Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 30/08/2024 Qui - In diretta prosecuzione del primo episodio, "La sfregiatrice" segue il gruppo di ribelli guidati da Kora in lotta contro l'esercito del Mondo Madre. L'episodio mantiene i pregi e i difetti del suo predecessore. Le scene d'azione sono piacevoli e ben realizzate, con un ritmo incalzante e concentrate nella seconda metà; tuttavia, la trama risulta diluita, con eccessive divagazioni sul passato dei personaggi, dialoghi superficiali e un'estetica complessivamente kitsch. Nonostante ciò, la seconda parte rimane valida, sebbene non sia più coinvolgente o emozionante della prima, anzi, tanto che nel complesso la prima risultava migliore anche per una certa onestà cinematografica qui assente. Sofia Boutella, comunque, si riconferma un'attrice di forte impatto scenico. Voto: 5,5 [Netflix]
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venerdì 30 agosto 2024
mercoledì 31 luglio 2024
Dune - Parte due (2024)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 31/07/2024 Qui - La seconda parte di "Dune" conserva sia i meriti sia i difetti del primo capitolo. La narrazione, che ruota attorno al personaggio di Paul Atreides, adotta toni messianici e veicola un messaggio anticolonialista attraverso un esoterismo palese. Denis Villeneuve stupisce con una perizia tecnica poco comune a Hollywood, ma alcune carenze nella sceneggiatura evidenziano la difficoltà e l'inefficacia nel trasporre la complessità dell'opera originale. Rimangono notevoli la fotografia camaleontica e la colonna sonora di Hans Zimmer. Un film non rivoluzionario, ma con elementi di spicco e grande impatto. Voto: 7 [Infinity Plus]
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venerdì 31 maggio 2024
Rebel Moon - Parte 1: Figlia del fuoco (2023)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 31/05/2024 Qui - La saga fantasy di Zack Snyder, divisa in due parti, si ispira ampiamente, sia visivamente che narrativamente, alle Guerre stellari di George Lucas, includendo alcuni elementi che superano la mera ispirazione. Nonostante questa marcata derivazione, il film risulta piacevole, con un ritmo sostenuto, ambientazioni affascinanti e personaggi memorabili, anche se alcuni risultano poco definiti e inseriti casualmente. Il make-up è efficace, mentre gli effetti speciali sono meno convincenti (a volte poco credibili), la fotografia è notevole, le scene d'azione sono ben orchestrate e il casting è molto azzeccato, con una brillante Sofia Boutella (però l'uso del rallenty è discutibile). Nel complesso non è male, grazie anche a un'epicità ben calibrata, con la speranza che la seconda parte sia ancora più coinvolgente. Voto: 6 [Netflix]
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giovedì 8 febbraio 2024
La società della neve (2023)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 08/02/2024 Qui - A distanza di oltre 30 anni da Alive - Sopravvissuti, e ancora prima con I sopravvissuti delle Ande (1976), si riporta al cinema la tragedia (o miracolo?) del disastro aereo delle Ande del 1972. Una durata impegnativa che non pesa affatto: il film è strutturato talmente bene che si segue fino alla fine senza assolutamente pesare. Il cast è ben assortito e se la cavano tutti molto bene, nonostante la difficoltà dei ruoli. Era facile scadere nel drammone melodrammatico od ostentare dettagli ed effetti speciali tra l'horror e lo splatter, invece il tutto è gestito con grande stile, lasciando spazio al susseguirsi degli eventi ed alle sensazioni e spirito di gruppo dei protagonisti. Il risultato finale è un lavoro che, anche se non originale (raccontando una storia vera) coinvolge fin dalle prime scene. Un bellissimo film, forse il migliore di Juan Antonio Bayona (anche del già riuscito Sette minuti dopo la mezzanotte), il suo sguardo sul famoso disastro aereo delle Ande è emozionante e coinvolgente, e restituisce tutta l'ansia per la sorte dei passeggeri nonostante la fine sia nota. Merita i riconoscimenti ottenuti, nondimeno più che giustificata la candidatura ai premi Oscar 2024 nella sezione del miglior film internazionale. Voto: 7+ [Netflix]
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mercoledì 31 maggio 2023
Big Fish & Begonia (2016)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 31/05/2023 Qui - Sembra molto debitore ai film di Ghibliana memoria (lo si potrebbe quasi confondere con l'ennesima fatica del maestro Miyazaki) ma Big Fish & Begonia (di tradizione esclusivamente cinese) non possiede, a mio avviso, quella carica, quella potenza visiva ed emozionale che riesca a coinvolgere pienamente. Non mancano i momenti toccanti, nella parte conclusiva specialmente dove l'amore incondizionato viene messo in primo piano nella storia, così come non mancano i momenti visivamente interessanti, dettati da una buona grafica ed un ritmo abbastanza funzionante, ma complessivamente il film di Liang Xuan e Zhang Chun non mi ha appassionato e coinvolto in maniera netta e decisa, soffrendo anche di qualche staticità nella prima parte. Merita comunque la sufficienza, ed anche più, poiché ben fatto tecnicamente e non annoia nemmeno per un secondo. Voto: 6,5
