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giovedì 27 giugno 2019

The Silent Man (2017)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 31/01/2019 Qui - Questa è la vera storia di "Gola profonda", e no, non si parla di Linda Lovelace, protagonista dell'omonimo porno-cult, ma dell'uomo (Mark Felt, vice-direttore dell'FBI) "silenzioso" che, nell'America che si apprestava a rieleggere Richard Nixon per il secondo mandato, portò alla luce e fu la fonte anonima (la "Gola profonda", appunto) del famoso scandalo conosciuto come Watergate. Peter Landesman, giornalista investigativo prima che regista, lo aveva già dimostrato nel suo film d'esordio, Parkland, confermandolo poi nel successivo Concussion (Zona d'ombra con Will Smith): l'oggetto del suo cinema è da ricercarsi sempre dietro le pieghe delle verità, negli angoli nascosti di vicende realmente accadute. Ispirato ai libri dello stesso Mark Felt e di John O'ConnorThe Silent Man (The Mark Felt: The Man Who Brought Down the White House) potrebbe essere perciò considerato "il dietro le quinte del dietro le quinte" di Tutti gli uomini del Presidente, opera che mai come in questi anni di cinematografia (si pensi anche a The Post di Steven Spielberg) sta tornando alla ribalta. Più nello specifico, però, il regista è interessato a soffermarsi sull'uomo dietro il "sussurratore" e, soprattutto, sul momento cruciale vissuto all'interno dell'FBI all'indomani della morte di J. Edgar Hoover (che guidava il Bureau dal 1935): la Casa Bianca colse la palla al balzo per poter finalmente mettere mano sull'istituzione che, fino a quel momento, da statuto era sempre stata indipendente e libera da qualsiasi forma di controllo governativo. È questo, senza dubbio, l'aspetto più interessante del film, che si concentra sul difficile momento di Felt (i più lo immaginavano sarebbe stato il naturale successore di Hoover) chiamato a dover sottostare a L. Patrick Gray (Marton Csokas), nuovo direttore e uomo vicino a Nixon, primo informatore della Casa Bianca allo scoppio del caso Watergate. Peccato che la sceneggiatura talvolta fin troppo verbosa, che cerca di condensare concetti e informazioni (anche molto tecniche) dentro sguardi e momenti di alta tensione dialogica, non sempre sia perfettamente chiara ed efficace.

mercoledì 29 maggio 2019

Bleed - Più forte del destino (2016)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 06/07/2018 Qui - È curioso come il cinema sportivo sia quasi esclusivamente rappresentato da storie che raccontano il mondo della boxe. Dopo il successo mondiale del capolavoro Rocky (1976), hanno cominciato a proliferare film incentrati sul mondo della pugilistica e ispirati a storie più o meno vere. Da Toro Scatenato (1980) ad Alì (2001), Million Dollar Baby (2004) e Hurricane (1999), fino ad arrivare ai più recenti The Fighter (2010) e Southpaw: L'ultima sfida (2015), non dimenticando Creed: Nato per combattere, sempre nel 2015, tutti film che raccontano la boxe come metafora della vita e della difficoltà di farsi strada in un mondo competitivo e incentrato sul mito dell'immagine. Un filone fiorente e appassionate a cui ora (personalmente s'intende), si aggiunge Bleed: Più forte del destino, film del 2016 diretto da Ben Younger, regista di 1 km da Wall Strett, e prodotto da Martin Scorsese. Un film per questo, l'ennesima storia di caduta e resurrezione, tipica della boxe, "nobile arte" e sport appunto più cinematografico di sempre, che ha forse la "colpa" di arrivare da buon ultimo in questo sterminato (ho citato solo una parte dei film che formano un vero e proprio sottogenere) elenco, racconta infatti eventi che, sia per il fatto di essere tratti da una storia vera sia per il fatto di seguire uno "schema prestabilito" (che rientra nei canoni di tali film), si intuiscono subito dove vanno a parare, ma colpisce per il realismo, adottato dal regista, con cui vengono narrati gli incontri di boxe, dove per fortuna sono evitati gli eccessi, mostrando invece lo sport per quello che è. Uno sport di uomini duri ma soprattutto tenaci, come il protagonista, un uomo caparbio e deciso, che ha letteralmente cambiato il corso della propria vita, quasi come un eroe, anche se nella vita reale, costui Vinny Paz, non è stato un eroe, anzi si è presentato agli onori della cronaca anche per alcuni deplorevoli episodi di violenza domestica. Il film però non guarda all'aspetto negativo di Paz, pur non esaltandolo mai nemmeno come un eroe. Paz è un uomo e come tale dimostra pregi e difetti, ma un qualche cosa di eroico la possiede: quella grande forza di volontà, mista anche una dose di sana incoscienza, che l'ha reso un esempio per chi, come lui, potrebbe veder sfumare in un attimo i propri sogni e le ambizioni. E Bleed: Più forte del destino, che dedica alla sua rinascita il racconto di quello che è considerato uno dei più incredibili ritorni nella storia dello sport, comunica con efficacia questo concetto.

