Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 27/10/2022 Qui - Come già in una delle sue opere più famose (e riuscite), Gattaca, Andrew Niccol immagina un futuro distopico, dominato dallo streaming dei ricordi, nel quale è ambientato un noir (dalle ingerenze evidenti di capisaldi del genere). Confezione elegante e buono spunto, manca tuttavia la sostanza, una storia che sia veramente efficace e nella quale si muovano personaggi credibili. La figura del detective solitario e donnaiolo è uno dei tanti topoi presenti nel film, che gioca su una struttura ballerina e disorientante alternando mdp fissa su quadri intriganti a una marea di soggettive, fino ad addentrarsi in un caleidoscopio di matriosche visive, forti le connotazioni politico-sociali, debolissima e banale la risoluzione narrativa finale, corretta la morale. Voto: 5,5
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giovedì 27 ottobre 2022
giovedì 27 gennaio 2022
Il film della Memoria: The Song of Names (2019)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 27/01/2022 Qui - In quasi tutte le scorse volte in questo importante giorno vi ho parlato di film che l'Olocausto prendeva di petto (l'anno scorso fu Resistance - La voce del silenzio), in questo caso invece esso è usato come scorciatoia per la tragedia, e prendendo a cuore l'effettivo significato di questo giorno, questo film da me scelto (ma tuttavia quasi imposto, era l'unico "disponibile" su Sky) spinge proprio sul concetto di Memoria (mai dimenticare, perché il tempo passa, ma la memoria resta, affinché non si ripeta). Il senso del titolo di questo film, tratto da un romanzo di Norman Lebrecht, nasce proprio dal bisogno (lo spettatore scoprirà in quale contesto) di fare memoria dei nomi di chi non c'è più con una variante altrettanto fondamentale nella cultura ebraica: la musica. Musica che nel film è suonata su uno strumento che ha segnato in maniera indelebile il tragico percorso del popolo ebraico, in particolare nel '900: il violino. In questo senso, il film (che si avvale dell'aiuto di due buonissimi attori quali Tim Roth e Clive Owen) ha delle belle musiche firmate dal leggendario Howard Shore, ma questo non basta per attutire le noiose note della narrazione. Di una vicenda che delude clamorosamente nelle delucidazioni conclusive, vero termometro per innalzare il lavoro di François Girard (regista de Il violino rosso che riprende spunto dalla propria ossessione verso lo strumento-oracolo) a film da ricordare oppure metterlo all'interno dell'enorme calderone di opere contro l'infamia tedesca. Soprattutto dopo un'intera rincorsa a cercare qualcuno e qualcosa, troppo scarna si rivela la spiegazione di un angoscioso addio trentennale e i due assi, nel poco spazio disponibile all'interno di un auto, non riescono a rendere giustizia alla loro fama e a quella di una pellicola che si aspetta il climax ad effetto, ma che si dovrà accontentare di un flaccido pugno e un paio di pacche sulla spalla, peccato.
venerdì 17 settembre 2021
Guida romantica a posti perduti (2020)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 17/09/2021 Qui - Un'occasione sprecata, specie se hai disposizione nel cast attori come Clive Owen e Jasmine Trinca. Un road movie che sembra il genere perfetto per sviluppare ed evolvere questi due personaggi, ma le situazioni procedono per accumulo senza che venga a crearsi una vera e propria sintonia tra i due caratteri che evolvono molto meno di quello che potrebbero fare, perlomeno a livello potenziale. Un film sbagliato (capisco i luoghi perduti ma il romanticismo è totalmente campato in aria) di una regista (Giorgia Farina) che aveva fatto intravedere lavori (poco) migliori di questo come Amiche da morire o Ho ucciso Napoleone. In questo caso è la noia che lentamente e gradualmente sale fino alla fine. Eppure il film ha i suoi bei momenti, con comprimari come la brava Irene Jacob che qui interpreta la moglie di Owen. Non così brutto come pare, ma si poteva e si doveva fare di più. Voto: 5+
giovedì 1 luglio 2021
Gemini Man (2019)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 02/07/2021 Qui - Poteva essere un film promettente, in considerazione del tipo di storia che poteva dare adito a buone soluzioni visive e narrative. Se il primo elemento può dirsi in qualche modo compiuto, anche in presenza di discrete scene action, il secondo purtroppo lascia perplessi dalla pochezza dei personaggi. Se il personaggio maturo di Will Smith è un carattere tutto sommato funzionante, purtroppo la sua controparte "clone" è talmente anonimo e sbiadito da essere ai confini dell'inconsistenza, solo un pallido riflesso privo della benché minima sostanza. Non aiuta nemmeno Clive Owen alle prese con il classico villain tagliato con l'accetta con poca sostanza. Quindi mancando i personaggi e con una storia non certo originalissima, già vista troppe volte, il film promette tanto sulla carta, ma alla resa dei fatti è una promessa mancata. La storia di cloni che provano ad uccidere il loro "originale" e di militari senza scrupoli non meritava di essere trattata come un dramma esistenziale ma solo come un action figo e senza pretese, in questo Gemini Man ha sbagliato. Il regista taiwanese Ang Lee ci mette la sua talentuosa eleganza (Billy Lynn era un buon film), ma il film non riesce a volare molto in alto, restando nel mare della mediocrità, peccato. Voto: 5+
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martedì 29 ottobre 2019
The Confirmation (2016)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 29/10/2019 Qui
Tema e genere: Un moderno Ladri di biciclette meno sociale e più intimo che si focalizza sul rapporto padre-figlio, ma che non riesce a fare del tutto centro.
