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mercoledì 31 gennaio 2024

The Gray Man (2022)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 31/01/2024 Qui - I fratelli Anthony e Joe Russo sono specialisti del genere, capaci di valorizzare ogni centesimo del budget confezionando scene adrenaliniche che raggiungono vette di inusitata bellezza (vedi le sequenze girate a Praga), peccato che il tessuto narrativo non sia sempre all'altezza dipingendo una storia che non ha nell'originalità un suo punto di forza. Nonostante ciò l'intrattenimento (di classe) è garantito sia per quanto riguarda la cura dell'immagine (d'impatto la fotografia, nonostante un uso, forse eccesivo, di CGI), sia per la caratterizzazione del villain (bene Chris Evans in un ruolo inedito), ma non male anche il resto del cast (Ana de Armas e soprattutto Ryan Gosling). Molto bene la parte conclusiva, per un film non memorabile ma godibile. Voto: 6 [Netflix]

giovedì 20 giugno 2019

All'ultimo voto (2015)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 30/11/2018 Qui - Il film, basato sull'omonimo documentario del 2005, diretto da Rachel Boynton, sulle elezioni presidenziali in Bolivia del 2002, che portarono all'elezione di Gonzalo Sánchez de Lozada, aveva la possibilità, ma non l'ha sfruttata (pienamente), di andare un po' a fondo nei drammi economici e sociali che si vivono a latitudini come quelle della Bolivia (uno dei Paesi meno sviluppati del mondo). La sceneggiatura firmata da Peter Straughan (autore anche dell'applaudito La talpa) per questo All'ultimo voto (molto più serio il titolo originale Our Brand is Crisis) azzarda con discreto successo una discesa nei quartieri più degradati della capitale la Paz, ma l'opera (del 2015) del regista David Gordon Green resta comunque poco sotto la linea di galleggiamento per non perdere contatto con l'impostazione da semi commedia. Ecco, quindi, che per lo più l'impalcatura si regge sulle interpretazioni di due grandi attori come la sempre affascinante e convincente Sandra Bullock (premio Oscar nel 2001 con il commovente The Blind Side) e il magrissimo Billy Bob Thornton (Oscar da sceneggiatore per Lama tagliente nel 1997), anche se sul personaggio manca del lavoro a monte. Il loro duello psicologico a semi distanza è infatti, mentre gli altri contano poco perché Joaquin De Almeida non emerge da una personalità contraddittoria, il tridente di supporto formato da Anthony MackieAnn Dowd e Scott McNairy è strumentale alla portata principale (la leader Jane Bodine), e invece in pochi minuti Zoe Kazan lascia supporre che la sua parte da cacciatrice di scoop avrebbe meritato maggior risalto, uno degli ingredienti più gustosi della vicenda, la quale non manca mai di tenere alta l'attenzione dello spettatore. Interessante anche l'idea di mostrare le dinamiche della costruzione di una campagna elettorale per lo più basata (come avviene realmente dovunque) sul dare in pasto all'opinione pubblica e al popolo più sofferente, verità che nel migliore dei casi sono manipolate, se non spesso del tutto artefatte.