venerdì 14 aprile 2023
Willow (1988)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 14/04/2023 Qui - Visto da bambino e rivisto di recente con molto piacere. Uno dei tanti fantasy prodotti negli anni ottanta, non tra i migliori in senso assoluto (la concorrenza ai tempi era ben armata, un po' come oggi, ma nel mezzo c'è stato un bel periodo di vuoto), ma comunque molto piacevole ed assolutamente coinvolgente a livello spiccio, vuoi per una storia semplice e diretta (comunque la sceneggiatura non è proprio da antologia, si poteva costruire un po' meglio), vuoi per gli scenari molto belli e per un ritmo che non prevede tempi di stanca. E poi ci si trova dentro davvero un po' di tutto quanto la mente fantasiosa possa partorire e desiderare, il senso di avventura e fantastico è sorretto in maniera costante da presenze di ogni tipo, si passa con disinvoltura dalle fate buone prodighe di buoni consigli, alla classica regina cattiva (che non va mai sprecata), agli elfi accompagnatori, a giganti sputa fuoco (protagonista un nano adulto che deve salvare una neonata dalle grinfie di una malvagia reggente). Gli ingredienti che hanno fatto la fortuna del genere insomma non mancano e il regista Ron Howard li "dosa" sapientemente, con la giusta miscela di azione e umorismo e con una "spruzzata" sentimentale. Un cinema di accumulo, non trascendentale nel suo complesso, ma efficace nell'esprimere i suoi voleri, grazie ad un onesto lavoro d'insieme ed a uno spirito positivo generato dalla fantasia di George Lucas (nel bene e nel male non un nome qualunque). Un po' ingenuo visto con gli occhi dello spettatore odierni, ma nel complesso (ancora) godibile. Voto: 6,5
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venerdì 16 dicembre 2022
The Northman (2022)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 16/12/2022 Qui - Robert Eggers al suo terzo lungometraggio si conferma regista di ottima caratura. Egli che abbandona in parte l'oltranzismo di The Lighthouse per raccontare una
magica epopea nordica, tra riferimenti shakespeariani, rituali tribali e
vendette che pulsano truculenza: ne esce un film scorrevole e
visionario, in continua oscillazione tra realtà e immaginazione e
dall'intreccio non del tutto scontato. Il regista sfrutta a dovere
l'ottimo cast a disposizione (come rende Anya Taylor-Joy una dea,
nessun altro), non rinuncia alla cura formale che gli è
tipica (un connubio fotografia/confezione/ambientazioni di eccellente
caratura) e riesce a ottenere un ottimo equilibrio tra puro
intrattenimento
e autorialità (coinvolgente, con il dramma che si mescola al visionario
in modo impeccabile, stile narrativo eccezionale, a tratti poetico).
Peccato solo che la CGI non sia sempre efficace. In conclusione The Northman è un film potente a cui non interessa
piacere, ma solo imprigionare lo spettatore nel suo mondo violento e
sanguinario. Una missione che riesce a compiere pienamente e che è la
migliore cosa che possa capitare a chi vedere potrà, davvero un film sorprendente e una festa per gli occhi. Voto: 7,5
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lunedì 3 maggio 2021
The Aeronauts (2019)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 03/05/2021 Qui - A volte l'ego e la sregolatezza possono portare a scoperte scientifiche fondamentali. Ispiratosi a fatti reali (sulla reale storia del volo del 5 settembre 1862 di due aeronauti), il film di Tom Harper vanta un discreto cast, con una coppia di protagonisti già rodata (buona la prova degli attori Eddie Redmayne e Felicity Jones, ancora insieme dopo La teoria del tutto), un comparto visivo e realizzativo di tutto rispetto e una sceneggiatura abbastanza interessante. Quello che personalmente colpisce meno è il montaggio: le parti più emozionanti, quelle che vedono i protagonisti destreggiarsi su una mongolfiera, sono più contenute rispetto al racconto che si snoda a ritroso con flashback piuttosto insistenti e dialoghi monotematici. Complessivamente, il film si lascia guardare senza indugi, forte di una confezione discretamente realizzata, anche se non tutti i momenti raccontati lasciano il segno. Voto: 6
lunedì 11 gennaio 2021
