Visualizzazione post con etichetta Ray Stevenson. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Ray Stevenson. Mostra tutti i post

martedì 28 febbraio 2023

RRR (2022)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 28/02/2023 Qui - Sorprendente esempio di quanto la commistione di generi (per come destabilizzante e fuori contesto appaia almeno in un primo tempo) possa rivelarsi invece innovativa e riuscita. Celebrazione a tutto tondo della civiltà indiana, fatta da agguerriti eroi (in questo caso due), scontri senza esclusione di colpi (spettacolarizzati per ragioni cinematografiche), ma anche momenti di puro divertimento (vedasi le scene di ballo volutamente da videoclip). Antico e moderno si avviluppano grazie a uno stile registico meritevole di plauso capace di intrattenere e stupire per ore. Possiede un ottimo ritmo anche se l'affastellarsi di flashback a due terzi del film mette un'enorme parentesi al racconto. Avrò visto 5 o 6 film di Bollywood più o meno riusciti, ma questo il più strano ed ultra kitsch, ma esageratamente divertente. Un film, distribuito da Netflix, candidato ad un Oscar 2023 per la canzone, deliziosamente particolareggiante. Voto: 7

giovedì 4 luglio 2019

Cold Skin (2017)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 27/02/2019 Qui - Cold Skin (Thriller, Spagna, Francia, 2017): Pecca di un'ambiguità iniziale dello script, ricompensata, solo in parte, dalla suggestiva location d'epoca e non solo, con le splendide location delle Canarie. La storia, anche da un punto di vista cinematografico, ha molti spunti affascinanti. Tuttavia, il film si muove su un binario drammaturgico che finisce per diventare scontato. La sceneggiatura, infatti, non offre svolte significative, anzi si adagia sul lavoro immaginifico della fotografia, accontentandosi di devolvere l'insieme della resa al finale, peraltro abbozzato. Certo, ben interpretato, ambientato e girato: ma tutto questo contribuisce a rendere più evidente lo spreco. Per una storia ed una pellicola (diretta da Xavier Gens, che a parte Frontier(s) non si fa ricordare per altro) sconclusionata (non si capisce cosa vogliono e perché) e di difficile sopportazione, con uno sviluppo modesto e più prossimo al genere fantastico (o fiabesco, molto simile a The Shape of Water, accostamento che però va preso alla leggera, differenza sostanziale). Comunque, ambientato nel 1914, la trama ha come protagonista Friend. Non sappiamo cos'è successo, quale sia il suo passato, e ciò indebolisce il potenziale di empatia verso il personaggio interpretato da David Oakes (quello di Victoria la serie). Da spettatore, lo conosciamo come un giovane, in fuga da un qualcosa di oscuro, determinato a prendersi un anno sabbatico dalla cosiddetta società "civilizzata". Su un'isola, apparentemente disabitata, nel sud dell'Atlantico, Friend accetta l'impiego di osservatore meteorologico. In realtà, l'isola ha un altro ospite, un certo Gruner (Ray Stevenson), un anziano guardiano del faro, diventato pazzo dagli anni di solitudine. Gruner vive con una misteriosa creatura anfibia. È Aneris (Aura Garrido), una sorta di sirena, resa brutalmente schiava dal guardiano (immaginate bene). Il suo canto disperato richiama di notte i suoi simili: sembrano creature mostruose, la pelle fredda, il sangue blu, che Friend e Gruner combattono di notte, come disperati soldati di trincea. Tuttavia, dietro la minaccia dei mostri, c'è la ciclica malvagità del comportamento umano. Una natura maligna e recidiva, suggerisce il film, esacerbata dagli orrori della Prima guerra mondiale. I significati evidenti (annegati nel buonismo più prevedibile) oscillano così dalla denuncia della prepotenza colonialista alla contraddizione delle teorie darwiniste. Ma dopo mezz'ora di visione diventa impossibile immedesimarsi nella situazione, con queste creature (denominate facce di rospo) dalla pelle ghiacciata (da cui il titolo) e il cuore caldo portate sullo schermo senza la minima atmosfera. Qualche poco riuscito effetto in CGI (le scene con creature in massa) e una colonna sonora che concilia il sonno (le musiche non la fanno da padrone e rimangono un po' sottotono) però, proprio non aiutano a risollevare le sorti di un film mediocre, un film allettante all'inizio, deludente alla fine. Da manicomio il sottotitolo italiano: La creatura di Atlantide. Chi lo ha scelto, non ha certamente visto il film. E, in parte, lo si può capire. Voto: 5+

sabato 16 marzo 2019

Jayne Mansfield's Car (2012)

