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martedì 5 ottobre 2021

Il serpente e l'arcobaleno (1988)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 05/10/2021 Qui - Nutro profondo interesse circa la leggenda (o verità) degli zombie haitiani: persone a cui uno stregone somministra una potente droga, la tetrodotossina, e dopo averli fatti credere morti li usa come schiavi privi di volontà. Questo film si basa sul libro scritto dall'antropologo che avrebbe portato a conoscenza del mondo questa triste faccenda e onestamente la narrazione si destreggia bene in un ambiente ostile e chiuso, vittima delle superstizioni e della paura come quello di Haiti, tra riti Voodoo sempre in bilico tra moderno e tradizionale. La rappresentazione è suggestiva e, sebbene densa di simbolismi e scene oniriche, rimane pur sempre ancorata alla realtà scientifica. Purtroppo Wes Craven nella parte finale non ce la fa a resistere alle più commerciali chimere dell'horror da serie B ed inscena situazioni troppo sovrannaturali che contrastano con lo spirito più realistico di tutta la parte precedente della storia propinando sequenze che un po' aveva già mostrato in Nightmare ed un po' riciclerà nel successivo Sotto shock. Sarebbe stato meglio se avesse mantenuto tutto sul film dossier mistico-drammatico, così invece ne esce un lavoro che risulta riuscito ma non del tutto. Ciò nonostante, devo ammettere che l'atmosfera è unica, e pur non avendo apprezzato il film nella sua totalità, sono rimasto piacevolmente stregato dal fascino dei riti tribali e della stregoneria. Infatti, per questo motivo, ma non solo per questo motivo (per alcune scene horror comunque ben congegnate e per la prova più che buona del cast, Bill Pullman in particolare), riesco ad arrivare facilmente alla sufficienza, e forse a qualcosa in più. Perché seppur non memorabile è abbastanza soddisfacente, ma soprattutto interessante a vedersi, anche perché è uno dei pochi che parla di zombie e non si allinea ai punti di vista di Romero. Alla fin fine davvero non male. Voto: 6,5

venerdì 9 aprile 2021

Strade perdute (1997)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 09/04/2021 Qui - Un film, un viaggio, è difficile trovare una spiegazione al film, insieme a Inland Empire il film più difficile a mio avviso (anche se, sempre viaggio all'interno dell'animo umano si tratta), è un insieme di vari generi, sembra un noir, ma poi sfocia nel thriller, nell'horror, nel dramma, nell'erotico, è difficile trovare un genere a Strade perdute. Una cosa tuttavia è certa, che la pellicola sia a tutti gli effetti una triste e pessimista panoramica ricca di metafore sulla condizione umana e sulla sua impossibilità di realizzare i propri sogni, la propria felicità e le proprie aspirazioni, di un'umanità costretta così a rifugiarsi nei suoi oscuri meandri mentali, lì dove alberga l'inconfessabile follia. Tutto questo viene raccontato da David Lynch nel suo stile, metafisico, totalmente irrazionale, un incubo ad occhi aperti (un viaggio all'interno dell'animo umano in cui sogno, desiderio e realtà, ma soprattutto il tempo, si avvinghiano in una matassa assurda e inestricabile, dando vita ad uno spettacolo in cui nulla è certo, nulla è davvero reale, nulla si può toccare), facendo sì di Strade perdute il suo film più cattivo. La scenografia e la fotografia sono la man forte del film, alcune scene con la sintonia tra i colori e le immagini buie rendono il tutto ancora più inquietante e pauroso, notevole anche la colonna sonora, soprattutto quella iniziale, di qualità anche gli effetti speciali. Per gli attori Bill Pullman come protagonista è stato azzeccato, il suo modo d'interpretare e il modo di porsi è perfetto per questo genere di film, sensualissima la Patricia Arquette, veramente bella e provocante (da far girare letteralmente la testa), inquietante come pochi Robert Blake nella parte dell'uomo misterioso. Da sottolineare la presenza di Robert Loggia (ha già lavorato con Pullman in Independence Day) attore di discreto carisma e presenza. Non perfetto, ma gran bel film, né più né meno. Voto: 7

