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venerdì 30 giugno 2023

Kimi - Qualcuno in ascolto (2022)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 30/06/2023 Qui - Agorafobica scontrosa (colpa del Covid o meno), addetta al miglioramento dell'algoritmo di risposta di un rivoluzionario assistente vocale, assiste suo malgrado (virtualmente) ad un probabile omicidio. Ambientato quasi in toto nel di lei loft, comunque hi-tech, aeroso, luminoso (motivo per cui non si avverte quel senso claustrofobico tipico di altri film simili), è in sostanza una variazione di classici temi hitchcockiani in salsa digitale. Il taglio è intervallato da momenti di scanzonata ironia che conferiscono un certo piglio alla sceneggiatura, rendendola scorrevole. Anche la scelta dei killer, impacciati e pasticcioni, è evidentemente grottesca. La prima parte stenta a decollare ma dopo il ritmo sale e porta a una finale teso e soddisfacente, anche se la credibilità è vicina allo zero, con la minuta (e sexy) Zoe Kravitz tipo Sigourney Weaver dei tempi d'oro. Steven Soderbergh può fare meglio di così. Voto: 5,5

domenica 8 novembre 2020

Bad Education (2019)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 09/11/2020 Qui - Dal più grosso scandalo che ha scosso l'istruzione pubblica USA, un commedia acida (di produzione HBO) sulle falle di un sistema basato sulla competizione tra le scuole per guadagnare prestigio e quindi finanziamenti. Lo stile è da dark comedy con punte di grottesco, gli manca un po' di epica ma gli elementi per riflettere li scova tutti e propone due grandi prove di Hugh Jackman e Allison Janney. Avidità, vanità e stupidità non trovano ostacoli alla loro diffusione tra chi avrebbe dovuto accorgersene e tocca a una studentessa redattrice aprire il vaso di Pandora. Un film dal ritmo incalzante quello di Cory Finley, superiore all'interessante ma imperfetto Amiche di sangue, perché oltre alla buona resa visiva, mette sul piatto una storia molto solida ed un'ottima caratterizzazione dei personaggi. Egli punta tutto sulla personalità contraddittoria (sulla carta inscalfibile) di Frank e della spregiudicata Pamela senza tralasciare "gli altri ingranaggi" del criminoso e quasi incredibile congegno, e fa centro (in più ecco dialoghi grintosi e colonna sonora spiazzante). Un buon film, vincitore dell'Emmy Awards 2020 per il miglior film per la televisione, assolutamente da vedere. Voto: 6,5

martedì 10 marzo 2020

Share (2019)

Titolo Originale: Share
Anno e Nazione: USA 2019
Genere: Drammatico
Produttore: Carly Hugo, Matthew Parker, Tyler Byrne
Regia: Pippa Bianco
Sceneggiatura: Pippa Bianco
Cast: Rhianne Barreto, Charlie Plummer, Poorna Jagannathan
J. C. Mackenzie, Nicholas Galitzine, Lovie Simone
Durata: 83 minuti

Abusi sessuali in epoca social nel thriller HBO con Rhianne Barreto, premiata al Sundance.
Protagonista di un video esplicito, una ragazza ricostruisce gli eventi di una notte drammatica.

martedì 18 febbraio 2020

Native Son (2019)

Titolo Originale: Native Son
Anno e Nazione: USA 2019
Genere: Drammatico
Produttore: Matthew Perniciaro, Michael Sherman
Regia: Rashid Johnson
Sceneggiatura: Suzan-Lori Parks
Cast: Ashton Sanders, Jerod Haynes, Lamar Johnson, David Alan Grier, Elizabeth Marvel
Sanaa Lathan, Bill Camp, KiKi Layne, Nick Robinson, Margaret Qualley
Durata: 103 minuti

Ashton Sanders (Moonlight soprattutto, ma anche Captive State) in un dramma HBO.
Un giovane afroamericano viene assunto come autista da un ricco uomo d'affari, ma rimane coinvolto in un tragico evento.

