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venerdì 31 maggio 2024

War Machine (2017)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 31/05/2024 Qui - Ridicolarizzare la politica estera americana narrando la megalomania di generali scollegati dalla realtà è un tema centrale che spesso sfugge alle riflessioni stesse di militari e politici: la limitata o inesistente conoscenza del territorio, la mancata comprensione degli abitanti e, di conseguenza, le inevitabili conseguenze a lungo termine delle guerre condotte dagli Stati Uniti (e dall'Occidente in generale). Il film rappresenta una situazione grottesca, oscillando (forse non sempre in modo fluido) tra la commedia nera e la denuncia, dal grottesco umano al dramma finale. Sebbene il film presenti debolezze (come una voce narrante troppo presente), espone anche le ipocrisie della politica estera americana con uno script che, finalmente, fornisce un'analisi precisa della realtà storica internazionale, evitando gli errori grossolani che spesso caratterizzano tali film. Questo film, seppur non particolarmente coinvolgente e tendente alla ripetitività, degno di nota per la sua integrità. Voto: 6 [Netflix]

martedì 9 novembre 2021

Irresistibile (2020)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 09/11/2021 Qui - Una commedia potenzialmente graffiante, non banale per le tematiche presentate perché mette alla berlina un sistema elettorale basato sui soldi e non sui valori, e/o sulle idee. Ricorda un po' Ciao Julia, sono Kevin, con in più il messaggio critico sul coordinamento delle campagne politiche in America e il sistema informativo dei media sempre più sensazionalista e cinico. Sulla bravura degli attori, Steve Carell in primis, nulla da dire. Fanno il loro dovere in pieno (acida Rose Byrne, in parte Chris Cooper, ruvido come il ruolo richiede, acuta ed astuta Mackenzie Davis), ma non abbastanza per elevare un film (non sempre efficace nel proporre qualcosa di veramente divertente, nonostante la presenza di un Carell volenteroso e, come sempre, abile e sornione) che aveva sulla carta un potenziale molto più grande di quanto mostrato, così è solo il classico compitino svolto con diligenza (da Jon Stewart, conosciuto soprattutto come attore) e nulla più. Certamente è una visione che fila liscia senza annoiare, ma altrettanto certamente non lascia un gran ricordo nello spettatore. Voto: 5,5

mercoledì 31 marzo 2021

Atto di fede (2019)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 31/03/2021 Qui - Se non fosse stato candidato agli Oscar 2020, candidatura ricevuta nella categoria miglior canzone per I'm Standing With You, scritta da Diane Warren (a conti fatti indubbiamente meritata, è non a caso molto bella), non l'avrei certamente visto, sta di fatto che inizialmente l'avessi pure scartato, ma l'ho visionato e posso sicuramente affermare di non essermi troppo pentito. John è un adolescente che fa disperare i genitori adottivi, che comunque lo amano. Un incidente fa precipitare la situazione, ma la fede in Dio della madre saprà fare la differenza. Film leggero e strappalacrime ma con un suo perché molto chiaro nel messaggio che vuole trasmettere: la fede (e l'amore) muove le montagne (e che Dio fa miracoli, quando vuole). E nella disgrazia tornerà in discussione una serie di rapporti poco chiari. Su tutti si elevano Chrissy Metz e Dennis Haysbert in due ruoli chiave, mentre il resto del cast così come la regia (ad opera di Roxann Dawson, al debutto come regista) fanno il compitino. E va bene che purtroppo e troppo spesso si varchi il confine della retorica forzata, in particolare quando entra in scena il Pastore, davvero il più insopportabile di tutti, ma Atto di fede (in originale Breakthrough), basato sul libro The Impossible: The Miraculous Story of a Mother's Faith and Her Child's Resurrection di Joyce Smith, libro a sua volta basato su di una (incredibile) storia vera, non è inguardabile. Voto: 6

