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giovedì 27 ottobre 2022

Anon (2018)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 27/10/2022 Qui - Come già in una delle sue opere più famose (e riuscite), GattacaAndrew Niccol immagina un futuro distopico, dominato dallo streaming dei ricordi, nel quale è ambientato un noir (dalle ingerenze evidenti di capisaldi del genere). Confezione elegante e buono spunto, manca tuttavia la sostanza, una storia che sia veramente efficace e nella quale si muovano personaggi credibili. La figura del detective solitario e donnaiolo è uno dei tanti topoi presenti nel film, che gioca su una struttura ballerina e disorientante alternando mdp fissa su quadri intriganti a una marea di soggettive, fino ad addentrarsi in un caleidoscopio di matriosche visive, forti le connotazioni politico-sociali, debolissima e banale la risoluzione narrativa finale, corretta la morale. Voto: 5,5

sabato 20 novembre 2021

Mank (2020)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 20/11/2021 Qui - Più che un biopic sul talento bruciato dall'alcol dello sceneggiatore anni '20 e '30, Herman Mankiewicz, o sulle origini del film considerato il capolavoro di sempre del Cinema mondiale (personalmente lo ritengo tale solo nella sua eccezione filmica), ossia Quarto potere (che per l'occasione non potevo non rivedere), questo film raffigura, nel bianco e nero tipico dell'epoca (una scelta stilistica obbligata e vincente), la Hollywood che fu. Quella pre-età dell'oro post-guerra mondiale, dei primi film con l'audio, delle prime stelle, quasi tutte provenienti dal teatro, ma anche del Cinema che viveva le difficoltà economica della Grande depressione, e che si faceva con pochi soldi ma tanto talento. In tal senso costumi, musiche ma soprattutto scenografia e fotografia (non stupisce che due degli Oscar vinti a fronte di 10 candidature vengono da lì) curate in modo maniacale, aiutano nell'immersione. Bello davvero, un buonissimo film quindi, tuttavia Mank è anche una pellicola autoreferenziale e ultra dialogica, parlata fino all'inverosimile, non esattamente il massimo. David Fincher va sempre apprezzato però, per il suo modo di mettersi in gioco con film ambiziosi, sebbene poi spesso non riesca a saltare l'asta che lui stesso ha piazzato molto in alto. Mank risulta alla fine molto, fin troppo dinamico per ciò che intende rappresentare. Forse anche un po' lungo, con frequenti divagazioni. Più che discreta l'interpretazione di Gary Oldman (che un'Oscar fortunatamente aveva in precedenza vinto prima della sua terza candidatura con questo film), forse l'aspetto più positivo insieme alla ricostruzione di un'epoca molto interessante dalla quale si può attingere spesso, per tutti gli spunti che offre in termini di personaggi sui generis, proprio come Mankiewicz, la cui vita è ben sintetizzata nella citazione finale. Nel complesso mi è piaciuto sì, ho apprezzato in particolar modo l'omaggio in termini cinematografici al film con e di Orson Welles, sia nel diegetico che nella forma, nel montaggio. Un lavoro certamente encomiabile, riuscito, come questo film. Voto: 7

giovedì 30 settembre 2021

You Should Have Left (2020)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 30/09/2021 Qui - Al di la della presenza di una coppia di protagonisti d'alto livello siamo davanti ad un film piuttosto modesto, fortemente prevedibile e mancante di ogni tipo di tensione e sorpresa (e il titolo tradotto in italiano, ovvero con Ve ne dovevate andare, è la cosa che fa più paura). Un thriller psicologico con inserti esoterici dal sapore classico e dalle dinamiche già sperimentate (quasi mai è una buona idea "prenotare" una bella vacanza in una bella casa per ricaricare le pile). Un thriller più riuscito dal punto di vista visivo, grazie alla caratteristiche intrinseche della casa. Angoli e pareti che si spostano, porte che appaiono e scompaiono, mantengono comunque un certo interesse, tuttavia con una storia di fondo alquanto debole e telefonata, con uno sviluppo piuttosto scontato e banale. Da David Koepp, spesso bravo se non notevole sceneggiatore, specie se al servizio di grandi registi, ci si aspettava decisamente di più. Né Kevin Bacon, pur torvo ed enigmatico quanto opportuno, né tantomeno Amanda Seyfried, da sin troppo tempo ormai priva della verve che la caratterizzava ai suoi esordi, riescono a rendere la pellicola qualcosa di più che una stanca ripetizione di cliché ormai stra-abusati e prevedibili. Vedibile ma con poco appeal. Voto: 5