Trama: Uno sfortunato falegname ottiene un lavoro che potrebbe trasformare per sempre la sua vita quando la sua insostituibile cassetta degli attrezzi viene rubata. Dovrà così rintracciare i ladri, prima che finisca la settimana, in compagnia di un improbabile compagno: il giovane figlio che non lo sopporta.
Recensione: Bob Nelson, candidato all'Oscar per la sceneggiatura originale di Nebraska di Alexander Payne, esordisce alla regia con un film che costruisce sulla sua semplicità il fulcro della storia. Sin dalle prime inquadrature risulta chiara tuttavia l'inesperienza di Nelson dietro la macchina da presa, che adotta uno sguardo incerto e traballante, rafforzato da uno stile povero di dettagli e che non gioca con le varie tecniche registiche, ad eccezione di qualche piccolo movimento casuale di macchina. Le vicende del film sono leggermente caratterizzate dal punto di vista del bambino senza però marcare troppo su questa linea. Come a riprendere il neorealismo, la pellicola cerca di puntare tutto sulla storia rappresentata, su questo racconto di formazione di un giovane che, nel corso del film, si trova costretto a mentire costantemente, rubare ciò che è suo di diritto, organizzare stratagemmi per aiutare il padre a cavarsela nella sua situazione disperata e operare una serie di azioni che sa essere sbagliate ma le compie con tutta l'innocenza propria dei bambini. Il giovane cresce formando una propria idea della realtà che lo circonda, capendo attraverso l'avventura percorsa che non esiste giusto o sbagliato in senso stretto ma siamo noi stessi a dover trovare il giusto equilibrio nelle scelte che perseguiamo. Così come in Ladri di biciclette, la narrazione si svolge nell'arco di un solo weekend e scava nel rapporto tra i personaggi per arrivare a mostrare i cambiamenti che possono avvenire in poco tempo in un bambino costretto a comportarsi da adulto per risolvere i problemi causati dall'inattenzione e dalla sprovvedutezza del proprio genitore. Per assurdo, le scene drammatiche che rappresentavano i momenti salienti e pregnanti del capolavoro neorealista, in questo film non funzionano come dovrebbero e risultano essere banali e poco d'effetto. La pellicola riesce a colpire e affermarsi solamente nel momento in cui l'ironia e la spensieratezza del bambino si fanno strada e prendono possesso della storia facendola proseguire verso un cammino, forse troppo radioso e irrealistico, ma sicuramente più coinvolgente di quello mostrato all'inizio della pellicola. Una storia di base, benché già ripresa innumerevoli volte negli ultimi anni, sicuramente interessante da affrontare e rendere propria ma che, a causa di una sceneggiatura forse non perfettamente concepita, impiega diverso tempo prima di ingranare e insinuarsi nell'interesse di chi guarda. È solo dalla seconda metà del film che si riesce ad entrare pienamente nello spirito della vicenda e ad apprezzarla grazie soprattutto all'alchimia che si inizia ad instaurare tra i due protagonisti. È il giovane ragazzo, interpretato da un adorabile Jaeden Lieberher, a salvare continuamente la situazione e a trascinare l'attenzione del film, facendoci sorridere per le sue espressioni preoccupate e pensierose che fanno capire come le rotelle della sua mente siano sempre in funzione per architettare un nuovo piano o ideare un'altra piccola bugia. Ma non basta, perché anche se, nonostante tutto, il film riesce a renderti complice delle vicende dei due protagonisti e a patteggiare per loro, anche quando non dovresti, il suddetto non fa presa e non si fa per niente ricordare.
