Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 30/06/2023 Qui - Come film è una baracconata allucinante, ma vuole essere una baracconata allucinante. Puro e semplice cazzeggio dentro un treno in viaggio per il Giappone, da Tokio a Kyoto, dove ne succedono di tutti i colori. I personaggi occhieggiano nei loro caratteri al cinema di Tarantino e Ritchie, stralunati e spesso sopra le righe, ma va bene perché il film intrattiene e diverte, facendo passare due ore di puro svago, pieno di buoni combattimenti con una certa dose d'ironia che non guasta. L'intrattenimento è infatti garantito dalla buona mano di David Leitch che confeziona iperboliche scene di combattimento, con un andamento che è un giusto mix fra videogioco e fumetto. Il cast è scelto con dovizia e vi spicca la prova del talentuoso Aaron Taylor-Johnson (anche se Brad Pitt è convincente in un ruolo per lui diverso dal solito). Certo, il minutaggio è eccessivo, visto il genere, ma nel complesso un'occhiata la merita. Voto: 6
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venerdì 30 giugno 2023
Bullet Train (2022)
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giovedì 14 novembre 2019
L'evocazione - The Conjuring (2013)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 14/11/2019 Qui
Tema e genere: Horror soprannaturale basato sui fatti riportati dalla coppia di ricercatori del paranormale Ed e Lorraine Warren, le cui esperienze in precedenza avevano già ispirato film come Amityville Horror e The Haunting in Connecticut.
Trama: Una famiglia si trasferisce in una villa di campagna, scatenando l'ira di oscure presenze: due famosi demonologi si occupano del caso.
Recensione: Partiamo dicendo che i canonici ingredienti da film horror sono tutti ben presenti: casa in campagna isolata, famigliola felice che rimane sconvolta dagli eventi, presenze più o meno demoniache, porte che scricchiolano, strane bambole, persone possedute ed esorcismi. Insomma fino a qui nulla di nuovo. Ciò che fa però funzionare il film è la capacità del regista James Wan di evocare (senza inventarsi nulla) la paura con i vecchi strumenti del mestiere: appunto una famiglia, una presenza demoniaca e una casa che da qualsiasi impressione tranne quella di essere un posto sicuro e accomodante, tipico delle abitazioni degli horror anni '70-'80, ma gestendo bene la suspense. A ciò ci si aggiunga in questa pellicola costruita come si deve (la trama inizialmente procede lenta ma senza intoppi, lo sviluppo di tutta la vicenda è buono rendendosi in grado di suscitare interesse e curiosità nello spettatore), una buona attenzione per i dettagli percettivi, visivi o uditivi che siano (discreta la fotografia di John R. Leonetti, che sguazza nelle ombre ma con la capacità di non farci perdere alcun dettaglio né di affaticarci la vista, ed azzeccate le apocalittiche musiche di Joseph Bishara, discreto inoltre il trucco), anche se poi non fa gridare al miracolo (il che è comunque un demerito relativo). E come se non bastassero, si fa subito forza con un'introduzione efficace dei coniugi Warren, il che conferisce una cospicua dose di credibilità, apre con furbizia ulteriori strade (vedi la bambola "Annabelle", che vedrà poi un "suo" film), insomma ogni mossa ha dietro un suo perché, tangibile o meno all'interno del film. E così sfruttando vagonate di archetipi del genere, dai rumori ai dettagli demoniaci, riesce a creare una buona suspense, anche se a dire il vero poi quando deve esplodere definitivamente paventa qualche balbettio in più. In tal senso risulta emblematica la parte finale (altresì un po' ingenua), infatti quando sopraggiunge il più bello poi quest'ultimo non dura a sufficienza (risoluzione non in linea con la durata del film) per ghiacciare il sangue (anche se il messaggio è positivo). Stimolanti invece i titoli di coda, studiati per accrescere ulteriormente la soggezione, d'altronde nel cinema di James Wan la maestria nell'utilizzo del mezzo va di pari passo con un'idea globale che guarda indietro, riprendendo stilemi collaudati, ed ancor di più avanti per aprirsi sempre più strade. Molto apprezzato dal pubblico, probabilmente più scaltro che completamente riuscito, ha evidenti meriti, qualcosa di meno convincente e può contare su un buon cast che va dal feticcio horror dell'autore (Patrick Wilson, già presente in Insidious) a delle vere donne sopra la media come Vera Farmiga (candidata Premio Oscar nel 2010 con "Oltre le nuvole") e Lili Taylor che sanno conferire ai loro personaggi paure e consapevolezza. Era difficile apportare grosse novità su un tema che è stato ritrattato più e più volte, ma c'è da dire che il regista James Wan (colui che nel 2004 ha creato il primo, e forse unico meritevole di una certa attenzione, della saga di Saw) è del tutto in grado di rendere la pellicola molto interessante (giacché sa come muovere la macchina per creare la suspense giusta in sequenze al cardiopalma). Questo a dimostrazione che in un mondo in cui (quello del cinema) le idee scarseggiano, se il film viene girato da un regista che sa il fatto suo, ne uscirà lo stesso un buon prodotto. Un prodotto di discreta fattura, che decisamente sa spaventare, mantenendo una certa credibilità. Un buon film che tiene attaccati alla poltrona e a un film horror non si può chiedere molto altro. Un buon horror, che a tutti gli appassionati del genere non può di certo mancare.