domenica 19 maggio 2019

Jackie (2016)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 11/04/2018 Qui - Nella sua ultima opera Pablo Larraín (artefice del bellissimo No: I giorni dell'arcobaleno ma anche del personalmente deludente Neruda) elabora il ritratto di Jackeline Lee Bouvier e lo fa attraverso il resoconto di una intervista che la vedova del presidente americano rilasciò a un giornalista della rivista Life poche settimane dopo il tragico evento. Jackie infatti, film biografico del 2016 diretto dal regista cileno, rievoca i pochi giorni precedenti l'omicidio di Kennedy durante la campagna elettorale del 1963 a Dallas, l'omicidio stesso, nonché la complessa organizzazione dei suoi funerali, in cui le ragioni di stato dei politici e dell'apparato di sicurezza si scontrarono duramente con il dolore di Jackeline e il suo desiderio di seguire a piedi il feretro del marito. Il ritratto che ne esce è quello di una donna al tempo stesso fragile e determinata, molto attenta a evidenziare il ruolo che aveva avuto alla Casa Bianca a fianco del presidente, nonostante fosse a conoscenza delle numerose frequentazioni di Kennedy sia con altre donne, sia con personaggi oscuri della criminalità organizzata, e dei non idilliaci rapporti che intercorrevano tra lei e i tanti rappresentanti della famiglia del marito. Il ritratto di una donna bella, giovane, colta, aristocratica, che due colpi di carabina alla testa del celebre coniuge, insieme al suo vestito rosa macchiato di sangue, consegnarono alla storia. Tuttavia il film, che nel 2017 ha ricevuto tre candidature ai Premi Oscar nella categoria Miglior colonna sonora, Migliori costumi e Miglior attrice protagonista a Natalie Portman (vincendone nessuno), seppur girato con cura e che si avvale di una comunque buona regia (ma privo di anima, di pathos, di spessore emotivo), non convince e non soddisfa. Nessuna empatia per il personaggio, verboso e noioso quanto basta. Eppure la materia trattata (i giorni immediatamente successivi all'omicidio del presidente JFK visti attraverso la prospettiva della madre dei suoi figli) si prestava a una narrazione intensa, persino epica. Invece è come se sul film spirasse un vento gelido che immobilizza i protagonisti e li devitalizza, li "congela" in una dimensione di immobilità spirituale, ancor prima che fisica.

martedì 14 maggio 2019

Il diritto di contare (2016)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 19/03/2018 Qui - Segregazione razziale, emancipazione e conquista dello Spazio, ecco le tre tematiche così apparentemente diverse che fanno da collante a questo "originale" e interessante (anche storicamente) film. Perché tutti questi temi ne Il diritto di contare (2016), titolo italiano dell'americano Hidden Figures (che gioca sul doppio significato Figure nascoste/Cifre nascoste) e diretto da Theodore Melfi (già regista del bel St. Vincent), non solo vengono trattati in modo appunto originale ma anche in modo convincente. Il film infatti, ben costruito, a tratti avvincente, e che ha il grande merito di trattare un argomento sgradevole e avvilente come quello del razzismo con una dose di ironia difficile da riscontrare in opere che trattano questo tema (senza per questo apparire superficiale o scontato), con grande abilità e maestria porta i riflettori sulla storia vera e inedita di tre brillanti donne afroamericane che sono riuscite a integrarsi e imporsi in un'ambiente tipicamente maschile (e maschilista) sfidando pregiudizi e discriminazioni razziali di ogni tipo. Anche perché il film, arrivato certamente con un tempismo perfetto per la data situazione politica e sociale che stiamo attraversando, non è il classico "pippone" sulle discriminazioni razziali e di genere, non ci sono scene di violenza agghiacciante, nessuno è schiavizzato e, soprattutto, la colonna sonora è super allegra. Tanto che già la prima scena del film setta il tono, i colori e lo spirito dei 120 minuti successivi, niente è come ci si potrebbe aspettare e di sicuro ci sarà da divertirsi. Questo grazie al regista che in tal senso confeziona una pellicola intimamente ottimista, riuscendo comunque a trattare con grazia e senza superficialità il problema dell'emancipazione sociale e della conquista dei pari diritti civili da parte dei cittadini afroamericani. Infatti, puntando la camera su tre eroine "sconosciute", il regista fa emergere tutte le caratteristiche brillanti e notevoli di queste donne (la loro tenacia, il coraggio, la perseveranza e la determinazione), evitando tuttavia di appesantire la pellicola con dosi abbondanti di retorica o moralismi che ne avrebbero snaturato il contenuto. Mantenendo sempre una debita leggerezza tipica della commedia, e sdrammatizzando alcune situazioni Il diritto di contare risulta così un prodotto pienamente riuscito, che racconta di una storia inedita e lo fa senza pietismi ma puntando piuttosto sul messaggio finale, intrinsecamente ottimista e costruttivo, che lascia agli spettatori.