sabato 20 luglio 2019

Jane Fonda in Five Acts (2018)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 28/06/2019 Qui
Tema e genere: Documentario HBO, presentato durante il Sundance Film Festival e Cannes 2018, sull'attrice due volte premio Oscar (Una squillo per l'ispettore Klute e Tornando a casa) e Leone d'oro alla carriera 2017.
Trama: La regista Susan Lacy ricostruisce la vita e il lavoro di una vera icona americana, che ha sempre rifiutato ogni etichetta e si è dimostrata avanti con i tempi: Jane Fonda. Tutto questo tramite appunto questo documentario che, suddiviso in cinque atti, cinque momenti o sarebbe meglio dire cinque personaggi (in ultimo Lei), racconta come quest'ultimi abbiano contraddistinto e segnato profondamente la vita dell'attrice premio Oscar.
RecensioneJane Fonda è stata sia la ragazza della porta accanto che un seducente oggetto del desiderio: è stata attrice ma anche regina del fitness, oltre che attivista politica. La sua carriera è stata costellata di successi ma in questo documentario racconta anche i suoi dolori privati: dalla sofferenza per il suicidio della madre ai tre matrimoni passando per i disturbi alimentari che l'hanno accompagnata per 30 anni. L'elemento che fa del lavoro di Susan Lacy una miniera preziosa di informazioni e una straordinaria occasione per riflettere sul nostro passato più o meno recente è costituita dal fatto che siamo di fronte a una biografia autorizzata. È infatti l'attrice in persona che ci guida attraverso le tappe della sua vita che sono segnate dagli uomini con cui si è relazionata e nei confronti dei quali ha comunque sempre vissuto un bisogno di compiacere che l'ha spinta ad occultare, in misura più o meno ampia, il proprio vero sentire. Mentre ripercorriamo la sua carriera e le lotte che ha combattuto in difesa dei diritti civili e, in primis, contro la guerra nel Vietnam il leitmotiv ritornante è quello che vede tutta la sua esistenza segnata dal difficile rapporto con suo padre Henry e con il conseguente senso di inadeguatezza che l'ha portata anche a pensare di essere corresponsabile del suicidio materno. Da questo al pensare di non essere stata una buona madre per i due figli avuti rispettivamente dal regista Roger Vadim e dall'attivista pacifista e uomo politico Tom Hayden. L'impianto rigorosamente cronologico di una narrazione ricchissima di materiali privati e di repertorio si apre provocatoriamente con una registrazione di un dialogo in cui Richard Nixon constata che la figlia di un simbolo come Henry Fonda abbia imboccato la strada sbagliata dell'attivismo anti guerra nel Vietnam. L'attrice avrà modo in futuro di chiedere scusa a quei militari che può avere involontariamente offeso con la sua foga da pasionaria dell'epoca così come riesce a spiegare le apparenti contraddizioni di una donna impegnata che ottiene uno straordinario successo editoriale promuovendo l'aerobica e di una paladina degli emarginati che sposa un miliardario come Ted Turner. Ma ciò che più conta, è necessario tornare a sottolinearlo, è che si assiste a un lungo ma mai noioso flashback di una ottantenne che non ha paura di confessare i propri dubbi e di guardare al passato con grande lucidità. Una discreta insomma ricostruzione su una donna famosa in tutto il mondo.

venerdì 12 luglio 2019

My Dinner with Hervé (2018)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 30/04/2019 Qui - Ispirato a fatti realmente accaduti, My Dinner with Hervé, film per la televisione del 2018 scritto e diretto da Sacha Gervasi, racconta gli ultimi giorni di vita dell'attore affetto da nanismo Hervé Villechaize, divenuto celebre per il film di James Bond del 1974 "L'uomo dalla pistola d'oro" e per la serie anni Ottanta "Fantasy Island", e della sua amicizia con il giornalista Danny Tate. Ma questo film, prodotto da HBO, che riporta alla ribalta una figura un po' dimenticata dello spettacolo tra gli anni '70 e '80, racconta anche e soprattutto il suo essere personaggio controverso, un uomo imprevedibile, fissato con il sesso, giocherellone, indisciplinato, che racconta bugie, si descrive meglio di ciò che è stato, ma non ha timore di parlare della malattia e della sua fede in Dio. Un personaggio insomma tormentato, che questo film biografico espone in maniera apprezzabile. Perché anche se questo è un film dall'andamento prevedibile, è comunque sentito e mai scontato. Un film che riesce a non essere ricattatorio sulla malattia, che ha il suo punto di forza nell'interpretazione travolgente di Hervé da parte di Peter Dinklage (interprete notissimo, paradossalmente ora è il nano più famoso del cinema), in uno dei ruoli che segnano una carriera, perfetto nel rendere un'esuberanza che nasconde la disperazione, anche se a causa della regia piatta di Sacha Gervasi (già regista di biografie), si fa particolarmente fatica a cogliere pienamente il percorso umano di Hervé Villechaize, che ci appare fondamentalmente sempre la stessa persona, priva di un cambiamento intimo ed esteriore che giustifichi la sua condizione attuale. Il regista infatti, Sacha Gervasi alias Danny Tate nel film, che praticamente racconta in questo film, un film incentrato non solo sulla difficoltà di vivere per un disabile, ma soprattutto su certi perversi meccanismi dello show-business (che lancia giovani promesse per ammaliarle e poi annientarle), il suo incontro avvenuto all'epoca e che fa vedere tramite flashback la vita tumultuosa dell'attore (che si travolgere dai soldi), mette in scena un biopic originale nelle intenzioni ma ondivago nell'esecuzione.