Trama: Una famiglia si trasferisce in una villa di campagna, scatenando l'ira di oscure presenze: due famosi demonologi si occupano del caso.
Recensione: Partiamo dicendo che i canonici ingredienti da film horror sono tutti ben presenti: casa in campagna isolata, famigliola felice che rimane sconvolta dagli eventi, presenze più o meno demoniache, porte che scricchiolano, strane bambole, persone possedute ed esorcismi. Insomma fino a qui nulla di nuovo. Ciò che fa però funzionare il film è la capacità del regista James Wan di evocare (senza inventarsi nulla) la paura con i vecchi strumenti del mestiere: appunto una famiglia, una presenza demoniaca e una casa che da qualsiasi impressione tranne quella di essere un posto sicuro e accomodante, tipico delle abitazioni degli horror anni '70-'80, ma gestendo bene la suspense. A ciò ci si aggiunga in questa pellicola costruita come si deve (la trama inizialmente procede lenta ma senza intoppi, lo sviluppo di tutta la vicenda è buono rendendosi in grado di suscitare interesse e curiosità nello spettatore), una buona attenzione per i dettagli percettivi, visivi o uditivi che siano (discreta la fotografia di John R. Leonetti, che sguazza nelle ombre ma con la capacità di non farci perdere alcun dettaglio né di affaticarci la vista, ed azzeccate le apocalittiche musiche di Joseph Bishara, discreto inoltre il trucco), anche se poi non fa gridare al miracolo (il che è comunque un demerito relativo). E come se non bastassero, si fa subito forza con un'introduzione efficace dei coniugi Warren, il che conferisce una cospicua dose di credibilità, apre con furbizia ulteriori strade (vedi la bambola "Annabelle", che vedrà poi un "suo" film), insomma ogni mossa ha dietro un suo perché, tangibile o meno all'interno del film. E così sfruttando vagonate di archetipi del genere, dai rumori ai dettagli demoniaci, riesce a creare una buona suspense, anche se a dire il vero poi quando deve esplodere definitivamente paventa qualche balbettio in più. In tal senso risulta emblematica la parte finale (altresì un po' ingenua), infatti quando sopraggiunge il più bello poi quest'ultimo non dura a sufficienza (risoluzione non in linea con la durata del film) per ghiacciare il sangue (anche se il messaggio è positivo). Stimolanti invece i titoli di coda, studiati per accrescere ulteriormente la soggezione, d'altronde nel cinema di James Wan la maestria nell'utilizzo del mezzo va di pari passo con un'idea globale che guarda indietro, riprendendo stilemi collaudati, ed ancor di più avanti per aprirsi sempre più strade. Molto apprezzato dal pubblico, probabilmente più scaltro che completamente riuscito, ha evidenti meriti, qualcosa di meno convincente e può contare su un buon cast che va dal feticcio horror dell'autore (Patrick Wilson, già presente in Insidious) a delle vere donne sopra la media come Vera Farmiga (candidata Premio Oscar nel 2010 con "Oltre le nuvole") e Lili Taylor che sanno conferire ai loro personaggi paure e consapevolezza. Era difficile apportare grosse novità su un tema che è stato ritrattato più e più volte, ma c'è da dire che il regista James Wan (colui che nel 2004 ha creato il primo, e forse unico meritevole di una certa attenzione, della saga di Saw) è del tutto in grado di rendere la pellicola molto interessante (giacché sa come muovere la macchina per creare la suspense giusta in sequenze al cardiopalma). Questo a dimostrazione che in un mondo in cui (quello del cinema) le idee scarseggiano, se il film viene girato da un regista che sa il fatto suo, ne uscirà lo stesso un buon prodotto. Un prodotto di discreta fattura, che decisamente sa spaventare, mantenendo una certa credibilità. Un buon film che tiene attaccati alla poltrona e a un film horror non si può chiedere molto altro. Un buon horror, che a tutti gli appassionati del genere non può di certo mancare.