venerdì 14 giugno 2019

Entourage (2015)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 30/10/2018 Qui - Non conosco la serie tv omonima della HBO (di cui questo ne è l'adattamento e la sua continuazione) ma questo film è una commedia divertente, graffiante per certi versi, dinamica e condita con dialoghi spiritosi e ben scritti. Cast convincente, una marea di cameo, regia affidabile e ritmo narrativo che non cala mai, assicurando così una visione fluida e simpatica. Entourage infatti, film del 2015 diretto da Doug Ellin (che offre un divertente spaccato caricaturale di quello che è la vita di molte star del cinema), è un film leggero, uno di quei film da gustarsi senza troppi pensieri ma che ha dalla sua parte l'abilità di riuscire ad incastrare secondo dopo secondo un quantitativo di attori e volti noti di Hollywood davvero impressionante. Il film difatti, che narra le vicende di Vincent Chase e del suo Entourage alle prese con un nuovo film in cui Vinny sarà, oltre che protagonista, anche regista, attraverso una confezione patinata e scintillante, un ritmo dinamico e un intreccio semplice e brillante, racconta efficacemente il mondo di Hollywood, futile e votato all'eccesso (tra sesso, capricci, alcol, droga e musica disco). Non sorprende in tal senso che la regia opulenta e frenetica di Doug Ellin (al cinema con Amore tra le righe e alla tv con la regia della serie), sia metafora della routine di chi succhia fino all'ultimo sorso e senza vergogna il fantomatico sogno americano, e che la suddetta piccante commedia sia soprattutto (attraverso la sdrammatizzazione dello stress della vita quotidiana e della routine hollywoodianauna critica al sistema e al mondo del cinema che si auto-cita e parla di sé in prima persona. Teatro delle peripezie del chiassoso gruppo di protagonisti è infatti un promiscuo e incurante microcosmo fatto di feste da sballo in ville napoleoniche, in cui un'auto da sogno è un piccolo presente e tutto è apparentemente lecito. Una realtà talmente distante da quella di chi guarda solletica sicuramente il voyeurismo spettatoriale, suscitando al contempo incredulità, coinvolgimento e un pizzico d'invidia. L'approccio immersivo della regia, a tal proposito, fa sì che il pubblico si lasci contagiare volentieri dalla spensierata superficialità con cui Vince e compari vivono l'attimo e (non) affrontano le sfide, spesso grottesche, cui la narrazione li sottoporrà (e che porterà il gruppo dove mai si sarebbe mai aspettato finisse).

sabato 27 aprile 2019

Babbo bastardo 2 (2016)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 19/01/2018 Qui - Era il 2003 quando sugli schermi di tutto il mondo uscì una delle commedie natalizie più anticonformiste, irriverenti ed ironiche di sempre. Ora a distanza di 13 anni dal primo Babbo Bastardo ecco nuovamente ritornare un fantastico Billy Bob Thornton nel suo sequel, Babbo bastardo 2 (Bad Santa 2), commedia del 2016 diretta da Mark Waters. Peccato che, seppur il film è meno divertente del primo film, anche se ugualmente sboccato, irriverente e maleducato, che assicura una visione soddisfacente e di discreta dinamicità, esso convinca solo a metà. Se infatti nel primo film l'atmosfera malsana, volgare e scorretta, ma anche emozionante e riflessiva che regnava lo aveva contraddistinto in modo piacevole e originale esaltando pubblico e critica, questo secondo atto, fuori tempo massimo, riporta quei tipici momenti, ma solo in determinate parti e determinati momenti. Ovvero i primi minuti e l'ultima mezz'ora (tranne forse i sentimentalismi finali e i volgari titoli di coda, che si potevano evitare), che rispettano onestamente lo spirito del primo film. Quella a non funzionare è difatti la parte centrale, quella dove il protagonista, che ha ceduto ancora una volta ai propri istinti e che entra in una squadra di improbabili delinquenti formata da una donna che si scoprirà essere la madre (un'inguardabile Kathy Bates, utile solo per spiegare in parte l'origine del nichilismo del figlio) e il nano del primo episodio (Tony Cox), con l'obbiettivo di scassinare la cassaforte di un'associazione di beneficenza che non redistribuisce l'intero ricavato della propria attività, condita solo di volgarità scurrile a volontà, con dialoghi senza senso snervanti e sesso go a go (tra cui incredibile è la presenza in questo della fantasmagorica Christina Hendricks).

