Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 09/02/2023 Qui - Purtroppo film molto più debole del (fantastico) primo che era un giallo classico alla Agatha Christie con trovate astute e dal mood dark al punto giusto (sorprendente Cena con delitto). Questo è un film sin dall'inizio trasformato in un grande "gioco" alla Cluedo con situazioni, luoghi e personaggi inverosimili. Oltre a essere uno dei gialli con il killer più ovvio e telefonato che abbia mai visto (anche nel primo film si poteva intuire prima, ma qui è proprio conclamato). Da apprezzare quasi solo la prova di Daniel Craig (e pochissimi altri) calato sempre benissimo nel personaggio e divertito in un ruolo più leggero rispetto al film precedente, che però in termini complessivi si prendeva tranquillamente un distinto pieno, questo a fatica arriva alla sufficienza per me. Inspiegabile la candidatura per la migliore sceneggiatura non originale a Rian Johnson (anche regista), ma in ogni caso gustoso filmetto. Voto: 6
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giovedì 9 febbraio 2023
mercoledì 27 ottobre 2021
Harriet (2019)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 27/10/2021 Qui - The Birth of a Nation, 12 anni schiavo, Django Unchained, giù giù fino a Il colore viola: il filone è quello. Storia vera di Harriet Tubman che, nata schiava, scappa iniziando una battaglia che porterà alla liberazione di centinaia di altri schiavi. Un buon film, che purtroppo paga i suoi difetti. Se la storia ha infatti il pregio di dare risalto a un personaggio storico facendolo uscire dai confini americani, la messa in scena non osa granché e si affida a una scansione del racconto molto tradizionale attraverso immagini convenzionali. Tutto è da copione nella visione della Kasi Lemmons (per lo più attrice, era in Candyman), bene e male sono facilmente riconoscibili e non messi in discussione e l'assenza di dubbi impedisce un coinvolgimento emotivo, perché non si teme davvero mai per la sorte della protagonista, eroina senza macchia e senza paura guidata dai suoi ideali e dalle visioni mistiche (per cui fu soprannominata Mosè) che la aiutano a evitare i pericoli e a superare con successo ogni difficoltà. La carne al fuoco potrebbe quindi essere tanta, ma sceneggiatura e regia si limitano a illustrare la vicenda senza scalfire l'icona e non dando risalto alle ombre che potrebbero infondere verità alla cartolina. Se l'intento didattico quindi è raggiunto, l'agiografia non si scampa e il cinema sonnecchia. Un valore aggiunto è dato dall'interpretazione della britannica Cynthia Erivo (era in Widows), per la sua prova candidata all'Oscar come Migliore Attrice Protagonista, e dalla colonna sonora che si tinge di gospel ma imprime personalità solo nei titoli di coda, con la discreta "Stand Up", anch'essa candidata all'Oscar (nel 2020). Non male, sicuramente da vedere, ma sa comunque di occasione sprecata. Voto: 5,5
lunedì 3 maggio 2021
Antebellum (2020)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 03/05/2021 Qui - La classificazione horror è un po' ingannevole, a meno che non s'intenda l'orrore del persistere nella nostra società di mali atavici come il razzismo. Su tutto ciò ruota questo strano film, una sorta di social-thriller con sfumature da fantascienza (ma neanche troppo), che mescola passato e presente. Il consiglio è di approcciarsi alla visione sapendo poco o nulla della trama, per lasciarsi sorprendere dagli eventi e dalla crescente tensione. L'abilità dei registi (Gerard Bush e Christopher Renz) è quella di fornire certezze per poi sistematicamente smontarle attraverso piccoli particolari. E quando si riesce a comprendere quanto sta accadendo si rimane affascinati da come sia stata strutturata l'opera. Al netto di certe incongruenze e di alcuni difetti (tipo quando eccede nell'enfasi di alcune sequenze), è un lavoro tosto e avvincente, che non disdegna di lanciare messaggi (feroci e allo stesso tempo inquietanti) e denunciare soprusi, di ieri e di oggi. Un thriller che ti entra dentro marchiandoti a fuoco. Buona prova di Janelle Monáe, e di tutti gli altri attori coinvolti. Voto: 6,5
martedì 5 novembre 2019
Benvenuti a Marwen (2018)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 04/11/2019 Qui
Tema e genere: Adattamento cinematografico del documentario del 2010 Marwencol, incentrato sulla vita ed i lavori dell'artista e fotografo Mark Hogancamp, che perse la capacità di parlare e di camminare, ma soprattutto la memoria, in seguito ad un pestaggio che lo ridusse in coma.
