Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 31/03/2022 Qui - La coppia più glamour di Francia si racconta ironizzando sulla ipotetica
crisi dei 40 anni di Guillaume, in crisi mentre sta interpretando il
ruolo di un padre di una ventenne. Una commedia divertente, ma anche
inquietante che riflette, non senza riderci sopra, sulla frenesia del
rimanere giovani in eterno, anche a costo di sprofondare nel kitsch. Con
la complicità della compagna Marion Cotillard e di altri colleghi che
recitano nella
parte di loro stessi, Guillaume Canet mette infatti in scena una crisi
di mezz'età
complicata dall'esercizio di un mestiere in cui l'essere e l'apparire
sono strettamente legati, appunto l'attore. Ne esce fuori una
interessante e bizzarra pellicola, che forse esagera leggermente, ma che
colpisce nel segno. Un'opera piena di idee, con tocchi di puro genio (la visita a Johnny Hallyday)
e pochissimi momenti di stanca. Discreta anche la scelta di umanizzare
la storia nella conclusione simpaticamente trash. Tuttavia la lunga
durata comporta una certa ripetitività e alcune gag appaiono
usurate, ma nel complesso si tratta di una commedia intelligentemente
ilare. Voto: 6
- Home page
- Classifiche
- CINEMA
- Film Anno per Anno dal 2015 ad Oggi
- Tutti i Film
- Film e visioni speciali
- Giornata della Memoria
- Academy Awards
- Filmografie registiche
- Approfondimenti cinematografici
- Day cinematografici
- Saghe cinematografiche
- Cortometraggi
- Promesse cinematografiche [Dal 2018 al 2021]
- NOTTE HORROR
- HALLOWEEN
- CHRISTMAS
- MCU
- DC
- STAR WARS
- Agatha Christie
- ALIEN
- John Wick
- Fast & Furious
- IL GIRO DEL MONDO CINEMATOGRAFICO
- Sharknado
- La notte del Giudizio
- I Spit On Your Grave
- GEEK LEAGUE
- LISTE & CLASSIFICHE ANIME
- ANIME-TION MOVIES & SERIES
- AGGIORNAMENTI LIVE VISIONI & GAMES
Visualizzazione post con etichetta Guillaume Canet. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Guillaume Canet. Mostra tutti i post
giovedì 31 marzo 2022
lunedì 25 gennaio 2021
La belle époque (2019)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 25/01/2021 Qui - Il regista di Un amore sopra le righe (che personalmente non mi convinse lo scorso anno), Nicolas Bedos, è l'autore di una piacevole sorpresa, La belle époque appunto, un film riuscito e molto gradevole. Si tratta di una produzione basata (nel complesso) su una struttura narrativa di meta-cinema dove la finzione è in un processo di osmosi con la realtà. Il plot fa capire ben presto le proprie intenzioni, La belle époque è un film di romanticismo e di palese nostalgia. I punti di forza del disegno del regista, risiedono principalmente, nella costruzione scenica e nella sceneggiatura. La costruzione della scena è curata in ogni specifico dettaglio, fra il barocco e l'eleganza. Lo scopo della regia, presumibilmente, è quello di creare un cinema d'atmosfera, in effetti, il piano è rispettato alla grande. Si respira quindi, a tutto regime, un alone artistico pieno e pomposo. La sceneggiatura, nel frangente, risulta essere molto artificiosa e regala momenti interessanti. Su questo asse anche la narrazione si destreggia bene anche se presenta punti di non ritorno, nel nome di una scanzonata superficialità. Per chi prende visione al film, comunque, è consigliabile lasciarsi andare alla situazione e di accettare tutto per buono, se lo spettatore si ponesse nelle vesti di un amante delle cose lineari e ortodosse, potrebbe non apprezzare. La belle époque ha quasi tutto per