lunedì 30 novembre 2020

Under the Silver Lake (2018)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 30/11/2020 Qui - Un oggetto stranissimo questo Under the Silver Lake, quasi indecifrabile come genere anche se abbastanza vicino al noir, che funge un po' da collante ad un storia piena di rimandi e suggestioni, di eventi grotteschi e onirici. Troppa grazia? Probabilmente si, ma certamente troppa carne sul quell'attraente fuoco che il giovane e talentuoso regista di It Follows, ovvero David Robert Mitchell, dimostra di saper rincalzare bene, tra citazioni spudorate (La finestra sul cortile di Hitchcock), ed emulazioni da sballo e una storia galvanizzante quanto fumosa (una Los Angeles che sotto la patina nasconde un sotto-mondo di personaggi stravaganti e bizzarri, di complotti e serial killer, di rimandi al cinema ed al passato in particolare), ma pure un protagonista (Andrew Garfield) assai in parte e motivato (anche se personaggio senza un contesto preciso è, che segue indizi e intuizioni, ma di cui non sappiamo quasi nulla, quasi come il personaggio di un videogioco). Certo, chiudere il cerchio a quel punto, quando si sono fatti smuovere pure i massimi sistemi, è una grande incognita, ed il thriller bislacco e confusionario rimane in sospeso o indecifrato, ma a tutti gli effetti lo spettacolo risulta godibile, incomprensibile, assai attraente e glamour, forte di una splendida colonna sonora elettrizzante da serata ad effetto in terrazza snob. Non proprio all'altezza di It Follows, insomma, sia come realizzazione che soprattutto come idea iniziale, però non male. E comunque se si è alla ricerca di un film coerente e ben strutturato, in cui ogni scena ha un senso preciso, allora è questo un film da evitare, se invece si è alla ricerca di un film (dalla durata di 2 ore) che sta tra l'angoscia e l'ironia, con una carrellata incredibile di ragazze bellissime (Riley KeoughCallie HernandezRiki LindhomeSydney SweeneyGrace Van Patten), alcune scene decisamente horror e altre da commedia postmoderna, dialoghi e idee originali e spesso assurdi, allora è questo un film assolutamente da vedere. Voto: 6+

mercoledì 17 luglio 2019

BlacKkKlansman (2018)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 14/06/2019 Qui
Tema e genere: Una surreale storia realmente accaduta nel Colorado degli anni Settanta che parla in realtà dell'America di oggi. La pellicola infatti, adattamento cinematografico del libro Black Klansman scritto dall'ex poliziotto Ron Stallworth, selezionata in concorso al Festival di Cannes 2018, tratta il tema del razzismo, ma in modo non affatto convenzionale.
Trama: Anni 70. Ron Stallworth, poliziotto afroamericano di Colorado Springs, deve indagare come infiltrato sui movimenti di protesta black. Ma Ron ha un'altra idea per il suo futuro: spacciarsi per bianco razzista e infiltrarsi nel Ku Klux Klan.
Recensione: Cattivo ragazzo del cinema "all black" per eccellenza, Spike Lee quando si tratta di mettere in pessima luce l'animo razzista che si annida nella sua America non la manda certo a dire, e con questa pellicola si ripete, una pellicola tratta da una "fott*ta storia vera", come recita la dicitura ad inizio visione. Una pellicola che non per caso è Spike Lee all'ennesima potenza, per forma e contenuti. Una pellicola in cui il regista ci mette dentro tutto, dando vita da subito (tramite un lungo monologo sulla supremazia della razza bianca, monologo straordinariamente interpretato da Alec Baldwin, che in modo goffo dimentica le battute) ad una satira politica dolceamara volta a dipingere l'idiozia del razzismo. Gli elementi centrali infatti, che vengono evidenziati, sin da questo inizio di film sono l'odio e la rabbia, incarnati dal razzismo che come un serpente, corrompe l'animo delle persone, sfruttando le loro paure, spingendole anche ad uccidere, creando così di conseguenza una radicalizzazione e impoverimento dei valori, all'interno della società. Una pellicola che quindi, attraverso l'ironia e una fedele rappresentazione di un'America anni settanta, divisa, riflette e interroga, ancora una volta lo spettatore, su una realtà come non mai, sempre più attuale. Che la piaga del razzismo sia ancora un problema di forte impatto e ancora presente nella nostra società è cosa ben nota difatti, e non è la prima volta che se ne parla in un film, ma il modo in cui ne parla il buon Lee con le sue opere è sempre materia d'interesse di non poco conto, scoprendo magari cose che al contempo si legano all'evoluzione di un'idea sbagliata annidata nella (in)coscienza di determinati soggetti. Per questo uno sguardo alla vicenda, vicenda che è quella vissuta dall'agente di polizia di colore Ron Stallworth, che nel pieno degli anni '70 più confusionali si infiltrò in un'organizzazione segreta affiliata al Ku Klux Klan. Bizzarro a sentirlo ma è proprio quello che successe, ed il buon Lee (per lui la vicenda qui narrata dopotutto è anche l'occasione per poter mettere in scena una trama poliziesca miscelata ai suoi principi ideologici di cineasta, cercando una via di mezzo tra l'intrattenimento, il senso del citazionismo e la voglia di ricordare che negli States il popolo di colore è sempre stato trattato, non male, ma malissimo) non ha potuto fare a meno di appropriarsi di questa cosa per trarne una graffiante storia permeata di una feroce satira. Nei panni del prode poliziotto troviamo l'attore John David Washington, figlio del ben noto Denzel, il quale con capigliatura cotonata ripercorre tutta l'indagine, dall'idea avuta da Stallworth nell'infiltrarsi in quell'organizzazione al momento di dover presenziare alle riunioni del Klan. Ed è qui che entra in scena un suo collega, l'agente di origini ebree Filp Zimmerman, interpretato da Adam Driver, il quale dovrà infiltrarsi fisicamente in mezzo a questi pazzi esaltati, razzisti e dediti all'orgoglio dell'uomo bianco. Tra discorsi al di fuori del comune, scontri ideologici tra bianchi e neri e un'insana venerazione di un certo cinema in bianco e nero, questa indagine porterà i suoi agenti nel bel mezzo di una follia che ancor oggi sembra prendere piede tra le più deboli menti popolari (come purtroppo ben sappiamo). Una follia ben contestualizzata e ben assestata dal regista che regala momenti memorabili. Se questi sono i pregi di BlacKkKlansman, il film nella parte finale disperde in parte la sua forza annacquando il sarcasmo con il macchiettiamo dei nazisti del KKK da un lato (un po' eccessiva mi è parsa infatti la ridicolizzazione dei vertici del Klan, che potrebbe far perdere di vista le atrocità di cui l'organizzazione si è resa protagonista), e con un alto tasso di retorica dall'altro (il lungo discorso del vecchio interpretato da Harry Belafonte, con tanto di duro attacco al razzismo del kolossal muto Nascita di una nazione di Griffith: il cui titolo originario era The Clansman).

