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venerdì 31 marzo 2023

La ragazza che sapeva troppo (2016)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 31/03/2023 Qui - Un fungo parassita ha trasformato gli uomini in zombi famelici ma un gruppo di bambini sembra essersi evoluto diventando un misto tra uomo e zombi, famelico ma dalle capacità cognitive perfettamente funzionanti, i pochi superstiti umani cercano di analizzarli per trovare una cura. Visione originale e interessante del non morto a cui viene dato un cervello non da mangiare ma con cui pensare. Purtroppo la trama non sfrutta bene la buona idea di base e finisce per incagliarsi nel solito militari e scienziati pazzi. L'incipit è infatti sì intrigante e pone le basi per qualcosa di originale, salvo poi sgretolarsi (per via di alcuni inspiegabili sfondoni di sceneggiatura) col trascorrere dei minuti. Tra qualche alto e qualche basso si arriva a un finale un po' stiracchiato, quest'ultimo tra l'altro alquanto deludente. Sprecato infine il cast di buon livello presente, tra cui Gemma Arterton e Glenn Close. Voto: 5,5

domenica 14 luglio 2019

Morto Stalin, se ne fa un altro (2017)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 24/05/2019 Qui
Tema e genere: E' una commedia nera che con toni grotteschi sviluppa una tesi sul potere.
Trama: I primi di marzo del 1953, il leader dell'Unione Sovietica Iosif Stalin muore improvvisamente. Nei giorni successivi le alte sfere dell'URSS tramano e complottano per accaparrarsi il potere.
Recensione: L'autore e sceneggiatore scozzese Armando Iannucci (di genitori italiani, già ideatore della serie tv Veep) adatta il romanzo grafico La morte di Stalin di Fabien Nury e Thierry Robin, e porta sul grande schermo le confuse e drammatiche ore, consumatesi nei palazzi del potere, dopo la scomparsa del leader sovietico più sanguinario della storia. E lo fa con una commedia (una rivisitazione paradossale sugli eventi presentati nel corso della storia contemporanea) dai toni ai limiti del grottesco, che rende in modo magistrale la tragicità dei fatti. Gli odi, i rancori, le alleanze segrete, i voltafaccia che i dirigenti del partito si scatenano vicendevolmente, confluiscono nello scontro tra l'abile politico Nikita Kruscev (uno Steve Buscemi in forma smagliante) e il vendicativo ministro degli Interni e capo della spietata polizia segreta, Lavrentij Berija (Simon Russell Beale). Sciacalli attirati dal profumo di potere che, con tragicomiche trovate, tentano di avvelenarsi a vicenda per raccogliere la loro opportunità di supremazia. Immersi in un momento quanto mai volatile per la fiducia e per le promesse di alleanza che puntualmente sembrano venir tradite o rettificate, i personaggi della divertente opera, ognuno introdotto dopo una solenne e appropriata presentazione, vengono perfettamente interpretati da un coeso cast di attori il quale senza alcun timore stabilisce il tono sguaiato di una pellicola che non lascia intrappolata l'occasione per piazzare una battuta, meglio ancora se nel contesto risulti alquanto inappropriata. Perché l'arguzia del film di Armando Iannucci risiede nel coraggio di trattare strazianti avvenimenti da tempo confermati avvalendosi di una cattiveria sottile, abile nel pungere come saprebbe fare una freccia appuntita e instaurando una farsa che trae il proprio giovamento dal suo assoluto menefreghismo nei riguardi del buon gusto. E tuttavia le gag esilaranti tra le alte sfere sovietiche non impediscono al film di trasmettere la drammaticità, l'angoscia e la psicosi che devono aver caratterizzato il periodo delle grandi "purghe" staliniane, durante il quale bastava pronunciare una sillaba sbagliata per essere deportati nei gulag siberiani o brutalmente uccisi. Il film non è perfetto, le battute non sempre sono riuscite e lo humour nero non sempre risulta efficace, ci sono infatti alcuni cali nella tensione comica, ad esempio quando entrano in scena i figli di Stalin (soprattutto il figlio maschio, una caricatura stucchevole e piatta) e a volte la black comedy diventa troppo black e poco comedy (le sevizie e gli stupri sui malcapitati di passaggio). Ma nel complesso il ritmo della narrazione, le gag irresistibili tra i gerarchi, la recitazione convincente di tutti (dai protagonisti all'ultima delle comparse) ci regalano 100 minuti di vero godimento cinematografico. In più scopriamo anche qualcosa su un periodo poco noto dell'impero sovietico, il che non guasta. Inoltre sorprendentemente, contento che per una volta il titolo della versione italiana del film sia più azzeccato di quello originale (Death of Stalin).