sabato 21 novembre 2020

Cattive acque (2019)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 21/11/2020 Qui - Regista dalla spiccata personalità, Todd Haynes (quello dell'elegante e raffinato Carol per intenderci) mette da parte il suo stile per dirigere un film che si colloca nel solco della tradizione americana delle pellicole con forte vocazione all'impegno civile. Una storia (di sicuro impatto) ben raccontata (e con una sceneggiatura che fa presa, che anche se non decolla mai con impeti emotivi o grossi colpi di scena, intrattiene per quello che deve) di opposizione allo strapotere industriale. Ben sottolineata la fragilità del protagonista, che paga un notevole pegno personale alla sua battaglia, impersonato dal bravissimo Mark Ruffalo che mette in ombra il resto del (gran) cast. Cattive acque è infatti un film d'inchiesta, contro i poteri forti, contro le industrie, contro le istituzioni, contro la lentezza della burocrazia. Sottilmente acuto e riflessivo: anche se le fabbriche avvelenano l'uomo, l'uomo ne ha bisogno per lavorare, per vivere. L'avvocato Rob Billott (Mark Ruffalo qui per metà produttore) se ne accorgerà sulla propria pelle. Difensore di aziende chimiche si "convertirà" grazie ad un "vaccaro", quando questi gli mostrerà come le sue mucche impazziscano nel bere le acque sporche. Motivo? Teflon, un agente chimico che riveste utensili domestici come le pentole. La fabbrica smaltisce veleno e le falde acquifere sono contaminate. Colpisce e mette una certa impotenza, soprattutto leggendo gli impressionanti titoli di coda. Certo, niente di nuovo rispetto ad altre pellicole di genere, anzi, è pure un po' troppo verboso, malgrado ciò è avvincente, è ben interpretato e diretto con mano sicura dal regista, di cui questo non è forse il suo migliore, ma è in ogni caso un valido prodotto. Voto: 7

