Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 31/08/2023 Qui - Krypto, il cane di Superman, riunisce una squadra di animali dai poteri svariati per sconfiggere il perfido Luthor. Diretto da Jared Stern, spassosissimo film d'animazione che, nonostante una trama non originale, appare sin dalle prime sequenze carico di adrenalina ed effetti speciali alla maniera americana: il motto "uno per tutti, tutti per uno" funziona a meraviglia regalando allo spettatore (si spera di ogni età) azione ma anche dialoghi e situazioni intrise di sano humour, alternante a qualche momento emotivamente più serio. Il design non è eccelso, ma in questo caso ciò è di secondaria importanza. Buono (carino senza essere indimenticabile), ma soprattutto migliore di alcune altre, ultime, produzioni di stampo DC. Voto: 6+
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giovedì 31 agosto 2023
sabato 30 aprile 2022
A Quiet Place II (2020)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 30/04/2022 Qui - Tornano i mostri feroci ma ipovedenti di John Krasinski chiamato alla direzione del sequel dopo il (sorprendente) successo del primo (sorprendente) capitolo. Reiterando lo spunto del precedente
manca ovviamente l'effetto sorpresa (comunque molto buono tutto il
prologo del giorno dell'invasione) ma il film può contare sul talento
del regista che riesce, grazie al buon uso delle location (l'area
industriale e l'isola) e alla bontà degli effetti speciali (i mostri si
vedono molto di più e fanno davvero paura) a mantenere alta la tensione,
complice anche una durata contenuta. Positivo l'ingresso nel cast di Cillan Murphy, che quasi oscura Emily Blunt
(ma certamente tutti gli altri). Ha la pecca di essere in linea teorica
il secondo capitolo di un'ipotetica trilogia, quindi la trama è
alquanto scarna e in fondo non ha un vero inizio e tantomeno una vera
fine, ma buon film (possiede comunque i difetti del primo con una
sceneggiatura che propone situazioni in alcuni casi forzate).
Nel complesso vale la pena vederlo ma indubbiamente è inferiore al primo
capitolo. Sufficienza piena. Voto: 6,5
mercoledì 10 luglio 2019
Detroit (2017)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 11/04/2019 Qui - Detroit, 23 luglio 1967: una retata della polizia in un locale sprovvisto di licenza per la vendita di alcolici è la scintilla che innesca la rivolta della popolazione afroamericana della città, esasperata ormai da tempo dalle differenze di classe e dalla brutalità della polizia, composta principalmente da agenti bianchi. I disordini continuano per giorni e raggiungono una gravità tale da costringere il governatore dello stato del Michigan a dichiarare lo stato d'emergenza, schierando l'esercito per le strade di Detroit. Il risultato è una vera e propria guerriglia urbana che si concluderà in una carneficina dal bilancio di 43 morti, 1189 feriti e circa 7200 arresti. Eppure sui fatti occorsi la notte tra il 25 e il 26 luglio 1967 presso il Motel Algiers di Detroit non è mai stata fatta chiarezza, al di fuori delle testimonianze di chi quei fatti li ha vissuti in prima persona. Tuttora è infatti tutto avvolto da un velo di omertà, molti aspetti di quello che successe durante quella notte non sono ancora del tutto chiariti e la stessa regista (che torna finalmente dietro la macchina da presa dopo sette anni dall'ultima volta) ammette di essere stata costretta a romanzare (forse troppo) i fatti dell'accaduto. E l'accaduto è un terrificante fatto di cronaca che vide tre afroamericani brutalmente massacrati e uccisi dalle forze di polizia. E a narrare questi tragici eventi sono lo sceneggiatore Mark Boal e la regista Kathryn Bigelow. Dopo The Hurt Locker e Zero Dark Thirty, Kathryn Bigelow ed il suo inseparabile sceneggiatore, il giornalista Mark Boal, scelgono infatti di rappresentare i fatti di Detroit, e questo caso specifico accaduto in una delle più grandi città d'America, nel film omonimo, Detroit, film del 2017, con la capacità di mostrare la verità dei fatti in un film documentario che ha la capacità di presa sullo spettatore come l'escalation emotiva che provoca un susseguirsi di eventi che portano alla risoluzione di un thriller, trascinando così lo spettatore in uno degli episodi più violenti della moderna storia americana. Un episodio, un film però, anche se dal punto di vista politico potrebbe essere uno schiaffo a Trump e le sue "ideologie", che ha lo scopo di far vivere allo spettatore non la piaga del razzismo, ma l'abuso di potere, la violenza che trascina un vortice di altre violenze ed il dramma psicologico che si trascinano le vittime che hanno subito abusi e soprusi. I fatti di Detroit avvengono nell'arco temporale di 5 giorni, ma il film si concentra nello scoppio della Rivolta del Riot (12 th street), l'abuso e la violenza da parte dei poliziotti bianchi verso i ragazzi neri ad un Motel (il famigerato Motel Algiers) e poi al termine della rivolta il processo che lascerà molti insoddisfatti.