domenica 17 marzo 2019

Cut Bank: Crimine chiama crimine (2014)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 06/07/2017 Qui - Thriller che punta tutto sull'originalità e sulle interpretazioni degli attori (alcune di queste davvero ottime) è Cut Bank: Crimine chiama crimine (Cut Bank), film del 2014 diretto dal semi-sconosciuto Matt Shakman (famoso per essere regista di alcune puntate di serie in tantissime produzioni), che nel primo vero lavoro importante sorprende e convince. Giacché esordire in un lungometraggio con tre attori (che solo per il loro carisma meriterebbero di essere visti) del calibro di Bruce Dern, Billy Bob Thornton (sempre un grande) e John Malkovich, non è proprio da tutti. In ogni caso, con o senza, questo film, questa avvincente, affascinante e più che discreta black comedy alla "Fargo", (anche se non c'è la neve e, soprattutto, non ci sono i Coen), senza infamia e senza lode, che certamente non contiene un plot così tanto originale anche se meritevole di una visione, quello abbastanza classico della sonnolenta città di provincia americana, Cut Bank, in Montana (anche se in realtà è girato a Edmonton in Canada), "the coldest spot in nation" come da "pupazzo", in cui inaspettatamente qualcosa di strano e inquietante accade (una serie di omicidi). Tutto scatenato dall'ordinario tentativo (sciocco) di un giovane del luogo, che intravedendo la possibilità di perseguire il sogno di una vita migliore con la fidanzata Cassandra in una città più grande, ordisce un piano, certamente astuto ma tanto difficoltoso, ritrovandosi per questo nel posto sbagliato al momento giusto, rimanendo perciò invischiato in un intrigo più grande di lui. Insomma non proprio qualcosa di nuovo e fresco, ma sicuramente effervescente, poiché anche se tutto sembrerebbe già visto, in verità non lo è, poiché il film ha i suoi momenti e il suo interesse, mentre infatti, molte pellicole di questo genere cercano di ottenere successo con effetti speciali, inseguimenti mozzafiato e ogni altro stratagemma tecnologico e surreale, qui assistiamo a qualcosa di diverso. Un qualcosa di un livello sicuramente più alto rispetto a molti altri film, che mette al centro le idee e l'originalità. Il film presenta difatti una storia ricca di misteri e colpi di scena, dall'inizio alla fine. La cosa che più mi ha entusiasmato è che da un momento all'altro potrebbe accadere (e accade) qualcosa, un morto, un segreto svelato, un raggiro scoperto. Il tutto, condito da ottime interpretazioni, giacché la regia è molto brava nel focalizzarsi a lungo sui primi piani dei personaggi, sul loro carattere e sulle loro emozioni, ma anche nell'alternare momenti di pausa (con riprese di un ambiente mozzafiato) a situazioni nelle quali accade di tutto e che tengono accesa l'attenzione dello spettatore.

sabato 16 marzo 2019

Jayne Mansfield's Car (2012)

Mini Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 30/06/2017 Qui - JAYNE MANSFIELD'S CAR (Drammatico, USA, Russia, 2012): La morte improvvisa di una donna statunitense (che da il titolo "presunto" al film) trasferita in Inghilterra unisce due famiglie molto diverse tra loro. Da una parte ci sono i Caldwell, classici americani della provincia meridionale, dall'altra i Bedford, inglesi purosangue. L'azione si svolge alla fine degli anni '60. Le due famiglie si studiano, si osservano e scoprono in maniera graduale di non essere così diversi come pensavano in un primo momento, e che il conflitto generazionale è una questione universale. I vissuti sono simili, le aspirazioni dei più giovani sono quasi uguali e persino le "abitudini ricreative" non sono così diverse. Il cast è di tutto rispetto, ritroviamo un Robert Duvall in gran forma e rivediamo il compianto John Hurt, che fa il suo lavoro di perfetto inglese alla perfezione, mentre la pellicola invece arranca. Il regista Billy Bob Thornton ritaglia su di sé un personaggio tormentato che cerca di recuperare una fiducia in sé quanto mai lontana. Peccato che l'ironia non arrivi e il coinvolgimento neanche. Pur essendo in effetti presenti i toni da commedia, comunque minoritari rispetto al tono generale della pellicola, che è sostanzialmente drammatico nelle premesse e nelle conclusioni, quasi niente funziona davvero. Anche lo stesso conflitto generazionale, che sembra in ultima analisi insanabile e pronto a riprodursi di generazione in generazione, non prende. A fronte insomma di un cast così importante, il film che ha delle ambizioni molto alte, non riesce a soddisfarle in pieno. Il tema del dramma familiare qui esposto è difatti più adatto a un romanzo dell'ottocento, e un eventuale fascino per il pubblico del giorno d'oggi è quanto meno discutibile. Anche l'epoca in cui la pellicola è ambientata sembra una patina abbastanza superficiale dal punto di vista delle scenografie. A volte si ha infatti la sensazione di assistere a un lavoro pensato per il teatro e adattato con più o meno fantasia per lo schermo. Per questo è un film non brutto ma nemmeno bello, dove a salvarsi è solo il cast, tranne un Kevin Bacon capellone. In ogni caso un film da non rivedere. Voto: 5

lunedì 11 marzo 2019

Whiskey Tango Foxtrot (2016)

