Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 29/03/2018 Qui - Viaggio verso la libertà (Commedia, Usa 2014): The Road Within (dal titolo originale) offre un bel ritratto di personaggi che convivono con delle malattie mentali ed attraverso una semplice struttura da road movie ne seguiamo la loro evoluzione. Ci sono discreti spunti come il rapporto con la malattia, il sentirsi dei reietti nei confronti della società e delle famiglie in particolare che li considerano una fonte di imbarazzo. Peccato che quest'opera prima di Gren Wells, non particolarmente originale dal punto di vista dei contenuti e della regia (una banale miscela fra commedia e dramma), non esita a fare di una sceneggiatura potenzialmente ben studiata un film di sentimenti superficiali e prevedibili. Un'opera altresì non propriamente sostenuta discretamente dai suoi promettenti tre (ma sfruttati malissimo) protagonisti. Non solo Robert Sheehan (Nathan di Misfits), alle prese con una sindrome (la sindrome di Tourette) non facile da recitare (e si vede), ma anche Zoë Kravitz (visibilmente dimagrita per la parte) troppo "fumosa" nella parte di un'anoressica e soprattutto Dev Patel, ridotto a semplice macchietta (un po' come succede agli adulti Robert Patrick e Kyra Sedgwick). Non dimenticando una narrazione che si perde in una sequenza di scene a volte fini a se stesse, lasciando per strada una buona parte di coerenza interna, scivolando infine in un finale inconcludentemente consolatorio (che non chiude a dovere le tre storie), ulteriormente affossato da una colonna sonora tronfia e a tratti fuori luogo. Certo, questa è certamente una pellicola "necessaria", ma se da una parte non vengono mai a mancare la sensibilità e l'attenzione verso i personaggi e la loro difficoltà a inserirsi nel mondo, dall'altra queste buone premesse non vengono incanalate in un messaggio incisivo e appagante. Tanto che il film alla fine risulta troppo banale e melenso per piacere. Voto: 5
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giovedì 16 maggio 2019
giovedì 4 aprile 2019
Movies for Halloween - Hellions: Piccoli Demoni (2015)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 30/10/2017 Qui - Halloween, la notte delle streghe, quale miglior giorno possibile per ambientare una storia horror? quale miglior modo per riproporre per il secondo anno consecutivo (dopo Tales of Halloween e Holidays, che vi consiglio di vedere) due pellicole (il secondo ci sarà domani) per la rubrica Movies for Halloween? E' il caso appunto di Hellions: Piccoli Demoni, film del 2015 diretto da Bruce McDonald, noto soprattutto per l'horror Pontypool (anche se io l'ho ricordo per alcuni passabili thriller e la non eccezionale serie televisiva Transporter: The Series) ambientato questa notte speciale, anche se la festa delle zucche è solo un pretesto per segnare il (folle ad allucinatorio) confine dall'età spensierata dell'infanzia e delle feste casalinghe, a quella dell'età adulta e complicata. Infatti il film, che pare essere "roba già vista", ma che non lo è se solo semplicemente ci si libera dallo stereotipo dei film a tema halloween, è un film surreale dall'introduzione "realistica" con a seguire totale immersione spiazzante, ci si sposta in una dimensione di impossibile collocazione spazio-temporale, caratterizzata da toni violacei in cui gli unici colori a spiccare sono il rosso del sangue e l'arancio delle zucche. Questo perché la storia appunto è ambientata durante la notte di Halloween, quando la diciassettenne Dora, in attesa del fidanzato per recarsi ad un party e soprattutto per rivelargli di essere in dolce attesa, si trova assediata da un gruppo di bambini dalle terrificante maschere. Deve trovare un modo quindi di sopravvivere, anche se questa è una home invasion (che vede assoluta protagonista la ventunenne Chloe Rose, nota soprattutto sul piccolo schermo per la partecipazione a diverse serie televisive di successo) che va oltre la classica lotta per la sopravvivenza, nulla è scontato in quanto la sceneggiatura segue schemi per lo più indecifrabili. Possibile la lettura onirica di un incubo generato dalla gravidanza, ovviamente indesiderata, probabile fonte di inquietudine e paure. Ma niente potrebbe essere come sembra.
