Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 31/07/2024 Qui - Non c'è nulla di innovativo sotto il sole delle Samoa Americane: Taika Waititi ci offre una storia sportiva di determinazione e redenzione che abbiamo già visto innumerevoli volte, ricorrendo a tutti i cliché del genere. Nonostante ciò, le avventure della squadra di calcio più disorganizzata del mondo sono piacevoli da seguire, grazie a personaggi carismatici, sentimenti genuini e interessanti scelte di regia. La partita finale è così ben realizzata da sembrare convincente, nonostante il tono comico, soprattutto grazie all'originale narrazione del secondo tempo in flashback. Sebbene non sia originale o imprevedibile, il ritmo è costante e l'umorismo è efficace, proprio come il personaggio di Michael Fassbender, un allenatore inizialmente odioso (anche se i suoi momenti di gloria e caduta sono piuttosto prevedibili). Il film è decisamente ironico; non scatena grandi risate, ma è comunque divertente nella sua semplicità. Voto: 6 [Disney Plus]
- Home page
- Classifiche
- CINEMA
- Film Anno per Anno dal 2015 ad Oggi
- Tutti i Film
- Film e visioni speciali
- Giornata della Memoria
- Academy Awards
- Filmografie registiche
- Approfondimenti cinematografici
- Day cinematografici
- Saghe cinematografiche
- Cortometraggi
- Promesse cinematografiche [Dal 2018 al 2021]
- NOTTE HORROR
- HALLOWEEN
- CHRISTMAS
- MCU
- DC
- STAR WARS
- Agatha Christie
- ALIEN
- John Wick
- Fast & Furious
- IL GIRO DEL MONDO CINEMATOGRAFICO
- Sharknado
- La notte del Giudizio
- I Spit On Your Grave
- GEEK LEAGUE
- LISTE & CLASSIFICHE ANIME
- ANIME-TION MOVIES & SERIES
- AGGIORNAMENTI LIVE VISIONI & GAMES
Visualizzazione post con etichetta Michael Fassbender. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Michael Fassbender. Mostra tutti i post
mercoledì 31 luglio 2024
venerdì 31 maggio 2024
The Killer (2023)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 31/05/2024 Qui - Il film è apprezzabile per la prima mezz'ora e nei momenti in cui il protagonista esprime a voce alta le sue riflessioni introspettive. Tuttavia, ci si aspetterebbe di più dal regista di Mank, non solo un film d'azione con uno script così scontato e una vendetta prevedibile e mal gestita. L'azione è poi fondata su un malinteso. Si distingue solo la scena con Tilda Swinton, che però non basta. Il film si lascia guardare, grazie alla regia precisa di David Fincher, al montaggio incisivo e alle impeccabili colonne sonore del duo abituale del regista. Nonostante ciò, il film dà l'impressione di essere salvato solo dalla maestria di chi lo ha diretto, poiché in mani diverse sarebbe risultato un completo fallimento. Voto: 6 [Netflix]
mercoledì 23 giugno 2021
X-Men: Dark Phoenix (2019)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 23/06/2021 Qui - Film un po' deboluccio della saga X-Men. Sarà che la trama sa un po' di brodo riscaldato, dato che la storia riprende quella dell'episodio "Conflitto finale", sempre parlando dei film sugli X-Men. Sicuramente il punto di vista è diverso, gli interpreti sono diversi, e l'intreccio è diverso, ma ci sono dei punti in contatto che fanno sì che questa storia non sembri originalissima. Mettiamoci inoltre un ritmo un po' blando, la quasi assenza di momenti di grosso pathos, e i momenti clou giocati un po' male, ed ecco che questo film degli X-Men si rivela tra i più deludenti quanto meno dell'universo "prequel" (si salvano solo i toni e le atmosfere più cupe del solito, ma diversi momenti lasciano l'amaro in bocca). E' infatti un capitolo finale abbastanza deludente di una saga iniziata bene da