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martedì 2 luglio 2019
A Quiet Place - Un posto tranquillo (2018)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 15/02/2019 Qui - Quando si parla di originalità, soprattutto nel genere horror, negli ultimi anni sono stati davvero pochi i film che hanno superato davvero le mie aspettative. Tra gli innumerevoli cliché, tra i soliti fatti trattati, tra le tantissime storie più o meno uguali è difficile trovare una pellicola che possa dare esito positivo. Con A Quiet Place - Un posto tranquillo (A Quiet Place), film del 2018 diretto da John Krasinski, con protagonisti Emily Blunt e lo stesso Krasinski, le mie aspettative finalmente sono state ben saziate. Fin dall'inizio infatti, si capisce che non ci troviamo di fronte al solito film dell'orrore, che si sta cercando di proporre al pubblico qualcosa di più originale. Dimentichiamoci difatti di quei continui Jumpscare fatti di archi stridenti o tonfi improvvisi, qui il minimo rumore, potrebbe essere l'ultimo suono che senti. Certo, non è la prima volta che capita di poter ammirare in modo così ampio un film sul silenzio, o per essere più precisi sulla totale assenza del suono della voce umana, ne è un esempio lampante La Tartaruga Rossa, dove la totale assenza di voce e della colonna sonora quasi, costituivano un'esperienza cinematografica esemplare e diversa dal solito, ovviamente guardando indietro nel tempo ci accorgiamo dei capolavori del cinema muto e degli omaggi che esso ha ispirato nell'era moderna (ad esempio The Artist), ma aver a che fare con un film horror, un survival e monster movie di nuova generazione, praticamente privo di voce, suoni e rumori (i quali benché presenti sono veramente ridotti all'osso e presenti in pochissime scene chiave del film) rappresenta una vera ed emozionante, nonché originale, sorpresa. L'assenza del suono, come succedeva ne La Tartaruga Rossa, dona maggior spessore alla storia rendendo estremamente più coinvolgente lo svolgersi della trama, anche se qui le scene, a differenza dell'altro (e gli altri), sono spesso benissimo accompagnate dalle ottime musiche di Marco Beltrami, musiche proporzionate al tema centrale del film, per niente enfatizzate e dosate in modo perfettamente equilibrato, senza far perdere quella sensazione di assordante silenzio che circonda lo spettatore. Un silenzio soffocante, dal quale si viene rapidamente coinvolti, rapiti, circondati. Un silenzio pieno di paura, un terrore che paralizza e che rende spaventoso ogni gesto, anche il più comune: A Quiet Place - Un posto tranquillo toglie il respiro. Perché (insieme ai protagonisti del film) si ha paura di fare un passo, un sorriso, di piangere, litigare, amare, vivere. Ed è questo l'orrore più grande di un film raggelante, ma dal grande cuore. Un Monster movie che si distingue per la forza narrativa delle immagini estremamente curate e nel quale non sono i mostri a fare più paura. Un film che mischia diversi generi, dall'horror al post-apocalittico, fino al romanzo familiare, realizzando una pellicola che non rientra in nessuno dei generi che la compongono, ma cerca un linguaggio diverso con un risultato assai gradevole.