giovedì 20 giugno 2019

The Tale (2018)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 30/11/2018 Qui - Scritto e diretto dalla regista e sceneggiatrice Jennifer Fox, prodotto e trasmesso da HBO (e l'estate scorsa su Sky), The Tale racconta la progressiva presa di coscienza di una donna vittima di ripetuti abusi sessuali sepolti nel passato e nella memoria. Questo film del 2018 infatti, prima ancora di essere un'intensa e intelligente autobiografia audiovisiva, giacché le parole che si ascoltano in apertura sono esattamente quelle dell'autrice, perché The Tale è prima di tutto un film autobiografico, un memoir che parte dalle lettere che la stessa Jennifer Fox ha scritto all'età di tredici anni quando è stata vittima di Bill e della Signora G. mentre frequentava un centro di equitazione, è un prodotto necessario, un film che si pone il problema di parlare dell'abuso sessuale e delle difese che il cervello adotta per fare i conti con la violenza subita e lo fa senza alcun compromesso. Un film, un racconto realistico su come mente e corpo immagazzinano ed elaborano le memorie traumatiche. Difatti, avanti e indietro tra un presente fatto di rievocazioni, racconti e foto, e un passato che ritorna fuori piano piano, il film mostra diverse ricostruzioni, alcune ingannevoli, altre che si rivelano false e poi quella vera, per mostrare come il tempo avesse modificato i ricordi della protagonista e come a fatica questa stia comprendendo ed elaborando per la prima volta quegli eventi. È forse proprio questa una delle cose più interessanti di The Tale, ovvero la costante riflessione sulla natura della memoria, sui meccanismi di difesa dell'essere umano nel momenti in cui subisce traumi. Per molti anni infatti Jennifer è stata convinta che il rapporto tra lei e Bill avesse una natura consensuale, ma solo dopo quarant'anni riesce a elaborare davvero l'accaduto, facendo una vera e propria attività di ricerca sia all'esterno (rintracciando le persone che quarant'anni prima sono state in maniera più o meno diretta testimoni degli abusi) sia all'interno, scavando profondamente dentro la propria memoria per entrare in contatto diretto con una ferita mai davvero rimarginata. Jennifer Fox nel resuscitare i fantasmi del passato mette in scena la natura magmatica e anarchica della memoria, facendo della Signora G. un gigante agli occhi della se stessa bambina, un modello femminile inarrivabile (grazie anche all'azzeccata scelta di Elizabeth Debecki), salvo poi presentarla nel presente come una donna decisamente normalizzata, in particolare riguardo all'altezza (come dimostra la scelta della bravissima Frances Conroy).