lunedì 29 luglio 2019

Vice - L'uomo nell'ombra (2018)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 26/07/2019 Qui
Tema e genere: Atipico film biografico che segue la storia di Dick Cheney, interpretato da Christian Bale, dalla sua ascesa politica fino al ruolo di vicepresidente degli Stati Uniti d'America. 
Trama: La vera storia di Dick Cheney, il vice-presidente più potente della storia americana, considerato da molti il "vero numero uno" della Casa Bianca durante l'amministrazione di George W. Bush, e di come le sue politiche abbiano cambiato il mondo.
Recensione: Narrato a volte in prima persona rivolgendosi direttamente al pubblico (un espediente già efficacemente usato dal regista nel suo film precedente), a volte da un uomo il cui ruolo si scoprirà solo alla fine con un bel colpo di scena, Vice - L'uomo nell'ombra, che segna il ritorno del regista Adam McKay dopo aver colpito pubblico e l'Academy con La grande scommessa, che tratta di un racconto di una parte della storia recente degli Stati Uniti, ma non c'entra la crisi economica, il film è infatti incentrato sulla figura di Dick Cheney, che nell'amministrazione di George W. Bush è diventato il vicepresidente più potente di sempre, è la storia (si potrebbe così dire) di una vocazione, una chiamata al potere, che Cheney sente fin da giovane e che trova la sua sponda e il suo sostegno in una moglie che da subito lo indirizza e lo sprona. Tanto Cheney è devoto alla famiglia e affettuoso con le figlie, tanto è spregiudicato nel suo comportamento pubblico: intrighi, scandali, gioco sporco, scelte che favoriscono smaccatamente i ricchi e potenti, le deportazioni e torture indiscriminate dopo la tragedia dell'11 settembre, tutto, dal bombardamento della Cambogia alla dichiarazione di guerra all'Iraq, nonostante sapesse benissimo della inesistenza delle famose armi di distruzione di massa. La tesi del regista premio Oscar per la miglior sceneggiatura non originale nel 2016 per quel originalissimo ed interessante film che è La grande scommessa, è che l'America sia governata da dinastie, le scelte politiche dagli anni '60 in poi sono state affidate a un ristrettissimo gruppo di persone. Un altro paese sarebbe stato possibile, suggerisce il regista quando a metà del film fa partire i titoli di coda, come se Cheney fosse stato sconfitto, ma non è stato così. La vicenda raccontata da Vice - L'uomo nell'ombra è quindi una pagina importantissima della storia recente non solo degli Stati Uniti, ma del mondo intero. L'influenza di Dick Cheney sulle vicende del primo decennio del XXI secolo è stato fortissima, in particolare per quanto riguarda l'entrata in guerra contro l'Iraq. Tra i momenti più terrificanti per la loro fredda lucidità ci sono sicuramente i focus group utilizzati per decidere la terminologia da usare per spostare l'opinione pubblica. Adam McKay insomma non risparmia nessun colpo a Cheney, ma neanche a tutti gli altri, non la classe dirigente, i ricchi, i militari, ma nemmeno la gente comune, esemplare la scena di un focus group nel quale, dopo un'accesa discussione, un liberal e un conservatore vengono alle mani sulle sorti del paese, mentre una donna è interessata solo a cosa danno al cinema, come dire, anche in America ognuno ha i governanti che si merita. La sua figura è però quella più pressata, attaccata infatti da ogni fronte, mostrandone i lati più viscidi e oscuri, creando il ritratto di un uomo davvero senza scrupoli, pronto davvero a tutto per ottenere il potere. Dall'altra parte George W. Bush, apparentemente un completo inetto, che viene facilmente raggirato dalle parole di Cheney. Una rappresentazione non certo imparziale, ma è chiaro che non sia mai stato questo l'obiettivo di McKay. Alla storia meramente politica si intreccia anche ben altro, ovvero la particolare storia d'amore tra l'inconcludente e insicuro Dick e la bella e carismatica Lynne, che poi si evolve nell'amore incondizionato verso le figlie, oltre a piccole sotto-trame di spionaggio. Perché, se il Dick Cheney politico è spietato e cinico, l'uomo sa essere un padre protettivo e amorevole, che rinuncia a correre per le presidenziali per evitare stravolgimenti nella vita della figlia minore (mi fermo qui per evitare spoiler).

