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venerdì 22 dicembre 2023

Mona Lisa and the Blood Moon (2021)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 22/12/2023 Qui - Fuggita dal manicomio, una ragazza dotata di poteri psichici vaga in un quartiere periferico di New Orleans, vede persone, fa cose. Film (riuscito solo parzialmente) dalle palesi similitudini con il lungometraggio d'esordio (A Girl Walks Home Alone at Night) della regista (Ana Lily Amirpour), compresa l'ambientazione notturna, ma privo della stessa eleganza formale oltre che carente sotto il profilo della sceneggiatura: la protagonista si comporta come una marziana insensibile per cui è difficile provare empatia nei suoi confronti, e anche gli altri personaggi sono tratteggiati in modo sommario. Fuffa autoriale oscillante tra il banale e l'irritante. Non vorrei che quel primo film sia stata la classica botta di fortuna. Non dico che questo film sia diretto male, ma l'ho trovato vuoto nel suo complesso e poco interessante. Un film che esprime poco, che non dice niente e non va da nessuna parte. Voto: 5

giovedì 9 febbraio 2023

Glass Onion - Knives Out (2022)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 09/02/2023 Qui - Purtroppo film molto più debole del (fantastico) primo che era un giallo classico alla Agatha Christie con trovate astute e dal mood dark al punto giusto (sorprendente Cena con delitto). Questo è un film sin dall'inizio trasformato in un grande "gioco" alla Cluedo con situazioni, luoghi e personaggi inverosimili. Oltre a essere uno dei gialli con il killer più ovvio e telefonato che abbia mai visto (anche nel primo film si poteva intuire prima, ma qui è proprio conclamato). Da apprezzare quasi solo la prova di Daniel Craig (e pochissimi altri) calato sempre benissimo nel personaggio e divertito in un ruolo più leggero rispetto al film precedente, che però in termini complessivi si prendeva tranquillamente un distinto pieno, questo a fatica arriva alla sufficienza per me. Inspiegabile la candidatura per la migliore sceneggiatura non originale a Rian Johnson (anche regista), ma in ogni caso gustoso filmetto. Voto: 6

lunedì 25 gennaio 2021

Marcia per la libertà (2017)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 25/01/2021 Qui - Il titolo italiano è, come spesso succede, fuorviante: non c'è nessuna marcia, se non in senso figurato, in quanto viene narrata una delle tante sofferte tappe del processo di affermazione dei diritti degli afroamericani in un paese imbevuto di pregiudizi razziali. Ispirato ad un caso di cronaca che all'epoca fece scalpore, un film processuale di stampo classico, discretamente confezionato (la canzone candidata all'Oscar nel 2018 non è male) ed interpretato con professionalità, ma anche molto convenzionale e in alcuni snodi assai prevedibili. È buona la ricostruzione ambientale e il cast ben scelto offre come detto una buona prova (su tutti lo sfortunato Chadwick Boseman, un'altra valida performance dopo quella in City of Crime). La regia non è ispirata più di tanto. Un biopic incentrato sulla battaglia dei diritti civili condotta da colui che poi diventò il primo giudice afroamericano della Corte Suprema degli Stati Uniti (da qui il titolo originale Marshall), comunque interessante e non troppo da sottovalutare. Voto: 6

