Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 31/07/2024 Qui - Nella cinematografia di John Carney, la musica agisce come un elemento unificatore cruciale per la ricostruzione di vite complicate o segnate da un passato arduo. Le solitudini si dissolvono attraverso la musica, che crea un collegamento speciale e quasi esclusivo. Flora and Son sembra riassumere i temi ricorrenti nei suoi film precedenti, raccontando la vita complicata di una madre single con un ex marito trascurante e un figlio ribelle, e l'incontro con un musicista americano che insegna a Flora a suonare la chitarra. Il film, tuttavia, tende a rimanere schematico e non approfondisce i conflitti familiari con la stessa intensità dei suoi lavori precedenti. Sebbene ci siano interpretazioni solide e momenti memorabili, Flora and Son è tra i meno incisivi nella sua filmografia, ma non un brutto film. Voto: 6 [Apple Tv Plus]
- Home page
- Classifiche
- CINEMA
- Film Anno per Anno dal 2015 ad Oggi
- Tutti i Film
- Film e visioni speciali
- Giornata della Memoria
- Academy Awards
- Filmografie registiche
- Approfondimenti cinematografici
- Day cinematografici
- Saghe cinematografiche
- Cortometraggi
- Promesse cinematografiche [Dal 2018 al 2021]
- NOTTE HORROR
- HALLOWEEN
- CHRISTMAS
- MCU
- DC
- STAR WARS
- Agatha Christie
- ALIEN
- John Wick
- Fast & Furious
- IL GIRO DEL MONDO CINEMATOGRAFICO
- Sharknado
- La notte del Giudizio
- I Spit On Your Grave
- GEEK LEAGUE
- LISTE & CLASSIFICHE ANIME
- ANIME-TION MOVIES & SERIES
- AGGIORNAMENTI LIVE VISIONI & GAMES
Visualizzazione post con etichetta Jack Reynor. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Jack Reynor. Mostra tutti i post
mercoledì 31 luglio 2024
lunedì 17 maggio 2021
Kin (2018)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 17/05/2021 Qui - Deludente action pseudo-fantascientifico (alquanto diseducativo). Trama di per sé non originalissima in cui una misteriosa e potentissima arma viene trovata per caso da un ragazzino con fratello problematico e pericolosi creditori al seguito. Il problema è che l'arma stessa, invece di restare al centro dell'attenzione, diventa un inutile orpello al servizio di una sceneggiatura colabrodo che per tutto il film non spiega chi, cosa e nemmeno perché. Un barlume di luce arriva giusto a cinque minuti dalla fine, quando il legittimo proprietario dell'oggetto si degna di fare una specie di comparsata che però, anziché chiarire, si limita più che altro ad indicare un possibile percorso probabilmente in vista di un possibile capitolo due che probabilmente non arriverà mai. Ne esce fuori un film mediocre (diretto da Jonathan e Josh Baker) che si lascia guardare in maniera scorrevole, senza annoiare con effetti speciali low budget che riportano ai nostalgici anni ottanta (di cui Terminator è il riferimento principale). Il cast prometteva bene (oltre all'esordiente Myles Truitt ecco Jack Reynor, Zoe Kravitz, Dennis Quaid, James Franco, Carrie Coon e Michael B. Jordan) e speravo in qualcosina in più, davvero un'occasione sprecata. Voto: 5
Labels:
Azione,
Carrie Coon,
Dennis Quaid,
Film poliziesco,
Jack Reynor,
James Franco,
Jonathan e Josh Baker,
Michael B. Jordan,
Myles Truitt,
Romano Orzari,
Sci-fi,
Thriller drammatico,
Zoe Kravitz
lunedì 12 ottobre 2020
Sing Street (2016)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 12/10/2020 Qui - Pur di far colpo su una ragazza (la Lucy Boynton di Bohemian Rhapsody) di un anno più grande di lui, il quindicenne Conor (all'epoca esordiente Ferdia Walsh-Peelo, poi una particina in Vikings) mette su una band musicale: un progetto nato quasi per caso, che si trasforma in un'enorme opportunità per fare fronte al bullismo di qualche compagno, al dispotismo del direttore dell'istituto scolastico e ai continui litigi tra padre e madre. Dopo l'acclamato e toccante Once, l'irlandese John Carney (che