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domenica 21 luglio 2019
Slender Man (2018)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 03/07/2019 Qui
Tema e genere: Horror basato sull'omonimo personaggio creato da Victor Surge, protagonista di racconti dell'orrore, videogiochi, film e vicende di cronaca.
Tema e genere: Horror basato sull'omonimo personaggio creato da Victor Surge, protagonista di racconti dell'orrore, videogiochi, film e vicende di cronaca.
Trama: In una piccola città del Massachusetts, quattro studentesse liceali eseguono un rituale nel tentativo di sfatare la tradizione dello Slender Man. Quando uno di loro scompare misteriosamente, il resto delle compagne inizia a sospettare che lo Slender Man sia entrato in azione.
Recensione: Ispirato ad una leggenda metropolitana che ha avuto larga eco in rete nell'ultimo decennio, questo fiacco horror si avvale di espedienti scontati per tentare di sopperire alle mancanze di sceneggiatura e regia. All'interno del vasto immaginario legato al mondo del paranormale dalle tinte fosche negli ultimi anni si è affacciato un misterioso essere dall'aspetto filiforme e privo di volto, che risiede nei boschi ed è capace di soggiogare giovani anime portandole a perdere la cognizione della realtà e a sacrificare altre vite in suo onore. Tale essere ribattezzato Slender Man, è in verità stato inventato da un semplice fotografo esperto di editing, ma è divenuto talmente popolare da comparire in diversi creepypasta, racconti dell'orrore trasmessi sul web, sia in forma di testo che di immagini (foto e video). Purtroppo la sua "esistenza" è salita anche alla ribalta della cronaca nera, quando nel 2014 due ragazzine tredicenni del Wisconsin tentarono di uccidere una loro coetanea, dicendosi obbligate a farlo proprio da tale oscuro figuro. Dunque l'idea di incentrare un film su questo ambiguo personaggio non poteva che essere colta al volo anche dal cinema horror, e avrebbe potuto rappresentare una qualche novità, specialmente in un periodo in cui imperversano remake e sequel. A conti fatti, però, la debolezza della sceneggiatura e la scarsa inventiva della regia, fanno di questa produzione un qualcosa di dimenticabile, mai veramente intrigante o spaventoso. La storia si sviluppa attorno a quattro amiche di scuole adolescenti di un piccolo paesino americano, alle prese con problemi familiari e prime cotte, che una sera per gioco decidono di guardare un video in rete per evocare questo fantomatico Slender Man. Il loro scetticismo verrà ben presto smentito da una serie di eventi inquietanti, in primis l'improvvisa e inspiegabile scomparsa di una di loro, e poi strane ombre e apparizioni, tra i boschi e tra le mura di casa. E quindi il film ci presenta la solita entità negativa dalle origini anonime e superficiali, con le solite mosse sbagliate e i soliti comportamenti poco plausibili dei protagonisti. Insomma le solite cose viste e straviste portate su schermo senza un reale quid in più. Perché anche se il problema più grosso di Slender Man di Sylvain White è che si tratta di un film dell'orrore che fa spesso orrore ma mai paura, errore già di per se imperdonabile per un film appartenente a questo genere che poi diventa doppiamente grave se si pensa che il materiale di partenza è una delle più famose ed inquietanti leggende metropolitane moderne, a colpire è l'incapacità di proporre un qualcosa di vagamente originale e interessante. Tanto che, giusto per non farsi mancare niente, quella proposta da Slender Man è una storia che sembra pescare a piene mani da due titoli cult del genere come Candyman e The Ring (indovinate perché?). Come se la mancanza di originalità non fosse già un problema sufficiente, a questo si deve aggiungere anche numerosi buchi di sceneggiatura, tanto che da un certo punto del film in poi alcuni personaggi sembra quasi che spariscano direttamente dal copione. Non una spiegazione sul loro destino, non un cenno nemmeno dagli altri protagonisti. Semplicemente non se ne parla più e basta. Anche da un punto di vista degli effetti speciali, ci troviamo di fronte ad un prodotto scialbo e senza mordente, con risvolti involontariamente comici. Le scene deputate a spaventare infatti, non solo sono prevedibili, ma possono anche regalare una meravigliosa nausea da disorientamento.