venerdì 14 giugno 2019

Entourage (2015)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 30/10/2018 Qui - Non conosco la serie tv omonima della HBO (di cui questo ne è l'adattamento e la sua continuazione) ma questo film è una commedia divertente, graffiante per certi versi, dinamica e condita con dialoghi spiritosi e ben scritti. Cast convincente, una marea di cameo, regia affidabile e ritmo narrativo che non cala mai, assicurando così una visione fluida e simpatica. Entourage infatti, film del 2015 diretto da Doug Ellin (che offre un divertente spaccato caricaturale di quello che è la vita di molte star del cinema), è un film leggero, uno di quei film da gustarsi senza troppi pensieri ma che ha dalla sua parte l'abilità di riuscire ad incastrare secondo dopo secondo un quantitativo di attori e volti noti di Hollywood davvero impressionante. Il film difatti, che narra le vicende di Vincent Chase e del suo Entourage alle prese con un nuovo film in cui Vinny sarà, oltre che protagonista, anche regista, attraverso una confezione patinata e scintillante, un ritmo dinamico e un intreccio semplice e brillante, racconta efficacemente il mondo di Hollywood, futile e votato all'eccesso (tra sesso, capricci, alcol, droga e musica disco). Non sorprende in tal senso che la regia opulenta e frenetica di Doug Ellin (al cinema con Amore tra le righe e alla tv con la regia della serie), sia metafora della routine di chi succhia fino all'ultimo sorso e senza vergogna il fantomatico sogno americano, e che la suddetta piccante commedia sia soprattutto (attraverso la sdrammatizzazione dello stress della vita quotidiana e della routine hollywoodianauna critica al sistema e al mondo del cinema che si auto-cita e parla di sé in prima persona. Teatro delle peripezie del chiassoso gruppo di protagonisti è infatti un promiscuo e incurante microcosmo fatto di feste da sballo in ville napoleoniche, in cui un'auto da sogno è un piccolo presente e tutto è apparentemente lecito. Una realtà talmente distante da quella di chi guarda solletica sicuramente il voyeurismo spettatoriale, suscitando al contempo incredulità, coinvolgimento e un pizzico d'invidia. L'approccio immersivo della regia, a tal proposito, fa sì che il pubblico si lasci contagiare volentieri dalla spensierata superficialità con cui Vince e compari vivono l'attimo e (non) affrontano le sfide, spesso grottesche, cui la narrazione li sottoporrà (e che porterà il gruppo dove mai si sarebbe mai aspettato finisse).

martedì 21 maggio 2019

Hemingway & Gellhorn (2012)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 26/04/2018 Qui - Hemingway & Gellhorn (Drammatico, Usa 2012): I film biografici sono per loro natura difficili e spesso non riescono efficacemente e/o descrivere obbiettivamente personaggi realmente esistititi, o perché in qualche modo faziosi o semplicemente perché gli autori non sono in possesso, delle necessarie informazioni per confezionarli verosimilmente o anche perché piegati dall'esigenza di copione, ai fini di una migliore resa scenica. E' questo il caso di questo biopic per la televisione della HBO, un film sicuramente interessante e coinvolgente, anche perché si racconta di due personaggi molto importanti, il famoso scrittore Ernest Hemingway e una dei più grandi corrispondenti di guerra del XX secolo, ovvero Martha Gellhorn (e della loro quindi storia burrascosa a cavallo della seconda guerra mondiale e nata sullo sfondo della guerra civile spagnola), ma che annoia (ben 150 minuti di visione), non convince e sembra non avere una direzione precisa. Il fulcro della pellicola dovrebbe essere infatti la storia d'amore dei due, ma non si capisce bene alla fine cosa il regista voglia trasmettere, se proprio l'amore (la passione), o l'avventura delle loro vite, i frequenti cambi di ambientazione, o altro. Non riesce a trasmettere (nonostante il gran materiale a disposizione) nulla su nessun fronte. Neanche sul piano della imperterrita guerra. Hemingway & Gellhorn difatti è stato studiato e realizzato per poter ricreare i conflitti più diversi in ogni angolo del globo, nonostante un budget piuttosto limitato. Ed è possibile notare che dal punto di vista prettamente visivo, vengono impiegati alcuni filmati d'archivio che si intrecciano con la narrazione, il cui effetto a volte tende al surreale.