mercoledì 17 luglio 2019

The Equalizer 2 - Senza perdono (2018)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 13/06/2019 Qui
Tema e genere: Torna il superagente Robert McCall, ovvero il personaggio interpretato da Denzel Washington in The Equalizer – Il vendicatore, film tratto dalla serie tv Un giustiziere a New York, creata da Michael Sloan e Richard Lindheim, di cui questo è il sequel.
Trama: Robert McCall, ex agente delle CIA in pensione, è impegnato a riportare l'ordine e la giustizia nella decadente Boston. Il passato che ha cercato di lasciarsi alle spalle tornerà prepotente a bussare nella sua vita quando Susan, sua amica e coordinatrice, viene assassinata. Gli toccherà quindi rientrare in scena per rintracciare ed eliminare chi ha osato fare del male alla sua amica più fidata.
Recensione: Attendevo questo seguito con trepidazione, perché ho adorato particolarmente il primo capitolo. Mi aveva colpito il personaggio, un uomo d'altri tempi, così eccezionale nella sua normalità: serio, tranquillo, educato e con un grande senso di giustizia. Sempre pronto a fare la cosa giusta. Non un giustiziere, ma una persona semplice, che aiuta gli altri senza gesti plateali ma con umanità e, dove necessario, dura risolutezza. Un eroe nella vita di tutti i giorni pronto a mettere in gioco le proprie capacità non comuni quando è in gioco la vita di un'altra persona. Il secondo film partiva con la missione difficile di dover mostrarsi all'altezza del predecessore. La missione non riesce, anche se non affatto disprezzabile è questo film, un film comunque inferiore al primo ed in cui però alcune cose non hanno funzionato. Innanzitutto la trama, leggermente sfilacciata, più prevedibile rispetto al primo e che fatica a decollare, ma soprattutto il villain, che ha pochissimo spessore e la sua caratteristica principale è la viscidità. Siamo ben lontani da Nicolai Itchenko detto "Teddy Rensen", il cattivo del primo film: un militare russo esperto, sociopatico ma distino nei modi, persino educato ed elegante ma capace di estrema aggressività e violenza. Insomma, un uomo tutto d'un pezzo. Il "cattivo" di questo film, al confronto, è un foglio di carta. Bidimensionale e leggero. Per non parlare degli altri componenti della squadra, soltanto accennati, anzi nemmeno accennati...tanto che nessuno di loro apre bocca. Il film si muove per inerzia, alternando alla vicenda principale i vari salvataggi e opere di misericordia dell'integerrimo McCall nei confronti dell'umanità. Il film infatti, sempre diretto da Antonie Fuqua (alla quarta collaborazione con Washington dopo Training Day, il primo The Equalizer e lo scoppiettante remake de I magnifici 7), che prosegue il filone dell'eroe vendicatore molto in voga ultimamente, che prosegue il franchise dell'eroe combattuto e crepuscolare interpretato da Denzel Washington, che dimostra di non saper rinunciare ancora una volta ad un nuovo ruolo action (anche se questo film rappresenta il primo sequel della carriera dell'attore premio Oscar), mostra qualche leggera crepa qua e là nascosta tra le solide pareti dell'intrattenimento mainstream. Questo sequel, difatti e come detto, tarda a decollare, prepara un lungo set up iniziale che contribuisce semplicemente a rallentarne il ritmo (con delle sottotrame che si aprono e si chiuderanno poi alla fine, ma fini a se stesse e che nulla hanno da spartire con la linea principale della storia), fino ad arrivare ad un secondo atto pronto a recuperare quota nonostante le pecche della sceneggiatura. Ma è col terzo atto, decisamente efficace, che il film riesce, superando i propri stessi limiti, anche un'adrenalina meno esposta del primo film, adrenalina qui dosata in piccole parti e sparsa nelle due ore di visione (un intro accattivante, una violenta scazzottata con dei malsani giovani rampanti, la resa dei conti finale), a diventare un dignitoso (sufficiente) secondo capitolo a tutti gli effetti, seguito ideale del primo nonché perfetta metà della mela, capace di completare un ideale percorso vincente sul piano della lunga distanza audiovisiva.