martedì 4 giugno 2019
Wish Upon (2017)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 30/08/2018 Qui - Wish Upon (Horror, USA, 2017): Non c'è molta originalità in questo film del direttore della fotografia e regista statunitense John Robert Leonetti dato che le morti ricordano le dinamiche di Final Destination e l'oggetto misterioso che esaudisce i desideri riporta alla mente pellicole come The Monkey's Paw. Ma come thriller drammatico questo Wish Upon (un film che sembra appunto d'aver già visto, giacché la trama prosegue dritta e lineare così come ci si aspetterebbe, ovvero quello della classica teenager che viene derisa e bullizzata perché povera e un po' "sfigatella" ma che poi riesce a prendersi le sue soddisfazioni grazie ad un oggetto misterioso), intrattiene abbastanza bene, nonostante le evidenti ingenuità che si nascondono tra le pieghe della sceneggiatura. Una sceneggiatura leggermente forzata che non osa di più, che invece di uscire da alcune "soluzioni" ormai troppo abusate nell'horror contemporaneo, magari lavorando maggiormente sulla tensione e sulla paura che, una volta capito il giochetto, purtroppo latitano, non rischia e preferisce, restando nella manualità (così come il regista), puntare al classico teen horror da consumo senza infamia e senza lode. Cosa che, grazie all'inevitabile, ma comunque frizzante e in linea con il resto della storia, finale, e grazie al tema ben veicolato sullo stare attenti a ciò che si desidera, ma anche sul come sia impossibile prevedere le conseguenze delle azioni commesse, riesce a fare. Perché tutto sommato, Wish Upon si mantiene su livelli accettabili, anche grazie a una discreta regia e una prova attoriale apprezzabile (quella di Joey King e di tutti gli altri), intrattenendo senza grandi sforzi, anche se è pieno di parecchi cliché che rendono alcune svolte narrative troppo prevedibili. E tuttavia questo film è certamente migliore di tanti altri ancor di più peggiori. Voto: 5,5
giovedì 18 aprile 2019
Insospettabili sospetti (2017)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 20/12/2017 Qui - Commedia semplice e abbastanza leggera, condita con quel pizzico di critica sociale utile per imbastire una storiella fluida e rendere ancora più simpatici i protagonisti è Insospettabili sospetti (Going in Style), film del 2017 diretto da Zach Braff, alla sua terza regia dopo il riuscito Wish I Was Here, e remake del film Vivere alla grande del 1979, scritto e diretto da Martin Brest. Sì perché la pellicola si manifesta come una (ben riuscita) commedia godibile ed intelligente, dove a farla da padrone è un umorismo leggero, intelligente, che non si accosta minimamente alla volgarità (la pellicola, infatti, cerca di essere il più divertente possibile senza però esagerare) e che sa cogliere con ironia il mondo d'oggi, piegato da una crisi che non conosce fine e che colpisce tutti indiscriminatamente lavoratori e pensionati. Sì perché Joe, Willie e Albert lo sono. Sono ottantenni tutt'altro che ladri che come i sociologi ben direbbero sono stati spinti dalla società sulla cattiva strada. Dopotutto quando si perde tutto, si è disposti a fare qualsiasi cosa per riprendersi ciò che è nostro di diritto. È proprio questo che accade a tre amici di vecchia data, impersonati da tre grandissimi attori Morgan Freeman, Michael Caine e Alan Arkin (discreta la loro prova, giacché mimica e battute strappano qualche sorriso), i quali decidono di abbandonare per la prima volta la retta via quando vedono i loro fondi pensione andare in fumo. Furiosi per non poter pagare i conti e preoccupati per il futuro delle loro famiglie, vogliono vendicarsi della banca che si è dileguata con i loro soldi. Come? I tre organizzano una rapina da manuale, pensando anche a un alibi perfetto per il giorno dell'evento. Ma spesso, come sappiamo, quello che sembra essere un piano perfetto nasconde un errore madornale. Sarà il loro caso?