ha musica nel cuore, questo è il terzo dopo il discreto Tutto può cambiare e quel bellissimo film vincitore di un Oscar per la struggente canzone Falling Slowly) gira un film sotto forma di racconto di formazione che è un tributo alla musica pop degli anni '80 (quella che vide affermarsi gruppi come i Duran Duran, Spandau Ballet, Hall & Oates, The Cure e i Clash, tutti infilati nella colonna sonora) carico di leggerezza e ottimismo. Sing Street è infatti un teen movie sentimentale che concede moltissimo spazio alla musica, puntando sulla metafora di Londra come terra promessa per gli irlandesi che all'epoca se la passavano piuttosto male. Se la parte di film ambientata a scuola o quella che dà conto delle prove per le canzoni e per i video (siamo in piena esplosione del videoclip musicale) possono dirsi assai originali e pienamente riuscite, altrettanto non può dirsi per la lunga sotto-trama sentimentale, che si avventura in un pistolotto sul riscatto del fratello maggiore del protagonista (interpretato da Jack Reynor), che vive indirettamente l'affermazione di quest'ultimo. Tuttavia bel film, una storia delicata, ben interpretata da giovani attori (non solo i due protagonisti), e soprattutto ben musicata, anche da brani del tutto nuovi e molto suggestivi composti appositamente per il film. Un film onesto, sincero, musicalmente (ma non solo) delizioso. Voto: 7martedì 5 maggio 2020
Una giusta causa (2018)
Titolo Originale: On the Basis of Sex
Anno e Nazione: USA 2018
Genere: Biografico, Drammatico
Produttore: Robert W. Cort
Regia: Mimi Leder
Sceneggiatura: Daniel Stiepleman
Cast: Felicity Jones, Armie Hammer, Justin Theroux, Sam Waterston, Kathy Bates
Cailee Spaeny, Jack Reynor, Stephen Root, Callum Shoniker
Chris Mulkey, Gary Wentz, Ben Carlson
Cailee Spaeny, Jack Reynor, Stephen Root, Callum Shoniker
Chris Mulkey, Gary Wentz, Ben Carlson
Durata: 112 minuti
Felicity Jones nella biografia dell'icona del femminismo Ruth Ginsburg.
La sua carriera di giudice della Corte Suprema, dagli studi in legge alla vittoria in tribunale contro una legge discriminatoria.
Labels:
Armie Hammer,
Cailee Spaeny,
Chris Mulkey,
Felicity Jones,
Film biografico,
Film drammatico,
Jack Reynor,
Justin Theroux,
Kathy Bates,
Sam Waterston,
Stephen Root
martedì 21 aprile 2020
Midsommar - Il villaggio dei dannati (2019)
Titolo Originale: Midsommar
Anno e Nazione: USA, Svezia 2019
Genere: Horror, Drammatico, Thriller
Produttore: Patrik Andersson, Lars Knudsen
Regia: Ari Aster
Sceneggiatura: Ari Aster
Cast: Florence Pugh, Jack Reynor, William Jackson Harper, Vilhelm Blomgren
Will Poulter, Ellora Torchia, Archie Madekwe, Gunnel Fred
Isabelle Grill, Julia Ragnarsson, Mats Blomgren, Hampus Hallberg
Liv Mjönes, Louise Peterhoff, Björn Andrésen, Dag Andersson
Will Poulter, Ellora Torchia, Archie Madekwe, Gunnel Fred
Isabelle Grill, Julia Ragnarsson, Mats Blomgren, Hampus Hallberg
Liv Mjönes, Louise Peterhoff, Björn Andrésen, Dag Andersson
Durata: 135 minuti
Ari Aster (Hereditary) dirige Florence Pugh in un insolito horror alla luce del sole.
In un villaggio svedese, una coppia di fidanzati viene coinvolta in sanguinari riti pagani.
martedì 11 febbraio 2020
L'uomo dal cuore di ferro (2017)
Titolo Originale: HHhH o The Man with the Iron Heart
Anno e Nazione: Francia, Regno Unito, Belgio, USA 2017
Genere: Thriller, Drammatico, Guerra, Biografico
Produttore: Daniel Crown
Regia: Cédric Jimenez
Sceneggiatura: Audrey Diwan, David Farr, Cédric Jimenez
Cast: Jason Clarke, Geoff Bell, Enzo Cilenti, Thomas M. Wright, Steve Evets
Noah Jupe, Stephen Graham, Mia Wasikowska, Jack Reynor
Rosamund Pike, Jack O'Connell, Volker Bruch, Gilles Lellouche
Durata: 115 minuti
Jason Clarke e Rosamund Pike nell'adattamento del romanzo di Laurent Binet.
1942: due paracadutisti cecoslovacchi sono incaricati di uccidere il turpe ufficiale nazista Reinhard Heydrich.
