Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 27/10/2022 Qui - Come già in una delle sue opere più famose (e riuscite), Gattaca, Andrew Niccol immagina un futuro distopico, dominato dallo streaming dei ricordi, nel quale è ambientato un noir (dalle ingerenze evidenti di capisaldi del genere). Confezione elegante e buono spunto, manca tuttavia la sostanza, una storia che sia veramente efficace e nella quale si muovano personaggi credibili. La figura del detective solitario e donnaiolo è uno dei tanti topoi presenti nel film, che gioca su una struttura ballerina e disorientante alternando mdp fissa su quadri intriganti a una marea di soggettive, fino ad addentrarsi in un caleidoscopio di matriosche visive, forti le connotazioni politico-sociali, debolissima e banale la risoluzione narrativa finale, corretta la morale. Voto: 5,5
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giovedì 27 ottobre 2022
domenica 8 novembre 2020
Finché morte non ci separi (2019)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 09/11/2020 Qui - Non c'è soltanto Parasite a raccontare la lotta di classe, seppur con un prodotto molto più di genere come un horror-comedy diviso fra il classico e il moderno, tra un'impostazione sanguinolenta e divertita e una graffiante satira sociale. Un prodotto che, senza pretese alcune (è intrattenimento e niente più, impensabile pensare di raggiungere il livello dell'ottimo film coreano), riesce, mantenendo costantemente la vena ironica e il black humor, alla grande a intrattenere e divertire (un'ora e mezza di giostra degli orrori con una gioiosa esplosione di sangue). I personaggi sono ben caratterizzati e ci si "affeziona" subito alla loro assurdità e stravaganza (Samara Weaving qui sposa sanguinaria alla Beatrix Kiddo è splendida). Buono il ritmo (buono anche l'uso piuttosto macabro di alcune canzoncine altrimenti innocue), notevole la scelta della location (la villa è infatti di per sé un'altra protagonista, con i suoi anfratti bui, i quadri inquietanti, i passavivande). Esempio di soggetto semplice, portato ad alti livelli grazie a un buon lavoro di fantasia registica, quella di Matt Bettinelli-Olpin (attore e regista in V/H/S) e Tyler Gillett (anch'esso in V/H/S ed insieme già alla regia de La stirpe del male). Forse il finale poteva essere migliore (inatteso, pure troppo, è coerente ma seppur gustoso, esagerato), però nel complesso film sufficiente e ben riuscito. Voto: 6+
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martedì 14 gennaio 2020
The Front Runner - Il vizio del potere (2018)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 13/01/2020 Qui
Tema e genere: Adattamento cinematografico del romanzo del 2014 All the Truth Is Out scritto da Matt Bai, questo film drammatico biografico ci fa partecipe dell'ascesa e della caduta di Gary Hart, candidato alla corsa per la presidenza USA nel 1988 e affossato da uno scandalo sessuale.
Tema e genere: Adattamento cinematografico del romanzo del 2014 All the Truth Is Out scritto da Matt Bai, questo film drammatico biografico ci fa partecipe dell'ascesa e della caduta di Gary Hart, candidato alla corsa per la presidenza USA nel 1988 e affossato da uno scandalo sessuale.
Trama: Nel 1988 Gary Hart, politico democratico, è considerato il favorito per la corsa alle elezioni presidenziali. La sua campagna subisce però una battuta d'arresto a causa dell'accusa di avere una relazione extraconiugale con l'attrice Donna Rice. In breve ciò porterà il senatore Hart ad abbandonare i suoi propositi elettorali.
