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giovedì 14 novembre 2019

L'evocazione - The Conjuring (2013)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 14/11/2019 Qui
Tema e genere: Horror soprannaturale basato sui fatti riportati dalla coppia di ricercatori del paranormale Ed e Lorraine Warren, le cui esperienze in precedenza avevano già ispirato film come Amityville Horror e The Haunting in Connecticut.
Trama: Una famiglia si trasferisce in una villa di campagna, scatenando l'ira di oscure presenze: due famosi demonologi si occupano del caso.
Recensione: Partiamo dicendo che i canonici ingredienti da film horror sono tutti ben presenti: casa in campagna isolata, famigliola felice che rimane sconvolta dagli eventi, presenze più o meno demoniache, porte che scricchiolano, strane bambole, persone possedute ed esorcismi. Insomma fino a qui nulla di nuovo. Ciò che fa però funzionare il film è la capacità del regista James Wan di evocare (senza inventarsi nulla) la paura con i vecchi strumenti del mestiere: appunto una famiglia, una presenza demoniaca e una casa che da qualsiasi impressione tranne quella di essere un posto sicuro e accomodante, tipico delle abitazioni degli horror anni '70-'80, ma gestendo bene la suspense. A ciò ci si aggiunga in questa pellicola costruita come si deve (la trama inizialmente procede lenta ma senza intoppi, lo sviluppo di tutta la vicenda è buono rendendosi in grado di suscitare interesse e curiosità nello spettatore), una buona attenzione per i dettagli percettivi, visivi o uditivi che siano (discreta la fotografia di John R. Leonetti, che sguazza nelle ombre ma con la capacità di non farci perdere alcun dettaglio né di affaticarci la vista, ed azzeccate le apocalittiche musiche di Joseph Bishara, discreto inoltre il trucco), anche se poi non fa gridare al miracolo (il che è comunque un demerito relativo). E come se non bastassero, si fa subito forza con un'introduzione efficace dei coniugi Warren, il che conferisce una cospicua dose di credibilità, apre con furbizia ulteriori strade (vedi la bambola "Annabelle", che vedrà poi un "suo" film), insomma ogni mossa ha dietro un suo perché, tangibile o meno all'interno del film. E così sfruttando vagonate di archetipi del genere, dai rumori ai dettagli demoniaci, riesce a creare una buona suspense, anche se a dire il vero poi quando deve esplodere definitivamente paventa qualche balbettio in più. In tal senso risulta emblematica la parte finale (altresì un po' ingenua), infatti quando sopraggiunge il più bello poi quest'ultimo non dura a sufficienza (risoluzione non in linea con la durata del film) per ghiacciare il sangue (anche se il messaggio è positivo). Stimolanti invece i titoli di coda, studiati per accrescere ulteriormente la soggezione, d'altronde nel cinema di James Wan la maestria nell'utilizzo del mezzo va di pari passo con un'idea globale che guarda indietro, riprendendo stilemi collaudati, ed ancor di più avanti per aprirsi sempre più strade. Molto apprezzato dal pubblico, probabilmente più scaltro che completamente riuscito, ha evidenti meriti, qualcosa di meno convincente e può contare su un buon cast che va dal feticcio horror dell'autore (Patrick Wilson, già presente in Insidious) a delle vere donne sopra la media come Vera Farmiga (candidata Premio Oscar nel 2010 con "Oltre le nuvole") e Lili Taylor che sanno conferire ai loro personaggi paure e consapevolezza. Era difficile apportare grosse novità su un tema che è stato ritrattato più e più volte, ma c'è da dire che il regista James Wan (colui che nel 2004 ha creato il primo, e forse unico meritevole di una certa attenzione, della saga di Saw) è del tutto in grado di rendere la pellicola molto interessante (giacché sa come muovere la macchina per creare la suspense giusta in sequenze al cardiopalma). Questo a dimostrazione che in un mondo in cui (quello del cinema) le idee scarseggiano, se il film viene girato da un regista che sa il fatto suo, ne uscirà lo stesso un buon prodotto. Un prodotto di discreta fattura, che decisamente sa spaventare, mantenendo una certa credibilità. Un buon film che tiene attaccati alla poltrona e a un film horror non si può chiedere molto altro. Un buon horror, che a tutti gli appassionati del genere non può di certo mancare.