Labels:
Film biografico,
Film di guerra,
Gilles Lellouche,
Jack O'Connell,
Jack Reynor,
Jason Clarke,
Mia Wasikowska,
Noah Jupe,
Romanzo,
Rosamund Pike,
Stephen Graham,
Thriller drammatico,
Volker Bruch
giovedì 29 agosto 2019
Il segreto (2016)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 29/08/2019 Qui
Tema e genere: Adattamento cinematografico de Il segreto (The Secret Scripture) di Sebastian Barry, il racconto di una vita tormentata.
Trama: Un'anziana donna internata da 40 anni in un manicomio, un'accusa di un terribile omicidio, un marito scomparso, un oscuro segreto. E un medico che dopo tanto tempo cerca di vederci chiaro.
Recensione: Tratto dal romanzo omonimo, questo dramma romantico alterna due piani di racconto: ai giorni nostri un'anziana donna che non ci sta più con la testa e che ha vaghi ricordi del passato (ma che ha tenuto pezzi di diario tra le pagine di una Bibbia), ai tempi della seconda guerra mondiale una giovane ragazza che riceve troppe attenzioni e che si ritroverà coinvolta in un infanticidio. Rinchiusa in manicomio passerà la vita ad interrogarsi, fin quando un dottore si appassiona al caso e scopre man mano risvolti inediti, che porteranno ovviamente alla verità. Jim Sheridan, che fu grande con i suoi primi film (in un decennio scarso, dal 1989 al 1997, inanellò Il mio piede sinistro, Il campo, Nel nome del padre e The Boxer), non ha avuto poi una carriera all'altezza di quegli inizi folgoranti, molto centrati sulla sua Irlanda e sui conflitti che hanno insanguinata il nord del paese. Qui aveva un ottimo cast, con la grande Vanessa Redgrave a interpretare Rose da anziana e Rooney Mara da giovane (ma c'è qui è un primo scivolone: le due attrici sono diversissime sotto tutti i punti di vista, dall'altezza ai lineamenti alla grinta) e un misurato Eric Bana nei panni del dottore che cerca di studiare il caso della donna, ed anche un altrettanto calibrato Jack Reynor in quelli dell'aviatore che Rose sposerà, ma la storia, che pure avrebbe elementi di "mistery" interessante (anche per una fotografia che rende cupi anche i bei paesaggi irlandesi e ambigui i ricordi dei flashback, tanto da chiedersi sempre se sono fatti realmente avvenuti), prende presto la via della solita tirata anticattolica, con suore-infermiere bigotte e aguzzine e un prete laido e ambiguo, giovane e col portamento da attore hollywoodiano, che prima insidia la ragazza, poi fa rissa con chi le si avvicina, infine la rovinerà quando viene respinto definitivamente (farà mettere e referto dell'ospedale la tendenza alla "ninfomania" della ragazza). Il tutto con una storia non solo manichea (con personaggi risibili, come il capo dei fanatici cattolici che la perseguitano) come spesso avviene in questo genere di film, ma povera dal punto di vista narrativo (quante scene frettolose), della caratterizzazione dei personaggi, della qualità dei dialoghi, e molto pasticciata nei suoi accadimenti, da melodramma di quart'ordine. Nell'ultima parte tutto diventa ancora più confuso, e anche noioso. Ma, colpa grave per un thriller "esistenziale", la soluzione si intuisce ben prima che la matassa si dipani, e non è mai un bel segno. Mai però come il finale, che dovrebbe costituire il culmine emotivo e si spegne invece malamente, con un segreto (che tutti hanno, appunto, già capito da un po') svelato da un biglietto in una scatola aperta tardivamente, che liquida in poche parole una verità sconvolgente, con il risultato di suscitare irritato sarcasmo al posto della commozione prevista. Verrebbe da pensare che Jim Sheridan (peraltro entrato in corsa sul progetto, in cui anche molti degli attori non era originariamente quelli previsti) sia solo l'omonimo di quel regista apprezzato un tempo, o comunque da rimpiangerne il prematuro declino.