Mini Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 31/05/2017 Qui - WHISKEY TANGO FOXTROT (Commedia Usa 2016): Prodotta tra gli altri da Tina Fey (l'unica comunque salvabile del film) questa ironica commedia narra la vera storia di Kim Barkeruna giornalista che viene mandata a Kabul in Afghanistan per documentare quello che accade nel paese. Si ritroverà però di fronte a una realtà inaspettata, tra amicizie con i marines e i locali leader afghani, avrà modo di sperimentare una serie di eventi bizzarri e di lasciarsi travolgere da una cultura di adrenalina e feste. Innanzitutto questo è un buon film, l'inizio è promettente e il finale adeguato e centrato. Ma, soprattutto dopo aver visto ripetutamente i film della Kathryn BigelowBlack Hawk Down ed anche Rock the Kasbah (addirittura leggermente migliore) che raccontano con grande forza d'impatto le guerre "moderne", il confronto è impietoso. Durante tutto il film ti aspetti che succeda qualcosa che faccia decollare emozione e coinvolgimento, ma malgrado ritmo, fotografia e colonna sonora di buon livello, tutto rimane un po' freddino e incompiuto. Lo svolgimento della tesi di fondo, impegnativa e importante, rimane un po' superficiale, e non aiuta il maldestro tentativo di barcamenarsi tra il comico e il drammatico. Anche il tratteggio dei personaggi è buono ma non scende in profondità e le contraddizioni esistenziali emergono più da un racconto verbale che da intensità dell'interpretazione, come la protagonista interpretata da una comunque splendida Margot Robbie, che in ogni caso non basta. Si ride, più o meno amaramente, anche grazie alle interpretazioni degli ottimi Martin FreemanBilly Bob Thornton e Alfred Molina, ma nel complesso niente di che. Voto: 5,5

domenica 10 marzo 2019

The Judge (2014)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 29/05/2017 Qui - Passato in televisione settimane fa, The Judge, film del 2014 diretto da David Dobkin, regista della discreta commedia 2 single a nozze e due divertenti commedie quali Due Cavalieri a Londra e Fred Claus, ma anche sceneggiatore e produttore del pessimo R.I.P.D.: Poliziotti dall'aldilà, è un film sicuramente di grande impatto emotivo che riesce tuttavia a tenere un buon ritmo pur trattando argomenti rivisitati spesso nella cinematografia, la famiglia innanzitutto e il difficile rapporto fra un padre e un figlio, anche se non mancano le avversità coniugali, gli amori adolescenziali, la malattia, e una vicenda di giustizia personale che colora la storia di giallo. Una storia (comunque non perfetta) dove però quello che convince di più è la grande prova di attori assai convincenti, ma anche molte scene davvero riuscite e alcuni dialoghi particolarmente intensi sono il fulcro della pellicola, dato che il rimpallo di accuse, di bugie, che si scambiano padre e figlio, in un rapporto assai stratificato, rappresenta la parte più interessante del film, insieme al fatto che, a situazioni gravi che rasentano il melodramma, si alternano momenti di divertita ilarità. Anche se la storia che racconta di un avvocato difensore (Hank Palmer alias Robert Downey jr., che buca lo schermo con il suo sguardo midriatico e una recitazione movimentata da una vena di istrionismo, perfetta per il suo ruolo) specializzato nel tenere fuori dal carcere i peggiori mascalzoni di Chicago che torna nella sua casa di infanzia per il funerale della madre, che deve anche nonostante tanti problemi irrisolti soprattutto con il padre (ex giudice, interpretato da Robert Duvall, mitico nella naturalezza con cui si immedesima nel suo scomodo personaggio di Joseph Palmer) cercarlo di tirarlo fuori dai guai a seguito di un'accusa di omicidio, ha di contro una certa retorica "patriottarda" e un fare alquanto convenzionale, se anche non troppo esibite, che sono difatti però cose che covano sotto l'epidermide della storia.