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martedì 17 marzo 2020

Una famiglia al tappeto (2019)

Titolo Originale: Fighting with My Family
Anno e Nazione: USA, Regno Unito 2019
Genere: Biografico, Commedia, Drammatico
Produttore: Kevin Misher, Dwayne Johnson, Dany Garcia, Stephen Merchant, Michael J. Luisi
Regia: Stephen Merchant
Sceneggiatura: Stephen Merchant
Cast: Florence Pugh, Lena Headey, Nick Frost, Jack Lowden, Vince Vaughn, Dwayne Johnson
James Burrows, Hannah Rae, Thea Trinidad, Kim Matula, Aqueela Zoll, Ellie Gonsalves
Stephen Merchant, Julia Davis, Elroy Powell, Sheamus, Chloe Csengery
Durata: 102 minuti

Intenso biopic con Vince Vaughn, Dwayne Johnson e Lena Headey.
La storia di Saraya-Jade Bevis, meglio nota come Paige, la più giovane campionessa della World Wrestling Entertainment.

martedì 8 ottobre 2019

Maria regina di Scozia (2018)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 07/10/2019 Qui
Tema e genere: Dramma storico, adattamento cinematografico della biografia My Heart Is My Own: The Life of Mary Queen of Scots scritta da John Guy.
Trama: Maria Stuart (Maria Stuarda nella sua italianizzazione) torna nella natia Scozia per riprendersi il suo trono ma si ritrova circondata dagli intrighi e in inevitabile contrapposizione ad Elisabetta di Inghilterra.
Recensione: In piena renaissance di regine non poteva mancare all'appello Maria Stuarda, già deposta dal trono del cinema in almeno altre quattro occasioni (memorabile la prima, del 1936, ad opera di John Ford). Questa scritta dallo sceneggiatore di House of Cards Beau Willimon e diretta con mestiere dalla veterana del teatro inglese alla prima regia cinematografica Josie Rourke, è però una versione modernizzata smaccatamente femminista. Difatti, più che un film storico sembra di essere di fronte ad un'opera allegorica ai tempi del #MeToo (in tal senso è tangibile la mano di una donna: i temi sono enfatizzati eccessivamente da diventare quasi tutto ridondante e stucchevole), dove Maria ed Elisabetta sembrano simboli delle vessazioni degli uomini, del loro controllo e allo stesso tempo dell'ideologia che una donna non è solo moglie e madre. Fosse stato presentato in tal modo, molto probabilmente mi sarebbe piaciuto di più ed avrebbe ricevuto più consensi, ma in quanto film storico dovrebbe raccontare ciò che più presumibilmente è accaduto, nel modo più fedele possibile. Maria regina di Scozia dà invece un'interpretazione diversa e più "personale" di ciò che si può leggere sui libri di storia (la modernità di due donne di potere, ma sole, circondate da uomini benpensanti ma in realtà violenti, affamati e sibillini, guarda dritta ai nostri tempi). A tal proposito la critica più importante da muovere al film è proprio l'inesattezza storica. Gli sceneggiatori hanno voluto imprimere al film una chiave più romanzata rispetto ad un racconto vero e proprio. Maria ed Elisabetta sembrano, più che due regine, due burattini nelle mani degli uomini e l'odio reciproco decantato nei libri di storia viene quasi trasformato in una dualità creata dai rispettivi entourage. A dare lustro al film sicuramente è il contorno. L'esperienza teatrale della regista si percepisce nella cura dei dettagli scenografici (anche se, questa sua messa in scena è in verità talvolta smaccatamente teatrale, era molto più moderna e coinvolgente quella dell'Elizabeth di una ventina di anni fa) e nell'artisticità di alcuni dei momenti chiave del film (su tutti l'incontro finale tra Maria ed Elisabetta, che però in verità e nella realtà non è mai avvenuto). A proposito dei dettagli, essi sono importanti e in Maria regina di Scozia sono ineccepibili, facendo guadagnare alla pellicola almeno mezzo voto in più nel giudizio finale. Dato che anche trucco, parrucco e soprattutto i costumi fanno la loro parte, tant'è che entrambi sono stati apprezzati (da me non tanto, troppo pesante il trucco, acconciature strane, bene invece i costumi) e menzionati in tutti i premi che contano (ma nessuno vinto, e giustamente direi).