Tema e genere: Adattamento cinematografico del documentario del 2010 Marwencol, incentrato sulla vita ed i lavori dell'artista e fotografo Mark Hogancamp, che perse la capacità di parlare e di camminare, ma soprattutto la memoria, in seguito ad un pestaggio che lo ridusse in coma.
Trama: Un uomo reduce da un violento pestaggio si chiude in un mondo di fantasia "in miniatura", dove trasforma quanto gli accade in un universo (ai tempi della seconda guerra mondiale) di coraggio ed eroismo.
Recensione: Difficilmente sono rimasto deluso da un film di Robert Zemeckis (a parte forse La leggenda di Beowulf), che tra l'altro ultimamente ci regala pochi film (pochi ma buoni, vedasi The Walk ed Allied), evidentemente si mette al lavoro quando ha delle idee da sfruttare, questo film ne è la prova. Una tragedia umana veramente accaduta trasformata con maestria in una sorta di fiaba contemporanea interpretata da bambole che creano una sorta di realtà alternativa in cui il protagonista fugge per evitare di affrontare quello che gli è successo. Il film infatti, che vede protagonista un grandissimo Steve Carell, è ispirato ad una storia tanto assurda, quanto vera, e tratta della difficile vita di un ex illustratore, divenuto fotografo in seguito ad una violenta aggressione che gli ha cancellato tutti i ricordi del passato e la capacità di disegnare. Un percorso a dir poco tortuoso il suo, l'assenza di memoria lo aiuta a non riattaccarsi alla bottiglia, ma la nuova dipendenza da antidolorifici lo relega in un una nuova prigionia. L'unica possibilità di evasione è Marwen (dalla fusione fra il suo nome, Mark, e quella di una cotta, Wendy), ricostruzione in miniatura di un fittizio villaggio belga popolato da action figures e bambole femminili durante la seconda guerra mondiale dove vive il suo alter ego, il capitano Hogie, pilota americano tratto in salvo dalle abitanti di quel luogo dalla furia dei soldati nazisti. In bilico su un filo, la sua esistenza procede dunque parallela, tormentata dagli incubi che lo riportano alla sera di quell'aggressione (motivata, sembrerebbe, dalla sua passione per le scarpe femminili) e rinfrancata, per certi versi, dalle gesta del suo alter ego in miniatura. Gesta e situazioni immortalate da una serie di fotografie realizzate dallo stesso Mark, divenute poi oggetto di una mostra all'Esopus Space di Manhattan.