Star Wars: L'ascesa di Skywalker (2019)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 11/01/2021 Qui - L'epopea di Guerre Stellari si conclude (forse) con questo nono capitolo che per la verità non mette in campo molte idee originali, rimasticando situazioni già viste, riesumando personaggi come Palpatine che avevano ormai già dato tutto alla causa e guarnendo il tutto con camei fuori contesto degli eroi della prima saga. Ce n'è abbastanza per far spazientire anche il fan meno oltranzista (incongruenze e sbalzi improvvisi) eppure in un modo o nell'altro (che per la Disney significa inseguimenti, battaglie ed effetti speciali a profusione) un minimo di spettacolo è garantito. Proprio un minimo perché il film non è destinato a passare alla storia come capolavoro del genere, neanche lontanamente. Do la sufficienza solo perché sono affezionato alla saga e comunque a livello tecnico e visivo appunto funziona tutto. J. J. Abrams comunque delude, forse aveva poco tempo a disposizione, ma la sensazione è che abbia cercato di rimediare alle soluzioni introdotte da Rian Johnson e non concordate (dell'Episodio VIII), peccato che lo faccia male. Voto: 6
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lunedì 4 gennaio 2021
Klaus - I segreti del Natale (2019)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 04/01/2021 Qui - Un film d'animazione (dallo spirito squisitamente natalizio) commovente, affascinante e meraviglioso che ripropone la storia delle origini di Babbo Natale in un modo nuovo e interessante, ovvero in maniera intelligente e spesso geniale. Ti attendi un filmino e scopri invece un gioiello (e pensare che questo è il primo lungometraggio a cartoni animati di Netflix). Perché questa rilettura della leggenda di Santa Klaus è proprio sbalorditiva per come essa viene raccontata, immaginandone la genesi senza ricorrere a miracoli e magie, ma con questa storia tenera e commovente (di cui sarebbe meglio non dire niente, basta avere pazienza per i primi 10' iniziali e poi via, decolla e ciao), ambientata in mezzo alla neve però capace di riscaldare il cuore (tutto molto lineare, per una storia che in definitiva è classica ma che funziona a meraviglia). Grafica accattivante e animazione molto curata (personaggi, ambienti, movimenti e illuminazione sono magistralmente realizzati), Klaus è portatore di un messaggio universale sulla solidarietà e lo spirito di comunità. Il Natale è il perfetto simbolo della riunificazione che parte dai bambini per estendersi agli adulti. Un film animato (diretto dallo spagnolo Sergio Pablos) piacevole e ben fatto (adeguata la colonna sonora), che si rivolge ad un pubblico trasversale. Se piace il genere, direi quindi imperdibile. Interpretato da un cast di voci che comprende Jason Schwartzman, J. K. Simmons, Rashida Jones e Joan Cusack, il film è non a caso destinato a divenire un futuro piccolo classico. Voto: 7,5
martedì 27 ottobre 2020
One Piece: Stampede - Il film (2019)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 27/10/2020 Qui - Un film chiaramente celebrativo (si ritrovano, infatti, molti personaggi tra i più amati della saga, tutti concentrati nella stessa avventura), un film dove il fan service la fa da padrone (ben più che in One Piece Gold: Il film), ma un film avvincente e divertente, che appunto riesce a proporre su schermo una sfilza di personaggi che probabilmente mai si avrebbe pensato di vedere tutti insieme, riuscendo anche a mettere un po' da parte risentimenti e rivalità varie per riuscire a raggiungere un obiettivo comune: abbattere il potentissimo Bullet, un avversario formidabile e capace di tener testa anche alla nuova generazione di pirati. Un film che regala enfasi spesso e volentieri, anche se non sempre, ma si lascia comunque guardare senza problema alcuno. Le botte da orbi chiaramente volano per la maggior parte del film e sono molto divertenti, così come gli intermezzi comici. Sorprendenti e spesso spettacolari sono i colpi di scena e le trionfali entrate a sorpresa di alcuni personaggi. Le animazioni, pur non trattandosi certo della Pixar, sono per lo più d'ottima fattura, soprattutto per quanto riguarda i combattimenti (lo stesso fu con il tredicesimo film dedicato alla ciurma di Cappello di Paglia, questo è il quattordicesimo). A una "grande" pellicola è affiancato un grande doppiaggio, in One Piece: Stampede ritroviamo infatti il cast vocale che si è potuto apprezzare anche nella serie animata con qualche new entry. Inoltre l'adattamento sfrutta i nomi originali dei protagonisti, ed è una cosa alquanto apprezzabile. Stampede è la festa di compleanno (il ventesimo) di One Piece voluta da Eiichiro Oda e quindi, nonostante qualche difetto, tutti all'arrembaggio. Voto: 6,5
venerdì 31 luglio 2020
