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lunedì 8 febbraio 2021

The 9th Life of Louis Drax (2016)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 08/02/2021 Qui - Un thriller che vorrebbe fondere troppi livelli, dal gotico allo psicanalitico fino al mistery in stile Guillermo Del Toro. Vuole sorprendere per originalità ma in definitiva è solamente una scemenza un po' confusa che prende mille direzioni senza arrivare a nessun traguardo. Si seguono con punto interrogativo le disavventure apparentemente tragicomiche del piccolo Louis fino al suo nono compleanno, in attesa che i nodi sparsi qua e là vengano sciolti, cosa che accadrà maldestramente nel finale (tutto è un po' troppo facilmente intuibile, nessuna grossa sorpresa e quel colpo di scena alla fine è poca roba, di fatto esso non è un vero e proprio colpo di scena, è la prevedibilità di una sindrome che affligge i genitori fatta a persona). Piuttosto lento e noioso (vedi le sedute dallo psicanalista e i soliloqui del bimbo in coma), si salvano invece le sequenze fantasy-marine e poco più. Il cast fa del suo meglio, ma non rimedia al garbuglio della trama, anche perché a parte Sarah Gadon (qui comunque più bella che brava) ed Oliver Platt, il resto è risibile, lo è sia Aaron Paul che Jamie Dornan (qui dopotutto era ancora ancorato alle "sfumature"). Ben realizzato certo, non annoiante ma nemmeno pienamente convincente ed intrigante come avrebbe potuto essere. Brutto il doppiaggio italiano (in particolar modo quello del bambino). Il buon Alexandre Aja ne ha girati di meglio. Voto: 4

lunedì 3 giugno 2019

Professor Marston and the Wonder Women (2017)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 22/08/2018 Qui - Il 2017 è stato l'anno in cui Patty Jenkins e Gal Gadot hanno riportato alla ribalta il personaggio di Wonder Woman nelle sale cinematografiche di tutto il mondo, dando vita al film più apprezzato e chiacchierato del DC Extended Universe della Warner Bros. (Justice League anche se mi manca non credo sarà migliore), Professor Marston and the Wonder Women, film del 2017 scritto e diretto da Angela Robinson, ci riporta negli anni Quaranta e ci racconta la mente e le vicende di chi ha creato la prima eroina femminile della DC Comics. E non ci credereste mai, non conoscendo la vera storia, chi la creò e il perché (e come per giunta). Se non sapete già del dietro le quinte dell'amazzone più famosa di tutti i tempi, per noi comuni mortali Diana Prince, la superdonna per eccellenza, il simbolo dell'emancipazione femminile formato fumetto infatti, potreste rimaner delusi e leggermente spiazzati nello scoprire che in realtà dietro all'eroina si nasconde un mondo vizioso, un urlo di trasgressione che l'America degli anni Quaranta non poteva accettare. Se in apparenza Wonder Woman sembra rivolgersi a un pubblico molto giovane, la storia del suo autore è da tenere lontana dalla portata dei bambini. Nei panni del Professor Marston, psicologo (affascinante, un rubacuori in grado di far sognare le sue allieve tra un tomo da studiare e una lezione) che prima di creare Wonder Woman inventò la macchina della verità, un convincente Luke Evans. Ma è Rebecca Hall a rubargli la scena, almeno nella prima parte del film, nel ruolo della moglie in carriera, intelligente e arguta, che contribuisce a strapparci più di un sorriso (che ha uno spirito libertino). L'equilibrio della coppia viene un giorno spezzato dall'ingresso nelle loro vite di Olive, interpretata da Bella Heathcote, bella di nome e di fatto ma forse non troppo a proprio agio nei panni di questo personaggio, che diventa l'assistente di Marston. Ed è a questo punto che fra i tre nasce uno strano rapporto, che metterà a rischio le loro idee e il loro rapporto "allargato". Sulla carta quindi una storia intrigante, disseminata di "ménage à trois", dinamiche sadomasochistiche intrecciate a quelle del linguaggio e relazionali, l'invenzione della macchina della verità declinata (solo) come strumento per scandagliare i desideri del subconscio, gli anni '30 statunitensi e Wonder Woman. Il fatto che il tutto si ispiri a fatti realmente accaduti fornisce una verosimiglianza di partenza che dovrebbe ulteriormente aiutare la causa.

