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venerdì 31 maggio 2024

War Machine (2017)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 31/05/2024 Qui - Ridicolarizzare la politica estera americana narrando la megalomania di generali scollegati dalla realtà è un tema centrale che spesso sfugge alle riflessioni stesse di militari e politici: la limitata o inesistente conoscenza del territorio, la mancata comprensione degli abitanti e, di conseguenza, le inevitabili conseguenze a lungo termine delle guerre condotte dagli Stati Uniti (e dall'Occidente in generale). Il film rappresenta una situazione grottesca, oscillando (forse non sempre in modo fluido) tra la commedia nera e la denuncia, dal grottesco umano al dramma finale. Sebbene il film presenti debolezze (come una voce narrante troppo presente), espone anche le ipocrisie della politica estera americana con uno script che, finalmente, fornisce un'analisi precisa della realtà storica internazionale, evitando gli errori grossolani che spesso caratterizzano tali film. Questo film, seppur non particolarmente coinvolgente e tendente alla ripetitività, degno di nota per la sua integrità. Voto: 6 [Netflix]

giovedì 30 giugno 2022

Diamanti grezzi (2019)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 30/06/2022 Qui - Questo è uno di quei film che non passa inosservato, drogato com'è di nervosismo e testosterone e giocato dall'inizio alla fine su toni urlati e volgari. Tiratissimo dal primo all'ultimo minuto, pone lo spettatore sulla china sdrucciolevole presa dalla vita di un sorridente, fantastico, Adam Sandler, che nel cimentarsi in una pellicola un po' più seria del solito (distante mille miglia da quella leggera, ma comunque apprezzabile, offerta in Hubie Halloween), dimostra carattere. In una vicenda (scivolando scivolando si resta a guardare avvertendo sulla schiena i brividi freddi di un vorticoso "tutto andrà male" che sembra non avere fine) che ogni tanto colpisce nel segno, ogni tanto vi sono dei momenti meno appassionanti ed inoltre i traffici del gioielliere non risultano sempre chiarissimi o facili da seguire. Dopo il finale drammatico rimane l'impressione di un film nel complesso ben fatto anche se non memorabile (infatti la storia ha alti e bassi, non annoia ma non riesce mai a fare lo scatto per diventare indimenticabile o quasi), che vale però indubbiamente la visione. Non mi aveva convinto l'esordio cinematografico dei fratelli Josh e Benny Safdie (avvenuto con Heaven Knows What), lo fa questo, travolgente parabola dissacratoria. Voto: 6,5

giovedì 30 settembre 2021

Judas and the Black Messiah (2021)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 30/09/2021 Qui - Il giovane Shaka King (all'attivo un solo film prima di questo, film che tra l'altro non ho visto) è abile nella regia e nel gestire tempi narrativi che mischiano ricostruzioni storiche con parti romanzate per mettere in scena una storia dolorosa, politica, d'impatto, scomoda. Un argomento complicato da rappresentare con efficacia se non attraverso un efficace accostamento biblico, che ai conti storici, rende molto bene le dinamiche che si creano tra il protagonista William O'Neal (ben interpretato da Lakeith Stanfield, era nel cast di Knives Out) e il leader della Pantere Nere. Daniel Kaluuya (migliore attore non protagonista agli ultimi Oscar, già applaudito per Scappa - Get Out) è perfetto nel rendere credibile e umana la scomoda figura del carismatico Fred Hampton ucciso dalla polizia a soli 21 anni (bravo anche Jesse Plemons nei panni dell'agente dell'FBI, era in The Irishman). Judas and the Black Messiah è una pellicola molto ben fatta. Dall'ottimo ritmo narrativo è in grado di creare riflessioni sulla corrente rivoluzionari di Hampton, l'ultimo salvatore della comunità afroamericana che ha tentato si smuovere le masse proponendo una rivoluzione dal basso, dal popolo, in grado di sovvertire il marcio della politica. Forse il neo del film è quello di concentrarsi troppo sul suo "Messiah" e di mischiare aspetti amorosi, di secondo piano, che non apportano nulla alla poetica di fondo, ma rimane un buonissimo prodotto filmico (non male la canzone da Oscar). Narrativamente, forse, avrebbe giovato di un allargamento della situazione socio-politica per rappresentare con più efficacia la portata dell'ideologia di Hampton, mentre in realtà la pellicola preferisce virare sul sicuro proponendo una duplice prospettiva che mette in parallelo il messia con il suo giuda. Nonostante le sue imperfezioni, rimane uno dei più bei biopic di quest'anno visti da me e in generale. Voto: 7

