Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 17/05/2022 Qui - L'inferno della tossicodipendenza e rapporto madre/figlia. Il film si
fonda sull'interpretazione delle due attrici e l'affiatamento fra la
Glenn Close e la Mila Kunis è molto buono. Il tossico dipendente è una
bomba ad orologeria pronta ad esplodere in qualsiasi momento e siamo
sempre sul sottile confine tra volontà di uscire dal tunnel e tentativo
manipolatorio della figlia nei confronti della madre. La storia è già
rivista, ma tutto sommato ben raccontata ed attenta nel non scivolare
nel retorico o nello straziante in maniera gratuita. Per quanto sorretto
da struttura piuttosto convenzionale, non dissimile a prodotti
mediamente televisivi un po' usa e getta, Quattro buone giornate ha
infatti il merito di essere sorretto da una sceneggiatura che evita
facili ricatti melodrammatici, attenendosi ad un realismo che riesce a
focalizzare piuttosto verosimilmente l'incubo di una dipendenza che
genera derive esistenziali difficilmente dirimibili. Rodrigo Garcia (che
ha già usufruito del talento della grande diva altre volte e in diverse forme e vesti) dirige con
professionalità un film che non brilla per qualità tecniche
particolarmente evidenti, un film a tratti intenso e coinvolgente, anche
se più spesso frenato da eccessiva verbosità su questioni marginali. Un
film nella media e certamente interessante (non mancano comunque le forzature) ma che se non fosse stato
nominato agli Oscar (peraltro per la canzone originale, neanche poi così
tanto eccezionale) non avrei sicuramente visto, dopotutto di memorabile non c'è praticamente niente. Voto: 6
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martedì 17 maggio 2022
lunedì 17 maggio 2021
La ballata di Buster Scruggs (2018)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 17/05/2021 Qui - Davanti agli occhi dello spettatore una mano sfoglia un libro a partire dalla copertina e dal frontespizio: così comincia l'ultimo film dei fratelli Joel e Ethan Coen, un film ad episodi che illustra la grande epopea americana della conquista del West da molti punti di vista diversi e soprattutto, riuscendo a comprendere molti generi diversi in un film che, si potrebbe paradossalmente affermare, non è affatto un film western. Dalla commedia con canzoni dell'esilarante episodio iniziale al bellissimo (per dialoghi e atmosfere) racconto horror-gotico finale, passando attraverso il bucolico dell'episodio del cercatore d'oro (con il vecchio Tom Waits) o il drammatico-patetico della vicenda del teatrino ambulante di Liam Neeson, il film è un continuo variare di generi e di temi, una teoria di personaggi i più vari e pittoreschi che possiamo immaginare, alcuni comici, altri di una tenerezza che commuove. E tutto questo sulla linea di un libro di racconti del vecchio West. La ballata di Buster Scruggs (candidato a 3 Oscar nel 2019) è l'ennesima conferma dell'inossidabile talento dei fratelli Coen, capaci come pochi a riplasmare le coordinate dei generi e che, in questa antologia, sintetizzano sei pillole in cui si addensano i fantasmi di un mondo passato e le eterne ossessioni di questi due grandi autori. Qualche pecca ogni tanto, ma risultato notevole. Voto: 7
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Avventura,
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martedì 27 ottobre 2020
Seberg - Nel mirino (2019)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 27/10/2020 Qui - Biopic che si concentra sulla parte politica della vita dell'attrice Jean Seberg (interpretata e bene da Kristen Stewart), sulle sue battaglie per sostenere i diritti dei neri nell'America di fine '60 e sulla persecuzione da parte dell'FBI, un film "alla Eastwood" nel raccontare una storia americana in cui il governo martirizza esponenti e sostenitori politici con ogni mezzo. Ben tratteggiata (anche se il disagio emotivo dell'attrice è poco enfatizzato, si intuisce che ha dei cambi d'umore e dei momenti di depressione ma il problema è poco approfondito) la protagonista (con anche alcuni riferimenti alla sua carriera d'attrice), buono tutto il (valido e conosciuto) cast (anche se paiono sprecati sia Anthony Mackie che l'altro protagonista Jack O'Connell), ben fatta la messinscena, un modo per riscoprire un personaggio che molti forse hanno dimenticato e che tanti non conoscono. Certo, manca l'intrigo, manca la nota scura, è fin troppo lineare, ma è realizzato bene, non demerita, ha dei bei costumi anni '70 e la Stewart (oramai lontana fortunatamente dalla "Bella" che l'ha resa celebre, qui poi sensuale come non mai) che è molto in parte, offre una valida performance. Voto: 6
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Benedict Andrews,
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Film biografico,
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Thriller drammatico,
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Yvan Attal,
Zazie Beetz
martedì 5 maggio 2020
Una giusta causa (2018)
Titolo Originale: On the Basis of Sex
Anno e Nazione: USA 2018
Genere: Biografico, Drammatico
Produttore: Robert W. Cort
Regia: Mimi Leder
Sceneggiatura: Daniel Stiepleman
Cast: Felicity Jones, Armie Hammer, Justin Theroux, Sam Waterston, Kathy Bates
Cailee Spaeny, Jack Reynor, Stephen Root, Callum Shoniker
Chris Mulkey, Gary Wentz, Ben Carlson
Cailee Spaeny, Jack Reynor, Stephen Root, Callum Shoniker
Chris Mulkey, Gary Wentz, Ben Carlson
Durata: 112 minuti
Felicity Jones nella biografia dell'icona del femminismo Ruth Ginsburg.