funzionare, anche il ritmo è vibrante, il processo di intrattenimento è portato avanti molto bene. Si ride, ci si diverte, ci si emoziona: non capita così spesso e non certo in modo così continuo. Notevoli le performance attoriali del cast qui corale, ad eccezione forse di Fanny Ardant, costretta in un personaggio costantemente sopra le righe, ecco infatti un bravissimo Daniel Auteuil, ma bravi anche Guillaume Canet ma soprattutto Doria Tillier, già nel precedente del regista però qui più convincente, e pure più bella. Una bellissima storia d'amore raccontata con originalità e brillantezza, decisamente promosso questo nostalgico e romantico lungometraggio. Voto: 7
domenica 8 novembre 2020
7 uomini a mollo (2018)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 09/11/2020 Qui - La Francia ancora una volta sugli scudi per una riuscita commedia sportiva, che riunisce alcuni dei migliori attori francofoni (Mathieu Amalric, Guillaume Canet, Benoît Poelvoorde) diretti dal collega Gilles Lellouche. Lo sport come terapia e strumento di riscatto non è certo un tema nuovo ma il film è fresco, simpatico (anche perché quando mai si è vista una squadra di nuoto sincronizzato maschile). L'epilogo eccede in ruffianeria, contraddicendo lo spirito decoubertiniano, ma è impossibile non fare il tifo per questo gruppo di depressi/sfigati che riesce a risollevare la testa. Dalle crisi di coppia, alla depressione post licenziamento, sono molti i momenti di difficoltà che affrontano i nostri aspiranti nuotatori, e dopo qualche difficoltà iniziale, ognuno trova conforto nella disgrazia dell'altro, trasformando lo spogliatoio della piscina in un luogo di confronto e di conforto. La ritrovata fiducia in se stessi e nella vita genera una serie di conseguenze positive, come veniamo a sapere nel finale. Il regista è bravo a evitare scivoloni nella melensaggine o nell'umorismo terra terra. Riesce a darci, sia pure abbozzati con pochi tratti, dei personaggi veri, che potrebbero essere nostri vicini di casa o nostri amici. Forse convenzionale, stereotipato, ma sincero (diverte e fa pensare), e questo basta. Voto: 6
Labels:
Benoit Poelvoorde,
Cannes,
Commedia francese,
Dramedy,
Félix Moati,
Gilles Lellouche,
Guillaume Canet,
Jean-Hugues Anglade,
Mathieu Amalric,
Virginie Efira
martedì 7 aprile 2020
Il gioco delle coppie (2018)
Titolo Originale: Doubles vies
Anno e Nazione: Francia 2018
Genere: Commedia
Produttore: Charles Gillibert
Regia: Olivier Assayas
Sceneggiatura: Olivier Assayas
Cast: Guillaume Canet, Juliette Binoche, Vincent Macaigne
Christa Théret, Nora Hamzawi, Pascal Greggory
Christa Théret, Nora Hamzawi, Pascal Greggory
Durata: 100 minuti
Olivier Assayas dirige Guillame Canet e Juliette Binoche in una sofisticata commedia sui complicati e clandestini legami amorosi tra un editore, uno scrittore e le rispettive compagne.
lunedì 2 dicembre 2019
Mio figlio (2017)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 02/12/2019 Qui
Tema e genere: Che cosa fareste se vostro figlio venisse rapito? Come reagireste? Andreste fuori controllo? Sono questi gli interrogativi che ci pone questo thriller di Christian Carion.
Trama: Julien è costantemente in viaggio per lavoro e la sua continua assenza da casa ha finito per rovinare il suo matrimonio. Durante una sosta in Francia, riceve un messaggio dalla turbata ex moglie: Mathys, il loro figlio di sette anni, è scomparso. Julien inizia allora a mettersi sulle tracce del piccolo, disposto a tutto pur di ritrovarlo.