domenica 14 aprile 2019

La vita immortale di Henrietta Lacks (2017)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 14/12/2017 Qui - Basato sull'omonimo best seller di Rebecca Skloot e candidato come Miglior film per la televisione agli Emmy 2017, La vita immortale di Henrietta Lacks, film drammatico targato HBO e diretto da George C. Wolfe (Come un uraganoQualcosa di Buono), ripercorre la disperata ricerca di informazioni che la figlia (Deborah, interpretata da Oprah Winfrey) di una donna che a sua insaputa rivoluzionò la storia della medicina, condusse grazie all'aiuto della scrittrice (una funzionale ed efficace Rose Byrne), per provare a scoprire come la raccolta non autorizzata delle cellule della madre abbia attuato un'innovazione medica senza precedenti. Attraverso numerosi flashback infatti, vengono mostrati sia i dettagli sulla storia di Henrietta Lacks, una donna afro-americana diventata lo strumento inconsapevole (tramite raccolta non autorizzata) di scoperte mediche sensazionali e rivoluzionarie, giacché nei primi Anni Cinquanta le sue cellule (tumorali) sono state utilizzate difatti per creare la prima linea cellulare umana immortale, sia le conseguenze che la notizia ebbe su Deborah e la sua famiglia, tenuta all'oscuro dei fatti per più di vent'anni. Le cellule della donna infatti, morta nel 1951 e denominate in seguito "HeLa" continuano a vivere e a riprodursi tutt'ora, trovando utilizzo in numerose ricerche scientifiche. Ma questo film, nato per omaggiare la memoria di Henrietta, è soprattutto una denuncia alle pratiche poco ortodosse che i familiari della donna hanno dovuto subire dai medici del tempo.

sabato 2 marzo 2019

All the Way (2016)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 06/03/2017 Qui - Una storia, di un uomo che ha davvero cambiato la storia, cambiando per sempre la società americana soprattutto nera. All the Way infatti, film per la tv del 2016, è un film biografico sull'ex presidente degli Stati Uniti Lyndon B. Johnson, che diviene il presidente degli Stati Uniti d'America nel caotico periodo che si sussegue all'assassinio di Kennedy. Johnson trascorre ben 11 mesi alla Casa Bianca seguendo l'approvazione del Civil Rights Act e preparando la campagna elettorale che gli permetterà di non essere più il "presidente sostituto". Johnson che viene interpretato magnificamente dallo straordinario protagonista di Breaking BadBryan Cranston, che affiancato da Anthony Mackie e Melissa Leo, da vita al film, film storicamente nonché politicamente interessante. All the way, adattamento cinematografico del primo di due spettacoli teatrali (di Robert Schenkkan) dedicati alla presidenza di Lindon B. Johnson copre il primo anno di incarico dal novembre 1963 (dopo l'uccisione di John F. Kennedy essendo vicepresidente) fino all'elezione del novembre 1964 focalizzando l'attenzione in particolare sul suo impegno per l'approvazione di una legge sui diritti civili degli afroamericani. La figura di Lindon B. Johnson è stata in questi ultimi anni presente in almeno tre film. In J. Edgar di Clint Eastwood se ne mostrava il non facile rapporto con Edgar Hoover, nume tutelare dell'FBI. In Selma: La strada per la libertà al centro si trovava il suo rapporto con Martin Luther King e la questione razziale, mentre in Jackie (dallo scorso 16 febbraio al cinema) presumibilmente si sottolinea lo scarso feeling di Jacqueline e Bob nei confronti di un vicepresidente che aveva voluto giurare, in modo considerato un po' sospetto, direttamente sull'aereo che riportava la salma di Kennedy da Dallas. In questo interessante film, prodotto da Steven Spielberg con l'HBO (di cui al timone di regia vi è uno specialista di TV movie come Jay Roach), Johnson è stabilmente al centro della scena con la sua rudezza e anche volgarità tutta texana ma anche con la determinazione nel voler portare a compimento il Civil Right Bill pensato da Kennedy. Non è un caso che ci sia Spielberg tra i produttori perché, in più di un'occasione ci si ritrova a pensare che la storia ripete se stessa. Come nel Lincoln Spielberghiano i compromessi, i giochi non sempre politicamente limpidi sembrano essere inevitabili se si vuole ottenere il risultato finale. L'uomo del Sud convinto di poter persuadere anche i più riottosi Stati meridionali della Confederazione a vedere in lui il simbolo della tradizione che deve confrontarsi con una giustizia troppo a lungo negata, è costretto a ricredersi. Tanto che nella campagna elettorale per l'effettiva elezione a Presidente si troverà contro un candidato decisamente razzista come Barry Goldwater.