lunedì 11 marzo 2019
The Hollars (2015)
Mini Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 31/05/2017 Qui - THE HOLLARS (Commedia Usa 2015): John Hollar (John Krasinski in veste anche di regista) è un aspirante artista di New York che alla vigilia di un delicato intervento chirurgico alla testa della madre Sally (una bravissima Margo Martindale) fa ritorno, insieme alla fidanzata Rebecca (la deliziosa Anna Kendrik di The Accountant), alla sua città natale nel centro degli States. Qui, sarà costretto a fare i conti con la sua disfunzionale famiglia (e un fratello strambo, Sharlto Copley di Hardcore!), con i compagni delle scuole superiori (e Charlie Day di Come ammazzare il capo e vivere felici), con suo padre Don (un convincente Richard Jenkins) e con un'ex che ritorna nella sua vita come un fiume in piena (anche se per un minuto solo). Questa commedia è modesta ma efficace, grazie alla buona scrittura e al cast indovinato, anche se c'è poco o nulla di originale, in The Hollars di John Krasinski (13 Hours), film pieno di umanità anche dinanzi ai propri palesi difetti. Merito di uno script che se da una parte pecca pesantemente di banalità ed esagerazioni, dall'altra ha comunque il merito di costruire rapporti emozionali tra i suoi protagonisti. Il film sa far ridere e a tratti anche commuovere, ma le situazioni non sono mai sui generis e una patina di già visto, già sentito ricopre tutto il film. Dinamiche narrative troppo spesso visibilmente forzate ed espedienti tirati per i capelli con il solo obiettivo di suscitare 'commovente' ilarità, dando così vita al classico mix di drama e comedy con il bilancino soppesato da un Krasinski tanto digeribile quanto dimenticabile. Voto: 6-
domenica 24 febbraio 2019
13 Hours: The Secret Soldiers of Benghazi (2016)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 02/02/2017 Qui - 13 Hours: The Secret Soldiers of Benghazi (o semplicemente 13 Hours), film del 2016 co-prodotto e diretto da Michael Bay, è un serrato e avvincente film d'azione che, prendendo spunto da fatti realmente accaduti l'11 settembre 2012, quando un gruppo di militanti islamici attaccò il consolato statunitense a Bengasi in Libia, adatta per il cinema il libro 13 Hours di Mitchell Zuckoff, e lo fa in modo eccezionale dato che il sanguinoso scontro a fuoco avvenuto nella Libia post-Gheddafi viene ottimamente ricostruito attraverso uno spettacolare assedio, ovvero l'assalto al distaccamento statunitense in terra libica, da parte di miliziani, che costò la vita all'ambasciatore USA, anche se in termini di perdite, il quadro avrebbe potuto essere ben più pesante se non fossero intervenuti dei contractors, i soldati non ufficiali "in affitto" da parte di privati (in sostanza, dei mercenari, ma in una chiave diversa). Una squadra di sicurezza composta da sei membri infatti lotterà fino all'ultimo per difendere i loro compatrioti. 13 Hours: The Secret Soldiers of Benghazi è un film anomalo per la cinematografia di Michael Bay, solitamente dedito a 'spettacoloni' di pura finzione, ma "13 Hours" immettendosi nella scia di pellicole come "Black Hawk Down" e narrando una sconfitta, all'atto pratico e valorizzando il valore della resistenza contro un nemico in condizioni di vantaggio e in territorio sfavorevole, realizza un'opera sorprendente. 144 minuti di tensione profonda, con una perizia tecnica che lascia sbalorditi, con un montaggio che tiene le fila della narrazione, grazie anche ad una sceneggiatura che pur stereotipando un po' i caratteri (con personaggi abbastanza stereotipati anche se funzionali al racconto), contribuisce a creare un senso di smarrimento totale, dove non si capisce chi siano i buoni e chi i cattivi. I 144 minuti infatti reggono proprio per il ritmo e la buona qualità del racconto, perché a differenza di molti titoli bellici americani, non si va a cercare la retorica a tutti i costi e, anzi, secondo quale punto di vista o chiave di lettura si adoperi per analizzarlo, il film di Bay tende a sottolineare la grave difficoltà di operare contro un terrorismo più organizzato del solito, e uno dei temi ricorrenti della storia è appunto il non avere idea di chi dei locali incontrati via via sia nemico o alleato. E quindi via via che il racconto scorre, e l'assedio stringe, la regia tiene in tensione lo spettatore con abile tenacia.
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