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martedì 27 ottobre 2020

City of Crime (2019)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 27/10/2020 Qui - Onesto poliziesco che sfrutta le suggestive location di Manhattan, girato tutto di notte (come accadeva in Run All Night) ed illuminato solo dalle luci della city e dalla polvere da sparo esplosa dalle canne di fucili e berette, City of crime racconta per l'ennesima volta il marcio all'interno del dipartimento di polizia. Lo fa con buon ritmo e strutturandolo in maniera tale da seguire la visione sino alla fine senza momenti di disinteresse (ne succedono di ogni ed è molto coinvolgente). Il complotto dietro alla rapina è facilmente intuibile sin dall'inizio quindi nessuna sorpresa, il finale mi ha colpito particolarmente, epica la sparatoria all'interno della casa dallo sfondo western. Chadwick Boseman (che qui interpreta un integerrimo detective che non si fa problemi a lasciare stecchiti i criminali) si conferma adatto per ruoli action (un dispiacere sapere della sua prematura dipartita, perché poteva regalare al cinema e al mondo ancora tanto), J. K. Simmons anche se si vede poco è sempre un piacere (vale lo stesso per Sienna Miller). Ed anche se il canovaccio è risaputo (la pellicola poi sembra ricalcare le orme del terzo Batman di Nolan, vengono chiusi tutti i ponti che collegano Manhattan alla terra ferma, da cui il titolo originale 21 Bridges, per cercare in tutti i modi di prendere i due fuggitivi responsabili della morte di sette poliziotti), resta un prodotto godibile. Voto: 6+

martedì 19 novembre 2019

Se la strada potesse parlare (2018)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 18/11/2019 Qui
Tema e genere: Adattamento cinematografico del romanzo del 1974 Se la strada potesse parlare, scritto da James Baldwin.
Trama: Tish e Fonny si amano, lei rimane incinta e lui viene arrestato per un reato che non ha commesso.
Recensione: Se solo potessero parlare, se potessero vedere tutto quel che accade, cosa potrebbero raccontare le strade di Harlem? Forse che finché esisterà un'ingiustizia cieca, un'ignobile intolleranza e un meschino ingranaggio che crea vittime innocenti, la bellezza non basterà a salvare il mondo. Se la strada potesse parlare è uno di quei film che, in sospeso in un dramma familiare, pennellano ed accarezzano la visione con una storia d'amore semplice, tanto essenziale quanto il contesto in cui prende vita. Tra fotografie storiche alla Spike Lee (a tal proposito analogamente al suo ultimo lavoro, BlacKkKlansman, con cui condivide la forma intessuta di immagini di repertorio, è anche un film di denuncia sociale che si propone di sensibilizzare il pubblico sul tema della discriminazione razziale in USA, facendo in modo che si immedesimi nel dramma quotidiano dei suoi protagonisti: una coppia che vede spezzati i suoi progetti di vita matrimoniale a causa dei pregiudizi culturali), estremizzazioni cristiane ed una clandestinità a cielo aperto, Barry Jenkins (artefice del più che discreto Moonlight pochi anni fa), ci descrive una rarefatta Harlem, dove la rivendicazione sociale, ancorché politica, è tanto presente da contagiare una giovane coppia, il cui unico errore fatale è stato difendersi da un assalto mentre compravano delle sigarette (forse troppo rarefatta e un po' troppo melodrammatica, seppur l'ambientazione gli anni settanta delle tensioni a seguito dell'abolizione delle leggi razziali e della pena di morte ancora ampiamente diffusa, è fondamentale ai fini del dramma). L'intera vicenda si articola intorno al giovane ventiduenne "Fonny", a cui da la vita Stephan James, e ad una aggraziata quanto resiliente "Tish", interpretata da KiKi Layne. Una storia di coppia il cui arco trova origine nell'ingenuità dell'infanzia che, poco a poco, subisce un'evoluzione dettata dal destino, nella semplice affermazione di un sentimento che è sempre stato lì in attesa, e che dovrà aspettare aldilà di un vetro per parecchio tempo ancora.

giovedì 7 marzo 2019

Race: Il colore della vittoria (2016)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 13/04/2017 Qui - Ambientato nell'America post-depressione, Race: il colore della vittoria (Race) è la storia di James Cleveland "Jesse" Owens e il percorso che lo ha portato a vincere quattro medaglie d'oro nelle Olimpiadi a Berlino nel 1936. Ma il film, del 2016 diretto da Stephen Hopkins, non è soltanto un biopic sulla vita di questo immenso campione, è la storia di un uomo che sfidando i pregiudizi e mille difficoltà ha realizzato un sogno impossibile. Quello di un ragazzo di colore che, con la sua forza di volontà e il dono della velocità, ha incantato il mondo intero, ha contrastato le ideologie folli naziste ed è diventato leggenda. Una storia incredibile la sua, lui che esordisce nello sport agonistico nel 1935 battendo quattro record mondiali in quattro specialità diverse, venendo così convocato per rappresentare gli Stati Uniti ai Giochi Olimpici, ponendosi così in una posizione scomoda tra la comunità degli afroamericani che gli chiede di non prender parte alla nazionale e il suo sogno di poter correre alle Olimpiadi. Nel film infatti (che si gioca su vari livelli, facendo così arrivare chiari e tondi i messaggi che deve fare arrivare senza strafare) sono due le storie che scorrono parallele, quella dell'atleta e della preparazione per le qualificazioni e quella più politica che vede il Comitato Olimpico Americano chiamato a prendere una decisione importante, boicottare o meno le Olimpiadi di Berlino in segno di protesta contro Hitler. Qualcosa di paradossale se si pensa a quello che succedeva in America in quel periodo, coloro che infatti protestano fuori dal comitato olimpico americano per boicottare i giochi nazisti sono gli stessi che non esitano a prendersela con le persone di colore riservando a loro un trattamento terribile e autobus e ingressi diversi persino in teatro (molto bella ed eloquente la scena finale). Race difatti mostra appieno l'insensatezza delle leggi razziali e di quanto fossero radicate nel senso comune americano, dipingendo uno stato che inorridisce e mette ai voti il boicottaggio dei Giochi Olimpici per le leggi razziali di Hitler mentre il proprio statuto presenta leggi che distinguono i propri cittadini dal colore della pelle.