Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 31/01/2024 Qui - Uno di quei film tipicamente inglesi che si lasciano seguire con un certo agio, forti di un ritmo placido e di una sceneggiatura ben scritta (dirige non a caso un certo Stephen Frears). Centro della vicenda è il fortunoso ritrovamento delle spoglie mortali del bistrattato Riccardo III, anzi per meglio dire la caparbietà della sua scopritrice (il volto è quello minuto e determinato della sempre brava Sally Hawkins), perché in un certo senso questa può essere definita un'avventura, una ricerca di sé stessi e della verità storica. Come d'uso in pellicole tutte imperniate su un personaggio, anche qui non si riesce a evitare del tutto il pericolo agiografia, ma almeno la si mantiene entro certi limiti. Perde quota verso la fine, quando sembra di assistere ad un regolamento di conti tra la Langley e l'UniLeicester, ma nonostante ciò, elegante, delicato, delizioso, commovente e di pregevole fattura, un buon film. Voto: 6,5 [Sky]
- Home page
- Classifiche
- CINEMA
- Film Anno per Anno dal 2015 ad Oggi
- Tutti i Film
- Film e visioni speciali
- Giornata della Memoria
- Academy Awards
- Filmografie registiche
- Approfondimenti cinematografici
- Day cinematografici
- Saghe cinematografiche
- Cortometraggi
- Promesse cinematografiche [Dal 2018 al 2021]
- NOTTE HORROR
- HALLOWEEN
- CHRISTMAS
- MCU
- DC
- STAR WARS
- Agatha Christie
- ALIEN
- John Wick
- Fast & Furious
- IL GIRO DEL MONDO CINEMATOGRAFICO
- Sharknado
- La notte del Giudizio
- I Spit On Your Grave
- GEEK LEAGUE
- LISTE & CLASSIFICHE ANIME
- ANIME-TION MOVIES & SERIES
- AGGIORNAMENTI LIVE VISIONI & GAMES
Visualizzazione post con etichetta Stephen Frears. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Stephen Frears. Mostra tutti i post
mercoledì 31 gennaio 2024
domenica 9 giugno 2019
Vittoria e Abdul (2017)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 15/10/2018 Qui - Cinque anni dopo il commovente Philomena, Stephen Frears con Vittoria e Abdul (Victoria & Abdul), film del 2017 diretto dallo stesso regista britannico, porta al cinema di nuovo una storia, dopo Florence, con una donna il cui carisma accentra ogni sguardo su di se, da parte sua Frears continua a concentrarsi, più che sulla storia che circonda i protagonisti, proprio sugli stretti rapporti personali e su cosa le persone sono l'una per l'altra. E in tal senso non è la prima volta che sul grande schermo vengono realizzati film basati su rapporti tra personaggi di spicco e servitù, eppure la pellicola affascina perché è ispirata liberamente a una storia vera, tratta dai diari (ritrovati nel 2010) che la Regina Vittoria scriveva in lingua Urdu, quando era ancora in vita, grazie all'insegnamento di Abdul. Il film infatti, basato sull'omonimo libro di Shrabani Basu, che racconta una storia quasi sconosciuta, perché volutamente tenuta nascosta e venuta alla luce solo poco tempo fa, porta in scena la storia della controversa amicizia tra la regina Vittoria alla fine del suo regno e un suo attendente di origine indiana, Abdul Karim, selezionato per la sua bellezza per consegnare una moneta all'imperatrice indiana durante una delle tante cerimonie di cui è fulcro e protagonista. Istruito a dovere sui movimenti da compiere e ammonito sugli sguardi da evitare, Abdul osa però incrociare quello dell'annoiata regina, scatenando un interesse che presto si trasforma in un'amicizia dai tratti decisamente poco convenzionali che durerà molto a lungo, nonostante tutti i tentativi di farlo fallire. Vittoria e Abdul è quindi soprattutto il ritratto di una donna potente e determinata, dopotutto a Stephen Frears (che con The Program convinse ugualmente) piace raccontare le grandi Regine, e sa farlo con eleganza, grazia e perspicacia, come aveva già dimostrato nel 2006 con il bellissimo The Queen e come fa anche in questo suo nuovo film, che vede l'ennesima collaborazione tra il regista e una delle signore del teatro e del cinema inglese, Judi Dench, già protagonista in due suoi precedenti lavori, Lady Henderson presenta e appunto Philomena, ma anche di un'amicizia che ha saputo superare differenze sociali e religiose. E in tal senso il film è diviso in due fasi dal punto di vista narrativo, con una prima parte ironica e divertente con diverse scene che strappano più di una risata, e una seconda che vira invece al sentimentale e commuove, ma nell'insieme si tratta di una piacevole e irriverente commedia.