giovedì 1 luglio 2021

Scooby! (2020)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 02/07/2021 Qui - Simpatica e movimentata rivisitazione aggiornata ai tempi di internet e dei social di un classico delle serie animate, in cui non mancano ammiccamenti anche ad altri personaggi dell'universo Hanna & Barbera oltre che una celebrazione del valore dell'amicizia. La pellicola (diretta da Tony Cervone) è realizzata interamente in CGI e l'effetto che ne deriva appare decisamente moderno (con omaggi che vanno da Harry Potter a Netflix fino ad A Star Is Born). Modernità, tuttavia, diventa spesso sinonimo di freddezza, se si vogliono considerare sia gli aspetti positivi che quelli negativi. L'emotività viene fortemente ricercata nelle primissime scene (quando Shaggy e Scooby si incontrano per la prima volta) e nel finale, quando i due affermano una volta di più la loro amicizia. Peccato però che la resa scenica non sempre sia in grado di supportare questo desiderio. La trama è semplice, adatta ad un pubblico di giovanissimi (il target ideale), ma anche sufficientemente briosa. Il problema, semmai, è l'incapacità di aggiungere qualcosa al ben navigato franchise. La visione nel complesso è piacevole, anche se lascia un po' tiepidi. Un reboot grazioso ma non eccezionale, che fa sorridere ma non arriva al cuore. Voto: 5,5

mercoledì 31 marzo 2021

First Reformed - La creazione a rischio (2017)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 31/03/2021 Qui - Confessioni di un parroco riformato che guida una sparuta comunità di fedeli e in più fa la guida turistica della sua antica chiesa. Niente di nuovo sotto questo cielo: tematiche ecologiste di sapore terroristico, lotte interiori di un uomo in preda ai sensi di colpa e in cerca di "autore". Ethan Hawke, uno dei belli della penultima generazione, non convince del tutto e si limita a mostrarsi pensieroso e basta. Ma tutta la sarabanda segue lo stesso trend (Amanda Seyfried sprecata). Egli si fa carico di una narrazione densa di significati ma volutamente portata avanti con programmatica lentezza e introspezione non sempre convincente. Personalmente questo va a scapito dei passaggi drammatici che propone e non prepara a dovere l'esito finale (un finale che mi ha lasciato basito). Anche l'aggancio con la questione ambientalista, possibile metafora di come l'uomo possa rovinare anche la concezione spirituale del mondo in cui vive, non pare nelle corde del personaggio principale. Personalmente non mi è piaciuto granché, molto asettico nella messa in scena. Non mi spiego la candidatura per la migliore sceneggiatura originale a Paul Schrader, anche regista di questo noioso film. Voto: 5