lunedì 8 aprile 2019

Deepwater: Inferno sull'oceano (2016)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 20/11/2017 Qui - Solida ricostruzione del disastro della piattaforma petrolifera Deepwater Horizon, avvenuto nell'aprile del 2010 è Deepwater: Inferno sull'oceano (Deepwater Horizon), film del 2016 diretto discretamente bene da Peter Berg (Hancock, Battleship). Il regista infatti, probabilmente al suo miglior film, negli spazi angusti della piattaforma, dove è ambientata gran parte della vicenda, lascia ai margini retorica e sentimentalismo per concentrarsi sui fatti e sull'azione raccontati con un taglio assai realistico e senza troppi fronzoli. Deepwater difatti è un disaster movie di grande presa, non solo visiva, capace di mantenere in costante attenzione il pubblico coinvolgendolo e trasmettendogli discrete dosi di emozioni, forse un po' troppo spettacolarizzate ma ampiamente capaci di soddisfare le attese e i requisiti che storie come questa intendono proporre. Anche se la cosa più interessante del film (e di questa storia), non è il dramma accaduto al largo della costa della Louisiana, dove la piattaforma trivellatrice semi-sommergibile Deepwater Horizon, di proprietà della multinazionale britannica "British Petroleum", a causa della superficialità e della cupidigia dei dirigenti della stessa compagnia, è esplosa causando undici operai morti e inquinando con milioni di barili di greggio l'oceano e tutto il Golfo del Messico con un disastro ambientale riconosciuto unanimemente, come il più grave della storia americana, ma i rapporti, l'aspetto umani (quello che al regista lo interessa di più e quello che gli riesce meglio raccontare) e gli scontri tra chi mette al primo posto la sicurezza dei lavoratori, e chi invece mette al primo posto solo ed esclusivamente il business. Del resto Deepwater Horizon, dal titolo omonimo con la piattaforma, non vuole essere un documentario o un film forzatamente ambientalista, ma un film che racconta nel modo più verosimile e genuino la tragedia umana.

domenica 10 marzo 2019

Wish I Was Here (2014)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 18/05/2017 Qui - Anche questo film, nato grazie al sostegno dei fan di Zach Braff su Kickstarter, uno dei volti più noti dell'immaginario collettivo degli anni 2000, anche per chi non segue molto le serie tv (o non ha visto tutta la sua serie), è quasi impossibile infatti non aver presente il viso del Dottor Dorian, J.D. per gli amici, protagonista della fortunata serie "Scrubs", non è stato mai distribuito in Italia, ma ancora una volta grazie a Sky ci è arrivato, lo scorso 3 maggio. Sto parlando ovviamente di Wish I Was Here, film del 2014 scritto, diretto, prodotto ed interpretato proprio da Zach Braff. Film che dopo l'esordio come regista nel 2004 con il delizioso La mia vita a Garden State, conferma un talento e un'idea di cinema (anche se l'opera non convince appieno, seppur la sincerità del film fa perdonare tutte le sue imperfezioni) del regista, autore di un film agrodolce e sensibile sull'elaborazione del lutto e l'importanza di essere presenti nella propria vita. Aidan Bloom (Zach Braff) è un uomo ossessionato dal sogno di realizzarsi facendo l'attore, nonostante sia disoccupato e padre di due figli, cose che dovrebbero quantomeno responsabilizzarlo. Chi porta avanti l'economia domestica è sua moglie, Sarah (una sempre sexy e salvabile Kate Hudson), costretta a professare un lavoro noioso come contabile presso un ufficio di Los Angeles. Un altro grande aiuto proviene dalle tasche del padre di Aidan, Gabe Bloom (Mandy Patinkin), il quale si trova costretto a chiudere il rubinetto al figlio per contrastare una gravissima forma di cancro ai polmoni. In mezzo a questo quadretto famigliare, ci sono i due figli Grace (Joey King) e Tucker (Pierce Gragnon), che sorreggeranno Aidan (che tra rabbini, perdita di fede, provini sbagliati, il cambio di scuola per i figli, il conflitto tra suo padre e suo fratello, Josh Gad, e i problemi sul lavoro della bella moglie Sarah, deve ancora trovare la sua giusta collocazione nel mondo) lungo questo racconto di vita agrodolce, dato che il film danza su diversi piani cagionando sorrisi e lacrime.