venerdì 27 settembre 2019

Lo schiaccianoci e i quattro regni (2018)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 27/09/2019 Qui
Tema e genere: Adattamento cinematografico del racconto Schiaccianoci e il re dei topi di E. T. A. Hoffmann e del balletto Lo schiaccianoci di Pëtr Il'ič Čajkovskij.
Trama: Una ragazzina in crisi per la morte della madre si trova a vivere un'avventura mirabolante in un mondo di fantasia, dove i giocattoli prendono vita.
Recensione: L'effetto Alice attraverso lo specchio (in senso narrativo e non solo di riuscita complessiva) era dietro l'angolo e, infatti, Lo Schiaccianoci e i Quattro Regni (che in termini di ispirazione tuttavia prende anche da Narnia) ci è caduto con tutte le scarpe. Diretto da Lasse Hallström (e per trentadue giorni di riprese aggiuntive da Joe Johnson) l'ennesimo maestoso film della Disney si rivela essenzialmente come uno dei giocattoli di cui parla: eccepibile nella sua forma estetica, ma vuoto se si va a scrutarne l'interno. Con una consequenzialità che si rincorre veloce nel racconto, dove gli eventi accadono con una fluidità che però non sembra giovare alla narrazione, rendendola soltanto più fanfarona, Lo Schiaccianoci e i Quattro Regni presenta un problema già nel proprio titolo, in contrasto con la realtà della propria storia. Non c'è schiaccianoci dentro questo film. O meglio c'è, ma la sceneggiatura va concentrandosi principalmente sulla figura di Clara, riducendo la pellicola ad una sola elaborazione del lutto e della presa di coscienza, escludendo tutte le dinamiche tra la protagonista e il suo compare che rendono veramente intrigante la storia de Lo schiaccianociMackenzie Foy non aiuta poi a supportare questa decisione del racconto. La giovane attrice statunitense non sa tenere sulle proprie spalle il fatto di dover vestire i panni del personaggio principale, riservando una recitazione che mostra dell'incapacità, partendo fin proprio dalle espressioni del voto. Non è però l'unica a dover rivedere il proprio operato all'interno del film. Una Keira Knightley nelle vesti violette di Fata Confetto dà, probabilmente, la sua peggior interpretazione, fatta soltanto di faccette da macchietta che sembrano oscurare la bravura che solitamente la contraddistingue. Sarà per una libertà troppo fantasiosa del film (questa è infatti una versione molto libera, cioè molto diversa, dal racconto Lo Schiaccianoci e il Re dei Topi di Ernst Hoffmann del 1816 e dalla versione successiva, e meno "horror", di Alexandre Dumas da cui fu tratto il celebre balletto con le musiche di Tchaikovsky, del racconto originario il film mantiene l'ambientazione natalizia e poco altro), sarà per una direzione incorretta degli attori, ma Lo Schiaccianoci e i Quattro Regni sembra andar peggiorando di man in mano più si procede verso la fine, dove forse l'unica possibilità di riscatto è possibile trovarla nei costumi e nella scenografia. Se si fosse scelto di silenziare il film, Lo Schiaccianoci e i Quattro Regni avrebbe sicuramente rimediato in meraviglia. Risulta infatti irresistibile il designer delle scene e l'arredo che brilla e fa brillare gli ambienti in cui vengono introdotti i personaggi, i quali indossano alcuni tra gli abiti più sfarzosi e minuziosamente elaborati che il cinema abbia visto in questi anni. Uno stupore suscitato dall'incanto per la superficie che non trova riscontro con la sostanza, che può consolarsi visto il suo risplendere in costumi "da favola". Una notte di Natale senza un vero e proprio dono, solo un grande meccanismo cinematografico che stavolta non ha saputo trovare la forza di splendere, se non solo esternamente.