lunedì 8 aprile 2019

Deepwater: Inferno sull'oceano (2016)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 20/11/2017 Qui - Solida ricostruzione del disastro della piattaforma petrolifera Deepwater Horizon, avvenuto nell'aprile del 2010 è Deepwater: Inferno sull'oceano (Deepwater Horizon), film del 2016 diretto discretamente bene da Peter Berg (HancockBattleship). Il regista infatti, probabilmente al suo miglior film, negli spazi angusti della piattaforma, dove è ambientata gran parte della vicenda, lascia ai margini retorica e sentimentalismo per concentrarsi sui fatti e sull'azione raccontati con un taglio assai realistico e senza troppi fronzoli. Deepwater difatti è un disaster movie di grande presa, non solo visiva, capace di mantenere in costante attenzione il pubblico coinvolgendolo e trasmettendogli discrete dosi di emozioni, forse un po' troppo spettacolarizzate ma ampiamente capaci di soddisfare le attese e i requisiti che storie come questa intendono proporre. Anche se la cosa più interessante del film (e di questa storia), non è il dramma accaduto al largo della costa della Louisiana, dove la piattaforma trivellatrice semi-sommergibile Deepwater Horizon, di proprietà della multinazionale britannica "British Petroleum", a causa della superficialità e della cupidigia dei dirigenti della stessa compagnia, è esplosa causando undici operai morti e inquinando con milioni di barili di greggio l'oceano e tutto il Golfo del Messico con un disastro ambientale riconosciuto unanimemente, come il più grave della storia americana, ma i rapporti, l'aspetto umani (quello che al regista lo interessa di più e quello che gli riesce meglio raccontare) e gli scontri tra chi mette al primo posto la sicurezza dei lavoratori, e chi invece mette al primo posto solo ed esclusivamente il business. Del resto Deepwater Horizon, dal titolo omonimo con la piattaforma, non vuole essere un documentario o un film forzatamente ambientalista, ma un film che racconta nel modo più verosimile e genuino la tragedia umana.

The Birth of a Nation: Il risveglio di un popolo (2016)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 14/11/2017 Qui - A metà tra 12 Anni Schiavo e Django UnchainedThe Birth of a Nation: Il risveglio di un popolo (The Birth of a Nation), film del 2016 scritto e diretto da Nate Parker (anche protagonista), è la storia di una presa di coscienza di un individuo prima e di un intero popolo successivamente. Il film infatti, presentato in anteprima al Sundance Film Festival 2016 (dove ha vinto il premio del pubblico e il gran premio della giuria), significativo già dal titolo, dato che il regista riprende in modo totalmente audace e impavido il titolo della vergognosa pellicola di Griffith sulle "epiche" gesta dei "coraggiosi" incappucciati del Ku Klux Klan, anche se ne ribalta il contenuto, ci racconta su quali fondamenta è nata l'America, battezzata nel sudore e nel sangue di milioni di esseri umani costretti a perdere la propria umanità, raccontando la storia della rinascita dell'America attraverso le battaglie della popolazione afro-americana in cerca di uguaglianza, riscatto e anche di vendetta, ma sopra ogni cosa, in cerca di giustizia (parola e concetto che spesso viene soffocato e annientato con le torture, le sevizie, il calpestamento dei diritti umani). E lo fa ripercorrendo la vicenda di Nat Turner (un personaggio veramente esistito e di cui si è fatto di tutto per cancellarne le tracce e la memoria), schiavo, predicatore, ribelle. E lo fa restituendo il significato dell'istituzione schiavista in tutto il suo intollerabile abominio, la sua crudele quotidianità capace di annichilire negli uomini e nelle donne ogni rispetto di sé, ogni sentimento, ogni speranza. Certo, la struttura del racconto è classica e non si discosta in maniera particolare da altre pellicole che hanno trattato il tema della schiavitù, ed anzi, non apporta particolari novità sull'argomento, e addirittura la sceneggiatura ha delle evidenti lacune, ma qui ci troviamo di fronte ad un prodotto discretamente riuscito che ne fotografa, sapientemente la vita e le azioni.

venerdì 22 marzo 2019

42: La vera storia di una leggenda americana (2013)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 28/08/2017 Qui - Quarantadue, un numero come tanti altri, ma questo film porta a conoscenza, per i meno avvezzi al baseball, del suo emblematico valore e significato che assunse nello sport e soprattutto nella società americana negli anni immediatamente successivi alla seconda guerra mondiale. 42: La vera storia di una leggenda americana (42), film del 2013 scritto e diretto da Brian Helgeland infatti, narra la storia veramente accaduta nel campionato di baseball statunitense negli anni quaranta, quando Jackie Robinson (interpretato da Chadwick Boseman), con l'aiuto del coraggioso presidente-manager Branch Rickey (interpretato da Harrison Ford), fu il primo giocatore afroamericano a giocare (nei Brooklyn Dodgers) nella Major League Baseball. Il suo ingaggio difatti fu la rottura di un tabù, lui che, con la sua classe e la perseveranza ruppe altresì le leggi non scritte del baseball professionistico e dette un segnale per l'integrazione razziale. Poiché la storia del primo giocatore nero ad entrare nella Major League di baseball, fu, ed è ancora adesso, una storia dalla forte carica simbolica ed emblematica. E nelle didascalie finali si capisce il perché e l'importanza di tale avvenimento, soprattutto quando ogni anno il 4 aprile tutti i giocatori giocano con la maglia numero 42, unico numero ritirato da tutte le squadre della MLB. Ma non fu affatto facile guadagnarsi questa gloria eterna, e debuttare ufficialmente con la maglia dei Brooklyn Dodgers nel 1947, dato che a quei tempi la discriminazione razziale in America, era al suo apice, anche nello sport e soprattutto nel baseball.