Matthew Vaughn e proseguita con il giusto piglio dallo specialista Bryan Singer. Che poi, la CGI è accettabile, la regia modesta (dello sceneggiatore e produttore Simon Kinberg, al suo esordio dietro la macchina da presa) ma dignitosa, il vero problema risiede nella (sua) sceneggiatura (oltretutto piena di espedienti inutili, che si svolge nella maniera più piatta, lineare e anti-climatica possibile, senza un guizzo, un'idea che sia una, con annessi dialoghi banali e ripetitivi), soprattutto il personaggio di Jessica Chastain (che bionda non si può vedere) è privo di qualsiasi profondità. In realtà non aveva senso inserire una villain in questa storia, perché lo era già la protagonista stessa (Sophie Turner, che inoltre qui convince molto poco), senza mettere in mezzo improbabili alieni muta-forma. I personaggi, semplicemente non hanno caratterizzazione: non hanno fascino, non attirano simpatie/antipatie, nulla di nulla. Charles Xavier sembra posseduto da una personalità di Split, Magneto è confuso e non sa nemmeno lui cosa vuole, idem per Hank McCoy. Non ci sono nemmeno le fantastiche sequenze di Quicksilver che avevano salvato ed elevato (forse anche eccessivamente da me) Apocalisse (di cui questo film è sequel). Ci si diverte, nonostante tutto (l'intrattenimento d'altronde è garantito da una regia che sa valorizzare ogni centesimo del budget, con immagini luci e suoni che colpiscono lo spettatore, peccato che la sceneggiatura sia più modesta del solito, soprattutto nell'introspezione dei supereroi), ma era più che lecito aspettarsi di più. Voto: 5
Labels:
Action fumettistico,
Avventura fantasy,
Evan Peters,
Fumetti,
James McAvoy,
Jennifer Lawrence,
Jessica Chastain,
Marvel,
Michael Fassbender,
Nicholas Hoult,
Simon Kinberg,
Sophie Turner,
Tye Sheridan,
X-Men
mercoledì 19 giugno 2019
L'uomo di neve (2017)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 29/11/2018 Qui - L'uomo di neve (Giallo, Gran Bretagna, 2017): The Snowman si presenta come il più classico dei gialli, dove una vecchia gloria della polizia ormai in declino ed incapace di intrattenere relazioni umane stabili si metterà all'aiuto della nuova e carina stella emergente della polizia locale per risolvere una serie di efferati delitti a cui nessuno sembra venirne a capo. Sinceramente prima di approcciarmi all'opera il sapere che dietro alla macchina da presa ci sarebbe stato quel Tomas Alfredson che tanto bene aveva fatto con lavori come La Talpa o Lasciami Entrare aveva fatto accrescere in me un certo tipo di aspettative (anche il trailer in verità). Aspettative che non sono stato affatto ripagate, sotto nessun punto di vista. La storia scivola via in modo quasi impercettibile riempita di cliché e personaggi già visti e ritriti in questo genere di film. La sceneggiatura purtroppo non la sorregge, balbettante sin dalle prime battute fatica e seguire un certo filo logico senza mai regalare un po' di imprevedibilità alla vicenda, non riuscendo nemmeno ad imprimere quell'atmosfera tipica e caratteristica dei lavori del regista svedese. Purtroppo anche dal punto di vista cinematografico il lavoro non lo si può considerare soddisfacente, il montaggio è privo di ritmo ed alcune scene sono girate in modo molto approssimativo. L'impressione è che il film abbia tutte le potenzialità per dare qualcosa ma che la non giusta gestione di tutte le risorse abbia alla fine creato un'opera confusa, poco avvincente e di cui si poteva fare tranquillamente a meno. Perché tratto dall'omonimo romanzo di Jo Nesbo, L' uomo di neve soffre parecchia confusione narrativa oltre una fastidiosa lentezza di fondo.