Recensione: Nel corso degli anni, i film d'inchiesta sui personaggi pubblici sono stati numerosi: da Il caso Spotlight a Truth - Il prezzo della verità, sono stati in tanti a cimentarsi nel genere. Per non parlare dei political drama che ci hanno narrato dei presidenti americani, presidenti americani mancati, questo è il terzo che vedo negli ultimi 6 mesi, l'ultimo è stato Lo scandalo Kennedy. Insomma non è una novità, ma comunque The Front Runner, di Jason "Juno" Reitman (che torna dietro la macchina da presa dopo Tully, bella commedia sulla maternità), riesce nella missione non facile di raccontare (bene) una storia di trent'anni fa in grado di fare riflettere ancora oggi. Il film infatti, che offre una sfumatura su entrambi gli aspetti (l'uomo privato e quello "pubblico") di questo personaggio politico forse ingenuo, forse arrogante, costantemente in balia degli eventi, ha il grande pregio di spingere lo spettatore a ragionare sul ruolo dei media e del loro rapporto con i personaggi pubblici: fin dove è lecito spingersi? È davvero fondamentale per un personaggio di spicco rinunciare alla privacy ed essere irreprensibile da ogni punto di vista? E un personaggio irreprensibile è automaticamente il più adatto a governare un paese? Insomma tante domande ma sfortunatamente nessuna risposta, ma non che questo sia per forza un difetto, anzi, proprio per la capacità del regista di sospendere il giudizio, evitando risposte facili o sbrigative, evitando il conflitto e rifiutando di istruire il pubblico su come dovrebbe sentirsi riguardo ad Hart, lasciando così allo spettatore piena libertà di trarre le sue conclusioni analizzando i diversi punti di vista delle parti, che il racconto diventi più armonico e coinvolgente col passare dei minuti.
Recensione: Nel corso degli anni, i film d'inchiesta sui personaggi pubblici sono stati numerosi: da Il caso Spotlight a Truth - Il prezzo della verità, sono stati in tanti a cimentarsi nel genere. Per non parlare dei political drama che ci hanno narrato dei presidenti americani, presidenti americani mancati, questo è il terzo che vedo negli ultimi 6 mesi, l'ultimo è stato Lo scandalo Kennedy. Insomma non è una novità, ma comunque The Front Runner, di Jason "Juno" Reitman (che torna dietro la macchina da presa dopo Tully, bella commedia sulla maternità), riesce nella missione non facile di raccontare (bene) una storia di trent'anni fa in grado di fare riflettere ancora oggi. Il film infatti, che offre una sfumatura su entrambi gli aspetti (l'uomo privato e quello "pubblico") di questo personaggio politico forse ingenuo, forse arrogante, costantemente in balia degli eventi, ha il grande pregio di spingere lo spettatore a ragionare sul ruolo dei media e del loro rapporto con i personaggi pubblici: fin dove è lecito spingersi? È davvero fondamentale per un personaggio di spicco rinunciare alla privacy ed essere irreprensibile da ogni punto di vista? E un personaggio irreprensibile è automaticamente il più adatto a governare un paese? Insomma tante domande ma sfortunatamente nessuna risposta, ma non che questo sia per forza un difetto, anzi, proprio per la capacità del regista di sospendere il giudizio, evitando risposte facili o sbrigative, evitando il conflitto e rifiutando di istruire il pubblico su come dovrebbe sentirsi riguardo ad Hart, lasciando così allo spettatore piena libertà di trarre le sue conclusioni analizzando i diversi punti di vista delle parti, che il racconto diventi più armonico e coinvolgente col passare dei minuti.
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mercoledì 11 settembre 2019
Darkest Minds (2018)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 10/09/2019 Qui
Tema e genere: Adattamento cinematografico del romanzo omonimo di Alexandra Bracken, un thriller fantascientifico ambientato in un futuro distopico.
Tema e genere: Adattamento cinematografico del romanzo omonimo di Alexandra Bracken, un thriller fantascientifico ambientato in un futuro distopico.
Trama: Un'epidemia ha ucciso il 98% dei bambini. Quelli rimasti acquisiscono superpoteri pericolosi e per questo vengono rinchiusi in campi speciali.