mercoledì 20 marzo 2019

Bernie (2011)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 01/08/2017 Qui - Bernie, film del 2011 scritto e diretto da Richard Linklater, è decisamente un film da prendere con le molle. La pellicola del bravo regista americano infatti (visto recentemente all'opera nella bella commedia Tutti vogliono qualcosa e prima ancora in quelle del bellissimo Boyhood) tende a sfuggire ad una definizione di genere. Si può definire una black comedy sofisticata, con molti elementi di mockumentary, che potrebbero far pensare che gli eventi siano del tutto fittizi o almeno parzialmente inventati, invece no, è tutto questo e di più, poiché anche se si stenta a credere che sia la trama tratta da una storia vera, la base è in verità e incredibilmente una storia ai limiti dell'assurdo ma vera, assolutamente vera e largamente documentata. Tanto che, proprio per il modo in cui il regista veicola la storia, dato che per questo film ha scelto un particolare modo di raccontare la vicenda, ovvero tramite le testimonianze di attori e cittadini veri e propri che parlano della vicenda come se fosse un documentario, sembra questo un documentario in piena regola. Ma attenzione, non il classico documentario nel classico stile documentaristico, perché questo film (arrivato soltanto recentemente da noi) è sì semplice, ma straordinariamente d'effetto. Giacché anche se apparentemente semplice e lineare nella narrazione (coerente e ordinata, senza colpi di scena o inutili analessi), all'interno si celano delle importanti chiavi di lettura nell'aspetto socioculturale, poiché fa emergere una questione morale di notevole importanza.

venerdì 15 marzo 2019

Truth: Il prezzo della verità (2015)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 26/06/2017 Qui - Basato sulla ricostruzione dell'inchiesta politico-giornalistica del 2004 con cui un'equipe della CBS tentò di dimostrare l'imboscamento militare di G.W. Bush nella Guardia Nazionale per evitare il Vietnam, Truth: Il prezzo della verità, film del 2015 scritto, diretto e co-prodotto da James Vanderbilt, al suo debutto da regista, che ha nel suo titolo l'ambizione di voler condurre lo spettatore attraverso il percorso alla ricerca della verità, nella sua faticosa e scomoda oggettività e nel suo valore idealistico che rappresenta, è un film, una pagina di giornalismo indipendente coraggioso, passionale e a tratti eroico che avvince e convince, anche se l'opera prima dello sceneggiatore statunitense (già sceneggiatore di pellicole come Zodiac e The Amazing Spiderman) è un film controverso e forse troppo lungo. Vero è che sfrutta l'interessante parterre del genere del thriller politico e giornalistico (come Tutti gli uomini del presidente), vero è che è interpretato dai premi Oscar Cate Blanchett e Robert Redford (40 anni dopo), vero è che non sempre la "formule magique" è sufficiente a creare interesse, suspense o "Verità" appunto, ma Truth, che a dire il vero sembra un po' un minestrone riscaldato o una crasi tra Qualcosa di personale ed appunto Tutti gli uomini del presidente, che soprattutto indaga anche fino a dove i poteri occulti possano spingersi senza che nessuno se ne accorga, è un film che merita di essere visto, poiché la storia che viene narrata è così clamorosa, assurda e incredibile, che ancora dopo anni ci si chiede come sia stato possibile o così come sia stato così facile insabbiare tutto.

giovedì 7 marzo 2019

Race: Il colore della vittoria (2016)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 13/04/2017 Qui - Ambientato nell'America post-depressione, Race: il colore della vittoria (Race) è la storia di James Cleveland "Jesse" Owens e il percorso che lo ha portato a vincere quattro medaglie d'oro nelle Olimpiadi a Berlino nel 1936. Ma il film, del 2016 diretto da Stephen Hopkins, non è soltanto un biopic sulla vita di questo immenso campione, è la storia di un uomo che sfidando i pregiudizi e mille difficoltà ha realizzato un sogno impossibile. Quello di un ragazzo di colore che, con la sua forza di volontà e il dono della velocità, ha incantato il mondo intero, ha contrastato le ideologie folli naziste ed è diventato leggenda. Una storia incredibile la sua, lui che esordisce nello sport agonistico nel 1935 battendo quattro record mondiali in quattro specialità diverse, venendo così convocato per rappresentare gli Stati Uniti ai Giochi Olimpici, ponendosi così in una posizione scomoda tra la comunità degli afroamericani che gli chiede di non prender parte alla nazionale e il suo sogno di poter correre alle Olimpiadi. Nel film infatti (che si gioca su vari livelli, facendo così arrivare chiari e tondi i messaggi che deve fare arrivare senza strafare) sono due le storie che scorrono parallele, quella dell'atleta e della preparazione per le qualificazioni e quella più politica che vede il Comitato Olimpico Americano chiamato a prendere una decisione importante, boicottare o meno le Olimpiadi di Berlino in segno di protesta contro Hitler. Qualcosa di paradossale se si pensa a quello che succedeva in America in quel periodo, coloro che infatti protestano fuori dal comitato olimpico americano per boicottare i giochi nazisti sono gli stessi che non esitano a prendersela con le persone di colore riservando a loro un trattamento terribile e autobus e ingressi diversi persino in teatro (molto bella ed eloquente la scena finale). Race difatti mostra appieno l'insensatezza delle leggi razziali e di quanto fossero radicate nel senso comune americano, dipingendo uno stato che inorridisce e mette ai voti il boicottaggio dei Giochi Olimpici per le leggi razziali di Hitler mentre il proprio statuto presenta leggi che distinguono i propri cittadini dal colore della pelle.