Mini Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 30/06/2017 Qui - JAYNE MANSFIELD'S CAR (Drammatico, USA, Russia, 2012): La morte improvvisa di una donna statunitense (che da il titolo "presunto" al film) trasferita in Inghilterra unisce due famiglie molto diverse tra loro. Da una parte ci sono i Caldwell, classici americani della provincia meridionale, dall'altra i Bedford, inglesi purosangue. L'azione si svolge alla fine degli anni '60. Le due famiglie si studiano, si osservano e scoprono in maniera graduale di non essere così diversi come pensavano in un primo momento, e che il conflitto generazionale è una questione universale. I vissuti sono simili, le aspirazioni dei più giovani sono quasi uguali e persino le "abitudini ricreative" non sono così diverse. Il cast è di tutto rispetto, ritroviamo un Robert Duvall in gran forma e rivediamo il compianto John Hurt, che fa il suo lavoro di perfetto inglese alla perfezione, mentre la pellicola invece arranca. Il regista Billy Bob Thornton ritaglia su di sé un personaggio tormentato che cerca di recuperare una fiducia in sé quanto mai lontana. Peccato che l'ironia non arrivi e il coinvolgimento neanche. Pur essendo in effetti presenti i toni da commedia, comunque minoritari rispetto al tono generale della pellicola, che è sostanzialmente drammatico nelle premesse e nelle conclusioni, quasi niente funziona davvero. Anche lo stesso conflitto generazionale, che sembra in ultima analisi insanabile e pronto a riprodursi di generazione in generazione, non prende. A fronte insomma di un cast così importante, il film che ha delle ambizioni molto alte, non riesce a soddisfarle in pieno. Il tema del dramma familiare qui esposto è difatti più adatto a un romanzo dell'ottocento, e un eventuale fascino per il pubblico del giorno d'oggi è quanto meno discutibile. Anche l'epoca in cui la pellicola è ambientata sembra una patina abbastanza superficiale dal punto di vista delle scenografie. A volte si ha infatti la sensazione di assistere a un lavoro pensato per il teatro e adattato con più o meno fantasia per lo schermo. Per questo è un film non brutto ma nemmeno bello, dove a salvarsi è solo il cast, tranne un Kevin Bacon capellone. In ogni caso un film da non rivedere. Voto: 5

martedì 5 febbraio 2019

The Transporter Legacy (2015)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 02/11/2016 Qui - La bellissima Anna (Loan Chabanol) ha atteso quindici lunghi anni e ora è finalmente pronta per vendicarsi dell'uomo che le ha distrutto la vita. Non può fidarsi di nessuno, solo delle sue letali e belle complici e del leggendario Frank Martin. Tutti sanno che lui è il miglior autista sulla piazza e che non fa domande. Sfrecciando tra le strade del principato di Monaco con un carico particolare, Martin si ritrova così invischiato in prima persona in un complotto contro un manipolo di trafficanti russi senza scrupoli. Reboot della saga ideata da Luc Besson e Robert Mark Kamen, che aveva già dato luogo a tre titoli cinematografici e ad una serie per il piccolo schermo, The Transporter Legacy (adrenalinico film action del 2015 diretto da Camille Delamarre) muta l'attore principale (al posto di Jason Statham c'è Ed Skrein) ma non la sua filosofia professionale, mai cambiare i patti, mai fare nomi, mai fare domande. Inutile dire che si tratta di regole fatte per essere trasgredite. Ma una non doveva proprio essere infranta, ovvero eliminare Jason Statham dalla sceneggiatura. Senza di lui infatti The Transporter, che era una saga sensata e interessante, non certo per la trama ma proprio per lui, perde tutta la sua forza trascinante. L'idea e la struttura funzionava perché c'era lui, senza ciò è noia e banalità. Louis Leterrier infatti una chiara idea l'aveva e Jason Statham era in grado di reggerli (d'altronde in Joker: Wild Card è stato l'unico a salvarsi). Ora Camille Delamarre non l'ha e (il pessimo) Ed Skrein (per quel che è possibile capire da questo film) non è assolutamente in grado.

mercoledì 23 gennaio 2019

Big Game: Caccia al Presidente (2014)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 16/09/2016 Qui - Big Game: Caccia al Presidente (Big Game) è un atipico e originale (non tanto però) film d'azione finlandese del 2014 diretto da Jalmari Helander. Il film, presentato al Toronto International Film Festival 2014, vede come protagonisti principali il bravissimo Samuel L. Jackson e il giovane Onni Tommila. Il film appare fin da subito un'imitazione delle grandi pellicole hollywoodiane, una specie di omaggio al cinema action-avventuroso a cavallo tra anni '80 e '90, parecchie sono infatti le citazioni, alcune delle quali palesi, da E.T. a Indiana Jones, passando per The Karate Kid, giù sino ad accenni più o meno vaghi al filone action-complottista anni '90. Ma Big Game va oltre la mera operazione nostalgia, proponendo un intrattenimento familiare anche se in modo atipico, dato che in questo film il presidente al contrario di quello di Wolfgang Petersen in 'Air force One', che vedeva il presidente americano trasformarsi in una sorta di Rambo per sbarazzarsi dei dirottatori che lo tenevano in ostaggio, qui invece l'inquilino della Casa Bianca (Samuel Lee Jackson in versione Barak Obama), è distante anni luce da quello intraprendente e pugnace interpretato da Harrison Ford, addirittura le sue sorti (queste si altrettanto funeste) vengono affidate al piccolo Oskari, il tredicenne che lo aiuterà a salvarsi da chi lo vuole morto. Si perché anche qui l'Air Force One, in questo caso diretto a Helsinki, per un pre-vertice del G8, è soggetto a un attentato terroristico. Un gruppo terroristico infatti, lancia da terra dei missili che colpiscono l'aereo e i caccia che lo scortano, ma solo dopo che il presidente (sotto consiglio del capo della sicurezza) entra in una capsula di salvataggio per salvarsi. Poiché il piano complottistico ordito contro di lui non prevede difatti solo l'abbattimento dell'Air Force One, ma di rapirlo ed esibirlo come un trofeo. Ma ovviamente i piani cambieranno quando il giovane Oskari, che si trova nei paraggi per un rito di passaggio all'età adulta (deve infatti dimostrare di essere un uomo tramite una battuta di caccia), aprirà la capsula e l'aiuterà a mettersi in salvo. I due quindi dovranno far fronte a un diverso tipo di caccia in cui interpretano il ruolo di prede anche se Oskari non dimenticherà la sua missione.