Kon-Tiki (2012)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 31/07/2020 Qui - Un'esplorazione mitica, entrata nella storia, di una spedizione e di un'esploratore, Thor Heyerdahl, entrati nella leggenda. Dimostrare, tramite un viaggio lungo 8000 chilometri, che la Polinesia fosse stata popolata da amerindi giunti nelle isole del Pacifico secoli prima a bordo di semplicissime imbarcazioni a vela. Lo stesso Heyerdahl documentò la traversata, e tale materiale venne poi montato nel documentario "Kon-Tiki" (dal nome della zattera) che fece il giro del mondo e vinse addirittura l'Oscar come miglior documentario nel 1951. Moltissimi anni dopo tale impresa, ecco arrivare dalla Norvegia una versione romanzata ma non troppo, inappuntabile da un punto di vista tecnico e appena discreta sotto quello più strettamente artistico. Buono è certamente il livello di tensione che non scade in nessun momento, cosa questa non così ovvia quando è noto a priori quello che accadrà, fantastica ed accecante la fotografia, non eccessivamente invadente l'uso della digitalizzazione. Nella colonna dell'avere metterei invece una sceneggiatura che scade a tratti inutilmente nel melodrammatico, cosa della quale si sarebbe fatto volentieri a meno, nonché le ridicole lunghe barbe posticce dei protagonisti nel finale. Insomma un buon film d'avventura ben confezionato, che racconta con garbo una storia vera certamente affascinante, che riesce a mantenere un appeal discreto per tutta la durata, anche perché mostra elementi di interesse e di emozionalità palpabile. In questo, aiuto concreto da il cast volenteroso (capitanato da Pål Sverre Hagen, In ordine di sparizione e Seven Sisters, e supportato soprattutto da Gustaf Skarsgård, Floki di Vikings) e la regia calibrata, dei registi Joachim Rønning e Espen Sandberg (questo fu il secondo film in coppia, il primo Bandidas nel 2006, il terzo ci sarà cinque anni dopo, Pirati dei Caraibi - La vendetta di Salazar), che all'epoca si guadagnarono la candidatura agli Oscar per il miglior film straniero. Non un gioiello, ma pellicola che vale comunque una visione. Voto: 6+
sabato 11 gennaio 2020
Il primo Re (2019)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 10/01/2020 Qui
Tema e genere: Ambientata nel 753 a.C., anno di fondazione di Roma secondo la tradizione, la pellicola (di stampo epico drammatico) è una rivisitazione del mito di Romolo e Remo.
Tema e genere: Ambientata nel 753 a.C., anno di fondazione di Roma secondo la tradizione, la pellicola (di stampo epico drammatico) è una rivisitazione del mito di Romolo e Remo.
Trama: La storia di Romolo e Remo, fratelli che si amano visceralmente e che dovranno combattersi, all'alba di un impero millenario.
Recensione: Opera coraggiosa questo Il primo Re di Matteo Rovere (già fattosi notare con il bello ed adrenalinico Veloce come il vento) che, strizzando l'occhio a Valhalla Rising di Nicolas Winding Refn (ma distanziandosi da quella sua patina auto-celebrativa) e al celebre Apocalypto di Mel Gibson, confeziona un film per nulla scontato, viscerale, dalla violenta capacità espressiva, che tiene incollati alla sedia, disturbante ma attraversato da una visione del mondo e dell'uomo molto particolari. Più che un semplice film di cappa e spada (o peplum se si vuole), Il primo Re (un prodotto atipico nell'orizzonte della cinematografia italiana), grazie ad una sceneggiatura molto curata (merito anche dello stesso regista) propone un iter narrativo dove lo spettatore è posto di fronte a dilemmi tanto antichi quanto irrisolti. Il concetto di bene e male, nella sua accezione singola e universale, l'esistenza o meno di qualcosa di soprannaturale, di superiore e, nel caso vi si creda, il dilemma sulla natura di questa divinità, su quale rapporto ad essa ci leghi, se e quanto sia giusto farsi influenzare da essa. Perché al di là dei terribili combattimenti, della vita misera e oscena dell'epoca (assai lontana dai fasti hollywoodiani proposti per tanto tempo), questo film utilizza il mito, il racconto, per proporre una lettura sulla società, sull'uomo, sugli elementi fondamentali che hanno portato i nostri antenati a riconoscersi in usi, costumi e credenze comuni, a trovare un qualcosa che li unisse al di là della necessità di sopravvivenza. Il primo Re porta con sé certamente la tematica della famiglia come nucleo conflittuale, come universo ribollente di rancori e problematiche irrisolte, di passioni, tipico della filmografia di Rovere, ma riesce a coniugare il tutto nella dimensione storica, antropologica, che vede il fallimento inevitabile di un laicismo disgregante in favore di una religiosità atta a dare speranza e unità, fiducia in un futuro migliore deresponsabilizzato dalla semplice volontà dell'uomo. Film sulla storia, più che storico, Il primo Re è completamente slegato da opere parzialmente simili fatte in passato, ma soprattutto non addolcisce mai la pillola sulla terrificante realtà di quei tempi, non concede alcuna tregua nel ricordarci come la storia è scritta nel sangue e nella paura. La fede, la religione, qui è strumento di potere e morte, ma anche di unione e comunanza tra gli uomini. Il suo utilizzo come tutte le cose di questo mondo, pare dire il regista, dipende dalla mani di chi lo impugna come strumento, valeva ieri e vale oggi.