domenica 24 marzo 2019
Independence Day: Rigenerazione (2016)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 01/09/2017 Qui - Era il 1996 quando Independence Day usciva nei cinema di tutto il mondo. Il film diretto da Roland Emmerich raggiunse un successo sia commerciale sia cinematografico che vanta pochi rivali grazie ad effetti speciali mozzafiato, un'invasione aliena senza precedenti e persino la distruzione di alcuni edifici simbolici degli Stati Uniti. Non è un caso che il titolo del film si riferisse proprio al 4 luglio, festa nazionale americana per eccellenza, a sottolineare la forte componente patriottica della pellicola. Vent'anni dopo, eccoci con Independence Day: Rigenerazione (Independence Day: Resurgence), film di fantascienza del 2016 diretto nuovamente da Emmerich, di nuovo alle prese con un'invasione aliena. Ritroviamo vecchi nemici e molti dei protagonisti del primo film, ma il mondo è cambiato. Se nel 1996 gli Stati Uniti erano la sola super-potenza a livello globale, anche nella lotta contro gli alieni, nel 2016 troviamo una sorta di alleanza planetaria che comprende necessariamente anche la Cina, anche se il perno del film sono ancora loro, gli americani, ma in questo secondo capitolo troviamo alcuni elementi di cambiamento. Il nuovo presidente degli Stati Uniti è una donna, americani e cinesi collaborano a difesa del pianeta e il mondo sembrerebbe più unito. Dall'ultima volta che gli alieni hanno attaccato la Terra, l'umanità si è impossessata delle tecnologie all'avanguardia dei suoi invasori e ha sviluppato un sistema di difesa che dovrebbe garantire la nostra incolumità. Il governo degli Stati Uniti, oltre a sfruttare le potenti tecnologie extraterrestri, tiene prigionieri alcuni esemplari nemici per monitorarli. Ma a pochi giorni dalla celebrazione del ventennale di quel famoso 4 luglio 1996, ecco che la nave aliena atterrata in Sud Africa inizia a manifestare strani segni di attività, cosa avranno di nuovo in mente? chi saranno i nuovi eroi che salveranno la Terra? Basteranno due piloti rivali e un ex presidente eroico a salvarci? Certo che sì, altrimenti che senso avrebbe.
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domenica 10 marzo 2019
Wish I Was Here (2014)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 18/05/2017 Qui - Anche questo film, nato grazie al sostegno dei fan di Zach Braff su Kickstarter, uno dei volti più noti dell'immaginario collettivo degli anni 2000, anche per chi non segue molto le serie tv (o non ha visto tutta la sua serie), è quasi impossibile infatti non aver presente il viso del Dottor Dorian, J.D. per gli amici, protagonista della fortunata serie "Scrubs", non è stato mai distribuito in Italia, ma ancora una volta grazie a Sky ci è arrivato, lo scorso 3 maggio. Sto parlando ovviamente di Wish I Was Here, film del 2014 scritto, diretto, prodotto ed interpretato proprio da Zach Braff. Film che dopo l'esordio come regista nel 2004 con il delizioso La mia vita a Garden State, conferma un talento e un'idea di cinema (anche se l'opera non convince appieno, seppur la sincerità del film fa perdonare tutte le sue imperfezioni) del regista, autore di un film agrodolce e sensibile sull'elaborazione del lutto e l'importanza di essere presenti nella propria vita. Aidan Bloom (Zach Braff) è un uomo ossessionato dal sogno di realizzarsi facendo l'attore, nonostante sia disoccupato e padre di due figli, cose che dovrebbero quantomeno responsabilizzarlo. Chi porta avanti l'economia domestica è sua moglie, Sarah (una sempre sexy e salvabile Kate Hudson), costretta a professare un lavoro noioso come contabile presso un ufficio di Los Angeles. Un altro grande aiuto proviene dalle tasche del padre di Aidan, Gabe Bloom (Mandy Patinkin), il quale si trova costretto a chiudere il rubinetto al figlio per contrastare una gravissima forma di cancro ai polmoni. In mezzo a questo quadretto famigliare, ci sono i due figli Grace (Joey King) e Tucker (Pierce Gragnon), che sorreggeranno Aidan (che tra rabbini, perdita di fede, provini sbagliati, il cambio di scuola per i figli, il conflitto tra suo padre e suo fratello, Josh Gad, e i problemi sul lavoro della bella moglie Sarah, deve ancora trovare la sua giusta collocazione nel mondo) lungo questo racconto di vita agrodolce, dato che il film danza su diversi piani cagionando sorrisi e lacrime.
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