Labels:
Charlotte Gainsbourg,
Chloe Sevigny,
David Dencik,
Giallo poliziesco,
J. K. Simmons,
James D'Arcy,
Michael Fassbender,
Rebecca Ferguson,
Romanzo,
Thriller drammatico,
Toby Jones,
Val Kilmer
mercoledì 12 giugno 2019
Song to Song (2017)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 24/10/2018 Qui - Speravo in un cambiamento, un'evoluzione, o quantomeno un lieve discostamento. Niente da fare. Siamo sempre fermi nello stesso identico punto. Perché esattamente come il suo predecessore, questo film dice poco. Perché già con il vacuo e noioso Knight of Cups, Terrence Malick aveva iniziato a mostrare primi segni di cedimento, e con Song to Song, film del 2017 scritto e diretto dal leggendario regista statunitense, le cose non sembrano essere migliorate. Certo, rispetto ai film precedenti (soprattutto l'ultimo) la trama è più lineare ed è chiaro fin da principio dove si voglia andare a parare, ma mai come in questo film tutti gli attori sono ridotti a bellissimi archetipi spersonalizzati, simboli in movimento che in un flusso di coscienza forzatamente poetico si fanno portatori di una morale sintetica e ingannevole, che cerca di sublimare la banalità del messaggio attraverso l'utilizzo della forma. Una forma pretenziosa e ricercata (attraverso immagini sublimemente e lentamente riprese della natura, attraverso location in generale e personaggi, esteticamente sempre molto attraenti) e con numerosi e continui flash back troppo elevata ed affatto necessaria al significato del film (assimilabile nel concetto dell'amore nel suo evolversi e nelle sue diverse sfaccettature ed incongruenze) e pertanto l'opera si appesantisce notevolmente, divenendo "costruita" e poco diretta (d'altronde il regista costruisce questa storia con le stesse ed identiche modalità con cui ha creato le sue pellicole precedenti, ovvero solo tramite immagini e suoni). Insomma un trionfo, quasi eccessivo, dell'estetica che (nuovamente), sì, appaga l'occhio dello spettatore (dopotutto anche qui sempre eccezionale è la fotografia di Emmanuel Lubezki), ma poiché esso viene (nuovamente) ripetuto in continuazione senza aggiungere nulla di nuovo, lo tedia anziché affascinarlo. Perché non possono le immagini sostituire una storia affascinante ma inconcludente come questa, quella di BV (Ryan Gosling), un musicista che cerca il successo con l'aiuto della compagna (Rooney Mara) e del suo produttore Cook (Michael Fassbender, che nel frattempo irretisce la cameriera Rhonda ovvero Natalie Portman) le cui esistenze si intrecciano in un mondo di seduzioni e tradimenti.
Labels:
Callie Hernandez,
Cate Blanchett,
Dramma romantico,
Film musicale,
Holly Hunter,
Linda Emond,
Michael Fassbender,
Natalie Portman,
Rooney Mara,
Ryan Gosling,
Terrence Malick,
Val Kilmer
venerdì 31 maggio 2019
Codice criminale (2016)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 30/07/2018 Qui - Codice criminale (Dramma, Usa 2016): Nonostante sia basato su un soggetto interessante, anche se non molto originale (uno spaccato di vita familiare, di una famiglia di criminali analfabeti e ignoranti, che pascola tra le campagne inglesi e si accampa in roulotte e il cui prepotente patriarca è convinto che il mondo sia piatto), il film di Adam Smith (Don't Think, Skins e Doctor Who) lascia un po' perplessi, forse anche più. Il film infatti, che si propone di descrivere l'impossibilità di sfuggire al proprio destino ma finisce soltanto per curarsi del folklore che gli sta intorno dimenticandosi delle motivazioni, che poggia sulle performance di Michael Fassbender e Brendan Gleeson, gira a vuoto, non diventa mai narrativamente accattivante. La vita senza regole della famiglia, gli scontri continui con la polizia, gli inseguimenti mozzafiato e il sistema che li rigetta sono alla fine difatti soverchiati da una sceneggiatura, seppur onesta, monotona e scontata. Se le psicologie dei personaggi sono discretamente descritte (anche se velleitario e privo di mordente è il rapporto padre-figlio), quello