Confirmation (2015)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 06/03/2017 Qui - Confirmation, film per la televisione diretto da Rick Famuyiwa, è un film drammatico che offre diversi spunti di riflessione, film che drammaticamente riporta le vicende avvenute negli Stati Uniti nel 1991, in occasione dell'elezione a giudice della Corte Suprema di Clarence Thomas e le accuse di molestie sessuali rivolte contro di lui, da parte di Anita Hill, una delle prime donne che non ebbe paura di dire la verità (purtroppo solo presunta), anche se proprio grazie a lei molte donne si sono fatte avanti e hanno denunciato (cosa che tutte dovrebbero fare) gli abusi da parte di capi o mariti. Ma non solo, poiché il caso in questione, ha segnato un momento cruciale della cultura americana, cambiando per sempre il modo in cui si percepiscono le politiche di uguaglianza tra i generi. Per questo e per altri motivi, è una pellicola che già vi consiglio di vedere. Comunque Confirmation è una pellicola storica, dall'inizio alla fine, quasi un 'film documentario', che ripercorre, uno dei fatti che crearono più scandalo, sul quale ci fu un notevole accanimento mediatico, che ebbe risvolti sia negativi, sia positivi. Si tratta di un film che richiede un certo impegno nella sua visione, è una pellicola dal ritmo lento, che ripercorre (il più possibile fedelmente) le vicende che avvennero in occasione dell'elezione di Clarence Thomas. E lo fa, concentrandosi unicamente sulle interviste, sulle ricostruzioni dei Tg e dei giornali dell'epoca e sui commenti dei rispettivi interessati, Anita Hill (interpretata in modo egregio da Kerry Washington per il quale gli è valsa una candidatura sia al Premio Emmy che al Golden Globe) e Clarence Thomas (interpretato da Wendell Pierce). Perfetta è difatti la Washington nel mostrare i suoi sentimenti, e i suoi quattro diversi stati d'animo che la attraversano durante il film. Originariamente è dubbiosa, poi diventa motivata, verso la conclusione viene sopraffatta da un senso di rassegnazione, e, infine, riesce a trasmettere un senso di soddisfazione e compiacimento, grazie a ciò che (attraverso la lettura delle lettere) realizza essere riuscita a smuovere nella società americana. La pellicola offre, infatti (come già detto), numerosi spunti di riflessione. Tanto che, per comprendere al meglio il film, potrebbe essere d'aiuto avere già qualche informazione in merito al caso in questione e rivedere la pellicola anche un paio di volte. Poiché, in una sola visione, potrebbe essere facile non comprendere in pieno il senso delle parole e capire al meglio la situazione che ci viene mostrata. Detto ciò, gli spunti di riflessione che il film ci offre sono molteplici, la maggior parte ancora più che attuali.

domenica 30 dicembre 2018

Matrimonio a sorpresa (2015)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 31/05/2016 Qui - Matrimonio a sorpresa (The Leisur Class) è un'inedita commedia targata HBO (del 2015), prodotta da Matt Damon e Ben Affleck. Il film, remake del film 2012, è la storia di un giovane imbroglione che cerca di sposare la figlia di un senatore degli Stati Uniti per potersi impadronire di alcuni fondi del padre. Nel cast Ed Weeks (Serie TV The Mindy Project), Bruce Davison (Senator Kelly in X-Men), Bridget Regan (Agent Carter, John Wick) e Scottie Thompson (Star Trek). Questa la storia: un artista della truffa di nome William, ha un solo obiettivo nella sua vita: sposarsi con una donna di una famiglia benestante e coronare il suo sogno. Egli cerca di ottenere questo risultato concupendo Fiona e soprattutto fingendo di essere un uomo ricco di nome Charles. Tutto sembra funzionare perfettamente quando improvvisamente si presenta Leonard, fratello di sangue di William che minaccia di far saltare tutto il piano. Ciò che rende la situazione ancora più complicata è il fatto che i sentimenti di William iniziano progressivamente a innamorarsi di Fiona. Ora, più che mai, è importante che la futura sposa non scopra nulla delle sue reali intenzioni. Da una grande casa di produzione come lo è la HBO mi aspettavo veramente qualcosa in più di questa insulsa, a tratti volgare e imbarazzante commedia. Difatti se da una parte l'idea è buona, dall'altra il risultato è pessimo, non fa ridere, non intrattiene ma soprattutto irrita, e molto. Un film che assolutamente sconsiglio. S.V.