sabato 6 aprile 2019

Macbeth (2015)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 06/11/2017 Qui - Trasporre il Macbeth su grande schermo sconta inevitabilmente il confronto con illustri predecessori, non nomi qualsiasi, ma registi del calibro di Orson WellesAkiro Kurosawa e Roman Polanski. Per cui non facile era per Justin Kurzel, di cui da menzionare c'è oltre ad Assassin's Creed anche Snowtown (anche se entrambi non ho visto), proporre nuovamente l'ennesimo adattamento della tragedia "maledetta" di Shakespeare, forse il più terribile e compiuto apologo mai scritto sull'intreccio tra ambizione umana e destino. Ma non può bastare questo per giustificare un lavoro, almeno personalmente, così deludente. Perché in Macbeth, film del 2015 diretto dal regista australiano, egli punta molto, forse troppo sull'aspetto visivo, attraverso una ricerca estetica ai limiti dell'esasperante. Tanto che seppur Kurzel mette in scena con suggestivi accorgimenti estetici e rispetto del testo questa nuova trasposizione, lo fa però senza coinvolgere nelle emozioni lo spettatore, in mancanza di una vera scintilla creativa. Anche perché egli decide di riportare fedelmente sul grande schermo l'intera storia, conservando nella loro interezza (e complessità linguistica) i dialoghi shakespeariani. Infatti il contributo originale di Kurzel si limita alla messinscena (in una Scozia selvaggia e brulla a metà fra Braveheart e la Grecia arcaica di 300), per il resto l'adattamento è talmente fedele e ossequioso rispetto al testo di Shakespeare da risultare convenzionale.

martedì 5 febbraio 2019

Pride (2014)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 02/11/2016 Qui - Diretto dal teatrante britannico Matthew WarchusPride (pellicola drammatica del 2014), è un film civile appassionato e spesso vibrante che offre una prospettiva inedita alle lotte del movimento di liberazione omosessuale, qui accoppiato alle giuste rivendicazioni dei minatori in un periodo di forti mutamenti sociali come gli anni '80, che videro anche la comparsa del terribile morbo dell'AIDS. Questa pellicola infatti riporta sullo schermo un importante episodio della storia politica inglese e lo fa in maniera molto dettagliata (in alcuni punti, addirittura eccessiva) e piuttosto attinente ai fatti reali attraverso le svariate vicende personali dei singoli personaggi, arrivando così a presentare un quadro piuttosto esaustivo, o per lo meno, abbastanza efficace e chiaro, della realtà politica inglese ai tempi del Ministro Thatcher. Pertanto il film si snoda come un documentario "romanzato" ma assai interessante anche per chi non conosce a fondo l'andamento effettivo degli avvenimenti riguardanti le lotte condotte in Inghilterra a favore dei diritti degli omosessuali. Lotte che portarono il Parlamento inglese a mutare in loro favore alcune importanti leggi. L'efficacia nonché il valore di questa pellicola si basa in ogni caso soprattutto sulla bravura di tutti gli attori che vi hanno preso parte, a noi, forse, conosciuti in parte, e sull'ottima ricostruzione storica degli ormai lontani anni '80, pertanto è come fare un salto nel passato con anche un poco di nostalgia. Interessante soprattutto come documento storico, Pride è un film pieno di valori condivisibili che difendono le minoranze discriminate siano esse gay e lesbiche, operai, o solo gallesi oppure semplicemente donne.