giovedì 18 aprile 2019

American Ultra (2015)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 19/12/2017 Qui - Un po' Chuck, un po' MatrixAmerican Ultra è una commedia d'azione del 2015, per fortuna con più azione che comicità, che nonostante la poca originalità e la non eccezionalità della trama, senza infamia e senza lode, porta a casa il risultato. Anche perché la prima impressione guardando questo film, è che sia derivato da un fumetto, un po' come (il passabile) Scott Pilgrim o (l'ottimo) Kick Ass, il giovane e solitario Mike (Jesse Eisenberg) vive con la coetanea Phoebe (Kristen Stewart) e quando non lavora (ma anche quando lavora) in un market sempre deserto, passa il tempo a fumarsi canne su canne e disegnare fumetti di scimmie astronaute. Salvo essere preso da assurde crisi di panico ogni volta che cerca di allontanarsi dalla routine o dal paese tra i boschi della Virginia dove vive. Potrebbe essere l'inizio di una commedia alla Clerks, ma la svolta si fa interessante, e il tono più drammatico, non appena si scopre che in realtà Mike è un operativo della CIA cui è stata piallata la memoria e data una nuova identità. Il progetto che lo vedeva "dormiente" è stato annullato e un ambizioso capetto dell'Agenzia (Topher Grace) vorrebbe toglierlo di torno definitivamente, ma un'altra dirigente con scrupoli di coscienza (Connie Britton) decide di "risvegliarlo" perché possa difendersi. Mike è rappresentato come un tenero stordito che naturalmente non si capacita delle doti assassine che scopre di avere. E questo riesce però a rendere le situazioni più divertenti e la violenza meno realistica, specie in alcune scene dagli effetti speciali molto azzeccati (la prigionia nella cantina dello spacciatore illuminata da luci UV, l'uso di una padella come sponda per sparare stando nascosti, ecc.).