giovedì 9 maggio 2019

Shut In (2016)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 26/02/2018 Qui - Shut In (Drammatico, USA, Canada, Francia, 2016): Credevo di vedere un film discreto e non banale ma soprattutto un thriller psicologico interessante, invece questo film di (uno sconosciuto) Farren Blackburn è una summa di quanto ogni appassionato di thriller (ma più in generale di cinema) dovrebbe detestare, lo sviluppo della trama è incerto, ogni situazione viene vagamente abbozzata e mai scavata a fondo, nessun approfondimento psicologico sui personaggi. Ma soprattutto tutto è pericolosamente prevedibile, ogni mossa dei protagonisti intuibile, il finale è chiaramente in sintonia con i cliché più eclatanti del genere risultando più ovvio che scontato. Perché la storia di Mary (una comunque sufficiente Naomi Watts), una psicologa infantile, che vive e lavora senza mai allontanarsi dalla sua casa, dove riceve a domicilio i suoi pazienti e soprattutto si occupa del figliastro diciottenne Stephen (Charlie Heaton di Stranger Things), ridotto in stato vegetativo dall'incidente stradale in cui è morto il marito Richard, e che quando resta coinvolta nella misteriosa sparizione di uno dei suoi pazienti, il piccolo Tom (interpretato dal ragazzino fenomeno di RoomJacob Tremblay), comincia a essere perseguitata da strani eventi che condurranno a un'agghiacciante scoperta, è troppo "scolastica". Per di più manca pressoché tutto, il pathos, lo slancio, il ritmo e la tensione non esiste. Non c'è infatti un singolo momento in cui lo spettatore si senta davvero inquieto. La recitazione sovraccaricata (compreso un Oliver Platt insulso) e le situazioni parossistiche poi lasciano un solo modo al regista per suscitare terrore, i soliti Jumpscare triti e ritriti. Certo, si lascia seguire senza affanni (anche perché suggestiva è l'ambientazione innevata) ma, nel mio caso, non convince e non invoglia certamente ad una seconda visione. Voto: 5,5

giovedì 28 marzo 2019

Chinese Zodiac (2012)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 19/09/2017 Qui - Chinese Zodiac, film del 2012 scritto, diretto, prodotto, scenografato, fotografato e interpretato da Jackie Chan, sequel del film del 1991 Armour of God II: Operation Condor, sempre diretto da lui, è da prendere con le molle, poiché anche se questo comunque spassoso e spettacolare film d'azione e d'avventura che, ispirandosi vagamente al filone archeologico e fanta-storico del celeberrimo Indiana Jones spielberghiano, che conduce lo spettatore in un movimentato viaggio tra Cina, India e Oceania, alla ricerca di dodici leggendarie statue scomparse e trafugate che, come da titolo, rappresentano lo zodiaco cinese ed erano custodite nel palazzo imperiale di Pechino, si lascia in ogni caso vedere, è troppo caotico (sembra di assistere a due film diversi perché diviso in due parti), troppo inverosimile (e realistico), abbastanza trash (le gag sono talmente infantili infatti da risultare subito stucchevoli), troppo lungo (2 ore in effetti sono decisamente eccessive) e deludente, in più la denuncia del commercio illegale di beni culturali non convince. Insomma un mezzo caos dove anche l'esperto Oliver Platt cade nell'esagerazione fine a se stessa. Perché anche se il film è infarcito di scene di azione acrobatiche davvero suggestive (alcune sequenze in effetti sono davvero spettacolari e mozzafiato) e ben costruite, non sempre la costante vena di umorismo (che sfocia più volte in venature demenziali) funziona.

