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lunedì 2 dicembre 2019

Mio figlio (2017)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 02/12/2019 Qui
Tema e genere: Che cosa fareste se vostro figlio venisse rapito? Come reagireste? Andreste fuori controllo? Sono questi gli interrogativi che ci pone questo thriller di Christian Carion.
Trama: Julien è costantemente in viaggio per lavoro e la sua continua assenza da casa ha finito per rovinare il suo matrimonio. Durante una sosta in Francia, riceve un messaggio dalla turbata ex moglie: Mathys, il loro figlio di sette anni, è scomparso. Julien inizia allora a mettersi sulle tracce del piccolo, disposto a tutto pur di ritrovarlo.
Recensione: Girato in soli sei giorni di riprese e con un piccolo cast, Mio figlio racconta una caccia all'impazzata lungo i paesaggi innevati del Vercos. Un thriller dallo stile asciutto che ci mostra in modo incisivo e reale cosa può succedere nella testa di un uomo a cui scompare improvvisamente il figlio. Questa è infatti la storia di Julien (interpretato benissimo da Guillaume Canet, che è sempre bravo ma che qui è particolarmente ispirato, forse spronato dalla sfida della prova impulsiva richiesta dal regista), un ingegnere che a causa del suo lavoro è sempre in giro per il mondo. Le continue assenze dell'uomo hanno mandato in frantumi il matrimonio con Marie (la bella Mélanie Laurent) che però un giorno lo chiama per informarlo che il loro bambino di sette anni, Mathys, è scomparso. A questo punto il film diventa anche un po' Prisoners di Denis Villeneuve, e il regista con la sua cinepresa si preoccuperà di mettere alla prova la tenuta dei nervi del personaggio principale cercando di capire fino a che punto egli sia disposto a spingersi pur di ritrovare il suo bambino.  Ma a differenza del film con Hugh Jackman e Jake Gyllenhaal l'esplorazione psicologica e l'approfondimento emotivo del protagonista è lasciato spesso e volentieri in secondo piano, non c'è la città e il contesto borghese ma ci sono le Alpi e soprattutto c'è una generale pochezza narrativa che sfida le convenzioni del genere e si fa più esperimento che film d'investigazione. L'obiettivo del film non sembra tanto quello di raccontare una storia coinvolgente e appassionante, quanto quella di vedere cosa è capace di fare un attore di indubbie qualità artistiche senza un copione fra le mani: in questo modo (per certi versi geniale) lo spaesamento di Guillaume Canet, chiamato ad un'improvvisazione continua, rispecchia in pieno quella di Julien, la cui ricerca procede per tentativi, senza un piano ben preciso, spesso estemporanea. C'è una forza brutale nascosta insita in questo padre disperato che l'attore parigino è bravo a nascondere e a mostrare a intermittenza, lavorando di sottrazione, e Christian Carion è bravo a gestire tutto questo talento che lui stesso qui scoperchia, come un vaso di Pandora o un purosangue lasciato a briglia sciolta.