La sua carriera di giudice della Corte Suprema, dagli studi in legge alla vittoria in tribunale contro una legge discriminatoria.
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Armie Hammer,
Cailee Spaeny,
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Film biografico,
Film drammatico,
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Justin Theroux,
Kathy Bates,
Sam Waterston,
Stephen Root
sabato 1 giugno 2019
Scappa: Get Out (2017)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 03/08/2018 Qui - Il 23 gennaio, all'annuncio delle nomination degli Oscar 2018, un nome su tutti balzò all'occhio con grande sorpresa ed incredulità, era quello di Scappa: Get Out, prodotto (secondo alcuni estimatori) dal Re Mida dell'horror indipendente Jason Blum (e la sua casa di produzione Blumhouse) e scritto e diretto dall'esordiente Jordan Peele. Personalmente infatti proprio non capivo come avesse fatto questo film (un ibrido con elementi del thriller psicologico, della commedia nera, della fantascienza e dell'horror), alquanto prevedibile dal trailer e non proprio originale nella trama (appunto questo Get Out da noi tradotto semplicemente con la parola scappa, che è il percorso che dovrà fare il nostro povero sciocco e innamorato ragazzo di colore in una giornata che già sembrava andare nel verso sbagliato per lui e la sua mente) a ricevere quattro candidature, compresa quella cruciale di Miglior Film. Per questo non posso perciò non rivelare che questo lungometraggio lo aspettavo da molto tempo e con ansia, e non solo perché sono un amante del thriller che questi anni ci ha regalato delle perle di rara bellezza e tensione, come lo sono stati The Invitation del 2015 e Man in the Dark del 2016, non dimenticando It Follows, opera seconda di David Robert Mitchell, ma proprio per capire il perché di questo successo, il perché di queste candidature e il perché dei premi vinti. Non riuscivo insomma a trovare risposta, ma la risposta c'è, ed è negli scorrevolissimi cento minuti di Get Out, che dopo un primo atto di tensione e di presagi ed un secondo di pura suspense disseminata tanto di indizi validi quanto di volutamente fuorvianti, rivela con un twist ingegnoso la sua vera natura: quella di un horror cristallino, mix di terrori terreni e paranormali, ironico ma tremendamente diabolico e strettamente aderente al cinema di "mezzanotte". Un film che riesce ad intrigare e intrattenere grazie ad un ritmo straniante, a dei dialoghi arguti e intelligenti e ad un'ottima costruzione narrativa della tensione. Questo film del 2017 è infatti, dopo averlo visto, il thriller psicologico-horror (poiché pur avendo gli stilemi dell'horror e alcune scene che lo ratificano come appartenente a pieno titolo al genere, è la psicologia che regge tutto il gioco rendendo ogni scena importante e portatrice di un proprio senso esclusivo) che non ti aspetti.