che tradisce sono le loro azioni: derubare auto per il gusto di guidarle e farsi beffe di una polizia impreparata, un padre-padrone che vuole mantenere il suo controllo sul clan (non senza qualche assurdità) e un finale che, invece di virare sul tragico, perde l'orientamento fino a sconfinare nel posticcio sono mosse che rendono evidenti i grossolani errori logici della pellicola. Una pellicola con un regia non certo efficace e ordinaria, una pellicola che non dice nulla e non va da nessuna parte, una pellicola in cui non si ha l'ardore e la voglia di immedesimarsi nel contesto e tantomeno in individui poco costruiti e isolati, una pellicola in cui le intenzioni (da cogliere qua e la) rimangono statuarie, crude e salomonicamente spente, una pellicola senza alcun motivo di interesse, nemmeno dal punto di vista socio-antropologico (superficiale e appena abbozzato qualsiasi tentativo di scandagliamento) ed emozionale. Si ha la sensazione infatti a fine visione di aver visto poco e raccontato non bene con incongruenze paesaggi-attori. Un vero peccato, perché il regista ha dalla sua le grandi interpretazioni di Fassbender e Gleeson (pur sprecando Sean Harris), dotate di quelle venature shakespeariane che avrebbero però richiesto uno script più attento e rigoroso. Così, Codice criminale (molto più efficace il titolo originale, Trespass Against Us) diventa un film onesto ma che sarà dimenticato in tutta fretta. Voto: 5+
mercoledì 29 maggio 2019
La luce sugli oceani (2016)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 29/06/2018 Qui - Il regista Derek Cianfrance non è estraneo al racconto del sentimento, del dolore e della perdita: Blue Valentine, il suo primo lungometraggio, era il racconto di un amore e della sua fine, narrato attraverso un complesso incrocio di piani temporali, mentre Come un tuono era la storia di due padri e due figli, divisi dalla legge e dalla violenza. Per questo suo terzo film adatta il romanzo di M.L. Stedman di qualche anno fa e si immerge in una cornice temporale remota, quella dell'Australia del primo dopoguerra mondiale. Infatti La luce sugli oceani (The Light Between Oceans), film del 2016 scritto e diretto dal regista, sceneggiatore, direttore della fotografia e montatore statunitense, un film indiscutibilmente raffinato, delicato e poetico che racconta di un guardiano del faro e della moglie (interpretati da una coppia altresì "reale" Michael Fassbender e Alicia Vikander) che si ritrovano di fronte a un dilemma morale quando salvano da una barca alla deriva una bambina di pochi mesi, e che decidendo di crescere la piccola come figlia loro, vivranno sulla loro pelle le conseguenze devastanti della scelta, è un film intimista e doloroso. Un film umano insomma, dopotutto Derek Cianfrance è un umanista, e lo è sempre stato. Un umanista estremo, per certi versi, capace di raccontare storie universali attraverso l'individualità, e sempre con tocco autoriale: lo aveva fatto anche in precedenza (e sempre con buoni risultati) e l'ha fatto anche qui, anche se seppur La luce sugli oceani è un'opera complessa sia dal punto di vista emotivo sia tecnico, alcune scelte di regia sono alquanto discutibili. Tanto che il risultato finale di quest'opera cinematografica lascia un amaro e disatteso senso di incompiutezza, come se mancasse sempre qualcosa benché abbia di tutto al suo interno, compresi degli attori di calibro indiscusso e una meravigliosa fotografia naturale, con sequenze suggestive e incantevoli dell'oceano, della brughiera, della natura selvaggia dell'isola australe dov'è ambientato. Sfortunatamente però il soggetto, talmente ricco di spunti di riflessione e argomenti da trattare (dopotutto molti sono i temi trattati nella pellicola, a partire dal dolore per la perdita di un figlio provato da lei per poi arrivare al senso di colpa che diventa sempre più ingombrante nella vita di lui), viene mal gestito e sviluppato, facendo in modo che il tutto resti abbastanza superficiale.