domenica 24 febbraio 2019

Padri e figlie (2015)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 02/02/2017 Qui - Padri e figlie (Fathers and Daughters), film del 2015 diretto da Gabriele Muccino, è una bella ed emozionante commedia drammatica che grazie alla sua originale costruzione cinematografica capace di far coesistere due spazi temporali (a distanza di 25 anni) incastrando a mosaico momenti dell'infanzia e della vita adulta di una figlia nel difficile rapporto col padre che con tenacia cerca di crescerla dopo la tragica morte della madre. riesce nell'intento di coinvolgere. Il regista infatti, senza retorica affronta un tema profondo e complesso muovendo i personaggi con grande maestria avvalendosi di interpreti di grandissimo spessore, Russell Crowe (che è anche produttore esecutivo), Amanda Seyfried, Aaron Paul, Diane Kruger, Octavia Spencer e Jane Fonda. Certo non mancano i tipici espedienti 'Mucciniani', le frenetiche corse dei protagonisti, le urla isteriche per strada, i pianti silenziosi, il dramma più puro, ma la qualità dei contenuti riesce a farceli digerire facilmente. Il fruitore è accompagnato attraverso le difficoltà affettive della protagonista (una sorprendete Amanda Seyfried), comprendendo  la sua paura del passato e del futuro, il suo senso di solitudine, l'incapacità di amare. Interessante e ben costruito è lo sviluppo della storia su un doppio piano temporale che vede da un lato il rapporto di un padre con la sua bambina e dall'altro il rapporto di una donna con se stessa e con la sua insana tendenza all'autolesionismo. Sentimenti ben descritti e ben caratterizzati grazie al lavoro del regista e soprattutto alla grande interpretazione della protagonista.

sabato 23 febbraio 2019

Pan: Viaggio sull'Isola che non c'è (2015)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 30/01/2017 Qui - Pan: Viaggio sull'Isola che non c'è non è la solita trasposizione su grande schermo di una storia a noi tutti nota e nel tempo divenuta fiaba e favola. Perché questa pellicola del 2015, diretta da Joe Wright, come ultimamente accade spesso, è l'ennesima rivisitazione del tutto nuova (anche troppo) del classico Peter Pan di J. M. Barrie. Il film è infatti ambientato durante la seconda guerra mondiale e racconta una versione alternativa delle origini di Peter Pan diversa da quella che conosciamo noi tutti, cosa che non mi è del tutto piaciuta, dato che è sempre stata la mia preferita in assoluto, poiché qui tutto viene stravolto, la trama poi è completamente nuova e non ha nessun filo logico con la vera storia. Certo, nella continua rivisitazione cinematografica di miti celebrati, spesso siamo portati a lamentarci della scarsa fantasia, ma non va nemmeno dato per scontato che provare riletture personali debba obbligatoriamente condurre a risultati soddisfacenti. Con Pan (associato al famoso 'flauto'), Joe Wright (apprezzato soprattutto per Espiazione) e lo sceneggiatore Jason Fuchs  infatti ripartono praticamente da zero, ma lo sfoggio di opportunità non sortisce gran risultati, anche se l'idea risulta affascinante, idea che nel film viene portata avanti con coerenza, con un inizio, uno sviluppo ed una fine ben precisi, ma purtroppo l'idea in sé non basta, poiché dopo alcuni primi affascinanti minuti in grado di incuriosire lo spettatore, giunti sull'Isola che non C'è, il film prende una piega decisamente scontata, prevedibile, ricca di cliché, retta si, dai vari e ormai noti ed aspettati effetti speciali in CGI, ma di certo non basta per giustificare l'opera in sé. Un'opera certamente fantasiosa, ricca e innovativa, dove gli elementi giusti ci sono tutti, alcuni sono anche al posto loro, ma che nel complesso non danno il massimo, ed è un gran peccato perché fanno così finire un'opera che poteva risultare molto al di sopra alla media in un classico 'Carino sì, ma niente di più'. Già la scelta dell'ambientazione stona leggermente, poi veniamo catapultati, tramite inspiegabili navi volanti, non solo nell'Isola che non c'è, in un bosco che non c'è ma che è pieno di vita (e di tutto ciò che ha sempre cercato ed atteso il piccolo Levi Miller che con il faccino giusto tra lo sfacciato birbante ed il triste orfanello interpreta Peter Pan), ma in un'orrida miniera dove il feroce Barbanera (Hugh Jackman, truccatissimo ma molto a suo agio nei suoi panni, anche se più grottesco che pauroso) sfrutta i fanciulli, per farli lavorare alla costante ricerca di polvere di fata. Ma grazie all'aiuto di James Uncino (Garrett Hedlund, poco convincente e poco carismatico) riesce a fuggire e a incontrare Giglio Tigrato (Rooney Mara, tranquillamente leggiadra e decisa guerrigliera del mondo che non c'è) e gli indigeni ribelli. È però solo il primo passo per rintracciare sua madre, ma allo stesso modo Barbanera vuole quello scampolo di universo per annientarlo definitivamente.