Trama: Uno sfortunato falegname ottiene un lavoro che potrebbe trasformare per sempre la sua vita quando la sua insostituibile cassetta degli attrezzi viene rubata. Dovrà così rintracciare i ladri, prima che finisca la settimana, in compagnia di un improbabile compagno: il giovane figlio che non lo sopporta.
Recensione: Bob Nelson, candidato all'Oscar per la sceneggiatura originale di Nebraska di Alexander Payne, esordisce alla regia con un film che costruisce sulla sua semplicità il fulcro della storia. Sin dalle prime inquadrature risulta chiara tuttavia l'inesperienza di Nelson dietro la macchina da presa, che adotta uno sguardo incerto e traballante, rafforzato da uno stile povero di dettagli e che non gioca con le varie tecniche registiche, ad eccezione di qualche piccolo movimento casuale di macchina. Le vicende del film sono leggermente caratterizzate dal punto di vista del bambino senza però marcare troppo su questa linea. Come a riprendere il neorealismo, la pellicola cerca di puntare tutto sulla storia rappresentata, su questo racconto di formazione di un giovane che, nel corso del film, si trova costretto a mentire costantemente, rubare ciò che è suo di diritto, organizzare stratagemmi per aiutare il padre a cavarsela nella sua situazione disperata e operare una serie di azioni che sa essere sbagliate ma le compie con tutta l'innocenza propria dei bambini. Il giovane cresce formando una propria idea della realtà che lo circonda, capendo attraverso l'avventura percorsa che non esiste giusto o sbagliato in senso stretto ma siamo noi stessi a dover trovare il giusto equilibrio nelle scelte che perseguiamo. Così come in Ladri di biciclette, la narrazione si svolge nell'arco di un solo weekend e scava nel rapporto tra i personaggi per arrivare a mostrare i cambiamenti che possono avvenire in poco tempo in un bambino costretto a comportarsi da adulto per risolvere i problemi causati dall'inattenzione e dalla sprovvedutezza del proprio genitore. Per assurdo, le scene drammatiche che rappresentavano i momenti salienti e pregnanti del capolavoro neorealista, in questo film non funzionano come dovrebbero e risultano essere banali e poco d'effetto. La pellicola riesce a colpire e affermarsi solamente nel momento in cui l'ironia e la spensieratezza del bambino si fanno strada e prendono possesso della storia facendola proseguire verso un cammino, forse troppo radioso e irrealistico, ma sicuramente più coinvolgente di quello mostrato all'inizio della pellicola. Una storia di base, benché già ripresa innumerevoli volte negli ultimi anni, sicuramente interessante da affrontare e rendere propria ma che, a causa di una sceneggiatura forse non perfettamente concepita, impiega diverso tempo prima di ingranare e insinuarsi nell'interesse di chi guarda. È solo dalla seconda metà del film che si riesce ad entrare pienamente nello spirito della vicenda e ad apprezzarla grazie soprattutto all'alchimia che si inizia ad instaurare tra i due protagonisti. È il giovane ragazzo, interpretato da un adorabile Jaeden Lieberher, a salvare continuamente la situazione e a trascinare l'attenzione del film, facendoci sorridere per le sue espressioni preoccupate e pensierose che fanno capire come le rotelle della sua mente siano sempre in funzione per architettare un nuovo piano o ideare un'altra piccola bugia. Ma non basta, perché anche se, nonostante tutto, il film riesce a renderti complice delle vicende dei due protagonisti e a patteggiare per loro, anche quando non dovresti, il suddetto non fa presa e non si fa per niente ricordare.