domenica 26 maggio 2019
Alien: Covenant (2017)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 06/06/2018 Qui - Sesto episodio della saga cinematografica di Alien (ottavo se contiamo i due spin-off) e secondo prequel della stessa dopo il discusso Prometheus, Alien: Covenant, film di fantascienza del 2017 diretto da Ridley Scott, è un film ambizioso ma solo parzialmente riuscito e che in parte condivide molte delle perplessità espresse in occasione dell'uscita del precedente episodio (per sapere vi basta cliccare qui, nel post che raggruppa l'intera saga tranne ovviamente quest'ultimo capitolo). Il film infatti, seppur sufficientemente gradevole in parte, ha un sacco di difetti, parecchie mancanze dal punto di vista registico e alcune scelte nella sceneggiatura non propriamente condivisibili, inoltre i contenuti filosofico-esistenziali accennati appunto in Prometheus (subito riproposti tramite un algido flashback che ci mostra il momento della presa di coscienza dell'androide David, e in cui fa una breve apparizione Guy Pearce) che tuttavia nella sua incompiutezza e furbizia furono sufficientemente in grado, nel bene e nel male, di suscitare un dibattito e di far arrovellare gli appassionati con tutta una serie di interrogativi, non vengono minimamente approfonditi, e se qualcosa esce, lasciano il tempo che trovano, relegando così il franchise al suo punto basso. Alien: Covenant difatti, sequel di un prequel che assomiglia a un reboot ma non lo è, non solo è una combinazione squilibrata e indefinita di slasher spaziale non particolarmente ispirato e fantascienza filosofica da quattro soldi, ma è anche troppe cose insieme e qualcosa di già visto. Proprio perché il film, un ibrido che ripercorre personaggi e dinamiche di "Alien" e "Prometheus", sembra un lungo déjà-vu, che combina una fusione dei due film (e non solo quelli due), facendolo così risultare un patchwork mal riuscito. Anche perché a parte il buon inizio (che mette contenuti interessanti sul fuoco e prosegue poi con una sequenza movimentata che non ci si aspetta di trovare nei primi minuti di un film), è sempre la stessa storia, quella di una navicella spaziale che in missione di colonizzazione e a seguito di una misteriosa interferenza audio, il capitano e l'equipaggio, decidono di atterrare, su un pianeta fino a quel momento escluso dalla mappatura di quel settore del cosmo. Un pianeta che se a prima vista sembra un paradiso, è in verità un mondo oscuro e pericoloso, e dove David, l'androide sopravvissuto alla spedizione Prometheus (ed "unico" abitante del luogo), cela oscuri segreti.
Labels:
Alieni,
Billy Crudup,
Callie Hernandez,
Carmen Ejogo,
Danny McBride,
Demián Bichir,
Guy Pearce,
Horror,
James Franco,
Katherine Waterston,
Michael Fassbender,
Noomi Rapace,
Ridley Scott,
Thriller fantascientifico
sabato 25 maggio 2019
Prometheus (2012)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 01/06/2018 Qui - Dopo 33 anni, quattro capitoli e due spin-off, finalmente Ridley Scott torna sul luogo del crimine, verrebbe da dire, per raccontare nuovamente di rapporti tra umani e alieni. Ma purtroppo Prometheus, film di fantascienza del 2012, lascia un po' di amaro in bocca. Il film infatti, intenzionato a ridefinire (e rinnovare non riuscendoci in larga parte) la saga di "Alien" grazie all'enorme potenzialità di un progetto che si voleva originale, ambizioso e notevole, non soltanto dal punto di vista cinematografico, narrativo, ma anche concettuale, delude le aspettative di tutti. Non soltanto dei molti appassionati e affezionati ai precedenti capitoli della saga (della quale il film, inserendosi a metà tra un reboot e un prequel, vuol spiegare gli antefatti ma anche prenderne le distanze, sperando in una nuova serialità o in un'opera con una sua propria autonomia), ma anche di chi vi si approccia spontaneamente. E non tanto perché i richiami ad Alien