sabato 23 febbraio 2019

Il Piccolo Principe (2015)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 30/01/2017 Qui - Il Piccolo Principe (Le Petit Prince), film d'animazione del 2015, è un lungometraggio animato di eccezionale manifattura. Raffinata e ben congegnata è infatti questa trasposizione in chiave cinematografica del breve romanzo illustrato di Antoine de Saint-Exupéry, un romanzo capolavoro che anch'io ho letto da piccolo. Un film che riesce ad essere estremamente fedele al libro, e a coglierne l'essenziale (il termine 'Essential' è ripetuto e riproposto moltissime volte). Ma allo stesso tempo sviluppa e intreccia una trama molto moderna e attuale che dà ancora maggiore risalto ai concetti base del plot originale. L'eterna lotta tra la ragione e il sentimento, il passaggio dall'età infantile a quella adulta, l'amicizia, la crescita, sono tutte tematiche ottimamente raccontate. Il film, diretto da Mark Osborne (autore di "Kung Fu Panda"), non è il primo film tratto dal capolavoro di Antoine de Saint-Exupéry, ma si conferma però come uno dei più interessanti e riusciti anche per il particolare modo in cui sono state animate le vicende del racconto. Il racconto raffinato ed evocativo di un cinema d'altri tempi, quella di una cittadina che si muove geometricamente ai ritmi di un orologio, dove il destino di una piccola bambina si intreccia inevitabilmente con quello del suo anziano vicino di casa (un nuovo Saint-Exupéry) che, nonostante la consapevolezza della vita e della possibilità della morte, quanto mai reali, non ha mai dimenticato cosa sia la fantasia e il desiderio di lasciarle spazio. E la bambina sarà la protagonista di un viaggio memorabile ricco di emozioni.

domenica 27 gennaio 2019

Jesse Stone: Lost in Paradise (2015)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 29/09/2016 Qui - Jesse Stone: Lost in Paradise (2015), è il nono film giallo della serie per la televisione creato dalla penna dello scrittore statunitense Robert B. Parker. Ed è interpretato come nei precedenti capitoli, andati in onda, trasmessi a partire dal 2008 sui canali Sky Prima Fila, Sky Cinema, Rai 2 e Mediaset (TOP Crime) e ultimamente su La 7, da Tom Selleck, l'indimenticabile protagonista di Magnum P.I., ma qui al contrario di quella e delle attuali produzioni boriose e frenetiche, questa serie di film è fatta alla vecchia maniera, lenta e riflessiva come il protagonista costantemente col bicchiere in mano assorto nei suoi mille pensieri, e ciò è ormai diventata una piacevolissima rarità nel panorama televisivo attuale. Perché nonostante la lentezza i gialli proposti in questi tv-movie sono coinvolgenti e apprezzabili per la loro logica e semplicità dei fatti. Comunque anche se questo come detto è il nono film credo di averne visti negli anni solo 4 o 5, anche se non è importante ai fini del racconto averli visti tutti anche se una piccola parte è difatti continuativa, come in quest'ultimo caso, dove ritroviamo Paradise, nel Massachusetts, fittizia cittadina di provincia ancora sconvolta da quello che è successo precedentemente. In Jesse Stone: Lost in Paradise, thriller in ogni caso inedito, il capo della polizia, malinconico e demoralizzato da una vita eccessivamente tranquilla, con problemi di alcolismo e interiori, dato che va da uno strizzacervelli, interpretato da un bravissimo William Devane (visto ultimamente in 24 e Interstellar), accetta suo malgrado di far da consulente per un caso di omicidio irrisolto a Boston. La polizia locale sospetta che dietro all'efferato delitto vi sia la mano di un brutale serial killer, lo Strangolatore di Boston (interpretato da Luke Perry, l'indimenticabile protagonista di Beverly Hills 90210), rinchiuso però dietro le sbarre. Stone fa visita all'uomo in prigione, e non fa che convincersi di quello che già sospettava, il colpevole (perlomeno dell'ultimo delitto) è ancora libero, molto più vicino di quanto si creda. Ma Stone mentre si muove tra Paradise e Boston, per acciuffare il cosiddetto copycat-killer, aiuterà anche una ragazza (la piccola e bravissima Mackenzie Foy, Murphy in Interstellar) vessata da una madre alcolizzata a venirne fuori. Ovviamente il finale è abbastanza scontato in tutti e due in sensi, ma anche questo film nonostante la prevedibilità, è un film discreto, e la discreta durata (90 minuti) aiuta a non appesantire troppo la confezione cupa e triste della pellicola. Non sarà certo a livello dei grandi gialli, ma Jesse Stone se la cava piuttosto bene. Consigliato agli amanti del genere. S.V.