domenica 21 ottobre 2018

Il Seggio vacante (2015)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 30/11/2015 Qui - Il Seggio vacante non è propriamente un film, ma una miniserie (in tre puntate del 2015) che segna la collaborazione tra due marchi di qualità come l'inglese BBC e l'americana HBO. E' l'adattamento del romanzo omonimo di J.K. Rowling, prima opera realizzata dopo l'enorme successo della saga di Harry PotterIl seggio vacante racconta le vicende della tranquilla cittadina inglese di Pagford, all'apparenza un luogo incantevole e privo di conflitti, ma in realtà scosso da una serie di rivalità sotterranee e sentimenti nascosti. La causa scatenante sarà la morte di un membro del consiglio Barry Fairbrother. La sua inaspettata dipartita lascia (come suggerisce il titolo) un seggio vacante nel consiglio comunale. E per ottenere il posto si scatena una vera e propria guerra. Forse il libro è tutt'altra cosa, in positivo, ma a me questa miniserie non mi è piaciuta affatto, grande cast, una grande scrittrice ma il racconto non è molto fluido e lineare con una storia confusa e senza veri conflitti, solo interiori, senza un qualcosa che vivacizzi la storia, secondo me molto noiosa e deludente, con un finale senza senso. Voto: 5

martedì 16 ottobre 2018

Nightingale (2014)

Mini recensione pubblicata su Pietro Saba World il 15/11/2015 Qui - NightingaleDavid Oyelowo (Martin Luther King in Selma) è il protagonista di questo toccante dramma HBO candidato a 2 Emmy Awards 2015 (miglior film e attore). Il film (del 2014) esplora il dramma interiore di un veterano di guerra, un uomo solo e mentalmente disturbato, e tocca gli angoli più bui della sua psiche mettendo in luce le difficoltà di reinserimento che tanti reduci si trovano ad affrontare. Un dramma provocatorio, dove Oyelowo interpreta Peter Snowden, un uomo ossessivamente innamorato di un vecchio amico dell'esercito. Mentre si prepara alla riunione con l'oggetto del suo affetto, Peter inizia a cadere in una spirale con delle conseguenze fatali. Nonostante una buona interpretazione e argomento spinoso trattato bene, il film è monotono e leggermente noioso, una sola ambientazione ed un monologo continuo, c'è solo lui a far tutto. Delirante. Voto: 6

martedì 9 ottobre 2018

Bessie (2015)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 20/10/2015 Qui - Bessie è un film per la televisione prodotto dalla HBO (del 2015) che racconta la storia di Bessie Smith, cantante blues diventata famosa in America e che ha dovuto affrontare numerosi ostacoli, tra cui gli attacchi razzisti, da giovane cantante in difficoltà a imperatrice del blues, la vita di una delle artiste più famose degli Anni Venti, sia per la sua carriera ma anche per il suo coraggio, in un periodo storico in cui vigeva ancora la segregazione razziale e gli attacchi alla gente di colore erano frequenti. è ancora oggi una vera e propria icona della musica, artiste come Annette Hanshaw, Billie Holiday, Ella Fitzgerald, Mahalia Jackson, Janis Joplin e Norah Jones si sono ispirati a lei e alla sua arte, era anche una ballerina, un'attrice comica e una mima. Il film ha vinto ben 4 Emmy awards quest'anno tra cui: Miglior film per la televisione; Miglior fotografia per una miniserie o film; Miglior composizione musicale per una miniserie, film o speciale; Miglior missaggio per una miniserie o film. Oltre ai premi altre 8 candidature tra cui quella che avrebbe meritato Queen Latifah (straordinaria) come miglior attrice in un film tv, vinto poi da Viola Davis (Le regole del delitto perfetto..che non seguo). Il film-tv racconta la vita di Bessie (Queen Latifah) fin da quando era piccola: cresciuta dalla sorella Viola (Khandi Alexander), inizia a lavorare con il fratello Clarence (Tory Kittles) all'interno di alcuni spettacoli di varietà. Il suo sogno, però, è quello di diventare una cantante, ma nessuno le dà una possibilità a causa del colore della sua pelle. Solo quando incontra l'artista Ma Rainey (Mo'Nique), Bessie ha la sua occasione di sfondare: la popolarità della protagonista, però, crea un dissidio tra le due, che prendono strade diverse. Per Bessie, però, è iniziata la sua ascesa, che la porta ad incidere numerosi dischi ed a diventare "l'imperatrice del blues".