venerdì 31 maggio 2019

La verità negata (2016)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 31/07/2018 Qui - È plausibile che una stimata storica, professoressa universitaria, sia costretta a dimostrare in tribunale che le accuse mosse a un negazionista di aver distorto volutamente i fatti storici, non rappresentino diffamazione? È possibile che, per farlo, debba addirittura portare davanti a un giudice le prove che dimostrino l'effettiva esistenza dell'Olocausto? In Inghilterra, dove non esiste la presunzione d'innocenza, sì. È quello che è successo realmente (negli anni novanta) a Deborah Lipstadt (Rachel Weisz), professoressa di studi ebraici moderni e dell'Olocausto all'Emory University di Atlanta, quando il sedicente storico David Irving (Timothy Spall) l'ha citata in giudizio al tribunale di Londra, dando così vita a uno dei processi più paradossali e significativi degli ultimi decenni. Per quanto assurdo che sembri, La verità negata (Denial), film del 2016 diretto da Mick Jackson, tratto dal libro History on Trial: My Day in Court with a Holocaust Denier di Deborah Lipstadt, racconta quindi come non sia così semplice provare l'ovvio, soprattutto quando a rimetterci potrebbe essere la storia stessa e milioni di morti senza colpa. Ma qui si tratta della storia, e perdere potrebbe distruggere una delle verità sui fatti più atroci che l'essere umano abbia mai commesso. Nel duello tra Irving (che ha deciso di difendersi da solo) e la Lipstadt, a prendere il sopravvento è invece l'avvocato Richard Rampton (un come sempre grandissimo Tom Wilkinson), perché con la sua strategia deve difendere le sorti dell'umanità intera e la sua verità storica. Perché cosa si può rispondere a chi sostiene che ad Auschwitz non ci siano state camere a gas? Le parole potrebbero non bastare, proprio perché in questo caso servono le prove, scientifiche e provate, anche se i fatti sono oggettivi, testimoniati dai sopravvissuti e comprovati dalla storia stessa. Eppure il processo va avanti, ed è incredibile come le persone coinvolte, e non solo, si trovino davanti l'evidenza negata. Processo che prende buona parte della pellicola, dopotutto La verità negata, è un vero thriller giudiziario (cosiddetto legal drama), che racconta meticolosamente la battaglia legale intrapresa dall'autrice (ma anche le parti più intime delle persone coinvolte), un genere che si fonda sull'attesa delle udienze con tutto ciò che comporta (causa del contenzioso, turbamento dell'imputato, mestiere investigativo, confronti preliminari) e su un'esatta sintesi tra intrattenimento e coinvolgimento, che qui riesce ad essere ben inserito nell'architettura del processo inglese, del quale vengono spiegati alla protagonista americana (e a noi spettatori) i meccanismi, le regole, i ruoli, i pericoli.

mercoledì 29 maggio 2019

A United Kingdom: L'amore che ha cambiato la storia (2016)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 04/07/2018 Qui - I politici sono pedine e la politica e il gioco che li muove in giochi di potere che si intrecciano con altre derive come lo sfruttamento del territorio e leggi razziali che tendono a dividere e annullare la democrazia. Tutti sono manovrabili, tutti hanno un prezzo. Fortunatamente ci sono persone che si ribellano a queste ingiustizie e lottano, non senza aspre conseguenze, per la libertà, l'uguaglianza e il rispetto dei popoli. E A United Kingdom: L'amore che ha cambiato la storia (A United Kingdom), film del 2016 diretto da Amma Asante, racconta la (reale e molto interessante) storia di una di queste persone che hanno lottato, e vinto, per i propri diritti e quelli di una intera nazione. E' infatti una storia vera (dopotutto il carattere biografico è molto riconoscibile nel corso del film che ci mostra una serie di avvenimenti che si estendono su un periodo di alcuni anni) quella che la regista mette in scena, raccontando le vicende di Seretse Khama (che non solo diventerà re, ma che sarà anche il primo presidente eletto del Botswana) e di sua moglie Ruth, che al marito e alla popolazione africana consacrerà la sua vita intera. Non a caso il film intreccia vicende politiche a questioni sentimentali, in una cornice forse troppo melò e patinata che rischia di lasciare perplesso lo spettatore (giacché è proprio l'immagine a disturbare l'armonia d'insieme e a prevalere troppo, creando un'allure sofisticata che non era necessaria, perché la storia era già molto importante, forte e ben diretta di suo), spettatore che tuttavia si ritroverà coinvolto in una vicenda appassionante, perché non solo essa tocca argomenti e tematiche sociali di grande impatto, ovvero il razzismo e il colonialismo, ma perché appunto il tema e il cuore della storia (se non ci si fa travolgere dal sentimentalismo in verità un po' troppo strappalacrime) hanno comunque il loro fascino. Una vicenda che in tal senso, può ricordare per certi versi The Help, dove persone dalla pelle bianca e persone dalla pelle nere s'incontrano (si scontrano anche), si confrontano e avviano il percorso verso un cambiamento. D'altronde è il cambiamento a spingere questa coppia interrazziale a non farsi sopraffare dai pregiudizi sociali e politici.