venerdì 20 settembre 2019

Millennium - Quello che non uccide (2018)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 19/09/2019 Qui
Tema e genere: Quinto adattamento per il grande schermo delle (dis)avventure di quella che, ormai, si può considerare a tutti gli effetti una vera icona dei nostri tempi, Lisbeth Salander, la protagonista della saga Millennium di Stieg Larsson.
Trama: Mentre si trova coinvolta nell'ennesimo caso, il passato di Lisbeth Salander torna a bussare alla sua porta.
Recensione: Chi è abituato alle atmosfere tipiche della saga Millennium (quella del thriller a tinte fosche, con sfumature di macabro) rimarrà sorpreso (o forse deluso e indignato): questo è un action movie. Un action neanche tanto eccezionale, un action che sminuisce ogni cosa di buono era stata creata in precedenza. Uomini che odiano le donne. Maschilismo, perversione, la figura femminile che diventa un oggetto di piacere. Nessuna etica, nessuna moralità. Le intenzioni erano chiare fin dal titolo per lo scrittore Stieg Larsson: andare oltre il limite, sfidare il lettore (lo spettatore) a immergersi in un universo cupo, violento, sessualmente esplicito. Sulla carta (e sullo schermo) era un'operazione non adatta a tutti. Risultato? Milioni di copie vendute, una trilogia di bestseller (Uomini che odiano le donne, La ragazza che giocava con il fuoco e La regina dei castelli di carta) e quindi di pellicole omonime (la prima diretta da Niels Arden Oplev, le altre due da Daniel Alfredson). Alla morte di Larsson le redini del progetto vengono prese dal giornalista David Lagercrantz, con altri due romanzi (Quello che non uccide e L'uomo che inseguiva la sua ombra), e il cinema riparte da qui, dal quarto capitolo della serie Millennium. Difficile raccogliere l'eredità lasciata da David Fincher con il suo Millennium - Uomini che odiano le donne (a sua volta reboot dei tre film svedesi che avevano lanciato l'attrice Noomi Rapace): la geometria delle inquadrature, l'immagine di una Svezia in qualche modo "americanizzata" (le riprese erano state realizzate a Montreal), l'oscurità che incombeva sulla nazione. La macchina da presa non distoglieva lo sguardo dai momenti forti, dal sangue e dalle scene "d'amore". Invece il nuovo Millennium - Quello che non uccide viaggia con il freno a mano tirato. Ha paura di mostrare, di urtare il suo pubblico. Si propone come un prodotto di massa sempre attento a non disturbare, un prodotto decisamente diverso (che non si capisce cos'è di preciso, si presenta come un reboot ma non lo è, non è uno spin off, né un sequel diretto, ha però nuovi attori a dar volto ai protagonisti) e (mal) trasformato. Le menti dietro questo film decidono infatti di seguire la strada che solitamente si intraprende a Hollywood quando si vuole creare una saga: smorzare i toni della violenza e delle tematiche morbose e trasformare il protagonista in una sorta di super-eroe (piena di gadget come Batman). Nonostante non sia privo di una certa cruenza visiva, Quello che non uccide abbandona quelle tematiche sgradevolmente intense che hanno caratterizzato le inchieste di Blomkvist e le azioni della Salander, piuttosto va a rifugiarsi in territori spesso battuti dei legami famigliari difficili, puntando i riflettori su una fratellanza conflittuale che non convince per motivazioni. Il focus della vicenda è poi la "solita" storia di terrorismo informatico, armi di distruzione di massa e missione per salvare il mondo, roba che nelle mani di James Bond avrebbe fatto scintille, ma in quelle di Lisbeth Salander appare solo una scelta fuori contesto e lontana dagli obiettivi a cui la saga Millennium ci aveva abituato.