venerdì 15 marzo 2019

Truth: Il prezzo della verità (2015)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 26/06/2017 Qui - Basato sulla ricostruzione dell'inchiesta politico-giornalistica del 2004 con cui un'equipe della CBS tentò di dimostrare l'imboscamento militare di G.W. Bush nella Guardia Nazionale per evitare il Vietnam, Truth: Il prezzo della verità, film del 2015 scritto, diretto e co-prodotto da James Vanderbilt, al suo debutto da regista, che ha nel suo titolo l'ambizione di voler condurre lo spettatore attraverso il percorso alla ricerca della verità, nella sua faticosa e scomoda oggettività e nel suo valore idealistico che rappresenta, è un film, una pagina di giornalismo indipendente coraggioso, passionale e a tratti eroico che avvince e convince, anche se l'opera prima dello sceneggiatore statunitense (già sceneggiatore di pellicole come Zodiac e The Amazing Spiderman) è un film controverso e forse troppo lungo. Vero è che sfrutta l'interessante parterre del genere del thriller politico e giornalistico (come Tutti gli uomini del presidente), vero è che è interpretato dai premi Oscar Cate Blanchett e Robert Redford (40 anni dopo), vero è che non sempre la "formule magique" è sufficiente a creare interesse, suspense o "Verità" appunto, ma Truth, che a dire il vero sembra un po' un minestrone riscaldato o una crasi tra Qualcosa di personale ed appunto Tutti gli uomini del presidente, che soprattutto indaga anche fino a dove i poteri occulti possano spingersi senza che nessuno se ne accorga, è un film che merita di essere visto, poiché la storia che viene narrata è così clamorosa, assurda e incredibile, che ancora dopo anni ci si chiede come sia stato possibile o così come sia stato così facile insabbiare tutto.

domenica 30 dicembre 2018

Playing it cool (2014)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 31/05/2016 Qui - Playing it cool è una divertente e spassosa commedia americana del 2014 che racconta la storia di un giovane scrittore e sceneggiatore disilluso dall'amore (Evan, interpretato da un sorprendente Chris Evans, che dimostra di non essere soltanto Capitain America) che incontra una giovane donna mozzafiato impegnata (la bella Michelle Monaghan) ad una cena di beneficenza in cui finge di essere un filantropo. Incoraggiato dai suoi amici (a dir poco) eclettici, finge un rapporto platonico con lei, al fine di continuare a vederla mentre cercherà di conquistarne il cuore, poiché innamorato di lei e del suo modo di essere, simile e in sintonia con lui. Ma non sarà facile, non solo perché lei è fidanzata e sta sposarsi, ma soprattutto perché lui non crede più nell'amore, ma grazie alla spinta del suo editore si convincerà che probabilmente scegliere l'amore è un'opzione migliore che continuare ad inseguire un sogno da scrittore anche se prima di produrre un film d'azione deve prima scrivere proprio una storia d'amore. La pellicola è abbastanza prevedibile, questo era ovvio, d'altronde i film romantici si assomigliano quasi tutti, ma vuoi un po' il cast, le scene (i costumi, le battute) divertenti e le trovate geniali, che, nonostante tutto, il film è piacevole e gradevole. Indubbiamente non è un grandissimo lavoro, il livello non eccelle in qualità (tranne forse nel nutrito e abbastanza conosciuto cast di attori), ma tutto sommato non è malissimo, anzi, la sufficienza è garantita. Voto: 6

lunedì 26 novembre 2018

The Calling (2014)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 13/02/2016 Qui - The Calling è un thriller (del 2014) abbastanza cupo e crudo con risvolti mistico-religiosi ambientato in una piccola città del Canada. Il film è tratto dal romanzo omonimo di Inger Ash Wolfe, pseudonimo del poeta e autore, Michael Redhill. Una serie di macabri omicidi scuotono la piccola e sonnolenta cittadina di Port Dundas, la caccia al serial killer con una 'vocazione' tanto elevata da consentirgli di commettere omicidi raccapriccianti, toccherà alla detective Hazel Micallef, interpretata dal premio Oscar Susan Sarandon. La detective non ha mai avuto molto di cui preoccuparsi nella sua piccola cittadina, ma sulla strada per la pensione, sarà inevitabilmente costretta a confrontarsi con un serial killer che ha terrificato tutto il paese, che vedrà, in questo viaggio raccapricciante nella zona d'ombra che accoglie fede e paura, l'intera sua vita andare fuori controllo. La donna, che con-vive con la madre, insieme ad un divorzio, un mal di schiena lancinante e gli antidolorifici per tenerlo a bada, insieme ad un 'goccetto' occasionale, si ritrova a doversi occupare dell'omicidio di una donna malata terminale, uccisa nella sua abitazione. Ma al contrario di tanti killer, la vocazione è diversa, non c’è violenza ma liberazione. Non sono le solite fanciulle, ragazze, belle donne, a pagare saranno i 12 prescelti per l’al di là. Il compito di indagare su questi delitti orribili non è facile, ma la detective riuscirà a scoprire la chiave celata in ogni omicidio e a smascherare un diabolico ed efferato piano sanguinario.