Recensione: Opera coraggiosa questo Il primo Re di Matteo Rovere (già fattosi notare con il bello ed adrenalinico Veloce come il vento) che, strizzando l'occhio a Valhalla Rising di Nicolas Winding Refn (ma distanziandosi da quella sua patina auto-celebrativa) e al celebre Apocalypto di Mel Gibson, confeziona un film per nulla scontato, viscerale, dalla violenta capacità espressiva, che tiene incollati alla sedia, disturbante ma attraversato da una visione del mondo e dell'uomo molto particolari. Più che un semplice film di cappa e spada (o peplum se si vuole), Il primo Re (un prodotto atipico nell'orizzonte della cinematografia italiana), grazie ad una sceneggiatura molto curata (merito anche dello stesso regista) propone un iter narrativo dove lo spettatore è posto di fronte a dilemmi tanto antichi quanto irrisolti. Il concetto di bene e male, nella sua accezione singola e universale, l'esistenza o meno di qualcosa di soprannaturale, di superiore e, nel caso vi si creda, il dilemma sulla natura di questa divinità, su quale rapporto ad essa ci leghi, se e quanto sia giusto farsi influenzare da essa. Perché al di là dei terribili combattimenti, della vita misera e oscena dell'epoca (assai lontana dai fasti hollywoodiani proposti per tanto tempo), questo film utilizza il mito, il racconto, per proporre una lettura sulla società, sull'uomo, sugli elementi fondamentali che hanno portato i nostri antenati a riconoscersi in usi, costumi e credenze comuni, a trovare un qualcosa che li unisse al di là della necessità di sopravvivenza. Il primo Re porta con sé certamente la tematica della famiglia come nucleo conflittuale, come universo ribollente di rancori e problematiche irrisolte, di passioni, tipico della filmografia di Rovere, ma riesce a coniugare il tutto nella dimensione storica, antropologica, che vede il fallimento inevitabile di un laicismo disgregante in favore di una religiosità atta a dare speranza e unità, fiducia in un futuro migliore deresponsabilizzato dalla semplice volontà dell'uomo. Film sulla storia, più che storico, Il primo Re è completamente slegato da opere parzialmente simili fatte in passato, ma soprattutto non addolcisce mai la pillola sulla terrificante realtà di quei tempi, non concede alcuna tregua nel ricordarci come la storia è scritta nel sangue e nella paura. La fede, la religione, qui è strumento di potere e morte, ma anche di unione e comunanza tra gli uomini. Il suo utilizzo come tutte le cose di questo mondo, pare dire il regista, dipende dalla mani di chi lo impugna come strumento, valeva ieri e vale oggi.
giovedì 21 novembre 2019
Valhalla Rising - Regno di sangue (2009)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 20/11/2019 Qui
Tema e genere: All'epoca settimo film (terzo in lingua inglese) di Nicolas Winding Refn, Valhalla Rising è la sanguinosa allegoria di un dio, un viaggio epico drammatico metafisico.
Tema e genere: All'epoca settimo film (terzo in lingua inglese) di Nicolas Winding Refn, Valhalla Rising è la sanguinosa allegoria di un dio, un viaggio epico drammatico metafisico.
Trama: Anno 1000 d.C. - Dopo essersi liberato dalla prigionia cui un gruppo di pagani lo costringeva, Oneye (Mads Mikkelsen), un guerriero muto e dalla forza strabiliante, accompagnato da un giovane ragazzo che parla al posto suo, si imbatte in un gruppo di cristiani. Li seguirà verso la "Terra Santa", percorrendo il suo tragitto verso il destino, verso dissidi interni che ci saranno e pericoli esterni che arriveranno.
Recensione: Non mi aspettavo un film d'azione, avendo visto altri film del regista svedese sapevo di potermi trovare di fronte qualunque cosa (anche se la trama può indurre in errore). Ma mai mi sarei aspettato di ritrovarmi (dopo precedenti non propriamente convincenti, suoi, non lo era forse anche il deludente The Neon Demon?, e soprattutto di altri) nuovamente di fronte ad un film criptico, di fronte ad un film difficile da valutare, perché appunto particolare, con un finale decisamente ermetico e difficile da comprendere totalmente. Sì perché con Valhalla Rising siamo dalle parti del criptico, del poco comprensibile, del difficile. Ci si ritrova (e non scherzo) a grattarsi la testa per capire dove il regista vuole andare a parare. Valhalla Rising è infatti quel tipo di film in cui per quasi tutta la durata non si parla, quello che si dice è poco interessante o quanto meno interpretabile (diviso in sei atti, i dialoghi sono quasi del tutto assenti e la narrazione è affidata tutta all'espressività degli attori), e in cui la maggior parte delle scene d'azione risultano più che altro volte a ridestare l'attenzione del pubblico. Incredibile, non è vero? E' pensare che poi il film realmente narra ciò di cui sopra (intendo la trama). Il regista danese Nicolas Winding Refn trova grande ispirazione nelle atmosfere e nelle ambientazioni nordiche. Gioca con la fotografia (davvero ben realizzata), suggerisce visioni di tipo biblico. Si fa violento, inoltre, attraverso la musica e il sangue (che scorre a fiumi), ma lascia al pubblico l'ultima parola. Difficile capire cosa vorrebbe dire di preciso il regista, e comunque difficile spiegarlo a parole. E forse, per renderlo al meglio si potrebbe suggerire (a chi abbia voglia di vederlo, anche se in questo caso il target è innegabilmente ristretto) di leggere direttamente la Bibbia o le leggende nordiche a cui tutto il film si ispira. Tutto il resto è una specie di delirio visivo dannatamente cupo, criptico in modo testardo e oltretutto lentissimo. Un film che forse bisognerebbe vedere due volte, per capirci realmente qualcosa.