venerdì 14 giugno 2019

La battaglia dei sessi (2017)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 29/10/2018 Qui - La battaglia dei sessi (Biografico, USA, 2017): Dopo il mediocre Borg McEnroe avevo sperato in un binomio cinema/tennis migliore, ed effettivamente un miglioramento c'è, anche perché c'è una tematica seria (e purtroppo ancora attuale) in questo film, tuttavia è anche questa una partita dimenticabile. All'inizio degli anni Settanta, la campionessa Billie Jean King (Emma Stone) innesca una battaglia contro i vertici del tennis per far sì che le donne possano ottenere le stesse retribuzioni degli uomini. In un clima già incandescente, si inserisce il 55enne Bobby Riggs (Steve Carell), ex n° 1 del mondo e noto maschilista, che cerca di riaccendere i riflettori su di sé sfidando la King, per dimostrare la presunta superiorità dell'uomo sulla donna. Il 20 settembre 1973, a Houston, i due danno vita a uno dei più celebri match della storia del tennis, conosciuto ancora oggi come "La battaglia dei sessi". Per il loro terzo lungometraggio, i coniugi Jonathan Dayton e Valerie Faris portano sul grande schermo una sceneggiatura di Simon Beaufoy (premio Oscar per The Millionaire), generando un film dai due volti. La battaglia dei sessi ha il merito di riportare in auge una figura importante (per il mondo sportivo in generale, ma non solo) come quella di Billie Jean King, e restituisce un efficace ritratto dei Seventies, che fa respirare l'atmosfera e lo spaesamento di un'America divisa tra bigottismo e venti rivoluzionari. Dove, invece, la coppia di registi sembra andare in affanno è nell'amalgamare i numerosi temi che il film mette sul piatto, dall'identità sessuale al femminismo, dal declino dell'ex campione a quello più che mai attuale della discriminazione di genere. Nel complesso, La battaglia dei sessi è un film che si lascia seguire per tutta la sua durata (anche se nel big match ho tifato per il cronometro), ma non graffia mai, specialmente nella parte conclusiva dove fanno capolino alcuni (inutili) dialoghi intrisi di retorica. Dagli autori di Little Miss Sunshine era lecito attendersi di più. Chi invece lascia il segno il generoso cast, da Emma Stone a Steve Carell fino ad Andrea Riseborough, e la sorprendete (nuovamente riuscita, proprio come accaduto con il film di Janus Metz Pedersen) somiglianza resa dagli attori (e dal trucco) con i personaggi reali della vicenda. In definitiva carino ma niente di che. Voto: 5,5

giovedì 18 aprile 2019

American Ultra (2015)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 19/12/2017 Qui - Un po' Chuck, un po' MatrixAmerican Ultra è una commedia d'azione del 2015, per fortuna con più azione che comicità, che nonostante la poca originalità e la non eccezionalità della trama, senza infamia e senza lode, porta a casa il risultato. Anche perché la prima impressione guardando questo film, è che sia derivato da un fumetto, un po' come (il passabile) Scott Pilgrim o (l'ottimo) Kick Ass, il giovane e solitario Mike (Jesse Eisenberg) vive con la coetanea Phoebe (Kristen Stewart) e quando non lavora (ma anche quando lavora) in un market sempre deserto, passa il tempo a fumarsi canne su canne e disegnare fumetti di scimmie astronaute. Salvo essere preso da assurde crisi di panico ogni volta che cerca di allontanarsi dalla routine o dal paese tra i boschi della Virginia dove vive. Potrebbe essere l'inizio di una commedia alla Clerks, ma la svolta si fa interessante, e il tono più drammatico, non appena si scopre che in realtà Mike è un operativo della CIA cui è stata piallata la memoria e data una nuova identità. Il progetto che lo vedeva "dormiente" è stato annullato e un ambizioso capetto dell'Agenzia (Topher Grace) vorrebbe toglierlo di torno definitivamente, ma un'altra dirigente con scrupoli di coscienza (Connie Britton) decide di "risvegliarlo" perché possa difendersi. Mike è rappresentato come un tenero stordito che naturalmente non si capacita delle doti assassine che scopre di avere. E questo riesce però a rendere le situazioni più divertenti e la violenza meno realistica, specie in alcune scene dagli effetti speciali molto azzeccati (la prigionia nella cantina dello spacciatore illuminata da luci UV, l'uso di una padella come sponda per sparare stando nascosti, ecc.).