lunedì 21 gennaio 2019

Interstellar (2014)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 07/09/2016 Qui - Per colpa e per fortuna di Mediaset che la Champions è loro, sono stato costretto a mettere Premium. Fatto che mi da la possibilità di vedere tanti film e serie usufruendo di Play, per cui nonostante il poco tempo a disposizione dato che stava scadendo (nel loro catalogo oggi è l'ultimo giorno) e che durava tantissimo (l'ho visto in 3 parti) ho deciso di scegliere come primo film un gioiellino della fantascienza, Interstellar, uno dei film (del 2014) più visti e scaricati (soprattutto illegalmente) dello scorso anno. Questo perché questo incredibile e straordinario film, diretto da Christopher Nolan, uno dei registi più apprezzati e conosciuti al mondo soprattutto per la trilogia del Cavaliere Oscuro, senza dimenticare The Prestige e Inception di cui questo film ne riprende la sua natura complicata e difficile da spiegare e capire per la sua complessità, è probabilmente uno dei più innovativi film che si sia mai visto. La storia di questo film infatti (interamente scritto da Nolan insieme al fratello) è diversa e molto lontana dai soliti cliché, perché il film va oltre l'impossibile (davvero oltre), fatto che da un lato da un effetto positivo in termine estetici e visivi, meno da quello narrativo, dato che proprio per la sua ambizione (comunque alta ma accettabile) eccede troppo in paroloni scientifici non chiari o semplici da capire ma soprattutto orchestra una trama davvero particolare e difficilissima da capire alla fine. Ma nonostante ciò il film grazie anche alla colonna sonora del grandissimo Hans Zimmer, che ha ricevuto una candidatura all'Oscar (più altri due dello stesso settore), grazie alla prova ancora convincente di uno spettacolare Matthew McConaughey (e anche di tutti gli altri), e grazie alla fantastica scenografia (anch'essa ha ricevuto una candidatura) e soprattutto agli effetti speciali (vincitori invece di un Oscar) convince ed entusiasma, emoziona e diverte, almeno nella straordinaria seconda parte, perché nella prima molto non mi ha convinto. Interstellar infatti parte da un presupposto abbastanza confuso e caotico, ovvero ci troviamo sulla Terra in un tempo imprecisato (come se metterlo preclude il risultato) dove senza una spiegazione (in 160 minuti si poteva anche trovare un momento) una piaga sta uccidendo i raccolti, da diversi decenni infatti, l'umanità è in crisi da cibo e quasi tutti sono diventati agricoltori per supplire a queste esigenze. La scienza poi è ormai dimenticata, la tecnologia non esiste quasi più e addirittura ai bambini viene insegnato che l'uomo non è mai andato sulla Luna, era solo di propaganda. Tra la disperazione ormai dilagante facciamo la conoscenza dell'ex astronauta Cooper, mai andato nello spazio e costretto a diventare agricoltore, che cerca di andare avanti. Ma un giorno, grazie all'intuito della figlia scopre che la NASA è ancora attiva in gran segreto, che il pianeta Terra non si salverà, che è comparso un wormhole (una specie di Stargate intergalattico) vicino Saturno in grado di condurli in altre galassie e che qualcuno deve andare lì a cercare l'esito di tre diverse missioni partite anni fa. E sarà proprio lui nonostante le reticenze della figlia ad andare e tornare da questa missione (poiché forse una di quelle tre ha scoperto un pianeta buono per trasferire la razza umana e in quel caso è già pronto un piano di evacuazione) l'unica maniera che Cooper ha di dare un futuro ai propri figli, ma quello che lui non sa è che quel che troverà sarà qualcosa di incredibilmente assurdo e meraviglioso.