martedì 26 febbraio 2019

Killing Reagan (2016)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 16/02/2017 Qui - Basato sul libro di Bill O'Reilly, il film tv Killing Reagan, andato in onda sul canale National Geographic il 17 gennaio 2017, racconta i momenti antecedenti e successivi all'attentato a Ronald Reagan, avvenuto a Washington il 30 marzo 1981. Docu-drama che quindi offre un'attenta rappresentazione delle conseguenze scaturite dal tentato assassinio del quarantesimo presidente degli Stati Uniti d'America ad opera di John Hinckley. Per cui, la trama percorre due linee narrative, da un lato ci mostra le dinamiche familiari degli Hinckley e il suo difficile rapporto con i genitori, soffermandosi sulla personalità dell'attentatore, un ragazzo inquieto in balia delle sue ossessioni (per la celebre attrice Jodie Foster, sì avete capito bene, e la sua folle ricerca di popolarità), dall'altro ci propone il percorso che porta Reagan alla Casa Bianca, (delineando anche un quadro politico dell'epoca), e in particolare, il suo rapporto con la moglie Nancy. In numerose scene il film tv infatti rivela la forza e l'importanza del rapporto tra Ronald Reagan e la first lady Nancy, la quale svolge un fondamentale ruolo di supporto per il presidente. E sembra quasi ironico che il ruolo sia stato affidato a Cynthia Nixon, un'attrice che è diventata famosa nel mondo grazie al ruolo della cinica e sicuramente non romantica (almeno inizialmente) avvocato di Sex & the City. Anche se va riconosciuto invece che la scelta è stata azzeccata non solo sul piano fisiognomico ma anche su quello della resa della personalità di una donna dedita totalmente al successo del marito ma anche capace di imporgli alcune sue scelte non sempre ortodosse. Ovviamente lo stile narrativo del film tv è idoneo a creare nello spettatore un'atmosfera tensiva che raggiunge il suo apice il 30 marzo 1981, giorno dell'attentato. Ma è dopo che tutto cambia, la vivacità del racconto successiva alla scena dell'attentato difatti evoca il clima di confusione e incertezza che sconvolge i protagonisti e influenza la situazione politica.

domenica 24 febbraio 2019

13 Hours: The Secret Soldiers of Benghazi (2016)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 02/02/2017 Qui - 13 Hours: The Secret Soldiers of Benghazi (o semplicemente 13 Hours), film del 2016 co-prodotto e diretto da Michael Bay, è un serrato e avvincente film d'azione che, prendendo spunto da fatti realmente accaduti l'11 settembre 2012, quando un gruppo di militanti islamici attaccò il consolato statunitense a Bengasi in Libia, adatta per il cinema il libro 13 Hours di Mitchell Zuckoff, e lo fa in modo eccezionale dato che il sanguinoso scontro a fuoco avvenuto nella Libia post-Gheddafi viene ottimamente ricostruito attraverso uno spettacolare assedio, ovvero l'assalto al distaccamento statunitense in terra libica, da parte di miliziani, che costò la vita all'ambasciatore USA, anche se in termini di perdite, il quadro avrebbe potuto essere ben più pesante se non fossero intervenuti dei contractors, i soldati non ufficiali "in affitto" da parte di privati (in sostanza, dei mercenari, ma in una chiave diversa). Una squadra di sicurezza composta da sei membri infatti lotterà fino all'ultimo per difendere i loro compatrioti. 13 Hours: The Secret Soldiers of Benghazi è un film anomalo per la cinematografia di Michael Bay, solitamente dedito a 'spettacoloni' di pura finzione, ma "13 Hours" immettendosi nella scia di pellicole come "Black Hawk Down" e narrando una sconfitta, all'atto pratico e valorizzando il valore della resistenza contro un nemico in condizioni di vantaggio e in territorio sfavorevole, realizza un'opera sorprendente. 144 minuti di tensione profonda, con una perizia tecnica che lascia sbalorditi, con un montaggio che tiene le fila della narrazione, grazie anche ad una sceneggiatura che pur stereotipando un po' i caratteri (con personaggi abbastanza stereotipati anche se funzionali al racconto), contribuisce a creare un senso di smarrimento totale, dove non si capisce chi siano i buoni e chi i cattivi. I 144 minuti infatti reggono proprio per il ritmo e la buona qualità del racconto, perché a differenza di molti titoli bellici americani, non si va a cercare la retorica a tutti i costi e, anzi, secondo quale punto di vista o chiave di lettura si adoperi per analizzarlo, il film di Bay tende a sottolineare la grave difficoltà di operare contro un terrorismo più organizzato del solito, e uno dei temi ricorrenti della storia è appunto il non avere idea di chi dei locali incontrati via via sia nemico o alleato. E quindi via via che il racconto scorre, e l'assedio stringe, la regia tiene in tensione lo spettatore con abile tenacia.