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Horror grottesco,
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Thriller
lunedì 25 marzo 2019
George Romero Day - Monkey Shines: Esperimento nel terrore (1988)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 05/09/2017 Qui - Ho sempre desiderato una scimmietta, tipo quella de Una Notte da Leoni, ma anche quella del film Ace Ventura con Jim Carrey oppure quella "sfortunata" nel film di Indiana Jones (se odio i datteri lo si deve soprattutto per quel motivo), certamente non quella che in Monkey Shines: Esperimento nel terrore (Monkey Shines: An Experiment in Fear), film del 1988 diretto e sceneggiato da George A. Romero, di cui questa rassegna ad opera della combriccola di blogger (di cui lista trovate a fine post) gli rende onore dopo la sua recente dipartita (avvenuta il 16 luglio scorso), a causa di un esperimento alquanto controverso ha comportamenti non totalmente consoni e distruttivi. Il film infatti, del regista ex settantenne, comunemente definito Re degli zombie, giacché i suoi film prevalentemente sui morti viventi hanno ridefinito e portato i suddetti film di genere ad un livello qualitativamente più alto, è un fanta-thriller (non certamente un horror in piena regola) sul tema della violenza indotta da una sperimentazione scientifica indifferente a limiti etici e al rispetto degli individui. Monkey Shines difatti, che non avevo in ogni caso mai visto (al contrario ovviamente dei suoi piccoli grandi e geniali capolavori) è un film completamente diverso dallo zombie-movie sofisticato a cui aveva abituato il proprio pubblico. Ma a testimoniare il suo genio, sforna ugualmente uno splendido e suggestivo thriller psicologico, seppur atipico e poco "Romeriano" vista la forte componente drammatica mentre è misera quella sociale/horror, che occhieggiando nientemeno che a La Finestra sul Cortile di Hitchcock, trascina lo spettatore rapito nei meandri allucinanti della mente umana e non solo. Giacché le cose migliori della pellicola (che in ogni caso non è stata per me facilissima da vedere) sono proprio quelle inerenti al dramma vissuto dal protagonista, costretto su una sedia a rotelle per colpa di un grave incidente. Regista (molto abile anche nel definire i caratteri dei personaggi) e attore sono infatti bravi nel rappresentare la sofferenza, la rabbia repressa e l'impotenza di chi vive una situazione simile. E ne ha da vendere Allan (Jason Beghe), da prestante e atletico ragazzone a paralitico in sedia rotelle in pochissimo tempo. In balia di una madre assillante, che mette a servizio del figlio un'infermiera, ossessiva e bisbetica (Christine Forrest), che diventa una sua fida confidente, e abbandonato dalla sensuale fidanzata (Janine Turner) sprofonda nella depressione totale.
lunedì 4 marzo 2019
L'ultima parola: La vera storia di Dalton Trumbo (2015)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 25/03/2017 Qui - Il nome Dalton Trumbo, prima di vedere la pellicola di Jay Roach, non mi diceva assolutamente niente. Ora invece posso dire di aver rivissuto la vita e le gesta di un piccolo grande eroe della nostra epoca. Tratto dall'omonima biografia composta da Bruce Alexander Cook, L'ultima parola: La vera storia di Dalton Trumbo (Trumbo) prende le mosse nel 1947 quando, a seguito della fine della Seconda Guerra Mondiale e alla vittoria degli Alleati, i rapporti fra gli Stati Uniti e l'Unione Sovietica già cominciano ad incrinarsi. Di questo si risente anche nella politica interna, con una crescente fobia di massa, abilmente alimentata dai media e da giornalisti e personaggi dello spettacolo quali John Wayne e Hedda Hopper, nei confronti del comunismo e dei suoi sostenitori. Iscritto al Partito Comunista americano fin dal 1943, Trumbo si ritrova inevitabilmente preso in causa e vedrà il suo lavoro ridimensionato. Si assiste perciò ad un dipanarsi di eventi, narrati con l'espediente di mixare momenti di finzione pura a filmati di repertorio oppure a ricostruzioni in bianco e nero appunto di fasi dei processi subiti da Trumbo e gli altri dissidenti che con lui formavano i cosiddetti 'Dieci di Hollywood', dove però si ha l'impressione che tutto sia un po' edulcorato. Trumbo infatti, ci racconta il calvario umano non solo del protagonista, ma di tutte le persone che come lui si sono trovate nella parte dei "colpevoli" nella famigerata caccia alle streghe di quegli anni. Perché in realtà scopriamo che il personaggio interpretato da un eccezionale Bryan Cranston (che ha lavorato degnamente e benissimo in All The Way, film per la tv dello stesso regista) altri non è che un geniale sceneggiatore, reo solamente di scrivere le sue brillanti storie fumando nella sua vasca da bagno.