sono esili a dir poco, e non solo perché il metatesto filosofico nei film di fantascienza (da dove veniamo, qual è l'origine della vita?) è stato sviluppato altrove (sia prima che dopo) in modo ben più convincente e affascinante, ma soprattutto perché Prometheus niente di nuovo aggiunge ad un film dichiaratamente di genere. Certo, il film è uno spettacolo godibile per gli occhi, dopotutto tecnicamente e stilisticamente ogni aspetto è spettacolarizzato in modo estremo e curato (gli effetti speciali visivi straordinari, la fotografia evocativa, le musiche eteree, il montaggio serrato e funzionale, paesaggi e scenografie visionarie, l'iconografia futuristica della serie, affidata di nuovo agli incubi dell'artista surreale Giger, il tentativo di riproposizione di vecchie e nuove figure mitologiche, e altro ancora), e certo non si può negare la capacità del grandissimo Ridley Scott di creare suspense e di dirigere gli attori, ma questa è un'opera diseguale e imperfetta, che deve quasi tutto appunto all'apparato immaginifico, ricco di suggestioni, ma quasi nulla alla sostanza, povera di una struttura coerente e intensa. Proprio perché dietro questa magniloquenza, si avverte però confusione, tante e mal coese linee guida e, soprattutto, la mancanza di fascino in fatto di narrazione, emozioni e riflessioni. Il mito della creazione e il suo concetto infatti, si regge su un fragile piano di superficialità e vacuità. Colpa anche di una debole trama, solo a tratti intrigante e avvincente, che ha al centro l'equipaggio (un improbabile equipaggio scientifico) di un'astronave che alla ricerca delle origini e della prima comparsa del genere umano sulla Terra, si ritroverà in un pianeta ostile e a dover combattere (nel mentre l'androide David 8, comincia a perseguire, all'insaputa del resto dell'equipaggio, quelli che sono i veri obiettivi della missione) una battaglia per salvare il futuro della razza umana.
Labels:
Benedict Wong,
Charlize Theron,
Fantasy horror,
Guy Pearce,
Idris Elba,
Kate Dickie,
Logan Marshall-Green,
Michael Fassbender,
Noomi Rapace,
Patrick Wilson,
Rafe Spall,
Ridley Scott,
Thriller drammatico
sabato 6 aprile 2019
Assassin's Creed (2016)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 09/11/2017 Qui - Dopo la personale mezza delusione dell'adattamento cinematografico dell'opera Shakespeariana Macbeth, il trio Justin Kurzel regista, Michael Fassbender e Marion Cotillard protagonisti principali, ci riprovano con Assassin's Creed, la trasposizione cinematografica della serie videoludica sviluppata da Ubisoft, anche produttrice della pellicola, ma il risultato non è quello che mi aspettavo. Sono un grande estimatore della saga (è infatti il mio gioco preferito, anche se per il momento sono fermo al terzo capitolo di numero) e aspettavo quindi da parecchio questo film, da quando in occasione di Assassin's Creed 2 fecero, quei bellissimi video promozionali e non, su Ezio Auditore, ma purtroppo devo dire che anche questa pellicola mi ha deluso. Giacché quest'operazione, seppur dichiaratamente commerciale e principalmente rivolta ai fan del videogioco, è a conti fatti un prodotto riuscito a metà (tanto che ho avuto seri dubbi quale voto assegnare). Anche perché AC, come viene spesso abbreviato dai videogiocatori (compreso me), è un film strano, strano perché porta una storia originale, mai apparsa (solamente ambientata nello stesso universo) nei videogiochi del franchise, un protagonista diverso e uno stile simile alla serie ma meno incisivo, anche se il problema secondo me è il fatto di aver spostato il tutto alla mera azione, per di più con una forte "tamarraggine", seppur la storia (niente di così eclatante) non annoia, però alcune cose non vengono spiegate ed altre vengono risolte in troppo poco tempo per essere capite. Cosicché chi non ha mai giocato ai videogiochi non può capire tutto quello che vede.