domenica 17 marzo 2019

Cut Bank: Crimine chiama crimine (2014)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 06/07/2017 Qui - Thriller che punta tutto sull'originalità e sulle interpretazioni degli attori (alcune di queste davvero ottime) è Cut Bank: Crimine chiama crimine (Cut Bank), film del 2014 diretto dal semi-sconosciuto Matt Shakman (famoso per essere regista di alcune puntate di serie in tantissime produzioni), che nel primo vero lavoro importante sorprende e convince. Giacché esordire in un lungometraggio con tre attori (che solo per il loro carisma meriterebbero di essere visti) del calibro di Bruce Dern, Billy Bob Thornton (sempre un grande) e John Malkovich, non è proprio da tutti. In ogni caso, con o senza, questo film, questa avvincente, affascinante e più che discreta black comedy alla "Fargo", (anche se non c'è la neve e, soprattutto, non ci sono i Coen), senza infamia e senza lode, che certamente non contiene un plot così tanto originale anche se meritevole di una visione, quello abbastanza classico della sonnolenta città di provincia americana, Cut Bank, in Montana (anche se in realtà è girato a Edmonton in Canada), "the coldest spot in nation" come da "pupazzo", in cui inaspettatamente qualcosa di strano e inquietante accade (una serie di omicidi). Tutto scatenato dall'ordinario tentativo (sciocco) di un giovane del luogo, che intravedendo la possibilità di perseguire il sogno di una vita migliore con la fidanzata Cassandra in una città più grande, ordisce un piano, certamente astuto ma tanto difficoltoso, ritrovandosi per questo nel posto sbagliato al momento giusto, rimanendo perciò invischiato in un intrigo più grande di lui. Insomma non proprio qualcosa di nuovo e fresco, ma sicuramente effervescente, poiché anche se tutto sembrerebbe già visto, in verità non lo è, poiché il film ha i suoi momenti e il suo interesse, mentre infatti, molte pellicole di questo genere cercano di ottenere successo con effetti speciali, inseguimenti mozzafiato e ogni altro stratagemma tecnologico e surreale, qui assistiamo a qualcosa di diverso. Un qualcosa di un livello sicuramente più alto rispetto a molti altri film, che mette al centro le idee e l'originalità. Il film presenta difatti una storia ricca di misteri e colpi di scena, dall'inizio alla fine. La cosa che più mi ha entusiasmato è che da un momento all'altro potrebbe accadere (e accade) qualcosa, un morto, un segreto svelato, un raggiro scoperto. Il tutto, condito da ottime interpretazioni, giacché la regia è molto brava nel focalizzarsi a lungo sui primi piani dei personaggi, sul loro carattere e sulle loro emozioni, ma anche nell'alternare momenti di pausa (con riprese di un ambiente mozzafiato) a situazioni nelle quali accade di tutto e che tengono accesa l'attenzione dello spettatore.