giovedì 9 maggio 2019

Dunkirk (2017)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 27/02/2018 Qui - E' forse una delle storie, ma di cui si è sempre parlato poco, più importanti della Seconda Guerra Mondiale, quella della celebre evacuazione di Dunkirk, quando, agli inizi del 1940, decine di migliaia di uomini delle truppe britanniche e delle forze alleate si ritrovarono circondati dalle forze nemiche. Intrappolati sulla spiaggia, con le spalle al mare e i tedeschi che avanzavano, i soldati dovettero così affrontare una situazione caotica ed estremamente difficile. L'operazione di salvataggio che successivamente a ciò venne messe in atto però, grazie anche all'aiuto di alcuni caccia torpedinieri e anche numerose imbarcazioni civili di diversa grandezza, passò poi alla storia con il nome altisonante di "miracolo di Dunkirk". Una storia così potente non poteva essere quindi dimenticata, per raccontarla perciò serviva un grande regista, e così a tre anni dal suo ultimo film, a cimentarsi è Christopher Nolan, regista tanto apprezzato che grazie proprio a Dunkirk, film del 2017 co-prodotto, scritto e diretto dal regista britannico, riceve la candidatura a due Premi Oscar. Ma Dunkirk non è il classico lungometraggio di guerra realizzato per omaggiare un importante momento storico, ci sono infatti diversi elementi in questa pellicola, a partire dall'ambiente e dall'atmosfera, fino alla scrittura e al montaggio, che rendono il film di Nolan unico e irripetibile. Il film difatti, seppur ambientato in uno scenario di guerra (anche se non è un'immersione nei luoghi e nei tempi della guerra), non è propriamente un film di guerra, è un esercizio che tratta della vita e della morte in condizioni estreme, è un'esperienza onirica per riformulare la rappresentazione della guerra come tragedia singola e insieme collettiva, che vede soldati aggrappati sul bordo di navi rovesciate su un fianco, corpi dilaniati dalle bombe dei caccia, moli divelti da una pioggia di proiettili e ricostruiti in modo precario, tratti di mare trasformati in roghi dove bruciano decine di giovani.