Recensione: Una nuova saga distopica teen è tra noi (come se non ce ne fossero già abbastanza), parlo ovviamente della saga e del film Darkest Minds (The Darkest Minds) della regista Jennifer Yuh Nelson (Kung Fu Panda 2 e 3, quest'ultimo co-diretto), film che come per i suoi più noti precedenti (Hunger Games e Maze Runner su tutti) si presenta come l'adattamento cinematografico del romanzo omonimo di Alexandra Bracken edito nel 2012. Un film ambientato nel solito e indefinito futuro distopico, un film dove il futuro e la libertà sono in mano a dei ragazzi poco più che adolescenti, ma dai grandi poteri. Un film in cui una giovane ragazza di nome Ruby, che possiede una delle capacità più potenti e pericolose, decisa a sopravvivere riesce a evadere dal campo e ad unirsi ad un gruppo di altri ragazzi in fuga. Un film in cui codesti ragazzi saranno inseguiti dal governo (o da chissisìa) per poterli nuovamente rinchiudere e sfruttarli. Un film insomma banale, praticamente un déjà vu. Non è un caso che guardando Darkest Minds si ha l'impressione che la storia non valga molto, che si tratti di un miscuglio abbastanza ben riuscito di Hunger Games, La quinta onda, Beautiful Creatures con una forte tendenza verso Divergent. L'idea quindi di un futuro distopico in cui i ragazzi hanno acquisito poteri straordinari che li obbligano a vivere sotto stretta sorveglianza, divisi per colore in caste in base alle loro abilità e la presenza di una protagonista femminile che è più straordinaria di tutti gli altri e che sviluppa grandi doti di leadership e sacrificio personale per il bene di tutti è davvero trita e ritrita, e la storia è canonizzata a tal punto che anche quelli che dovrebbero essere veri e propri colpi di scena risultano davvero scontati. Però non solo Darkest Minds (tra l'altro prodotto dai produttori di Stranger Things) non è brutto un film, anzi, ha una bella colonna sonora, un cast interessante, anche se nessuno mette insieme l'interpretazione della vita creando personaggi iconici, ed è supportato da una forte chiarezza compositiva della scena che rende davvero gradevole la fotografia, ma è un qualcosa che cerca in qualche modo di evolversi, di portare il genere ad un livello successivo, e ci riesce. La narrazione, il linguaggio, le immagini, tutto nel film si discosta sempre più dai film precedenti, tingendosi di tinte più cupe e popolandosi di personaggi più crudeli. Sulla scia degli altri film young adult ambientati in un futuro distopico dove un gruppo di ragazzi è costretto a lottare per la propria libertà, Darkest Minds presenta infatti fin da subito delle atmosfere più forti, un linguaggio più duro e soprattutto delle scelte narrative e stilistiche più potenti e cruente. Sfruttando immagini più crude, quasi senza censure, il film si avvicina maggiormente al thriller, piuttosto che a un racconto destinato ad un pubblico più giovane. La costruzione stessa della trama è complessa e si basa su diversi snodi fondamentali, che ribaltano in continuazione le parti, trasformando l'avventura dei protagonisti sempre in qualcos'altro: se all'inizio lo scopo della giovane Ruby era la sopravvivenza, nel corso del film la ragazza dovrà imparare a riconoscere i buoni dai cattivi e a capire di chi fidarsi, perché non sempre un bel faccino con gli occhi azzurri rappresenta l'alleato migliore. Darkest Minds quindi, si inserisce sì perfettamente in quel filone di film iniziato nel 2012 con Hunger Games che racconta di un mondo in un tempo non bene identificato, dove il futuro dei sopravvissuti e la difesa della libertà è in mano a dei ragazzi poco più che adolescenti, tuttavia la sua diversità è proprio nel linguaggio scelto, nel modo di mostrare e raccontare le difficoltà e gli ostacoli che i giovani protagonisti sono costretti ad affrontare.
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