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mercoledì 12 giugno 2019
Valerian e la città dei mille pianeti (2017)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 22/10/2018 Qui - Fantascienza avventurosa, colorata, divertente, questo è Valerian e la Città dei mille pianeti (Valérian et la Cité des mille planètes), film del 2017 scritto e diretto da Luc Besson. Quest'ultimo infatti, a ventuno anni da Il Quinto Elemento, torna alla regia di una space opera prendendo spunto da un caro ricordo d'infanzia, il fumetto Valérian et Laureline ideato dallo scrittore Pierre Christin e il disegnatore Jean-Claude Mézières nel 1967, lo fa con 197 milioni di euro di incentivi, budget più alto della storia del cinema francese, con l'obiettivo di creare un prodotto che possa davvero segnare una generazione, e in parte ci riesce. E in tal senso obiettivo ambizioso, quello di Besson, nell'andare a creare un moderno Star Wars. Dopotutto il film è ambientato nel futuro e nello spazio, e racconta di due agenti del governo di Alpha, Valerian e Laureline appunto, che vengono incaricati di stroncare ogni pericolo per quella che era una semplice base orbitante terrestre e che è diventata l'esempio gigantesco di convivenza tra migliaia di esseri differenti tra di loro (e davvero è molto efficace il racconto visivo iniziale di come sia accaduto tutto questo). Ma quando vengono incaricati di svolgere una missione alquanto strana e rischiosa, capiscono che su Alpha c'è molto di più di quello che loro stessi pensavano, e che quindi toccherà a loro scongiurare una fratricida guerra. Peccato che, come negli ultimi Star Wars, seppur dal punto di vista puramente visivo, Valerian e la Città dei Mille Pianeti è uno spettacolo per gli occhi (la sequenza della nascita di Alpha, con la colonna sonora di Space Oddity di David Bowie è fantastica), Alpha, ed in generale tutto il film, sono infatti spettacolari, grazie ad un accorto ed appassionato uso di ogni tecnologia disponibile, dal punto di vista narrativo (e non solo) lasci parecchio a desiderare. Quest'ultimo difatti, nonostante le vicende singolarmente non siano poi neanche tanto male, soffre dello sgangherato motore che lo muove, o almeno parte di esso.
martedì 21 maggio 2019
Hemingway & Gellhorn (2012)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 26/04/2018 Qui - Hemingway & Gellhorn (Drammatico, Usa 2012): I film biografici sono per loro natura difficili e spesso non riescono efficacemente e/o descrivere obbiettivamente personaggi realmente esistititi, o perché in qualche modo faziosi o semplicemente perché gli autori non sono in possesso, delle necessarie informazioni per confezionarli verosimilmente o anche perché piegati dall'esigenza di copione, ai fini di una migliore resa scenica. E' questo il caso di questo biopic per la televisione della HBO, un film sicuramente interessante e coinvolgente, anche perché si racconta di due personaggi molto importanti, il famoso scrittore Ernest Hemingway e una dei più grandi corrispondenti di guerra del XX secolo, ovvero Martha Gellhorn (e della loro quindi storia burrascosa a cavallo della seconda guerra mondiale e nata sullo sfondo della guerra civile spagnola), ma che annoia (ben 150 minuti di visione), non convince e sembra non avere una direzione precisa. Il fulcro della pellicola dovrebbe essere infatti la storia d'amore dei due, ma non si capisce bene alla fine cosa il regista voglia trasmettere, se proprio l'amore (la passione), o l'avventura delle loro vite, i frequenti cambi di ambientazione, o altro. Non riesce a trasmettere (nonostante il gran materiale a disposizione) nulla su nessun fronte. Neanche sul piano della imperterrita guerra. Hemingway & Gellhorn difatti è stato studiato e realizzato per poter ricreare i conflitti più diversi in ogni angolo del globo, nonostante un budget piuttosto limitato. Ed è possibile notare che dal punto di vista prettamente visivo, vengono impiegati alcuni filmati d'archivio che si intrecciano con la narrazione, il cui effetto a volte tende al surreale.