sabato 9 febbraio 2019

La regola del gioco (2014)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 25/11/2016 Qui - La regola del gioco (Kill the Messenger), political drama (del 2014) ottimamente architettato ed interpretato da un Jeremy Renner sempre più impegnato (questo è anche il suo primo film da produttore) e qui in forma veramente smagliante, nei panni di Gary Webb del quale racconta la difficile battaglia nel far emergere la verità su uno dei molteplici scandali della CIA (uno di quei soliti scandali che il governo americano ha più interessi a mascherare piuttosto che ammettere le enormi responsabilità del gioco sporco) e diffonderla. Inutile dunque ribadire che il film si ispira non solo a una storia vera, quella del tenace giornalista di una piccola e indifferente testata giornalistica, ma racconta in modo coerente e lucido di fatti realmente avvenuti (e frettolosamente insabbiati), fatti raccontati dallo stesso Webb nel libro Dark Alliance sui cui si basa il film di Michael Cuesta, regista che ha fatto tanta gavetta in tv (S.F. Under, Dexter, Homeland), insieme ai libro Kill the Messenger di Nick SchouLa regola del gioco infatti riporta alla luce del sole degli scandali che vennero a galla solo negli anni '90 (ma riguardanti la decade precedente) grazie al meticoloso e alquanto ostacolato lavoro investigativo di Webb che riusci a scoprire il coinvolgimento della CIA nello spaccio di droga (cocaina) negli USA. Droga che aveva come principali destinatari la popolazione afro-americana, e il ricavato delle vendite andava a sostenere i Contras del Nicaragua nella loro lotta per destabilizzare il governo comunista. E per raccontare ciò il regista e lo sceneggiatore (Peter Landesman), scelgono il metodo più semplice e popolare possibile, seguendo rigorosamente lo schema di altre pellicole del genere (Tutti gli Uomini del Presidente, State of Play, Insider, etc.), non aggiungendo nulla di particolarmente innovativo al canovaccio, ma in modo semplice ed avvincente riesce a raccontare una storia, una storia ovviamente interessante. Difatti nel film vengono riportate tutte le fasi dell'inchiesta iniziata e portata avanti dal giornalista che, per puro caso come spesso accade (anche se in questo caso grazie all'avvenente pupa di un boss del narcotraffico, una stupenda Paz Vega), viene in possesso di un documento che proverebbe un certo intrallazzo tra agenti governativi ed i Contras, il tutto sommato a qualche discrepanza tra la mole di droga in circolazione allora nel paese e l'effettivo potere di spaccio dei gruppi malavitosi realmente conosciuti. Ma il film non si limita a questo perché le sue indagini, che iniziano ad essere scomode un po' per tutti, lo porteranno a sprofondare, contro di lui infatti inizia una campagna diffamatoria, che colpirà anche la sua famiglia, che lo porterà vicino al suicidio.

martedì 9 ottobre 2018

Bessie (2015)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 20/10/2015 Qui - Bessie è un film per la televisione prodotto dalla HBO (del 2015) che racconta la storia di Bessie Smith, cantante blues diventata famosa in America e che ha dovuto affrontare numerosi ostacoli, tra cui gli attacchi razzisti, da giovane cantante in difficoltà a imperatrice del blues, la vita di una delle artiste più famose degli Anni Venti, sia per la sua carriera ma anche per il suo coraggio, in un periodo storico in cui vigeva ancora la segregazione razziale e gli attacchi alla gente di colore erano frequenti. è ancora oggi una vera e propria icona della musica, artiste come Annette Hanshaw, Billie Holiday, Ella Fitzgerald, Mahalia Jackson, Janis Joplin e Norah Jones si sono ispirati a lei e alla sua arte, era anche una ballerina, un'attrice comica e una mima. Il film ha vinto ben 4 Emmy awards quest'anno tra cui: Miglior film per la televisione; Miglior fotografia per una miniserie o film; Miglior composizione musicale per una miniserie, film o speciale; Miglior missaggio per una miniserie o film. Oltre ai premi altre 8 candidature tra cui quella che avrebbe meritato Queen Latifah (straordinaria) come miglior attrice in un film tv, vinto poi da Viola Davis (Le regole del delitto perfetto..che non seguo). Il film-tv racconta la vita di Bessie (Queen Latifah) fin da quando era piccola: cresciuta dalla sorella Viola (Khandi Alexander), inizia a lavorare con il fratello Clarence (Tory Kittles) all'interno di alcuni spettacoli di varietà. Il suo sogno, però, è quello di diventare una cantante, ma nessuno le dà una possibilità a causa del colore della sua pelle. Solo quando incontra l'artista Ma Rainey (Mo'Nique), Bessie ha la sua occasione di sfondare: la popolarità della protagonista, però, crea un dissidio tra le due, che prendono strade diverse. Per Bessie, però, è iniziata la sua ascesa, che la porta ad incidere numerosi dischi ed a diventare "l'imperatrice del blues".