domenica 17 febbraio 2019

Natale all'improvviso (2015)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 06/01/2017 Qui - Quando mi apprestavo a vedere Natale all'improvviso (Love the Coopers), film del 2015 diretto da Jessie Nelson, regista di Mi Chiamo Sam (2001), mi aspettavo un film divertente, invece no, perché anche se ogni tanto si sorride, è un film più sentimentale e romantico di quanto si pensi, infatti come la regista spesso fa e come ha fatto in Nemiche Amiche (1998) e Storia di Noi Due (1999), la sua esuberanza la porta nuovamente ad essere poco incline a nascondere le grandi emozioni. Non che sia un male, ma il film è molto stropicciato e poco deciso o davvero interessante, anche se la storia, che parla d'amore, e soprattutto il finale con una rivelazione canina si fa apprezzare ed emoziona almeno un pochino. Una storia che racconta di due anziani coniugi che hanno deciso di separarsi, ma aspettano di dirlo ai figli e ai parenti solo dopo Natale, per trascorrere un ultimo cenone insieme. In realtà, però, sono tanti i segreti che nascondono tutti i componenti della stravagante famiglia Cooper. Una famiglia composta da un cast di tutto rispetto, da cui però ci si poteva aspettare qualcosina di più anche se la casa Cooper è vissuta al punto giusto (molto viva la scenografia) e la neve che scende così copiosa è bella da vedere. Infatti se il ruolo dei due protagonisti viene affidato a John Goodman e Diane Keaton, essi sono affiancati da altri attori importanti come Olivia Wilde, Ed Helms, Amanda Seyfried, Alan Arkin e Marisa Tomei che recitano in ruoli di minore importanza. La famiglia difatti è una specie di famiglia 'allargata', tutti commensali che vediamo convergere tutti verso casa della coppia protagonista Charlotte (Diane Keaton) e Sam (John Goodman).

giovedì 14 febbraio 2019

Un milione di modi per morire nel West (2014)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 20/12/2016 Qui - Un milione di modi per morire nel Wes(A Million Ways to Die in the West), pellicola del 2014 scritta, diretta ed interpretata da Seth MacFarlane, è una divertente commedia (anche geniale), ma tremendamente demenziale e infantile nonché forzata. Questo perché il creatore dei Griffin, al contrario di Ted e il suo seguito (Ted 2) dove era riuscito a trasformare in cinema, in una commedia semplice e divertente, la sua comicità e il suo nonsense unico, non riesce a fare la stessa cosa. Qua infatti ci sono moltissimi difetti a cominciare dalla prima cosa, il suo personaggio, personaggio che proprio per la scelta di interpretarlo lui stesso non funziona alla perfezione anche perché lui non è un attore. Anche gli altri personaggi però sono costruiti malissimo e ultra-stereotipati e la sceneggiatura definirla banale è dire poco. Certo, cosa vuoi di più, è pur sempre una commedia demenziale, però pure se vuoi fare cinema demenziale deve esserci sempre una sceneggiatura (anche stupida) che regga e dei personaggi che facciano cose inerenti alla storia che vivono. Qui invece si lascia andare alla sua comicità lasciando da parte ogni credibilità e inevitabilmente il suo film perde ritmo e sinceramente questi 110 minuti (troppi per un film del genere) non scorrono con ritmo come in Ted. Tre cose però funzionano nel film che racconta la semplice storia di un vile contadino, che appena lasciato dalla sua ragazza, si allena per diventare un asso del grilletto con l'aiuto della moglie di un noto pistolero, sperando così di riconquistare la sua amata, anche se pian piano comincerà a nutrire nei suoi confronti sentimenti che vanno ben al di là dell'amicizia, ovvero Charlize Theron, non tanto il suo personaggio solo lei, il fatto che i due personaggi principali parlino e critichino continuamente il loro periodo storico come se fosse già passato e fossero nel presente (colpo di genio classico nella sua comicità) e il montaggio di due o tre scene che mi ha fatto capire che la sua comicità con flashback o stacchi veloci di regia potrebbe funzionare anche al cinema oltre che in tv, anche se le scene splatter di "visceri e sangue" non hanno lo stesso effetto comico che possono avere nelle animazioni virtuali.