mercoledì 27 febbraio 2019

Good People (2014)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 22/02/2017 Qui - Con Omar Sy, per una volta in un ruolo non comico (ma che lascia più di un dubbio), e con diversi volti noti nel cast, protagonisti a parte, Good People, film del 2014 diretto da Henrik Ruben Genz, attira facilmente l'attenzione di quella parte di pubblico costantemente famelico di buon cinema ma riesce ad infrangere ogni aspettativa in poco più di una decina di minuti. La recitazione dei due attori principali (James Franco e Kate Hudson) è infatti piatta quanto una tavola e il loro coinvolgimento è pari a quello di una coppia intenta a fare la spesa al supermercato. A ciò si aggiunge una storia popolata da inverosimili colpi di fortuna che rendono la visione incline a frequenti distrazioni. La storia di una giovane e indebitata coppia che si impossessa di una valigetta di soldi appartenente a un criminale a cui avevano affittato una stanza. I due però si ritroveranno presto invischiati in un pericoloso regolamento di colpi. Allora, a parte il dispiacere che si prova quando davanti a un più che discreto cast si assiste a uno spettacolo del genere, è proprio questo thriller il genere di pellicola che non riesce davvero ad essere credibile. Insomma due persone comuni alle prese con un dilemma morale (e fin qui tutto bene, più o meno, dato che quale fosse la morale è un tasto dolente, le possibilità potrebbero essere infatti molte e tutte troppo banali per essere prese in considerazione, qualcosa tipo, anche i buoni possono usare le maniere forti, il fine giustifica i mezzi, mai sottovalutare le brave persone sull'orlo di una crisi di nervi, la mia) che poi si trasformano riuscendo a sopravvivere agli assalti di vari gruppi di malviventi. La risoluzione finale e l'ultima sequenza poi fanno letteralmente ridere in quanto a credibilità e resa. Eppure l'opera ha saputo giocare bene le proprie carte, perché Good People si basa su un romanzo di Marcus Sakey ed è stato adattato da Kelly Masterson (lo sceneggiatore di Onora il Padre e la Madre di Sidney Lumet), aveva quindi i presupposti per non deludere.

martedì 19 febbraio 2019

Rock the Kasbah (2015)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 14/01/2017 Qui - Per quanto si possa adorare Bill Murray, Rock the Kasbah, commedia del 2015 diretta da Barry Levinson (L'uomo dell'anno, Sleepers, Rain Man), dimostra che non basta la sua presenza a rendere un film memorabile. Ma nemmeno, almeno, sufficiente. Il regista del film infatti, ci ha abituati a ben altri tipi di trame più coinvolgenti da lui ben dirette, e questa non mi sembra una di quelle, piuttosto scarna di contenuti reali e priva di una qualsivoglia interezza nella storia. Un collage di situazioni poco interessanti, sconclusionato, amorfo e troppo lungo di scenette e siparietti che non divertono, non fanno minimamente sorridere né riflettere. L'iconico comico americano, difatti, s'aggira spento, ombroso, accigliato, annoiato per le noiose vie della pellicola, costretto in situazioni balorde che ne mortificano il talento nonché la pazienza (la sua, la mia) mentre cerca di dare vita e anima all'inaffidabile Richie Lanz, un passato da glorioso (dice lui) scopritore di talenti, un presente di imprese manageriali truffaldine che lo portano, nell'occasione, a Kabul. L'assunto, si capisce, è tutto, ma da quello che poteva essere un brillante susseguirsi di sketch ad alto contenuto demenziale-satirico si scade, immediatamente, in un blando accumulo di sciocchezzuole meramente riempitive, il regista si fa invisibile come le gag, impegnato (si fa per dire) a portare a casa la pagnotta e a rendere il più possibile digeribile l'indigesto copione. Incomprensibile, oltretutto, l'idea di rompere sul nascere un binomio potenzialmente scoppiettante, lo stralunato Bill Murray con la stralunata Zooey Deschanel di New Girl (l'unico momento che strappa il sorriso la vede infatti protagonista di una versione non propriamente convinta della Hit Bitch di Meredith Brooks).