sabato 23 febbraio 2019

Pan: Viaggio sull'Isola che non c'è (2015)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 30/01/2017 Qui - Pan: Viaggio sull'Isola che non c'è non è la solita trasposizione su grande schermo di una storia a noi tutti nota e nel tempo divenuta fiaba e favola. Perché questa pellicola del 2015, diretta da Joe Wright, come ultimamente accade spesso, è l'ennesima rivisitazione del tutto nuova (anche troppo) del classico Peter Pan di J. M. Barrie. Il film è infatti ambientato durante la seconda guerra mondiale e racconta una versione alternativa delle origini di Peter Pan diversa da quella che conosciamo noi tutti, cosa che non mi è del tutto piaciuta, dato che è sempre stata la mia preferita in assoluto, poiché qui tutto viene stravolto, la trama poi è completamente nuova e non ha nessun filo logico con la vera storia. Certo, nella continua rivisitazione cinematografica di miti celebrati, spesso siamo portati a lamentarci della scarsa fantasia, ma non va nemmeno dato per scontato che provare riletture personali debba obbligatoriamente condurre a risultati soddisfacenti. Con Pan (associato al famoso 'flauto'), Joe Wright (apprezzato soprattutto per Espiazione) e lo sceneggiatore Jason Fuchs  infatti ripartono praticamente da zero, ma lo sfoggio di opportunità non sortisce gran risultati, anche se l'idea risulta affascinante, idea che nel film viene portata avanti con coerenza, con un inizio, uno sviluppo ed una fine ben precisi, ma purtroppo l'idea in sé non basta, poiché dopo alcuni primi affascinanti minuti in grado di incuriosire lo spettatore, giunti sull'Isola che non C'è, il film prende una piega decisamente scontata, prevedibile, ricca di cliché, retta si, dai vari e ormai noti ed aspettati effetti speciali in CGI, ma di certo non basta per giustificare l'opera in sé. Un'opera certamente fantasiosa, ricca e innovativa, dove gli elementi giusti ci sono tutti, alcuni sono anche al posto loro, ma che nel complesso non danno il massimo, ed è un gran peccato perché fanno così finire un'opera che poteva risultare molto al di sopra alla media in un classico 'Carino sì, ma niente di più'. Già la scelta dell'ambientazione stona leggermente, poi veniamo catapultati, tramite inspiegabili navi volanti, non solo nell'Isola che non c'è, in un bosco che non c'è ma che è pieno di vita (e di tutto ciò che ha sempre cercato ed atteso il piccolo Levi Miller che con il faccino giusto tra lo sfacciato birbante ed il triste orfanello interpreta Peter Pan), ma in un'orrida miniera dove il feroce Barbanera (Hugh Jackman, truccatissimo ma molto a suo agio nei suoi panni, anche se più grottesco che pauroso) sfrutta i fanciulli, per farli lavorare alla costante ricerca di polvere di fata. Ma grazie all'aiuto di James Uncino (Garrett Hedlund, poco convincente e poco carismatico) riesce a fuggire e a incontrare Giglio Tigrato (Rooney Mara, tranquillamente leggiadra e decisa guerrigliera del mondo che non c'è) e gli indigeni ribelli. È però solo il primo passo per rintracciare sua madre, ma allo stesso modo Barbanera vuole quello scampolo di universo per annientarlo definitivamente.

sabato 19 gennaio 2019

'71 (2014)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 29/08/2016 Qui - Il tema del film '71 (presentato ufficialmente al 64º Festival internazionale del cinema di Berlino, concorrendo per l'Orso d'oro) è probabilmente uno dei più sfruttati della cinematografia recente, l'eterno conflitto tra cattolici e protestanti, nello specifico a Belfast, in Irlanda (del Nord). Film come "Michael Collins", "Nel nome del padre", "Bloody Sunday", "Hunger", solo per citare i più recenti, hanno tutti raccontato la stessa tematica, anche se in forme e modi diversi. '71 lo fa però in modo originale attraverso l'esperienza di una recluta dell'esercito inglese (accidentalmente abbandonato dalla sua unità in seguito a una violenta rissa tra le strade di Belfast nel 1971) con la quale lo spettatore non può fare a meno di immedesimarsi. L'esigenza di appartenere ad una fazione della guerra con propri ideali e regole da seguire è un altro tema importante del film, Gary (il protagonista) non sa a cosa appartiene. In questo caso la contrapposizione con il bambino che incontra durante la sua fuga notturna è emblematica. La prima parte (dove si colgono le dinamiche, le fazioni e le strategie di una guerra che non ha ancora definito un vincitore nemmeno oggi, 45 anni dopo) ha infatti un impatto visivo ed un ritmo elevatissimi. Siamo letteralmente catapultati nella Belfast anni '70, in maniera davvero realistica e credibile. Il protagonista Jack O'Connell (Money Monster, Unbroken, 300: l'alba di un impero) da una prova assai convincente e il regista Yann Demange, anche facendo buon uso della handy cam (camera a mano), dirige bene. Sembra quasi un docu-film, nel senso migliore del termine. Nella seconda parte il film (che diventa una spy story in cui Gary cerca di fuggire, nonostante una grave ferita, cercando di capire chi siano gli amici e chi invece lo vorrebbe morto) diventa soprattutto più profondo e analizza le molteplici sfaccettature che stanno all'interno sia dell'IRA, sia dello stesso esercito lealista nord-irlandese. Non esistono i buoni o i cattivi, da entrambe le parti tutti hanno segreti e doppi giochi che, come nella realtà, danno una ottima fotografia di quello che sta dentro a situazioni così complesse e drammatiche. Impossibilitato a distinguere chi gli sia amico e chi no, la recluta deve perciò sopravvivere da solo alla notte e mettersi in salvo in un paesaggio disorientante, alieno e mortale. La tensione difatti tiene fino alla fine, e il film non scade mai nel retorico.