giovedì 11 luglio 2019
Terre selvagge (2017)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 29/04/2019 Qui - Terre selvagge (Avventura, USA, Irlanda, 2017): Le Crociate sono un'ambientazione e uno spunto ricorrente nella storia del cinema, declinati in generi diversi o utilizzati per sviluppare una varietà di argomenti. Brendan Muldowney, da una sceneggiatura originale di Jamie Hannigan, non ne fa una missione nell'Oriente o l'occasione per scontri epici e nemmeno un film a tema religioso. Terre selvagge è un viaggio attraverso una terra straniera ai suoi stessi abitanti: il pericolo e lo sconosciuto incombono, ogni tratto e ogni incontro riservano sorprese. Ambientato nell'epoca medievale in terra irlandese (molto più brulla e cupa rispetto ai soliti panorami da cartolina) Pilgrimage è infatti un dramma avventuroso in cui fede e superstizione, oltre all'immancabile brama di potere, si fondono in un mix ambizioso in cui l'introspezione si fonde con aspetti più affini al cinema di intrattenimento leggero. Non mancano quindi azione e scene piuttosto brutali, a caratterizzare il viaggio di uno sparuto gruppo di monaci incaricati di portare a Roma una reliquia dal valore inestimabile. Il prezioso carico farà presto piombare su di loro l'attenzione di parecchi malintenzionati, tra cui quella di un nobile normanno. Peccato che la vicenda, oltretutto preceduta da un prologo che si prende qualche libertà storica, sia spesso noiosa. Perché certo, il film non ha molte pretese di lasciare tracce e si accontenta di raccontare in modo convenzionale un'avventura ammantata di mistero, portandola a compimento senza troppe cadute, perché certo, nel complesso si tratta di un prodotto ben fatto, orgogliosamente indipendente e interessante (anche perché riesce a condensare nella sua ragionevole durata molteplici degli argomenti chiave di una storia ambientata nell'Alto Medioevo: religione contro fede, guerra e barbarie, superstizione acritica contro paganesimo), ma funziona solo in parte per via di un insieme di figure poco interessanti, spesso sviluppate in modo elementare o prevedibile. In tal senso la descrizione del villain rende bene l'idea dei limiti di questo film cui fondamentalmente mancano le sfumature, ogni personaggio è descritto in maniera rigida ai limiti dell'ottusità, il solo Tom Holland (nei panni di un giovane religioso) viene fornito di alcune peculiarità fortunatamente adatte ad allontanarlo dalla banalità generale. Avrebbe meritato miglior approfondimento il personaggio del "Muto" (Jon Bernthal) sorta di guerriero inarrestabile dal passato oscuro, il resto non impressiona più di tanto, anzi, alcune scene di violenza gratuita sarebbe stato opportuno evitare. Senza tanti fronzoli e con una storia lineare, risulta anche piacevole per più delle metà della sua durata perdendo però, secondo me, mordente nella parte finale che non ho apprezzato molto. In definitiva quindi, film interessante e dal notevole impatto visivo, ma prevedibile, non benissimo costruita e recitata, un film giustamente tutta al maschile ma ingiustamente troppo soporifera. Voto: 5
martedì 25 giugno 2019
Avengers: Infinity War (2018)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 25/01/2019 Qui - Era il 2008 quando il mondo conobbe il primo film del Marvel Cinematic Universe: Iron Man. E fu subito amore a prima vista, come quello che si vede nei film in bianco e nero, un amore incondizionato e trasparente da parte mia e degli spettatori (tutti) verso il capostipite di uno sterminato universo cinematografico che non sembra essere minimamente vicino all'oblio o ad annoiare il pubblico. Ora, dopo dieci anni (ora 11), ecco arrivare lo scontro finale, la summa di un percorso produttivo ed artistico che ha cambiato per sempre il cinema, il modo di concepirlo e soprattutto il rapporto di quest'ultimo con un pubblico sempre più interattivo e interconnesso: Avengers: Infinity War. Quest'ultimo è infatti cinema allo stato puro, è spettacolo incalzante che incolla allo schermo, stupisce, diverte, fa piangere, spaventa, crea sconforto ma non dimentica mai di dare continua speranza. Diretto da fratelli Anthony e Joe Russo (quelli di Captain America: Winter Soldier, Civil War e di Ant-Man per intenderci), questo diciannovesimo film del MCU difatti, che si basa su una complicata, sfaccettata e curatissima sceneggiatura di Christopher Markus e Stephen McFeely (i cui script hanno interessato tutte le precedenti avventure di Captain America), di cui si continua ancora a parlare a distanza di mesi, che è forse il miglior cinecomic Marvel di sempre (personalmente però dopo i due Guardiani della Galassia e Deadpool), è un film davvero eccezionale. Sì, perché Avengers: Infinity War, un film che i fan dei supereroi aspettavano da tanti anni (ed anche di tutti gli estimatori de La Casa delle Idee), è davvero una gemma cinematografica, apice e scintillante apogeo (per ora) dell'Universo Cinematografico Marvel, di un percorso iniziato con un Tony Stark "spaccone" e presuntuoso che allargando le braccia sembrava volesse dirci: "Sto per offrirvi il più grande spettacolo del mondo!". Ecco, questo film del 2018 dei fratelli Russo è lo splendido risultato di un decennio di cinecomic Marvel, una pellicola epica e spettacolare che porta con sé il corredo genetico di tutto quello che l'ha preceduta, esaltandolo in un film d'insieme che nell'unione di cuori e di spiriti, piuttosto che in quella fisica, regala ai fan uno show che è quanto di più fumettoso si possa immaginare: un gruppo di valorosi, generosi ed impavidi supereroi contro una minaccia spietata e crudele dai poteri inimmaginabili, desiderosa di distruggere l'Universo e sacrificare innumerevoli vite innocenti.