martedì 19 febbraio 2019

La canzone della vita: Danny Collins (2015)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 14/01/2017 Qui - La prima cosa che balza all'occhio in La canzone della vita: Danny Collins, film drammatico-musicale del 2015, è la presenza nel cast del mitico Al Pacino, ed è per questo che mi sono avvicinato a questa opera d'esordio del regista Dan Fogelman. Film che, così come dicono i titoli di coda, è ispirato ad una storia vera (del cantante folk Steve Tilston), quella di un anziano cantante (Pacino), dedito all'uso di droga ed alcol, con una compagna molto più giovane di lui, che scopre fortuitamente che John Lennon in tempi ormai andati gli aveva inviato una lettera di riconoscimento ed allerta al successo sfrenato. Lettera di poche parole che servono però al protagonista per mettere in discussione la propria vita, dandogli il coraggio di cercare il proprio figlio abbandonato quando era piccolo ma oggi gravemente malato. Denny trova la forza quindi di assistere il figlio, di aiutare nuora e nipotina, e si rimette a scrivere canzoni (cosa che non ha potuto fare più per esigenze dello showbiz, sotto indicazioni del suo manager, un bravissimo Christopher Plummer), ma sarà davvero in grado di vivere a pieno la seconda occasione che la vita sembra regalargli? Forse sì, forse no, comunque la pellicola parte molto bene, è ben diretta ed il regista esordiente almeno nell'ambito tecnico da una buona prova, funziona e gira benone per tutto il tempo in cui Al Pacino esegue il numero della 'vecchia rockstar piena di rimorsi' adagiata nel lusso ed infelice. Poi però man mano che si va avanti i piccoli cliché che nelle prime battute erano anche gradevoli diventano enormi, e il film naviga a ritmo ma senza picchi. La seconda parte per esempio dove classicamente il protagonista dovrà trovare la pace interiore è guardabile ad occhi chiusi ed è incernierata in passaggi forzati usati in questa tipologia di film.

sabato 9 febbraio 2019

The Program (2015)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 26/11/2016 Qui - Premettendo che sono stato sempre convinto che Lance Armstrong si dopasse, ho visto con qualche perplessità The Program, film biografico del 2015 diretto da Stephen Frears sulla vita di questo famoso ciclista, perché la sua incredibile storia è una ferita ancora tanto aperta e tanto dolorosa per chi ha vissuto quei momenti, momenti che hanno per sempre macchiato uno sport così nobile come il ciclismo. La sua vicenda infatti è stata forse quella che più ha sconvolto gli appassionati di ciclismo e dello sport in generale. Perciò non era facile per il regista anche solo immaginare di fare un film del genere, in più raccontare storie vere è diventato sempre più difficile, non solo perché spesso si conosce il finale, fatto che altera in qualche modo la percezione della trama, ma perché essere imparziale è arduo compito. Ma mai come in questo caso nonostante la natura (sconcertante) della storia (che quasi tutti conoscono) e la bravura del regista inglese, il risultato è più che soddisfacente, il regista difatti riesce nel compito a lui assegnato, quello di ripercorrere le tappe della vita del ciclista statunitense Lance Armstrong, dai successi sportivi alla lotta contro il cancro, fino all'ammissione di doping, in modo discreto e senza eccessi. Stephen Frears infatti, partendo dal libro-verità del giornalista sportivo David Walsh 'Seven Deadly Sins', porta in scena le gesta (truccate) del campione texano, e lo fa con grande maestria da un punto di vista tecnico (con inquadrature e soprattutto effetti sonori che rispecchiano bene le corse in bici e con la rappresentazione di un personaggio talmente "vittima" del suo ego che, nella sua abitazione, è sempre solo) e soprattutto senza cadere nella trappola dei film sportivi tipo, quelli che si risolvono cioè nel rimontaggio di materiale di gara già esistente. Gira invece ad hoc poche ma eccellenti scene, talmente accattivanti da far quasi venir voglia di prendere la bici ed andare a scalare qualunque vetta. Sceglie poi con gran cura una colonna sonora decisamente azzeccata, e ciliegina sulla torta, punta il grosso delle sue fiches su Ben Foster (visto recentemente in Lone Survivor), attore che probabilmente non offriva le migliori garanzie e che invece si rivela per l'occasione capace non solo di interpretare ma addirittura di trasformarsi in Lance Armstrong (la somiglianza dell'attore è davvero sorprendente, soprattutto nel pedalare e nei caratteri somatici) grazie a un lavoro lungo e intenso da vero perfezionista dell'arte attoriale. In ogni caso, gli appassionati di ciclismo non si aspettino grandi emozioni sportive, impervie salite o volate storiche, poiché solo piccoli flash amarcord introducono la pellicola di Frears basata sul marciume legato al doping e sull'inchiesta di un bravo giornalista che mantiene la schiena dritta e non si fa piegare da nessuno.