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lunedì 20 maggio 2019
Moonlight (2016)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 20/04/2018 Qui - Anche se esageratamente acclamato dalla critica d'oltreoceano e in parte da quella internazionale (è addirittura tuttora considerato dalla critica cinematografica uno dei film migliori della storia), ho visto comunque Moonlight, il film vincitore di 3 Oscar nella scorsa edizione. Comunque perché ero davvero dubbioso di come, e mai come questa volta, le aspettative alte potessero scontrarsi, date le promesse, con la realtà, una deludente realtà. Moonlight è infatti un film del 2016 "solamente" discreto scambiato per un quasi capolavoro da molti critici (professionisti), e l'esagerato numero di candidature agli Oscar più che un reale apprezzamento nei confronti del film appare più che altro come il tentativo da parte dei soci dell'Academy di smarcarsi dalle accuse di scarsa rappresentanza di minoranze etniche all'interno della cerimonia che gli avevano colpiti durante le precedenti edizioni. L'effetto di ciò è che un film non particolarmente eclatante come quest'opera seconda di Barry Jenkins, regista che per fortuna è riuscito (grazie al suo contributo in fase di sceneggiatura) a non fare sentire troppo la base originale dell'opera teatrale di cui è tratto, ovvero In Moonlight Black Boys Look Blue di Tarell Alvin McCraney (giacché le impostazioni teatrali molto spesso mi annoiano), ha finito per ottenere una visibilità e un riconoscimento che probabilmente non si meritava. Non fosse per il fatto che è narrata dal punto di vista di una comunità di emarginati, la storia è una di quelle che si sono già viste un centinaio, un migliaio di volte (quella del protagonista Chiron cresciuto in un sobborgo di Miami dove povertà, droga, crimine e mancanza di affetto sono le sfide quotidiane che deve affrontare, unite alla scoperta della propria omosessualità). E Moonlight è un film estremamente semplice, fin troppo talvolta, fino ad arrivare a sfiorare il semplicismo, che non è mai una cosa raccomandabile in questi casi. Non succede molto di realmente stimolante o che porti effettivamente a riflettere circa le tematiche trattate.
martedì 14 maggio 2019
Il diritto di contare (2016)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 19/03/2018 Qui - Segregazione razziale, emancipazione e conquista dello Spazio, ecco le tre tematiche così apparentemente diverse che fanno da collante a questo "originale" e interessante (anche storicamente) film. Perché tutti questi temi ne Il diritto di contare (2016), titolo italiano dell'americano Hidden Figures (che gioca sul doppio significato Figure nascoste/Cifre nascoste) e diretto da Theodore Melfi (già regista del bel St. Vincent), non solo vengono trattati in modo appunto originale ma anche in modo convincente. Il film infatti, ben costruito, a tratti avvincente, e che ha il grande merito di trattare un argomento sgradevole e avvilente come quello del razzismo con una dose di ironia difficile da riscontrare in opere che trattano questo tema (senza per questo apparire superficiale o scontato), con grande abilità e maestria porta i riflettori sulla storia vera e inedita di tre brillanti donne afroamericane che sono riuscite a integrarsi e imporsi in un'ambiente tipicamente maschile (e maschilista) sfidando pregiudizi e discriminazioni razziali di ogni tipo. Anche perché il film, arrivato certamente con un tempismo perfetto per la data situazione politica e sociale che stiamo attraversando, non è il classico "pippone" sulle discriminazioni razziali e di genere, non ci sono scene di violenza agghiacciante, nessuno è schiavizzato e, soprattutto, la colonna sonora è super allegra. Tanto che già la prima scena del film setta il tono, i colori e lo spirito dei 120 minuti successivi, niente è come ci si potrebbe aspettare e di sicuro ci sarà da divertirsi. Questo grazie al regista che in tal senso confeziona una pellicola intimamente ottimista, riuscendo comunque a trattare con grazia e senza superficialità il problema dell'emancipazione sociale e della conquista dei pari diritti civili da parte dei cittadini afroamericani. Infatti, puntando la camera su tre eroine "sconosciute", il regista fa emergere tutte le caratteristiche brillanti e notevoli di queste donne (la loro tenacia, il coraggio, la perseveranza e la determinazione), evitando tuttavia di appesantire la pellicola con dosi abbondanti di retorica o moralismi che ne avrebbero snaturato il contenuto. Mantenendo sempre una debita leggerezza tipica della commedia, e sdrammatizzando alcune situazioni Il diritto di contare risulta così un prodotto pienamente riuscito, che racconta di una storia inedita e lo fa senza pietismi ma puntando piuttosto sul messaggio finale, intrinsecamente ottimista e costruttivo, che lascia agli spettatori.
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