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sabato 2 marzo 2019
All the Way (2016)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 06/03/2017 Qui - Una storia, di un uomo che ha davvero cambiato la storia, cambiando per sempre la società americana soprattutto nera. All the Way infatti, film per la tv del 2016, è un film biografico sull'ex presidente degli Stati Uniti Lyndon B. Johnson, che diviene il presidente degli Stati Uniti d'America nel caotico periodo che si sussegue all'assassinio di Kennedy. Johnson trascorre ben 11 mesi alla Casa Bianca seguendo l'approvazione del Civil Rights Act e preparando la campagna elettorale che gli permetterà di non essere più il "presidente sostituto". Johnson che viene interpretato magnificamente dallo straordinario protagonista di Breaking Bad, Bryan Cranston, che affiancato da Anthony Mackie e Melissa Leo, da vita al film, film storicamente nonché politicamente interessante. All the way, adattamento cinematografico del primo di due spettacoli teatrali (di Robert Schenkkan) dedicati alla presidenza di Lindon B. Johnson copre il primo anno di incarico dal novembre 1963 (dopo l'uccisione di John F. Kennedy essendo vicepresidente) fino all'elezione del novembre 1964 focalizzando l'attenzione in particolare sul suo impegno per l'approvazione di una legge sui diritti civili degli afroamericani. La figura di Lindon B. Johnson è stata in questi ultimi anni presente in almeno tre film. In J. Edgar di Clint Eastwood se ne mostrava il non facile rapporto con Edgar Hoover, nume tutelare dell'FBI. In Selma: La strada per la libertà al centro si trovava il suo rapporto con Martin Luther King e la questione razziale, mentre in Jackie (dallo scorso 16 febbraio al cinema) presumibilmente si sottolinea lo scarso feeling di Jacqueline e Bob nei confronti di un vicepresidente che aveva voluto giurare, in modo considerato un po' sospetto, direttamente sull'aereo che riportava la salma di Kennedy da Dallas. In questo interessante film, prodotto da Steven Spielberg con l'HBO (di cui al timone di regia vi è uno specialista di TV movie come Jay Roach), Johnson è stabilmente al centro della scena con la sua rudezza e anche volgarità tutta texana ma anche con la determinazione nel voler portare a compimento il Civil Right Bill pensato da Kennedy. Non è un caso che ci sia Spielberg tra i produttori perché, in più di un'occasione ci si ritrova a pensare che la storia ripete se stessa. Come nel Lincoln Spielberghiano i compromessi, i giochi non sempre politicamente limpidi sembrano essere inevitabili se si vuole ottenere il risultato finale. L'uomo del Sud convinto di poter persuadere anche i più riottosi Stati meridionali della Confederazione a vedere in lui il simbolo della tradizione che deve confrontarsi con una giustizia troppo a lungo negata, è costretto a ricredersi. Tanto che nella campagna elettorale per l'effettiva elezione a Presidente si troverà contro un candidato decisamente razzista come Barry Goldwater.
venerdì 28 dicembre 2018
Sweetwater (2013)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 02/05/2016 Qui - Sweetwater è un solido e avvincente western del 2013 del regista Logan Miller, co-sceneggiatore insieme al fratello gemello Noah. Uno sceriffo tanto folle quanto spietato nell'eseguire il suo compito di tutore della legge che danza al tramonto dando libero sfogo alla sua vena di bizzarria ("preferisco essere definito originale") è l'immagine simbolo di questo geniale film western, che riesce a rinverdire i fasti del genere. A fare da corollario a questo tutore della legge davvero fuori dall'ordinario troviamo da una parte un viscido reverendo che predica bene ma razzola male, falso come quel bianco accecante che tanto ama e con cui dipinge la "sua" chiesa e l'inquietante schiera di crocefissi che la circondano, e dall'altra un'avvenente ex prostituta ora moglie innamorata e fedele di un contadino messicano in lotta perenne nel quotidiano nella speranza di garantire serenità alla sua famiglia. Ma quando Miguel, il messicano, incrocia sulla sua strada il reverendo Josiah, il destino gli riserva una amara sorpresa. Peccato (per l'ipocrita predicatore) che la tenera mogliettina riveli la tempra di una amazzone e che lo sceriffo Cornelius Jackson dietro sua follia nasconda metodo investigativo e ostinata ricerca della verità. Siamo dalle parti del revenge movie, ma questa volta l'angelo della vendetta ha le fattezze, davvero angeliche bisogna ammetterlo, di una splendida fanciulla cui una vita difficile e un passato torbido non sono riusciti ad annientare una grazia innata. Sweetwater è, diciamolo per dissipare ogni dubbio, un western piccolo ma efficacemente confezionato, con un'eccellente fotografia e un'aderente colonna sonora, e con un mood malinconico in parte rotto dalla sprezzante ironia insita nel personaggio dello sceriffo Jackson, un irresistibile Ed Harris (in stravagante versione "capellona").
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