mercoledì 9 gennaio 2019

Teneramente folle (2014)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 22/07/2016 Qui - Opera prima della sceneggiatrice Maya Forbes, Teneramente folle (Infinitely Polar Bear, 2014) è una commedia drammatica ispirata alla vita familiare della regista, ricorrendo alla propria memoria infantile degli anni 70, raccontandoci la sua vita con un padre folle e disoccupato che affascina ed emoziona. Siamo nel  Massachusetts a Boston (nel 1978), la città americana tra le più antiche, la più colta ed aristocratica, la più "Europea". La regista racconta la storia di un uomo meraviglioso ed imbarazzante, geniale ed ingestibile con la tenerezza che solo una figlia innamorata del padre sa elargire a piene mani. I genitori Cam e Maggie si sono conosciuti, innamorati e sposati ma Cam (Mark Ruffalo) è affetto da sindrome bipolare e quando si ammala e perde il lavoro lo stress per Maggie (la bellissima Zoe Saldana) diventa insopportabile ma non cessa il reciproco amore. Cam viene da una famiglia importante di Boston ed è mantenuto dai ricchi genitori, Maggie, ha la pelle nera e non viene dal privilegio e deve rimboccarsi le maniche e lavorare, l'instabilità emotiva e comportamentale rende Cam uomo, marito e padre inaffidabile ma l'amore tra loro resiste più forte di tutto. Per migliorare la sua posizione Maggie decide di riprendere gli studi e si trasferisce temporaneamente a New York lasciando Cam a casa ad occuparsi delle ragazze, che malgrado il suo stato di salute mentale è pieno di buona volontà. Per Cam però non è facile abituarsi alle responsabilità di padre, tanto da demandare le faccende domestiche alle due bambine, fortunatamente molto più mature della loro età. Nel corso delle giornate e dei mesi trascorsi col padre infatti, le bambine impareranno sempre di più a fronteggiare uno stile di vita alquanto singolare che il padre impone loro e soprattutto a relazionarsi col genitore e con le sue crisi. Tra alti e bassi e molta buona volontà da parte di tutti i componenti della famiglia la famiglia continuerà a vivere unita e sentimentalmente legata, anche quando Maggie (dopo essersi laureata nelle grande Mela e dopo non essere riuscita a trovare un lavoro a Boston) capisce che a New York le bambine sarebbero completamente sole, con lei costretta a rientrare tardi dall'ufficio, decide quindi di lasciare le cose come stanno, partendo sola e lasciando le bambine a Cam. Un anno dopo, Amelia e Faith sono finalmente iscritte a una scuola privata e Cam può continuare a prendersi amorevolmente cura di loro.

giovedì 27 dicembre 2018

Foxcatcher: Una storia americana (2014)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 22/04/2016 Qui - Per 'festeggiare' il mio post numero 200 avevo deciso di vedere un bel film, credo di esserci riuscito a scegliere bene quando ho visto questo film, Foxcatcher: Una storia americana, una storia come tantissime altre che riguardano vittorie, sconfitte, ingiustizie ma soprattutto omicidi, come quello di questa vera storia. Non è la prima volta e non sarà l'ultima che gli americani faranno pellicole sulle loro storie, belle ed agghiaccianti, anche se in questa particolare storia di qualcosa di così sconvolgente non c'è granché. Si vedono spesso al cinema e alla televisione diverse storie, biografiche, autobiografiche o basato su fatti realmente accaduti, come molti film che ho recensito anche recentemente, American SniperWhitneyAnnie ParkerSelma: la strada per la libertàThe Imitation GameBig Eyes. Questo specifico film in ambito quasi puramente sportivo, (come due molto belli anche se molto più positive di questa, McFarland, USA e La grande sfida di Gabby, parla di un rapporto psicologico, morboso e complicato, quasi fisico che deteriorandosi porta a infauste conseguenze, anche mortali. Un Biopic diverso dai soliti, in cui l'analisi introspettiva dei personaggi conta più del ritmo narrativo. Un film complesso, in cui il tema del patriottismo e della ricerca di gloria si mischia alle intricate vicende personali dei personaggi. La pellicola tratta infatti della storia vera dell'assassinio del lottatore campione olimpico alle Olimpiadi del 1984 a Los Angeles (di lotta libera) Dave Schultz (interpretato da Mark Ruffalo), avvenuta nel 1996 per mano di John du Pont (interpretato da Steve Carell), della famiglia Du Pont (una delle famiglie più ricche d'America), amico ed allenatore del lottatore. Il film (del 2014) è l'adattamento cinematografico dell'autobiografia Foxcatcher. Una storia vera di sport, sangue e follia scritta nel 2014 da Mark Schultz (Channing Tatum nel film), fratello di David, anch'egli campione olimpico nel 1984. L'autobiografia è stata scritta insieme alla sceneggiatura, quindi molti fatti e situazioni sono uguali, ma non proprio tutte, è stata in parte modificata (cambiando anche molti aspetti della realtà) per rendere più coinvolgente il racconto (senza poi effettivamente riuscirci) e soprattutto comprimerlo in circa due ore. La pellicola che ha partecipato in concorso alla 67ª edizione del Festival di Cannes ha fatto vincere a Bennett Miller il premio come miglior regista. Il film ha anche ricevuto cinque nomination ai Premi Oscar 2015 senza però riuscire a vincerne almeno uno.