venerdì 8 febbraio 2019

Les Misérables (2012)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 21/11/2016 Qui - Andato in onda su Iris, un film di tutt'altro genere, tutt'altro spessore, un film basato su uno dei più famosi musical di tutti i tempi, perciò ha un cast stellare e il risultato finale è più che discreto. Parlo ovviamente di Les Misérables, film del 2012 diretto da Tom Hooper, che prima di The Danish Girl, e dopo Il discorso del Re, entrambe grandissime pellicola, si è cimentato nel proporre cinematograficamente il celebre romanzo di Victor Hugo ma basandosi sull'omonimo musical, riuscendo in ogni caso ad uscirne vincitore. Non solo per le 8 nomination all'Oscar e le 3 statuette conquistate ma perché nonostante i film musicali sono un genere che poco apprezzo, bisogna ammettere che è difficile non emozionarsi difronte a questo film. Un film che rivolgendosi a tutti ci parla di speranza, perdono e amore (in tutte le sue innumerevoli forme). Un film che quindi non delude i fan del genere o del romanzo, anche se proprio il fatto che si tratta di un film musicale non mi ha del tutto convinto, probabilmente non fanno per me, ma è senza dubbio il migliore di quelli (pochi a dir la verità) visti finora, sicuramente migliore di Into the woods su tutti i punti di vista. Les Misérables infatti è un film completamente diverso, un film potente come la storia che segue le vicende (ambientate in Francia, nel 1815) di Jean Valjean che dopo 19 anni di prigione per aver rubato del pane si trova in libertà ma impossibilitato a ritrovare la propria dignità perché perennemente rifiutato per il proprio passato. Il suo alter ego è Javert, guardia del carcere e sua ombra anche quando, dopo aver ricevuto un gesto caritatevole da padre Myriel che nasconde un suo furto, Valjean cambia e si dedica a fare il bene della comunità, diventando sindaco di Montreuil con il nome di Madeleine. Qui incontrerà Fantine, costretta a prostituirsi per mantenere la figlia Cosette, e poco prima della morte di lei le promette di prendersi cura della bambina, e per far questo fugge ancora dal proprio passato, inseguito dall'ossessione di Javert. Gli anni passano, i moti rivoluzionari degli studenti agitano Parigi e Cosette di innamora di Marius, giovane manifestante, amato anche da Eponine, figlia dei due locandieri che avevano cresciuto Cosette. Sarà Valjean a salvarlo dalla battaglia e a riunire i due giovani prima di morire riconciliato con se stesso. Sorte diversa avrà la sua nemesi Javert, che dopo essere stato catturato dai rivoltosi e liberato proprio da Valjean, non riuscirà ad accettare la fine del proprio odio, al contrario di Valjean che muore dicendo "sono un uomo che ha imparato a non odiare". Proprio la trama è uno dei punti forti della pellicola, perché riesce a renderti partecipe, una trama che con la pressoché quasi assenza di parti recitate non cantate, non annoia bensì appassiona, coinvolge, ti trascina all'interno dei suoi personaggi.