martedì 14 maggio 2019
Florence (2016)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 14/03/2018 Qui - Una storia ironica e molto divertente che ci restituisce un personaggio (poco conosciuto) che ha vissuto per il teatro e la musica e che sognava di potersi esibire sul palcoscenico nonostante l'evidente carenza di intonazione, questo è Florence (Florence Foster Jenkins), film del 2016 diretto da Stephen Frears. Il film infatti, tratto da una storia vera, come fu per il controverso ma discreto The Program e come spesso è insito nella filmografia del regista britannico, che non stupisce di certo per l'interpretazione di Meryl Streep, che già aveva dato mostra delle sue doti nell'interpretare la vecchiaia e la malattia, racconta la storia del soprano statunitense priva di doti canore, che aveva ispirato anche Marguerite di Xavier Giannoli (uscito l'anno prima e che ultimamente ho scartato), che riuscì ad esaudire il sogno di esibirsi in pubblico, nientemeno che al Carnegie Hall. La storia difatti e il film stesso (che nell'eleganza e nella struttura scenica e interpretativa è assolutamente riuscito), che sebbene sembri surreale nella sua trama nonostante riporti una storia vera, ci restituisce l'incredibile e grottesca biografia di una donna dal cuore d'oro, che cantava col cuore. Ottimista, malgrado la sventura di un primo matrimonio fallimentare, che le aveva lasciato come "regalo" solo la "sifilide" causa di danni articolari gravi, che le impedirono di coltivare la sua prima passione per il piano (e di avere figli), si dedicò quindi, alla morte del padre, che le aveva lasciato un ingente eredità, al canto lirico. E nonostante Florence sia completamente stonata e inadeguata, riesce a conquistare tutti con la sua passione che rende l'impossibile possibile. Lei infatti, nonostante i piccoli inganni del marito che a sua insaputa "compra" il pubblico e grazie all'approdo fortunoso del suo disco alla radio, allietando i militari che cercano distrazione in teatro durante le loro "pause" dalla guerra e dalla tragedia, conquisterà tutti, critici compresi, con un memorabile ultimo concerto.
sabato 9 febbraio 2019
The Program (2015)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 26/11/2016 Qui - Premettendo che sono stato sempre convinto che Lance Armstrong si dopasse, ho visto con qualche perplessità The Program, film biografico del 2015 diretto da Stephen Frears sulla vita di questo famoso ciclista, perché la sua incredibile storia è una ferita ancora tanto aperta e tanto dolorosa per chi ha vissuto quei momenti, momenti che hanno per sempre macchiato uno sport così nobile come il ciclismo. La sua vicenda infatti è stata forse quella che più ha sconvolto gli appassionati di ciclismo e dello sport in generale. Perciò non era facile per il regista anche solo immaginare di fare un film del genere, in più raccontare storie vere è diventato sempre più difficile, non solo perché spesso si conosce il finale, fatto che altera in qualche modo la percezione della trama, ma perché essere imparziale è arduo compito. Ma mai come in questo caso nonostante la natura (sconcertante) della storia (che quasi tutti conoscono) e la bravura del regista inglese, il risultato è più che soddisfacente, il regista difatti riesce nel compito a lui assegnato, quello di ripercorrere le tappe della vita del ciclista statunitense Lance Armstrong, dai successi sportivi alla lotta contro il cancro, fino all'ammissione di doping, in modo discreto e senza eccessi. Stephen Frears infatti, partendo dal libro-verità del giornalista sportivo David Walsh 'Seven Deadly Sins', porta in scena le gesta (truccate) del campione texano, e lo fa con grande maestria da un punto di vista tecnico (con inquadrature e soprattutto effetti sonori che rispecchiano bene le corse in bici e con la rappresentazione di un personaggio talmente "vittima" del suo ego che, nella sua abitazione, è sempre solo) e soprattutto senza cadere nella trappola dei film sportivi tipo, quelli che si risolvono cioè nel rimontaggio di materiale di gara già esistente. Gira invece ad hoc poche ma eccellenti scene, talmente accattivanti da far quasi venir voglia di prendere la bici ed andare a scalare qualunque vetta. Sceglie poi con gran cura una colonna sonora decisamente azzeccata, e ciliegina sulla torta, punta il grosso delle sue fiches su Ben Foster (visto recentemente in Lone Survivor), attore che probabilmente non offriva le migliori garanzie e che invece si rivela per l'occasione capace non solo di interpretare ma addirittura di trasformarsi in Lance Armstrong (la somiglianza dell'attore è davvero sorprendente, soprattutto nel pedalare e nei caratteri somatici) grazie a un lavoro lungo e intenso da vero perfezionista dell'arte attoriale. In ogni caso, gli appassionati di ciclismo non si aspettino grandi emozioni sportive, impervie salite o volate storiche, poiché solo piccoli flash amarcord introducono la pellicola di Frears basata sul marciume legato al doping e sull'inchiesta di un bravo giornalista che mantiene la schiena dritta e non si fa piegare da nessuno.
Labels:
Ben Foster,
Chris O'Dowd,
Denis Ménochet,
Dramma sportivo,
Dustin Hoffman,
Film biografico,
Guillaume Canet,
Jesse Plemons,
Lee Pace,
Stephen Frears,
Storie americane
Iscriviti a:
Post (Atom)