giovedì 13 dicembre 2018

American Sniper (2014)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 11/03/2016 Qui - American Sniper è un film del 2014 diretto da Clint Eastwood. Il film, ha ricevuto 6 nomination agli Oscar 2015, vincendo il Premio Oscar per il Miglior montaggio sonoro. Dal nome, dalla trama ci si potrebbe aspettare il solito filmetto americano patriottico, la solita minestra, ma questo film di Eastwood non lo è quasi per niente, anzi. Perché American Sniper racconta, sì di guerra, ma soprattutto di ciò che essa lascia dentro ai soldati che la vivono. Ma tutti i film di Eastwood (un abile regista) secondo me sono film di un grande narratore, che prende un personaggio, lo analizza, lo racconta e cerca di darci un racconto problematico, non propagandistico. Il finale mi ha sorpreso, non sapevo fosse una storia vera, e addirittura il film è basato proprio sull'omonima autobiografia di Chris Kyle che racconta i suoi trascorsi nella marina americana. Clint ha già provato ad approfondire ogni aspetto della guerra, uno dei suoi temi a lui più cari infatti è il patriottismo americano e l'onore militare. Ma lo fa a suo modo, raccontando una storia vera, strabordante di retorica e eroismo certo, ma è apprezzabile come la storia viene raccontata, magnificamente. Protagonista di American Sniper è Chris Kyle, texano che cavalca tori e non manca un bersaglio, che ha deciso di mettere il suo dono al servizio degli Stati Uniti, fiaccati da molti attentati. Arruolatosi nelle forze speciali dei Navy Seal, Kyle ha stoffa e determinazione per riuscire e ottenere l'abilitazione. Perché come gli diceva suo padre da bambino lui è nato 'pastore di gregge', votato alla tutela dei più deboli contro i lupi famelici. Operativo dal 2003, parte per l'Iraq, inviato con una missione precisa: proteggere i suoi commilitoni e diventa in sei anni, 1000 giorni e quattro turni una leggenda a colpi di fucile. La sua massima precisione salva innumerevoli vite sul campo di battaglia e mentre si diffondono i racconti del suo grande coraggio, viene infatti soprannominato "Leggenda". Nel frattempo cresce la sua reputazione anche dietro le file nemiche, e viene messa una taglia sulla sua testa rendendolo il primario bersaglio per gli insorti. Allo stesso tempo, combatte un'altra battaglia in casa propria nel tentativo di essere sia un buon marito e padre nonostante si trovi dall'altra parte del mondo. Ma il film non solo racconta il suo arruolamento dopo una breve carriera da atleta di rodeo, l'addestramento, le missioni, la perdita di alcuni amici in battaglia, ma anche la costruzione di una famiglia e il ritorno alla vita normale. Kyle, è stato il cecchino che ha ucciso più nemici nella storia dell’esercito degli Stati Uniti (centosessanta uomini abbattuti e certificati) diventando una specie di eroe nazionale. Tornato finalmente a casa, si dedica alla moglie, ai bambini e ai reduci (ai cui guarda le spalle dai fantasmi della guerra del Golfo), ma la sua dedizione gli sarà fatale.

giovedì 27 settembre 2018

McFarland, USA (2015)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 17/09/2015 Qui - Ispirato a una storia vera, il film del 2015 McFarland, USA, segue le vicende di Jim White (Kevin Kostner, ruolo che si addice quasi alla perfezione), un allenatore sportivo che viene trasferito in un liceo della Central Valley in California a causa del suo carattere impulsivo. Arriva in questa piccola e povera città, dove inizia ad insegnare. Forma una squadra di 7 ragazzi per la corsa campestre, prevalentemente ispanici e dotati non solo di qualità fisiche ma anche di spirito di sacrificio e grande umanità, con la speranza di deviare il loro sicuro e non promettente futuro. L’iniziale scetticismo, lo scoraggiamento della prima fase, ma poi soprattutto una naturale e bella integrazione del coach nelle sane e genuine abitudini familiari dei ragazzi sarà importante affinché questo buono e riuscito affiatamento di spirito di gruppo farà crescere notevolmente le aspettative sulle potenzialità dei ragazzi, in procinto di un campionato al quale far partecipare i novelli corridori.