Recensione: Girato in soli sei giorni di riprese e con un piccolo cast, Mio figlio racconta una caccia all'impazzata lungo i paesaggi innevati del Vercos. Un thriller dallo stile asciutto che ci mostra in modo incisivo e reale cosa può succedere nella testa di un uomo a cui scompare improvvisamente il figlio. Questa è infatti la storia di Julien (interpretato benissimo da Guillaume Canet, che è sempre bravo ma che qui è particolarmente ispirato, forse spronato dalla sfida della prova impulsiva richiesta dal regista), un ingegnere che a causa del suo lavoro è sempre in giro per il mondo. Le continue assenze dell'uomo hanno mandato in frantumi il matrimonio con Marie (la bella Mélanie Laurent) che però un giorno lo chiama per informarlo che il loro bambino di sette anni, Mathys, è scomparso. A questo punto il film diventa anche un po' Prisoners di Denis Villeneuve, e il regista con la sua cinepresa si preoccuperà di mettere alla prova la tenuta dei nervi del personaggio principale cercando di capire fino a che punto egli sia disposto a spingersi pur di ritrovare il suo bambino. Ma a differenza del film con Hugh Jackman e Jake Gyllenhaal l'esplorazione psicologica e l'approfondimento emotivo del protagonista è lasciato spesso e volentieri in secondo piano, non c'è la città e il contesto borghese ma ci sono le Alpi e soprattutto c'è una generale pochezza narrativa che sfida le convenzioni del genere e si fa più esperimento che film d'investigazione. L'obiettivo del film non sembra tanto quello di raccontare una storia coinvolgente e appassionante, quanto quella di vedere cosa è capace di fare un attore di indubbie qualità artistiche senza un copione fra le mani: in questo modo (per certi versi geniale) lo spaesamento di Guillaume Canet, chiamato ad un'improvvisazione continua, rispecchia in pieno quella di Julien, la cui ricerca procede per tentativi, senza un piano ben preciso, spesso estemporanea. C'è una forza brutale nascosta insita in questo padre disperato che l'attore parigino è bravo a nascondere e a mostrare a intermittenza, lavorando di sottrazione, e Christian Carion è bravo a gestire tutto questo talento che lui stesso qui scoperchia, come un vaso di Pandora o un purosangue lasciato a briglia sciolta.
Trama: Julien è costantemente in viaggio per lavoro e la sua continua assenza da casa ha finito per rovinare il suo matrimonio. Durante una sosta in Francia, riceve un messaggio dalla turbata ex moglie: Mathys, il loro figlio di sette anni, è scomparso. Julien inizia allora a mettersi sulle tracce del piccolo, disposto a tutto pur di ritrovarlo.
Recensione: Girato in soli sei giorni di riprese e con un piccolo cast, Mio figlio racconta una caccia all'impazzata lungo i paesaggi innevati del Vercos. Un thriller dallo stile asciutto che ci mostra in modo incisivo e reale cosa può succedere nella testa di un uomo a cui scompare improvvisamente il figlio. Questa è infatti la storia di Julien (interpretato benissimo da Guillaume Canet, che è sempre bravo ma che qui è particolarmente ispirato, forse spronato dalla sfida della prova impulsiva richiesta dal regista), un ingegnere che a causa del suo lavoro è sempre in giro per il mondo. Le continue assenze dell'uomo hanno mandato in frantumi il matrimonio con Marie (la bella Mélanie Laurent) che però un giorno lo chiama per informarlo che il loro bambino di sette anni, Mathys, è scomparso. A questo punto il film diventa anche un po' Prisoners di Denis Villeneuve, e il regista con la sua cinepresa si preoccuperà di mettere alla prova la tenuta dei nervi del personaggio principale cercando di capire fino a che punto egli sia disposto a spingersi pur di ritrovare il suo bambino. Ma a differenza del film con Hugh Jackman e Jake Gyllenhaal l'esplorazione psicologica e l'approfondimento emotivo del protagonista è lasciato spesso e volentieri in secondo piano, non c'è la città e il contesto borghese ma ci sono le Alpi e soprattutto c'è una generale pochezza narrativa che sfida le convenzioni del genere e si fa più esperimento che film d'investigazione. L'obiettivo del film non sembra tanto quello di raccontare una storia coinvolgente e appassionante, quanto quella di vedere cosa è capace di fare un attore di indubbie qualità artistiche senza un copione fra le mani: in questo modo (per certi versi geniale) lo spaesamento di Guillaume Canet, chiamato ad un'improvvisazione continua, rispecchia in pieno quella di Julien, la cui ricerca procede per tentativi, senza un piano ben preciso, spesso estemporanea. C'è una forza brutale nascosta insita in questo padre disperato che l'attore parigino è bravo a nascondere e a mostrare a intermittenza, lavorando di sottrazione, e Christian Carion è bravo a gestire tutto questo talento che lui stesso qui scoperchia, come un vaso di Pandora o un purosangue lasciato a briglia sciolta.