lunedì 14 gennaio 2019

Giovani si diventa (2014)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 03/08/2016 Qui - Giovani si diventa (While We're Young) è una simpatica e spensierata commedia generazionale che appunto mette a confronto due generazioni, una giovane e sconclusionata coppia ventenne e una malinconica coppia di quarantenni. Il film del 2014 diretto da Noah Baumbach offre infatti un'analisi spietata, meticolosa e assai divertente dell'incontro di due generazioni irrimediabilmente differenti. Il film però nonostante presenti una storia un po' banale, è un film fatto bene, leggero e divertente. Ci sono molti temi in gioco, anche se in questo caso, centrale è la narrazione dell'anti-eroe (un bravissimo Ben Stiller) che diventa quasi goffamente onesto in un mondo di "squali". Si ravvedano quindi temi sulla paranoia (è un complotto contro di me!) e soggetti come il successo e il potere e, alla fine, si può dire che il film tratta della perdita di valori quale l'etica professionale e il senso di verità, quasi virtù desuete appartenenti a vecchie generazioni. Comunque la storia parla di una coppia di quarantenni Josh e Cornelia (lui regista di documentari in crisi creativa, incagliato in un progetto interminabile e produttrice lei, Naomi Watts, più in parte del solito, figlia di un famoso regista) che formano una coppia (felicemente sposata) che sembra avere tutto ma a cui pare mancare moltissimo, specie l'accettazione del tempo che passa (non hanno bambini ma la loro unione si mantiene serena). I due però fanno un incontro 'casuale' con una giovane coppia disarmante, Jamie e Darby (anche lui regista di documentari) e cominciano a uscire con loro, e nonostante il gap generazionale si riveli più difficile da governare di quanto avevano ipotizzato, fanno amicizia, e la loro vita perciò cambia e si adegua al loro stile di vita esuberante. L'incontro con Jamie e Darby infatti, porta una ventata di ossigeno in Josh, facendogli vivere quella giovinezza che avrebbe sempre voluto. Ben presto, difatti, Josh e Cornelia iniziano a frequentare i due nuovi amici, scoprendo che non esiste un limite d'età per essere giovani, e si lasciano sedurre dalla vivacità di questa giovane coppia, cominciando a seguirne le varie pratiche (il santone che fa vomitare il male) e attività disparate (hip-hop scatenato), le scene più grottesche e divertenti del film. In più Josh, sentendosi rigenerato, aiuta generosamente il giovane (Adam Driver dal volto intenso) in una regia. Risulterà però in finale che tutta la vicenda è stata il frutto di una truffa e che i giovani "spontanei e disinteressati" avevano ben calcolato tutto raggirando il corretto e onesto Josh e sua moglie, Naomi Watts.