domenica 24 marzo 2019

Independence Day: Rigenerazione (2016)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 01/09/2017 Qui - Era il 1996 quando Independence Day usciva nei cinema di tutto il mondo. Il film diretto da Roland Emmerich raggiunse un successo sia commerciale sia cinematografico che vanta pochi rivali grazie ad effetti speciali mozzafiato, un'invasione aliena senza precedenti e persino la distruzione di alcuni edifici simbolici degli Stati Uniti. Non è un caso che il titolo del film si riferisse proprio al 4 luglio, festa nazionale americana per eccellenza, a sottolineare la forte componente patriottica della pellicola. Vent'anni dopo, eccoci con Independence Day: Rigenerazione (Independence Day: Resurgence), film di fantascienza del 2016 diretto nuovamente da Emmerich, di nuovo alle prese con un'invasione aliena. Ritroviamo vecchi nemici e molti dei protagonisti del primo film, ma il mondo è cambiato. Se nel 1996 gli Stati Uniti erano la sola super-potenza a livello globale, anche nella lotta contro gli alieni, nel 2016 troviamo una sorta di alleanza planetaria che comprende necessariamente anche la Cina, anche se il perno del film sono ancora loro, gli americani, ma in questo secondo capitolo troviamo alcuni elementi di cambiamento. Il nuovo presidente degli Stati Uniti è una donna, americani e cinesi collaborano a difesa del pianeta e il mondo sembrerebbe più unito. Dall'ultima volta che gli alieni hanno attaccato la Terra, l'umanità si è impossessata delle tecnologie all'avanguardia dei suoi invasori e ha sviluppato un sistema di difesa che dovrebbe garantire la nostra incolumità. Il governo degli Stati Uniti, oltre a sfruttare le potenti tecnologie extraterrestri, tiene prigionieri alcuni esemplari nemici per monitorarli. Ma a pochi giorni dalla celebrazione del ventennale di quel famoso 4 luglio 1996, ecco che la nave aliena atterrata in Sud Africa inizia a manifestare strani segni di attività, cosa avranno di nuovo in mente? chi saranno i nuovi eroi che salveranno la Terra? Basteranno due piloti rivali e un ex presidente eroico a salvarci? Certo che sì, altrimenti che senso avrebbe.

venerdì 21 dicembre 2018

Red Sky (2014)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 31/03/2016 Qui - Red Sky è uno spettacolare ed avvincente thriller action del 2014. I piloti dell'aeronautica Tom Craig (Shane West) e Butch Masters (Cam Gigandet) ricevono l'ordine (che non proviene dal comando generale) di far saltare in aria un vecchio impianto chimico, all'apparenza abbandonato. I due obbediscono agli ordini ma non sanno che l'edificio è in realtà pieno di civili e di scienziati in cerca di armi di distruzione di massa risalenti all'operazione Iraqi Freedom. Degli americani rimangono uccisi nell'attacco, e un pericoloso ritrovato chimico chiamato "Rainmaker" viene rubato. I due piloti vengono espulsi dall'esercito con disonore. Sette anni dopo, Craig è ricco e famoso, gestisce un gruppo privato di piloti e lavora anche per il cinema. Butch invece fa il meccanico in un piccolo aeroporto, e cercherà di fare chiarezza sul caso, smascherando tutto e tutti. Red Sky è un film su inganni, tradimenti e duelli aerei ai tempi della guerra in Iraq, quasi tutto già visto. Il plot non è proprio banale, la tecnica è buona e la regia è tutto sommato dignitosa, c'è anche qualche spettacolare ed efficace ripresa di duelli aerei c’è, ma meno di quanto ci si potrebbe aspettare da un film del genere. Il film infatti sembra arrivare fuori tempo massimo, la guerra del Golfo e alcuni modi di fare la guerra sono difficilmente attualizzabili, la storia che sta dietro a tutto è troppo contorta e confusa, a tratti si perde davvero il filo, e inoltre non manca il solito triangolo sentimentale. Non manca la solita sensazione di certi prodotti, tesi a dimostrare che solo gli Usa sono i buoni e i protettori del mondo. Insomma un film che sa intrattenere ma che lascia il tempo che trova, praticamente un mezza schifezza, però certamente meglio di certi altri film come questi ancora più insulsi. Per gli amanti del genere. Voto: 6-