sabato 9 febbraio 2019
The Program (2015)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 26/11/2016 Qui - Premettendo che sono stato sempre convinto che Lance Armstrong si dopasse, ho visto con qualche perplessità The Program, film biografico del 2015 diretto da Stephen Frears sulla vita di questo famoso ciclista, perché la sua incredibile storia è una ferita ancora tanto aperta e tanto dolorosa per chi ha vissuto quei momenti, momenti che hanno per sempre macchiato uno sport così nobile come il ciclismo. La sua vicenda infatti è stata forse quella che più ha sconvolto gli appassionati di ciclismo e dello sport in generale. Perciò non era facile per il regista anche solo immaginare di fare un film del genere, in più raccontare storie vere è diventato sempre più difficile, non solo perché spesso si conosce il finale, fatto che altera in qualche modo la percezione della trama, ma perché essere imparziale è arduo compito. Ma mai come in questo caso nonostante la natura (sconcertante) della storia (che quasi tutti conoscono) e la bravura del regista inglese, il risultato è più che soddisfacente, il regista difatti riesce nel compito a lui assegnato, quello di ripercorrere le tappe della vita del ciclista statunitense Lance Armstrong, dai successi sportivi alla lotta contro il cancro, fino all'ammissione di doping, in modo discreto e senza eccessi. Stephen Frears infatti, partendo dal libro-verità del giornalista sportivo David Walsh 'Seven Deadly Sins', porta in scena le gesta (truccate) del campione texano, e lo fa con grande maestria da un punto di vista tecnico (con inquadrature e soprattutto effetti sonori che rispecchiano bene le corse in bici e con la rappresentazione di un personaggio talmente "vittima" del suo ego che, nella sua abitazione, è sempre solo) e soprattutto senza cadere nella trappola dei film sportivi tipo, quelli che si risolvono cioè nel rimontaggio di materiale di gara già esistente. Gira invece ad hoc poche ma eccellenti scene, talmente accattivanti da far quasi venir voglia di prendere la bici ed andare a scalare qualunque vetta. Sceglie poi con gran cura una colonna sonora decisamente azzeccata, e ciliegina sulla torta, punta il grosso delle sue fiches su Ben Foster (visto recentemente in Lone Survivor), attore che probabilmente non offriva le migliori garanzie e che invece si rivela per l'occasione capace non solo di interpretare ma addirittura di trasformarsi in Lance Armstrong (la somiglianza dell'attore è davvero sorprendente, soprattutto nel pedalare e nei caratteri somatici) grazie a un lavoro lungo e intenso da vero perfezionista dell'arte attoriale. In ogni caso, gli appassionati di ciclismo non si aspettino grandi emozioni sportive, impervie salite o volate storiche, poiché solo piccoli flash amarcord introducono la pellicola di Frears basata sul marciume legato al doping e sull'inchiesta di un bravo giornalista che mantiene la schiena dritta e non si fa piegare da nessuno.
Labels:
Ben Foster,
Chris O'Dowd,
Denis Ménochet,
Dramma sportivo,
Dustin Hoffman,
Film biografico,
Guillaume Canet,
Jesse Plemons,
Lee Pace,
Stephen Frears,
Storie americane
Iscriviti a:
Post (Atom)