sabato 15 giugno 2019

Anarchia: La notte del giudizio (2014)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 07/11/2018 Qui - Meno ambiguo ma più compatto e avvincente del capitolo precedente, Anarchia: La notte del giudizio (The Purge: Anarchy), film del 2014 sceneggiato e diretto dallo stesso regista che aveva già diretto l'episodio apripista, film che è il sequel de La notte del giudizio, e quindi secondo capitolo della serie cinematografica, è a sorpresa un seguito decisamente migliore del primo, primo che aveva una buona idea di partenza (quella dello sfogo anarchico), qualche discreto momento, ma poi perdeva mordente e la noia prendeva il sopravvento. Qui le cose sono diverse: non cambia la storia che è praticamente identica al film precedente (come noto, gli USA in un prossimo futuro sono diventati una società senza tanti poveri, disoccupati, etc...grazie al fatto, si dice, che una volta all'anno, per 12 ore, ogni reato è consentito, questo "sfogo" avrebbe portato questo generale benessere...seppur ai soliti noti), si moltiplicano solo i punti di vista (in questo caso due coppie di giovani e la vicenda di un uomo solitario in cerca di vendetta), l'ambientazione passa dal chiuso delle quattro mura del film con Ethan Hawke asserragliato alla violenza in strada (che non è una bella cosa, in quella notte), inoltre c'è una buona confezione e soprattutto c'è Frank Grillo, ottimo caratterista, la classica faccia già vista in decine di film ma mai riconducibile a un nome. Attore capace e versatile: l'abbiamo visto in tanti film di genere, più o meno riusciti (End of Watch, il brutto Intersections, il buon The Grey) e grosse produzioni (Zero Dark Thirty, Captain America: The Winter Soldier). In Anarchia riveste i panni di un giustiziere della notte, dai modi spicci e a caccia della sua vendetta (anche se sulla sua strada ci saranno più innocenti che colpevoli), e se la cava abbastanza bene.

sabato 1 giugno 2019

Scappa: Get Out (2017)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 03/08/2018 Qui - Il 23 gennaio, all'annuncio delle nomination degli Oscar 2018, un nome su tutti balzò all'occhio con grande sorpresa ed incredulità, era quello di Scappa: Get Out, prodotto (secondo alcuni estimatori) dal Re Mida dell'horror indipendente Jason Blum (e la sua casa di produzione Blumhouse) e scritto e diretto dall'esordiente Jordan Peele. Personalmente infatti proprio non capivo come avesse fatto questo film (un ibrido con elementi del thriller psicologico, della commedia nera, della fantascienza e dell'horror), alquanto prevedibile dal trailer e non proprio originale nella trama (appunto questo Get Out da noi tradotto semplicemente con la parola scappa, che è il percorso che dovrà fare il nostro povero sciocco e innamorato ragazzo di colore in una giornata che già sembrava andare nel verso sbagliato per lui e la sua mente) a ricevere quattro candidature, compresa quella cruciale di Miglior Film. Per questo non posso perciò non rivelare che questo lungometraggio lo aspettavo da molto tempo e con ansia, e non solo perché sono un amante del thriller che questi anni ci ha regalato delle perle di rara bellezza e tensione, come lo sono stati The Invitation del 2015 e Man in the Dark del 2016, non dimenticando It Follows, opera seconda di David Robert Mitchell, ma proprio per capire il perché di questo successo, il perché di queste candidature e il perché dei premi vinti. Non riuscivo insomma a trovare risposta, ma la risposta c'è, ed è negli scorrevolissimi cento minuti di Get Out, che dopo un primo atto di tensione e di presagi ed un secondo di pura suspense disseminata tanto di indizi validi quanto di volutamente fuorvianti, rivela con un twist ingegnoso la sua vera natura: quella di un horror cristallino, mix di terrori terreni e paranormali, ironico ma tremendamente diabolico e strettamente aderente al cinema di "mezzanotte". Un film che riesce ad intrigare e intrattenere grazie ad un ritmo straniante, a dei dialoghi arguti e intelligenti e ad un'ottima costruzione narrativa della tensione. Questo film del 2017 è infatti, dopo averlo visto, il thriller psicologico-horror (poiché pur avendo gli stilemi dell'horror e alcune scene che lo ratificano come appartenente a pieno titolo al genere, è la psicologia che regge tutto il gioco rendendo ogni scena importante e portatrice di un proprio senso esclusivo) che non ti aspetti.