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venerdì 14 giugno 2019
The Great Wall (2016)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 29/10/2018 Qui - The Great Wall (Azione, USA, Cina, 2016): No, da Zhang Yimou proprio non me l'aspettavo un film del genere, un film certamente godibile (anche perché come mero prodotto di intrattenimento, il suddetto funzionerebbe pure, ha una sua logica nella sua illogicità, e mi ha strappato pure qualche sorriso) ma non certo indimenticabile, anzi. Il film infatti, che sembri pescare dalla sua stessa filmografia e che sembri palesemente citare Il Signore degli Anelli e i Power Rangers, che perciò nella sostanza viaggi con il pilota automatico, al di là di alcuni dettagli (scenografie e costumi) importanti, si rivela essere un blockbuster, furbescamente passato per film d'avventura storico ambientato durante il medioevo (ovviamente la grande muraglia di cui si parla è quella cinese, che secondo la pellicola, come vedranno alcuni guerrieri occidentali finiti lì per caso, fu realizzata per tenere lontani non solo i mongoli ma anche qualcosa di più disumano e pericoloso), abbastanza mediocre. Difatti si tratta tristemente del primo "marchettone" (dopotutto si tratta del suo primo film in lingua inglese) del grande regista cinese (sono suoi i bellissimi film Lanterne Rosse, La Foresta dei Pugnali Volanti e Hero tra gli altri) che piega il suo talento alle esigenze commerciali hollywoodiane per il solito polpettone tutto effetti visivi e poca sostanza della Legendary che mescola qui wuxia e fantascienza con risultati indigesti. E al netto di una computer grafica che si rivela non propriamente all'altezza, e di creature dal design non proprio originale, ci si ritrova soprattutto a chiedere quale sia la funzione di Willem Dafoe nel film, un film dove tutti i personaggi (da Matt Damon a Pedro Pascal fino alla bella Tian Jiang) sono tagliati con l'accetta e monodimensionali, figli di una sceneggiatura svogliata (e ampiamente prevedibile). Perché certo, le battaglie sono spettacolari e il divertimento non manca, ma tutto è al limite del trash. In conclusione perciò, The Great Wall, è un difettosissimo blockbuster che (se preso per quel che è) riesce a intrattenere il tempo giusto per farsi odiare o per riempire una serata vuota o noiosa. Tuttavia cinematograficamente parlando è poca cosa. Voto: 5+
mercoledì 22 maggio 2019
La congiura della pietra nera (2010)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 30/04/2018 Qui - Sulla scia di tanti film wuxia tipo La tigre e il dragone o Hero, ecco La congiura della pietra nera, un tipico film cappa e spada all'orientale (denominato più propriamente wu xia pian), un film cinese del 2010 diretto non da John Woo (che tuttavia ha partecipato come co-regista) ma dal quasi esordiente Su Chao-Pin. In Reign of Assassins infatti, come da titolo internazionale originale, si ritrovano molti dei temi cari alla filosofia orientale (il senso dell'onore, la necessità di trovare un equilibrio, o compromesso, tra bene e male) e al cinema di Woo (la ricerca di una nuovo essere attraverso la mutazione fisica più radicale), difatti le suggestioni messe in campo sono davvero molte. Così fedele però a questo genere (ricco di combattimenti funambolici ed estremizzati che unisce la tradizione marziale cinese a coreografie che di umano hanno ben poco), il regista, confeziona ovviamente un film perfettamente in linea con tutti i cliché cui si ispira (e di meno era difficile non immaginare), ma il problema è che non esce niente di più, niente di diverso, da altre opere simili già viste. Certamente non si può negare che la storia sia interessante e ricca di mistero e colpi di scena. C'è l'oggetto magico, l'inganno, l'equivoco, l'amore, l'odio e l'espiazione, tutti elementi che riuniti in un racconto popolare, sono il vincente spunto per una trama cinematografica. Una trama che racconta, come nei classici miti e leggende, di una salma (dotata di poteri magici e divisa in due parti) di un anziano monaco buddista esperto in arti e combattimenti che viene trafugata da una spietata assassina, membro di una banda di abili e spietati sicari detti "La pietra nera", una crisi mistica tuttavia spinge la donna a cambiare i connotati del suo volto e a incominciare una nuova vita, ci riesce, fin quando i vecchi spietati colleghi non riusciranno con tutti i mezzi a farla tornare sul campo di battaglia. Dando così inizio ad un'epica battaglia in cui il risultato non sarà poi così scontato (almeno in parte). In tal senso una pecca è la sceneggiatura scollegata e mal sviluppata, che scivola più volte in un umorismo demenziale perfettamente evitabile con cadute in frequenti cali di ritmo, soprattutto quando si scopre il motivo per cui il cattivo vuole le spoglie del morto.