mercoledì 10 luglio 2019
Detroit (2017)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 11/04/2019 Qui - Detroit, 23 luglio 1967: una retata della polizia in un locale sprovvisto di licenza per la vendita di alcolici è la scintilla che innesca la rivolta della popolazione afroamericana della città, esasperata ormai da tempo dalle differenze di classe e dalla brutalità della polizia, composta principalmente da agenti bianchi. I disordini continuano per giorni e raggiungono una gravità tale da costringere il governatore dello stato del Michigan a dichiarare lo stato d'emergenza, schierando l'esercito per le strade di Detroit. Il risultato è una vera e propria guerriglia urbana che si concluderà in una carneficina dal bilancio di 43 morti, 1189 feriti e circa 7200 arresti. Eppure sui fatti occorsi la notte tra il 25 e il 26 luglio 1967 presso il Motel Algiers di Detroit non è mai stata fatta chiarezza, al di fuori delle testimonianze di chi quei fatti li ha vissuti in prima persona. Tuttora è infatti tutto avvolto da un velo di omertà, molti aspetti di quello che successe durante quella notte non sono ancora del tutto chiariti e la stessa regista (che torna finalmente dietro la macchina da presa dopo sette anni dall'ultima volta) ammette di essere stata costretta a romanzare (forse troppo) i fatti dell'accaduto. E l'accaduto è un terrificante fatto di cronaca che vide tre afroamericani brutalmente massacrati e uccisi dalle forze di polizia. E a narrare questi tragici eventi sono lo sceneggiatore Mark Boal e la regista Kathryn Bigelow. Dopo The Hurt Locker e Zero Dark Thirty, Kathryn Bigelow ed il suo inseparabile sceneggiatore, il giornalista Mark Boal, scelgono infatti di rappresentare i fatti di Detroit, e questo caso specifico accaduto in una delle più grandi città d'America, nel film omonimo, Detroit, film del 2017, con la capacità di mostrare la verità dei fatti in un film documentario che ha la capacità di presa sullo spettatore come l'escalation emotiva che provoca un susseguirsi di eventi che portano alla risoluzione di un thriller, trascinando così lo spettatore in uno degli episodi più violenti della moderna storia americana. Un episodio, un film però, anche se dal punto di vista politico potrebbe essere uno schiaffo a Trump e le sue "ideologie", che ha lo scopo di far vivere allo spettatore non la piaga del razzismo, ma l'abuso di potere, la violenza che trascina un vortice di altre violenze ed il dramma psicologico che si trascinano le vittime che hanno subito abusi e soprusi. I fatti di Detroit avvengono nell'arco temporale di 5 giorni, ma il film si concentra nello scoppio della Rivolta del Riot (12 th street), l'abuso e la violenza da parte dei poliziotti bianchi verso i ragazzi neri ad un Motel (il famigerato Motel Algiers) e poi al termine della rivolta il processo che lascerà molti insoddisfatti.
Labels:
Anthony Mackie,
Film drammatico,
Film poliziesco,
Film storico,
Jack Reynor,
Jacob Latimore,
Jason Mitchell,
Jeremy Strong,
John Boyega,
John Krasinski,
Kaitlyn Dever,
Kathryn Bigelow,
Thriller,
Will Poulter
martedì 25 giugno 2019
Free Fire (2016)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 24/01/2019 Qui - Impossibile non pensare a Quentin Tarantino o a Martin Scorsese (che, tra l'altro, qui è produttore) mentre scorrono davanti agli occhi le scene di Free Fire, ultimo film di Ben Wheatley, peccato che questo film del 2016 sia, dopo lo strano e insipido High-Rise (tratto da Il condominio di Ballard), l'ennesima delusione. Un film tutto ripiegato su se stesso, inutilmente claustrofobico, un film dalle atmosfere pulp (giacché la storia è ambientata negli anni '70), inutilmente vintage. Il film e il regista infatti (ovviamente personalmente parlando), non riescono fino in fondo a sfruttare la concentrazione di luogo, tempo e azione. Eppure il film partirebbe bene e sembrerebbe anche svilupparsi piuttosto degnamente, poi ad un certo punto le sparatorie cominciano a diventare ridondanti e il film scivola verso il trash più totale, si vede decisamente la voglia di creare qualcosa di simile alle "Iene" di Tarantino (appunto) con ampio condimento Western di sparatorie che si sprecano, ma è tutto parecchio assurdo, anche a livello di sceneggiatura, perché il buon senso, ad un certo punto, per quanto si abbia a che fare con gente svalvolata, dovrebbe prevalere, e invece la sparatoria, l'oggetto del film, che impegna almeno 70 dei 90 minuti di cui si compone il film, insieme al finale, lascia parecchio a desiderare. L'impostazione Tarantiniana difatti, è probabilmente la maggiore forza ma anche e soprattutto la maggiore debolezza di Free Fire: chi ama il genere si sarà divertito, ma forse non avrà trovato il film sufficientemente estremo e l'avrà giudicato a volte (troppe volte) un po' lento (ma anche altro, tra questi io), mentre per chi non è appassionato di questo stile il gradimento sarà stato presumibilmente pari a zero.