Labels:
Avventura fantasy,
Azione,
Brendan Gleeson,
Charlotte Rampling,
Denis Ménochet,
Jeremy Irons,
Justin Kurzel,
Marion Cotillard,
Michael Fassbender,
Michael Kenneth Williams
Macbeth (2015)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 06/11/2017 Qui - Trasporre il Macbeth su grande schermo sconta inevitabilmente il confronto con illustri predecessori, non nomi qualsiasi, ma registi del calibro di Orson Welles, Akiro Kurosawa e Roman Polanski. Per cui non facile era per Justin Kurzel, di cui da menzionare c'è oltre ad Assassin's Creed anche Snowtown (anche se entrambi non ho visto), proporre nuovamente l'ennesimo adattamento della tragedia "maledetta" di Shakespeare, forse il più terribile e compiuto apologo mai scritto sull'intreccio tra ambizione umana e destino. Ma non può bastare questo per giustificare un lavoro, almeno personalmente, così deludente. Perché in Macbeth, film del 2015 diretto dal regista australiano, egli punta molto, forse troppo sull'aspetto visivo, attraverso una ricerca estetica ai limiti dell'esasperante. Tanto che seppur Kurzel mette in scena con suggestivi accorgimenti estetici e rispetto del testo questa nuova trasposizione, lo fa però senza coinvolgere nelle emozioni lo spettatore, in mancanza di una vera scintilla creativa. Anche perché egli decide di riportare fedelmente sul grande schermo l'intera storia, conservando nella loro interezza (e complessità linguistica) i dialoghi shakespeariani. Infatti il contributo originale di Kurzel si limita alla messinscena (in una Scozia selvaggia e brulla a metà fra Braveheart e la Grecia arcaica di 300), per il resto l'adattamento è talmente fedele e ossequioso rispetto al testo di Shakespeare da risultare convenzionale.
Labels:
Cannes,
David Hayman,
David Thewlis,
Dramma romantico,
Elizabeth Debicki,
Film drammatico,
Film storico,
Jack Reynor,
Justin Kurzel,
Marion Cotillard,
Michael Fassbender,
Paddy Considine,
Romanzo,
Sean Harris
sabato 30 marzo 2019
Eden Lake (2008)
Mini Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 29/09/2017 Qui - Eden Lake (Horror, Gran Bretagna 2008): Ho visto questo film, diretto da James Watkins (che nel 2012 ha realizzato The Woman in Black con Daniel Radcliffe), soprattutto per gli attori, Michael Fassbender (Steve Jobs), la florida e bella Kelly Reilly (Calvario, Sherlock Holmes) e Jack O'Connell (Money Monster), non certo per la storia, vista e rivista molte volte, quella di una coppia di vacanzieri che vengono "stalkizzati" da un tenace gruppo di piccoli vandali molto pericolosi, ma il risultato è stato ugualmente deludente. Perché questo film (che scade nel tragico solo grazie alle scelte a dir poco infelici dei protagonisti), che non è come si proponeva un rape and revenge classico, anzi, la vendetta non c'è e la violenza rimane "ipotetica", apprezzabile dal punto di vista tecnico, ambientazione, atmosfera, tensione (anche se in verità la suspense latita e non impaurisce affatto), prove attoriali (anche se sprecato è lui ed anche lei), spesso non ha niente d'avvincente nonostante una trama horror che poteva anche essere più appassionante e convincente. Dato che l'inseguimento della protagonista da parte di una "baby gang" attraverso la foresta è assai poco credibile, e il finale è troppo scontato e inconcludente. Inoltre, a mio avviso, non particolarmente riuscito l'intento di rappresentare realisticamente la violenza nel mondo giovanile, perché quella che ricavo non è l'immagine della società odierna reale, si vede solo un villaggio isolato di gente tutta mezza matta, com'è tipico dei film horror, e non certo della realtà. Per questo Eden Lake, che fornisce momenti di stanca e momenti interessanti (giacché in ogni caso i giovani ragazzi la loro parte la fanno in maniera tosta), non è un film del tutto riuscito. Voto: 5,5
lunedì 18 marzo 2019