martedì 16 aprile 2019
Warcraft: L'inizio (2016)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 15/12/2017 Qui - Premetto che non ho mai giocato a Warcraft, ma essendo un videogiocatore lo conosco e conosco la Blizzard, probabilmente una delle più grandi e talentuose software house esistenti, tanto da creare un universo talmente enorme, diversificato, pieno di personaggi, mondi, storie e quant'altro, vantando milioni di fan e giocatori in tutto il globo. E' quindi evidente che produrne un film, questo, Warcraft: L'inizio (Warcraft), avventura fantasy del 2016 co-scritta e diretta da Duncan Jones, sarebbe stata un'impresa molto difficile e complessa, anche per il regista, figlio del compianto David Bowie e già autore di grandi successi, anche di critica come Moon e Source Code, ma l'impresa sembra decisamente riuscita. Questa volta infatti, nonostante la paura di trovarsi di fronte all'ennesimo mediocre prodotto rivolto ai solo fan, giacché quando si parla di opere cinematografiche derivate dal mondo videoludico c'è sempre la paura di ciò, bisognerà ricredersi, perché in Warcraft la regia è stata prudente e gli errori visti in film analoghi sono stati evitati. Pur non conoscendo quasi affatto la vicenda di cui si narra, come il sottoscritto, è facile esserne infatti completamente coinvolti (anche perché non è difficile capire tutto quello che gira attorno al film, dopotutto le vicende che vengono narrate nel film a mio parere sono comprensibilissime per chiunque sia capace d'intendere e di volere), con il risultato che le due ore di proiezione scorrono gradevolissime ed a fine proiezione la voglia di saperne ancora su questo nuovo mondo fantasy (sull'orlo di una guerra civile quando i suoi abitanti sono costretti a fare fronte all'attacco invasore di terribili guerrieri orchi in cerca di nuove terre da colonizzare) è tanta. Il regista infatti è riuscito nell'ardua impresa di proporre un film adatto a tutti, anche a chi non si è mai avvicinato prima a questa saga.
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giovedì 4 aprile 2019
Rogue One: A Star Wars Story (2016)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 27/10/2017 Qui - Il primo dei cosiddetti "film antologici", che usciranno in alternanza con i film della saga principale (l'ottavo è già pronto e il secondo spin-off ha già il titolo), in modo da non lasciare mai a bocca asciutta i fan, Rogue One: A Star Wars Story, noto semplicemente come Rogue One, film del 2016 diretto da Gareth Edwards, si rivela, inaspettatamente, un film più riuscito de Il risveglio della Forza, e questo è dovuto ad una serie di fattori. Innanzitutto, non s'impone con il ricatto emotivo derivante dall'inevitabile effetto nostalgia scatenato da quel film per poi proporre un remake sotto mentite spoglie dell'originale del '77 (come sottolineato nella mia recensione di un anno fa, anche se era comunque uno dei pregi), ed anzi si concentra su una storia collaterale e su personaggi quasi del tutto sconosciuti al grande pubblico (in quanto, per la gran parte, inventati appositamente per il film). Anche perché Rogue One si propone di dare una spiegazione accettabile (cercando di rendere giustizia ad un "personaggio" che fino ad ora era rimasto sullo sfondo, nonostante 7 film), al come l'Alleanza Ribelle sia entrata in possesso dei piani della Morte Nera, che sarà poi il punto di partenza della trilogia originale. Dopotutto l'alleanza ribelle era il presupposto che permetteva l'azione dei personaggi principali, ma la storia è sempre stata guidata da pochi. Qui invece puntando sui ribelli il film riesce e permette di confrontare le diverse origini e motivazioni dei personaggi che compongono questa ribellione. Non un gruppo monolitico ma un insieme di storie personali diverse e opinioni anche distanti su come agire che trovano il loro senso e il loro scopo comune nella rivolta contro la dittatura dell'impero.
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