là e una bellissima rappresentazione visiva della capitale britannica, ma la comicità veramente lieve non riesce a far quadrare la simpatia (se così si può chiamare) che aleggia al principio di questa operazione. Un'operazione che mostra davvero poca fantasia e voglia di rendersi originali. Un'operazione che persevera in tristi giochi di parole e in dialoghi imbarazzanti per qualsiasi cartone animato. Ad aggravare la qualità di Sherlock Gnomes, poco peggiore del suo precedente (quest'ultimo era nella media, ma con molta fatica), si aggiunge poi un problema che trova il proprio fulcro attivo nell'insopportabilità della scelta di esecuzione del doppiaggio italiano. Doppiaggio reo di affibbiare ai protagonisti del film vari dialetti (praticamente tutti e senza un senso), tramite insopportabili dialoghi sciorinati in calabrese, siciliano, pugliese e romano, calcolando poi che la versione originale aveva dalla sua la presenza di nomi forti hollywoodiani (non citarli è meglio), ma anche recuperandolo nel suo audio originario poco c'è da salvare in questo film. Una seccatura, quella del doppiaggio, che non prescinde dalla bassa fattura del lavoro in sé, ma che rende poco godibile la visione di un film animato in cui si tende ad annoiarsi e a rimanere indifferenti di fronte alle vicissitudini dei protagonisti. Anche perché semplicemente, non c'è un personaggio in Sherlock Gnomes che non vorreste ridurre in mille pezzi, anzi mille cocci, da quanto inutile e bidimensionale. Trama banale e non troppo coinvolgente che comunque si deve interpretare tenendo in considerazione il pubblico target di questo film, certamente di età molto bassa, per un lungometraggio di animazione che certamente non è disegnato per avere appeal su tutte le fasce d'età, come una produzione Pixar qualsiasi. Peccato però che, a parte un paio di scene dal livello artistico notevole, il film risulti piatto e anche poco divertente, davvero. Grande parte del problema viene dalla caratterizzazione dei personaggi e dal già citato agghiacciante doppiaggio. Ma comunque film mediocre.
martedì 2 luglio 2019
A Quiet Place - Un posto tranquillo (2018)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 15/02/2019 Qui - Quando si parla di originalità, soprattutto nel genere horror, negli ultimi anni sono stati davvero pochi i film che hanno superato davvero le mie aspettative. Tra gli innumerevoli cliché, tra i soliti fatti trattati, tra le tantissime storie più o meno uguali è difficile trovare una pellicola che possa dare esito positivo. Con A Quiet Place - Un posto tranquillo (A Quiet Place), film del 2018 diretto da John Krasinski, con protagonisti Emily Blunt e lo stesso Krasinski, le mie aspettative finalmente sono state ben saziate. Fin dall'inizio infatti, si capisce che non ci troviamo di fronte al solito film dell'orrore, che si sta cercando di proporre al pubblico qualcosa di più originale. Dimentichiamoci difatti di quei continui Jumpscare fatti di archi stridenti o tonfi improvvisi, qui il minimo rumore, potrebbe essere l'ultimo suono che senti. Certo, non è la prima volta che capita di poter ammirare in modo così ampio un film sul silenzio, o per essere più precisi sulla totale assenza del suono della voce umana, ne è un esempio lampante La Tartaruga Rossa, dove la totale assenza di voce e della colonna sonora quasi, costituivano un'esperienza cinematografica esemplare e diversa dal solito, ovviamente guardando indietro nel tempo ci accorgiamo dei capolavori del cinema muto e degli omaggi che esso ha ispirato nell'era moderna (ad esempio The Artist), ma aver a che fare con un film horror, un survival e monster movie di nuova generazione, praticamente privo di voce, suoni e rumori (i quali benché presenti sono veramente ridotti all'osso e presenti in pochissime scene chiave del film) rappresenta una vera ed emozionante, nonché originale, sorpresa. L'assenza del suono, come succedeva ne La Tartaruga Rossa, dona maggior spessore alla storia rendendo estremamente più coinvolgente lo svolgersi della trama, anche se qui le scene, a differenza dell'altro (e gli altri), sono spesso benissimo accompagnate dalle ottime musiche di Marco Beltrami, musiche proporzionate al tema centrale del film, per niente enfatizzate e dosate in modo perfettamente equilibrato, senza far perdere quella sensazione di assordante silenzio che circonda lo spettatore. Un silenzio soffocante, dal quale si viene rapidamente coinvolti, rapiti, circondati. Un silenzio pieno di paura, un terrore che paralizza e che rende spaventoso ogni gesto, anche il più comune: A Quiet Place - Un posto tranquillo toglie il respiro. Perché (insieme ai protagonisti del film) si ha paura di fare un passo, un sorriso, di piangere, litigare, amare, vivere. Ed è questo l'orrore più grande di un film raggelante, ma dal grande cuore. Un Monster movie che si distingue per la forza narrativa delle immagini estremamente curate e nel quale non sono i mostri a fare più paura. Un film che mischia diversi generi, dall'horror al post-apocalittico, fino al romanzo familiare, realizzando una pellicola che non rientra in nessuno dei generi che la compongono, ma cerca un linguaggio diverso con un risultato assai gradevole.