sabato 30 marzo 2019
Di nuovo in gioco (2012)
Mini Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 29/09/2017 Qui - Di nuovo in gioco (Drammatico, Usa 2012): Spiace affibbiare un voto basso ad un film dove appare Clint Eastwood, alla cui figura di attore sono molto affezionato, oltre ad apprezzare le eccellenti doti di regista e film-maker, come dimostrato in Sully. Ma questo film (buonista e dallo svolgimento decisamente piatto e prevedibile), dove il grande divo lascia la regia al suo figlioccio Robert Lorenz, è veramente una pellicola troppo insipida ed inutile (non riuscendo a far riflettere ed emozionare come altri film sportivi-drammatici), che non va da nessuna parte. Poiché un nodo affettivo tra padre e figlia che si risolve a tarallucci e vino secondo i canoni più scontati del cinema d'oltreoceano di bassa fattura non merita, a mio modo di vedere, la sufficienza. Come non basta ritrovare le espressioni e la "burberità" tipica del nostro amatissimo Clint, se intorno ad essa c'è il nulla. Infatti la storia d'amore tra la figlia di Eastwood e l'ex giocatore lanciato dal padre appare melensa e banale, ed anche la rivelazione del tragico passato della ragazza ad opera del padre arriva tardivamente e viene messa lì senza costrutto. A contribuire al flop del film ci sono anche le prestazioni piatte offerte dalla Amy Adams e di Justin Timberlake, che non tralasciano nulla dello stereotipo che rappresentano. Insomma anche se lo chef è di prim'ordine (perché c'è anche John Goodman) vale sempre il detto che non tutte le ciambelle vengono con il buco. Giacché in questo film (di stampo classico con una sceneggiatura comunque solida ma che non brilla e scritta col pilota automatico, poiché si sa già dove vuole andare a parare e soprattutto ha uno sviluppo talmente prevedibile che bene o male intuisci qual è la prossima scena) il ritmo è piuttosto lento e poco o niente coinvolge. Comunque un pessimo prodotto questo non è, perché anche se come film sul baseball non è indimenticabile, e anche se mi aspettavo qualcosa di più, una visione leggera (soprattutto per rivedere Eastwood all'opera) la merita. Dopotutto questo è il classico esempio di film preconfezionato, gradevole ma incolore, che si può vedere e poi dimenticare. Voto: 5,5
sabato 16 marzo 2019
Jayne Mansfield's Car (2012)
Mini Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 30/06/2017 Qui - JAYNE MANSFIELD'S CAR (Drammatico, USA, Russia, 2012): La morte improvvisa di una donna statunitense (che da il titolo "presunto" al film) trasferita in Inghilterra unisce due famiglie molto diverse tra loro. Da una parte ci sono i Caldwell, classici americani della provincia meridionale, dall'altra i Bedford, inglesi purosangue. L'azione si svolge alla fine degli anni '60. Le due famiglie si studiano, si osservano e scoprono in maniera graduale di non essere così diversi come pensavano in un primo momento, e che il conflitto generazionale è una questione universale. I vissuti sono simili, le aspirazioni dei più giovani sono quasi uguali e persino le "abitudini ricreative" non sono così diverse. Il cast è di tutto rispetto, ritroviamo un Robert Duvall in gran forma e rivediamo il compianto John Hurt, che fa il suo lavoro di perfetto inglese alla perfezione, mentre la pellicola invece arranca. Il regista Billy Bob Thornton ritaglia su di sé un personaggio tormentato che cerca di recuperare una fiducia in sé quanto mai lontana. Peccato che l'ironia non arrivi e il coinvolgimento neanche. Pur essendo in effetti presenti i toni da commedia, comunque minoritari rispetto al tono generale della pellicola, che è sostanzialmente drammatico nelle premesse e nelle conclusioni, quasi niente funziona davvero. Anche lo stesso conflitto generazionale, che sembra in ultima analisi insanabile e pronto a riprodursi di generazione in generazione, non prende. A fronte insomma di un cast così importante, il film che ha delle ambizioni molto alte, non riesce a soddisfarle in pieno. Il tema del dramma familiare qui esposto è difatti più adatto a un romanzo dell'ottocento, e un eventuale fascino per il pubblico del giorno d'oggi è quanto meno discutibile. Anche l'epoca in cui la pellicola è ambientata sembra una patina abbastanza superficiale dal punto di vista delle scenografie. A volte si ha infatti la sensazione di assistere a un lavoro pensato per il teatro e adattato con più o meno fantasia per lo schermo. Per questo è un film non brutto ma nemmeno bello, dove a salvarsi è solo il cast, tranne un Kevin Bacon capellone. In ogni caso un film da non rivedere. Voto: 5
sabato 19 gennaio 2019
Un amore senza fine (2014)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 29/08/2016 Qui - Un amore senza fine (Endless Love) è una emozionante commedia romantica del 2014 diretta da Shana Feste (Qualcosa di buono e Country Strong). La pellicola è però il remake del film Amore senza fine del 1981 diretto da Franco Zeffirelli, con Brooke Shields e Martin Hewitt. Il film perciò racconta di una drammatica storia d'amore tra due giovani amanti (Jade e David) trasportati dalla passione. Una storia d'amore cosi coinvolgente da far invidia a tutte le ragazze e in parte a noi ragazzi. Lei, una ragazza dell'alta società, una bellissima fanciulla dai capelli lunghi color oro, pura e innocente, la meravigliosa Gabriella Wilde (Lo sguardo di Satana: Carrie, I tre moschettieri). Lui, un ragazzo sicuro di sè, attraente ma anche misterioso, Alex Pettyfer (Sono il numero quattro, Beastly, Stormbreaker). Dal loro primo incontro scatta la scintilla tra i due (lui innamorato di lei sin dal secondo anno di liceo), un incontro folgorante, che rivela subito la forte attrazione tra i due. Passano insieme l'estate trascorrendo momenti indimenticabili, lei perde la sua innocenza facendo per la prima volta l'amore con lui. Purtroppo i genitori (e soprattutto il padre di lei, che non accetta il fatto che sua figlia possa perdere l'innocenza e soprattutto che rinunci alla vita da cardiologa che le aveva programmato perfettamente) alla saputa della loro relazione non consentono affatto perché lui fa parte di una classe sociale inferiore alla loro. In seguito perciò tra i due diviene un tormento stare insieme, la loro relazione diviene più complicata, ma grazie all'amore il cuore trionferà.