Steve Jobs (2015)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 28/07/2017 Qui - Sarò forse uno dei pochi a pensarla così, ma reputo Jobs, film del 2013, diretto da Joshua Michael Stern e con protagonista Ashton Kutcher, un film migliore e più interessante nonché coinvolgente (soprattutto nella narrazione) di questo secondo film biografico su Steve Jobs, perché Steve Jobs, film del 2015 diretto e co-prodotto da Danny Boyle con protagonista Michael Fassbender, nonostante l'originalità della messa in scena e della sceneggiatura non mi ha coinvolto e convinto del tutto. Messa in scena infatti troppo teatrale, dialoghi esasperati e pieni di humor e battute intelligenti, rendono certamente il film parecchio gradevole, ma ciò non lascia il segno. Poiché questo atipico e frammentato biopic, che concentra tutta l'attenzione su tre snodi fondamentali (revisionati come fossero "in diretta", in tempo reale) della vita/carriera di Steve Jobs, non mi ha per niente appassionato. "Steve Jobs" difatti (che ricostruisce il suo burrascoso passato personale e professionale soltanto attraverso i brevi flashback e gli infiniti dialoghi) ci porta nei backstage pochi minuti prima dei lanci dei tre prodotti più significativi della carriera di Jobs, il Macintosh nel 1984, il NeXTcube nel 1988, l'iMac nel 1998, e per tre volte compaiono, in questi minuti, ostacoli e difficoltà, sotto forma delle persone più importanti della sua vita, con le quali Jobs intrattiene intense discussioni, a volte più "accese" e a volte più "temperate", comunque mai banali seppur estenuanti, soprattutto per lo spettatore, specie se non abituato al "teatro". Dato che quest'opera, che appunto non è il classico e prevedibile biopic come si potrebbe pensare, che lascia più spazio alla sceneggiatura che alla regia, che punta troppo (e non benissimo come altri) sui dialoghi (tutti d'un fiato ma senza colpi di scena), tanto che ne risente tutto il ritmo del film, è quasi in tutto e per tutto una deludente opera teatrale.
Labels:
Danny Boyle,
Film biografico,
Film drammatico,
Jeff Daniels,
John Ortiz,
Kate Winslet,
Katherine Waterston,
Michael Fassbender,
Michael Stuhlbarg,
Sarah Snook,
Seth Rogen
domenica 10 marzo 2019
X-Men: Apocalisse (2016)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 19/05/2017 Qui - Dell'Universo Marvel gli X-Men sono probabilmente la spina dorsale, ma io ho sempre preferito altro e preferisco ancora, soprattutto ultimamente, però dopo l'eccezionale Deadpool, facente parte del suo microcosmo (anche se a lui di far squadra proprio non va), dopo la straordinaria serie Legion, che al contrario non fa parte, anche se in futuro qualcosa in proposito sicuramente cambierà, e soprattutto dopo il riavvio della saga avvenuta prima con il discreto X-Men: L'inizio e successivamente con l'ottimo X-Men: Giorni di un futuro passato (ma anche per Wolverine e tutti i suoi film), qualcosa è cambiato in positivo, anche se come detto non sono affatto i miei preferiti, anzi, poco apprezzati e poco piaciuti, ma dopo aver visto X-Men: Apocalisse (film del 2016 diretto da Bryan Singer, alla sua quarta regia), nono film della lunga saga cinematografica dedicata agli X-Men e terzo ma (non ultimo) capitolo della saga prequel dedicata ai mutanti, che vede il ritorno, su tutti, di James McAvoy (Charles Xavier/Professor X), Michael Fassbender (Erik Lensherr/Magneto), Jennifer Lawrence (Raven Darkholme/Mystica) e Nicholas Hoult (Hank McCoy/Bestia), che in ogni caso fallisce nel suo evidente tentativo di superare il livello raggiunto dal predecessore, ritengo il suddetto più che onesto, certo con qualche pecca (forse più) ma molte cose piuttosto buone (soprattutto una), poiché per i miei gusti, il solo fatto che X-Men: Apocalypse (in originale) sfiori più volte l'orlo del kitsch, talvolta pescandovi a piene mani, e rimanga comunque un lavoro coeso, di gran gusto, stilisticamente ineccepibile perché eccessivo e ricco di trovate, lo rende a pieno diritto un film a dir poco riuscito. E pazienza se a qualcuno non è piaciuto, i gusti sono gusti.
Labels:
Action fumettistico,
Evan Peters,
Hugh Jackman,
James McAvoy,
Jennifer Lawrence,
Marvel,
Michael Fassbender,
Nicholas Hoult,
Olivia Munn,
Oscar Isaac,
Rose Byrne,
Sophie Turner,
Stan Lee,
Tye Sheridan,
X-Men
Iscriviti a:
Post (Atom)