lunedì 8 aprile 2019
La ragazza del treno (2016)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 22/11/2017 Qui - Dopo il personalmente deludente adattamento cinematografico di American Pastoral, un altro best-seller (che ovviamente non ho letto) subisce lo stesso tipico trattamento di chi vorrebbe emulare il risultato straordinario di un libro ed adattarlo per il cinema, ma con risultati alquanto fallimentari. Spesso infatti le trasposizioni cinematografiche di best seller che hanno emozionato milioni di lettori non rendono come dovrebbero, ma anzi perdono di qualità. Questo, spiace dirlo (soprattutto a chi ha letto il libro e probabilmente apprezzato), vale anche per La ragazza del treno (The Girl on the Train), film del 2016 diretto da Tate Taylor che, nonostante l'idea originale di fondo (e la storia potenzialmente interessante), si può definire una accozzaglia di idee mal gestite, o banalmente un polpettone (giacché essa viene raccontata con eccessive ambizioni registiche, fallendo quasi su tutta la linea). Questa classica romanzo/pellicola infatti, che ha voluto forse sfruttare il successo del buonissimo thriller L'amore bugiardo: Gone girl, dato che questo film negli Stati Uniti è uscito lo stesso periodo, ottobre 2016 contro ottobre 2014 del film di David Fincher (ed è anche abbastanza simile nei contenuti, no nel risultato), risulta essere alquanto confusionaria, sia nel passaggio dal presente al passato, sia in quello da una scena all'altra. Difatti, il continuo alternarsi tra passato e presente francamente disorienta più che intrigare, ed anche lo scorrere del tempo non viene rappresentato con chiarezza. D'altronde il pubblico predilige i film che mantengono un ordine cronologico. Per evitare questo problema, sarebbe bastato utilizzare flashback volti a mostrare quanto accaduto in passato. Sicuramente la pellicola ne avrebbe giovato e non poco.
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venerdì 5 aprile 2019
Il cacciatore e la regina di ghiaccio (2016)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 01/11/2017 Qui - Il cacciatore e la regina di ghiaccio (Fantasy, USA, 2016): Partire dicendo che la storia non è stata mai raccontata e che racchiude in sé qualcosa di diverso e poi raccontare invece sempre la solita storia di amore (che vince sempre) e vendetta (che ti consuma dentro) non è un buon viatico per un film (una produzione che eccede per aspetti tecnici, musiche e costumi, a discapito però dell'intreccio narrativo spesso smarrito in un continuo e fantasioso carnevale fiabesco) come questo, uno strano incrocio tra il prequel del primo film e sequel/spin-off di quest'ultimo, dato che ci racconta le vicende del Cacciatore prima e dopo la conquista del trono da parte di Bella, quando incrocerà sulla sua strada due letali avversarie che ostacoleranno il suo amore per una sua coetanea "schiavizzata" sin da ragazzini. Sfortuna vuole però che poco si salvi di questo film mal riuscito, colpa soprattutto di una trama (con molti stereotipi e senza significato) discutibile (tutto scorre con discreta prevedibilità, mancano guizzi o situazioni che creino interesse o catturino l'attenzione, insomma è una storia che, così raccontata, non suscita emozioni né risveglia sentimenti). Anche perché seppur il cast accurato offre comunque tutta la propria bellezza estetica tra azione, pathos ed ironia, l'azione è davvero scarsa (pochissimi scontri degni di nota) e la parte centrale è noiosa. Giacché questo fantasy abbastanza anonimo (come il suo regista Cedric Nicolas-Troyan), con poca creatività e pochi momenti di spessore, è un film insipido, non abbastanza serio per essere credibile, non abbastanza ignorante da puntare sul trash