giovedì 17 gennaio 2019
Notte Horror 2016: The Faculty (1998)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 23/08/2016 Qui - L'anno scorso di questi tempi mentre io avevo appena aperto il mio blog ed ero intento a capirci qualcosa, nella blogosfera circolava una interessante rassegna cinematografica che mi aveva incuriosito, ovvero la seconda edizione di Notte Horror. Una rassegna che come già dal titolo si intuiva, trattava e recensiva dei film horror che negli anni '90 Italia Uno mandava in onda prevalentemente in seconda serata, perciò prendendo spunto da ciò alcuni blogger, di cui grazie proprio a questa rassegna ho cominciato a seguire, hanno compiuto questo bel progetto. Ora un anno dopo, e dopo aver acquisito una certa abilità, ho provato ad entrare a far parte di questo piccolo circolo e anche se solo a metà del 'corso' ci sono finalmente riuscito. E infatti eccomi qui (per l'ultimo episodio) a recensire un film horror a mia scelta che rientrasse nelle linee guida della rassegna, ovvero tassativamente horror, preferibilmente tamarrata e possibilmente anni 70-80-90, ed ecco che dopo accurate ricerche (era quello più facile da trovare su Sky) ho scelto di vedere The Faculty, un horror fantascientifico del 1998. Non volevo infatti rispolverare i grandi classici del genere, perché troppo complicati e troppo belli da essere solo nominati, perché sono dei capolavori assoluti, da Lo Squalo a It (anche se alcuni li hanno giustamente recensiti, ma perché più bravi di me), e comunque la mia filmografia in questo genere parte proprio dagli anni '90, anni sì interessanti ma privi di grandi film soprattutto horror, a parte ovviamente qualcuno, e soprattutto questo appena visto, perché è un autentico gioiellino.
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martedì 18 settembre 2018
Io sono tu (2013)
Mini recensione pubblicata su Pietro Saba World il 01/09/2015 Qui - Io sono tu (USA, 2013), andato in onda qualche tempo fa in prima visione su Italia1. Fondi illimitati hanno permesso a Diana (Melissa McCarthy) di fare la bella vita alla periferia di Miami, dove la regina dello shopping compra tutto ciò che colpisce la sua fantasia. C’è solo un inconveniente: il nome che appare sulla carta di credito utilizzata per finanziare queste spese folli è “Sandy Bigelow Patterson” ed appartiene ad un contabile che vive dall'altra parte degli Stati Uniti. Con solo una settimana a disposizione per rintracciare la truffatrice prima che il suo mondo imploda davanti ai suoi occhi, il vero Sandy Bigelow Patterson (Jason Bateman) si dirige verso sud per affrontare la donna che gli sta rubando la vita, scoprendo quanto è difficile ottenere indietro il proprio nome. Lo spunto di partenza affonda le radici nella realtà quotidiana, quanti hanno subito un furto d'identità sanno quali e quante siano le complicazioni che ne seguono. In una Confederazione come sono gli Stati Uniti la cosa è ulteriormente complicata dalle differenti legislazioni tra Stato e Stato. Ha così inizio il classico on the road che sfrutta tutti gli elementi premendo un po' troppo spesso il pedale sull'esagerazione nelle gag a cui si aggiungono killer scatenati in caccia della truffatrice che poco aggiungono, se non sul piano della durata complessiva del film, a quanto la vicenda sembrava promettere all'inizio. Due bravi attori che gestiscono due tipi di commedia in un solo film, riuscendoci, ma con fatica. Prevedibile. Voto: 6-
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