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Robert Duvall,
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Tony Shalhoub
domenica 13 gennaio 2019
Intruders (2011)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 30/07/2016 Qui - Intruders è un horror soprannaturale del 2011 con Clive Owen, andato in onda in seconda serata il 14 luglio su Italia Uno. La pellicola diretta da Juan Carlos Fresnadillo (regista di Intacto e 28 settimane dopo), uscita direttamente per il mercato dell'home video, presenta una buona e imprevista trama, all'inizio però si ha la sensazione di un film già visto e del solito horror ma ci sarà un importante colpo di scena, comunque non tanto spiazzante ma sicuramente interessante. La storia è quella di due famiglie che parallelamente si trovano a dover combattere con il soprannaturale. Entrambi i rispettivi figli sembrano essere spaventati ad un'entità che li perseguita. "Senza Faccia" fa loro visita per fargli del male. Ma chi è? Sono solo allucinazioni o si cela davvero qualcosa dietro questo "personaggio senza volto"? C'è qualcosa che lega i due bambini e le famiglie? Secondo Fresnadillo, Intruders riflette il suo amore per il più oscuro universo visuale, per quei demoni che sono sepolti nel nostro subconscio. Tuttavia, più che un semplice horror soprannaturale, il film è un intenso dramma psicologico che ha come tema centrale la famiglia, piuttosto che concentrarsi su gli spiriti maligni fa leva sulla paura che cresce in queste famiglie apparentemente normali e felici dove i bambini sono visitati da entità sconosciute e questo non è una cosa positiva, dato che il risultato non è affatto tra i migliori. Girato tra Londra, Madrid e Segovia, il film vanta un buon cast, con Clive Owen, Carice van Houten (Black Book) e Daniel Brühl, divenuto una superstar grazie alla prova attoriale sostenuta nel Bastardi senza gloria di Quentin Tarantino. E' comunque un film carino, anche se inizialmente sembra troppo sconclusionato e non si capisce dove vada a parare. Il film, che poteva essere un pochino meno "lento" e avere più scene con senza faccia, (quest'ultimo non brilla per originalità è in apparenza un uomo senza volto), se non fosse stata per la brillante e interessante spiegazione/conclusione del film, ci saremo trovati davanti il solito horror con tutti i pro e contro che questo comporta.
sabato 22 dicembre 2018
Blood Ties: La legge del sangue (2013)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 04/04/2016 Qui - Blood Ties: La legge del sangue (Blood Ties) è un quasi inedito e drammatico thriller del 2013, infatti il film in Italia è arrivato nel mercato direct to video solo nel 2015, trasmesso da Sky. Un aneddoto particolare sul regista Guillaume Canet, che ha scritto, diretto e prodotto il film (presentato fuori concorso alla 66ª edizione del Festival di Cannes), la pellicola è il remake di un film del 2008 Les liens du sang, dove Guillaume Canet era protagonista. Il protagonista principale di questo film è invece Clive Owen, di tutto rispetto l'incredibile, stupendo cast femminile, nonostante il livello della produzione, tre bellissime e meravigliose donne, Zoe Saldana, Mila Kunis e Marion Cotillard. Il film, ambientato a Brooklyn negli anni '70, è la storia di due fratelli, uno criminale, l'altro poliziotto. Chris e Frank sono due fratelli che hanno preso strade diverse nella vita. Chris (Clive Owen, bravissimo e calato nella parte quasi perfettamente) è un criminale, un avanzo di galera (letteralmente), che è appena uscito di prigione dopo aver scontato una lunga pena per un omicidio, mentre Frank (Billy Crudrup) il fratello minore è un un onesto poliziotto dalla faccia pulita e dalla morale di ferro, ma che non è mai andato a trovarlo mentre era detenuto. Cresciuti sempre in contrasto ed in lotta per guadagnarsi l'amore e la fiducia del loro padre, che li ha allevati da solo, e che sembra preferire Chris, finiranno con lo scontrarsi, nonostante la volontà di non ferire il padre anziano e malato (James Caan). La speranza di Frank, che ha tentato, invano, di aiutare Chris per vederlo cambiato e pulito, credendo nella possibilità che il fratello possa restare lontano dal mondo del crimine, è però destinata a scontrarsi con la dura realtà. Probabilmente e ingiustamente snobbato dal pubblico, merita un recupero questo noir americano di Guillame Canet, non tanto per la storia: si tratta di un melodramma familiare a tinte fosche, remake (forse effettivamente non necessario) di una pellicola recente, cointerpretata dallo stesso regista. Il film si segnala piuttosto per la pregevole ambientazione "settantiana", la buona caratterizzazione dei personaggi e la scelta del cast, con il ruolo del protagonista affidato a Billy Cudrup, un bravissimo attore.
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