divertente. L'unica cosa buona gli effetti speciali e il cast (soprattutto per tre straordinarie bellezze), seppur con dei personaggi poco caratterizzati. Perché anche se Charlize Theron è ipnotica al punto giusto ed Emily Blunt glacialmente credibile (dopotutto la sceneggiatura ricalca alla meno-peggio Frozen), ed anche se Jessica Chastain fa quel che può, al contrario di Chris Hemsworth che fatica anche a cambiare espressione, a non convincere è lo sviluppo narrativo di una favola potenzialmente avvincente. Il cacciatore e la regina di ghiaccio in definitiva è quindi una pellicola ben confezionata ma freddina e distante, non stuzzica né coinvolge particolarmente. Col budget e gli interpreti a disposizione infatti, a mio modo di vedere, si poteva fare molto meglio. Per me la delusione c'è stata e non lo consiglio. Voto: 5,5
venerdì 8 febbraio 2019
Edge of Tomorrow (2014)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 21/11/2016 Qui - Quando ho saputo che avrebbero mandato in onda Edge of Tomorrow mi sono sorpreso che nessuno ne parlava male, il rischio come ovvio in questi casi è la temuta classica americanata (che a me piace, tra l'altro), e poi c'era Tom Cruise, possibile che qualcosa non è andato storto? (anche se nei suoi due precedenti film, Mission Impossible: Rogue Nation e Oblivion fa la sua buona figura, è comunque un buon attore che apprezzo) anch'io infatti ho pensato subito ad un'ennesima variante di Robocop con armature biomeccaniche, o un Transformers dei poveri che sfruttasse qualche intreccio sentimentale tra soldati, e invece no. Perché anche se in effetti c'è anche questo nel film, il tutto è condito magistralmente da un curioso e geniale incantesimo che costringe il nostro eroe ad un'estenuante battaglia in stile videogame che ricorda tanto il geniale Il giorno della marmotta con Bill Murray, ma anche a Ritorno al futuro ed alle numerose varianti viste in tanti film, dalla dolente 'circolarità' temporale de L'esercito delle 12 scimmie, alla frenesia di Source Code, giusto per fare qualche esempio. Espediente qui usato invece in maniera principalmente 'giocosa' e per la prima volta, almeno a mia memoria, nell'ambito prettamente action di un campo di battaglia fantascientifico. Espediente in ogni caso usato magnificamente per raccontare la storia del protagonista, anche se in Edge of Tomorrow (film di fantascienza del 2014), il protagonista è sicuramente la trama, basata quasi esclusivamente sul protagonista del film stesso, il tenente Bill Cage (un credibile Tom Cruise, all'inizio non il classico soldato super fortissimo e intoccabile), che dopo una disperata battaglia contro degli spietati invasori e dopo averne ucciso un essere particolare della loro specie, si accorge di essere in grado di 'resettare' il giorno e tornare indietro nel tempo (lo si capisce dopo appena 10 minuti). Da qui il soldato inizierà un percorso di apprendimento e coscienza che sfonderanno il proprio io precedente per trasformarlo, grazie all'aiuto di una soldatessa (la straordinaria, sempre più bella e sempre più sexy Emily Blunt), che ha vissuto la stessa situazione, nell'eroe che rovescerà le sorti della guerra. Edge of Tomorrow è tratto da un romanzo del giapponese Hiroshi Sakurazaka ma il regista Doug Liman (Fair Game, Mr e Mrs Smith, The Bourne Identity) riesce a realizzare un film che malgrado la trama potrebbe sembrare ripetitiva (un soldato che rivive sempre lo stesso giorno) è invece piena di adrenalina ed incolla lo spettatore alla sedia perché i due protagonisti è come se viaggiassero in un labirinto dove ad ogni svolta cambia lo scenario. E tutto all'interno dello stesso identico giorno e ai ripetitivi movimenti ed azioni che vengono compiute.