Labels:
Armie Hammer,
Azione,
Ben Wheatley,
Brie Larson,
Cillian Murphy,
Commedia grottesca,
Enzo Cilenti,
Jack Reynor,
Michael Smiley,
Noah Taylor,
Sam Riley,
Sharlto Copley
sabato 6 aprile 2019
Macbeth (2015)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 06/11/2017 Qui - Trasporre il Macbeth su grande schermo sconta inevitabilmente il confronto con illustri predecessori, non nomi qualsiasi, ma registi del calibro di Orson Welles, Akiro Kurosawa e Roman Polanski. Per cui non facile era per Justin Kurzel, di cui da menzionare c'è oltre ad Assassin's Creed anche Snowtown (anche se entrambi non ho visto), proporre nuovamente l'ennesimo adattamento della tragedia "maledetta" di Shakespeare, forse il più terribile e compiuto apologo mai scritto sull'intreccio tra ambizione umana e destino. Ma non può bastare questo per giustificare un lavoro, almeno personalmente, così deludente. Perché in Macbeth, film del 2015 diretto dal regista australiano, egli punta molto, forse troppo sull'aspetto visivo, attraverso una ricerca estetica ai limiti dell'esasperante. Tanto che seppur Kurzel mette in scena con suggestivi accorgimenti estetici e rispetto del testo questa nuova trasposizione, lo fa però senza coinvolgere nelle emozioni lo spettatore, in mancanza di una vera scintilla creativa. Anche perché egli decide di riportare fedelmente sul grande schermo l'intera storia, conservando nella loro interezza (e complessità linguistica) i dialoghi shakespeariani. Infatti il contributo originale di Kurzel si limita alla messinscena (in una Scozia selvaggia e brulla a metà fra Braveheart e la Grecia arcaica di 300), per il resto l'adattamento è talmente fedele e ossequioso rispetto al testo di Shakespeare da risultare convenzionale.
Labels:
Cannes,
David Hayman,
David Thewlis,
Dramma romantico,
Elizabeth Debicki,
Film drammatico,
Film storico,
Jack Reynor,
Justin Kurzel,
Marion Cotillard,
Michael Fassbender,
Paddy Considine,
Romanzo,
Sean Harris
giovedì 28 febbraio 2019
Una notte con la Regina (2016)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 27/02/2017 Qui - Una notte con la Regina, film del 2016 diretto da Julian Jarrold, trae ispirazione da un episodio realmente accaduto ma viene forzatamente romanzato, forse troppo, dato che sembra tutto abbastanza assurdo. Il perché è presto detto, che la Principessa Elizabeth e la Principessa Margaret (che ottengono l'autorizzazione dai genitori tanto restii) uscirono per la prima volta dal Buckingham Palace per festeggiare la fine della seconda guerra mondiale (8 maggio 1945) ci può stare, ma che addirittura ciò comporta un inseguimento fra autobus, l'excursus in un bordello e l'incontro tra Elizabeth e un giovane aviatore, Jack, che non sa di avere a che fare con una principessa, mi sembra esagerato. Ci vuole tanta immaginazione e creatività che richiede una certa sospensione dell'incredulità, per credere davvero che sia tutto veritiero, soprattutto per quanto riguarda le due guardie reali ubriacone e donnaiole. Certo, c'era da immaginarselo, però non tanto convince, troppo improbabile, eppure nonostante ciò si rivela una divertente e per certi versi commovente cavalcata nella nostalgia per un'epoca lontana più semplice ed un cinema più incline al sogno. La ricostruzione d'ambiente, popolata da centinaia di comparse in costume, ha il sapore della messinscena teatrale o della favola disneyana, ma a rendere moderna la narrazione sono i dialoghi, ispirati nel vocabolario e nella enunciazione alle commedie sofisticate anni '40, ma carichi di senno di poi e colorati dalla nostra sensibilità contemporanea. Insomma non malissimo ma neanche eccezionale. Un altro problema è che Una notte con la Regina è un film inglese che più inglese non si può. Poiché è difficile per coloro che non lo sono comprendere l'ammirazione e la devozione che hanno gli inglesi tutti o quasi per la casa reale e che pervade tutto il film (io per esempio non l'ho mai capito e mai capirò).
Iscriviti a:
Post (Atom)