mercoledì 24 ottobre 2018

Ted 2 (2015)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 07/12/2015 Qui - Grazie al servizio Extra di Sky, fino a metà dicembre ho la possibilità di vedere 4 film su Primafila, e la prima scelta è ricaduta su Ted 2 (arrivato nelle sale cinematografiche il 25 giugno 2015) che aspettavo da tanto, perché il primo (questa seconda pellicola infatti è il sequel del film Ted del 2012) anche se demenziale ed irriverente mi aveva fatto ridere, come questo appena visto. Il film è co-scritto co-prodotto e diretto da Seth MacFarlane, interpretato da Mark Wahlberg, lo stesso Seth MacFarlane nuovamente nei panni di Ted, Amanda Seyfried e Jessica Barth, che interpreta nuovamente la cassiera Tami-Lynn. In questo secondo capitolo non è più John il protagonista ma Ted, nel primo infatti l'orsacchiotto di peluche prende vita per rimanere sempre insieme al suo proprietario, crescendo con lui e diventandone il migliore amico, nel secondo l'orsacchiotto lotterà per se stesso, una grottesca lotta per essere riconosciuto come umano. Il viaggio dei protagonisti è scoprire cosa renda umano gli umani e quindi anche Ted. L'esito sarà abbastanza banale ma condito, come il resto del film, di un umorismo dai tempi e dalle trovate folgoranti. Come in tutti i sequel, il primo è quasi sempre migliore, la novità, la sceneggiatura originale e le magnifiche battute, non facile riproporre tutto con la stessa verve, ma riesce ad intrattenere lo stesso. Da quando abbiamo lasciato John e Ted, i due continuano a spassarsela alla grande in quel di Boston. Mentre John ora è scapolo (afflitto a causa del divorzio con Lori), Ted convola a nozze con Tami-Lynn, la donna dei suoi sogni. Trascorso un anno il rapporto tra i due coniugi diventa sempre più difficile e i problemi coniugali cominciano ad assalire gli sposi. Ted e Tami-Lynn decidono di avere un bambino per salvare il loro matrimonio, sperando che un nuovo nato possa riavvicinarli. Per farlo ricorre all'inseminazione artificiale (dal momento che Ted, che è di peluche, è incapace di funzioni riproduttive), dopo diverse richieste e tentativi di aggiudicarsi del seme "famoso", la scelta del donatore ricadrà sull'amico di una vita: John (che allo stesso tempo cerca di incoraggiarlo a cercare una nuova compagna, ma John è riluttante). Purtroppo Tami-Lynn è sterile per colpa delle droghe assunte, così la coppia opta per l'adozione: l'assistente sociale tuttavia riferisce che Ted, essendo un orsacchiotto, è classificato agli occhi dello Stato non come una persona bensì come un bene.

venerdì 14 settembre 2018

Un matrimonio da favola (2014) & Big Wedding (2013)

Recensioni pubblicate su Pietro Saba World il 20/08/2015 QuiParlo di due film, uno italiano e l'altro americano, che tratta lo stesso argomento, il matrimonio. Il primo è Un matrimonio da favola (2014) diretto da Carlo Vanzina e l'altro è Big Wedding (2013) diretto da Justin Zackham. Due modi diversi di vedere le cose nelle tradizioni e costumi dei loro rispettivi paesi. Ma andiamo con ordine: Daniele (Ricky Memphis) lavora presso un importante gruppo bancario a Zurigo, ma non spicca per doti d'intraprendenza e resta bloccato in un incarico secondario. Per fare carriera decide di sposare Barbara, la figlia del suo capo, nonostante quest'ultimo non abbia la benché minima stima nei suoi confronti. Al matrimonio Daniele decide di invitare i parenti stretti, cioè la madre e uno zio ladro, ma anche i suoi vecchi compagni di scuola che non vede dai tempi del liceo. Infatti, Giovanni, Luca, Alessandro e Luciana erano amici inseparabili e formavano un gruppo molto coeso, ma hanno perso le tracce una volta finita la scuola: peraltro Daniele non era stato ammesso all'esame di maturità e da quel momento non ha più visto i ragazzi. Giovanni, che ai tempi del liceo era il leader del gruppo, è sposato con l'avvocato divorzista Paola e allo stesso tempo ha una relazione clandestina con la giovane commessa Sara. Confidando sull'assenza di Paola al matrimonio, essendo la donna impegnata in una conferenza di lavoro, Giovanni chiede a Sara di accompagnarlo a Zurigo: la ragazza è al settimo cielo, essendo la loro prima uscita pubblica insieme e preludio al matrimonio da lei tanto atteso (Sara ignora infatti che Giovanni è sposato). Luca ha sempre detto di voler girare il mondo, ma si è ritrovato a fare la guida turistica a Roma: il suo stile di vita è molto libertino, ha parecchie donne e nessuna relazione duratura. Alessandro è stato costretto dal padre a seguire la carriera militare e si occupa dell'addestramento delle nuove reclute: in realtà è gay e convive con Roberto, il suo compagno che vorrebbe facesse finalmente coming out.