sabato 2 febbraio 2019
Sicario (2015)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 17/10/2016 Qui - Proprio ieri ho visto in 'anteprima' grazie ad Extra di Sky e delle sue primissime, andrà infatti in onda stasera in prima visione su SkyCinema, un film di cui avevo molto sentito parlare in positivo e dopo averlo visto capisco perché è considerato uno dei migliori action degli ultimi anni, personalmente il migliore visto quest'anno, perché Sicario (selezionato per partecipare in concorso al Festival di Cannes 2015), film del 2015 diretto da Denis Villeneuve (Enemy, Prisoners e regista del prossimo Blade Runner 2049) è talmente potente, crudo e spietato da essere straordinario. Questo non solo per la parte action, comunque non eccessiva ma ugualmente spettacolare, quanto per le riflessioni morali ed etiche che questa pellicola esplora, espande ed elabora. Il film infatti come tema ha il bene e il male, non sempre paragonabili e non sempre in contrasto, a volte è la stessa cosa, perché certe volte anche dal male può uscire il bene, come in direzione contraria. Se ne accorge di ciò, Kate Macer (Emily Blunt, la protagonista a cui attorno si svolge tutta la vicenda, devota alla sua bandiera che esegue gli ordini con ingenua efficienza e che ha eletto il protocollo a suo intimo credo), giovane agente dell'FBI, che prende parte ad una delicata operazione per porre fine al narcotraffico al confine tra Stati Uniti e Messico, dopo la sconcertante scoperta (una delle scene più sconvolgenti di sempre), all'interno di una casa vittima di un'imboscata della stessa agenzia, che rivela molto più di quanto era previsto, lo spettacolo orripilante di decine di cadaveri nascosti nei muri e con la testa sigillata in sacchetti di plastica, va a caccia dei mandanti di quel massacro. Arruolata dalla CIA (anche se lei è un'esperta di rapimenti mentre la squadra combatte da tempo contro il cartello messicano della droga), viene trasferita in una speciale task force diretta dal misterioso Matt Graver (Josh Brolin, che dire di lui, basta la sua presenza davanti ad una cinepresa perché il suo personaggio funzioni, come è anche successo in Sin City: Una donna per cui uccidere, senza contare che riesce a dare perfino sfumature naif in un film come questo) e dall'ancora più misterioso Alejandro (Benicio Del Toro, misterioso procuratore di origine colombiana i cui occhi semichiusi e nevrotici nascondono un passato di sofferenza, quest'ultima vedremo lo porterà a svolgere con ossessiva solerzia i suoi 'compiti'). Da quel momento in poi le certezze di Kate su chi è "buono" e chi è "cattivo" si sgretoleranno. È l'inizio di una discesa agli inferi che coinvolgerà tutti i servizi segreti statunitensi (e la coscienza di un Paese) disposti a trasgredire ogni regola e a sacrificare ogni parvenza di umanità pur di mantenere il controllo (ma senza alcuna volontà di debellare il Male). Poiché tale operazione metterà a repentaglio le sue convinzioni più profonde e i suoi (ma anche nostri) valori morali.
giovedì 27 dicembre 2018
Into the woods (2014)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 20/04/2016 Qui - Into the woods è quel genere di film che generalmente e praticamente odio, ma che inconsciamente piace, perché i musical sono fatti per divertire, per mettere allegria, con messaggi positivi e importanti o almeno i più conosciuti. Certamente però questo non è dei migliori, anzi, dal regista di Chicago (Rob Marshall), un film icona del genere e molto bello, nonostante appunto non piace, mi aspettavo qualcosa di più energico, più vivace ma soprattutto meno scemo e meno caricaturale di questo film musicale del 2014 (di produzione Disney), basato sull'omonimo musical di Stephen Sondheim (lo stesso autore del musical Sweeney Todd: Il diabolico barbiere di Fleet Street, secondo me il migliore in assoluto, di cui hanno fatto un film con Johnny Depp che qui fa la parte del lupo cattivo abbastanza anonimamente) che si ispira a celebri fiabe tradizionali come Cenerentola, Cappuccetto Rosso e Raperonzolo dei Fratelli Grimm e Jack e la pianta di fagioli. Il film infatti intreccia queste opere situandolo in un mondo alternativo delle fiabe Grimm, e le estende per scoprire le conseguenze dei desideri e delle missioni dei personaggi, individui alle prese con le proprie scelte di vita, desideri e aspirazioni, in una moderna e favolistica versione. Comunque la storia segue le classiche vicende di queste fiabe, ma in modo originale coinvolgendo un fornaio (James Corden) e la sua bella moglie (Emily Blunt), che rendendosi conto che non possono generare figli, che il loro desiderio di formare una famiglia andrà in pezzi, a causa della maledizione di una strega (Meryl Streep), intraprendono un viaggio nel bosco per trovare gli oggetti necessari per spezzare l'incantesimo, e questo porterà loro alla conoscenza di varie forme di vita residenti nel bosco. Anche se la narrazione e la storia sembrerebbe andare in contro a sentimentalismi inutili e quant'altro di produzione Disney, sorprendentemente non è così, infatti le atmosfere dark non si annacquano, anzi, grazie anche alla convinzione degli interpreti conserva una rinfrescante dose di humour nero, la parte migliore di tutte. La morale della favola, ovviamente, resta: occhio a quel che desideri e attento, perché i bimbi ci guardano. Ma è meno stucchevole di quel che si aspetterebbe. Interessante e importante poi, l'idea del doppio finale: si può infatti scegliere fra il primo finale, che fa terminare la storia nel classico "E vissero per sempre felici e contenti", e il secondo, che fa riflettere sulle conseguenze dei nostri desideri e sull'eredità che lasciamo ai nostri figli.
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