sabato 16 marzo 2019

Paradise Beach (2016)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 08/05/2017 Qui - Arrovellarsi cercando di capire perché The Shallows nell'edizione italiana diventa Paradise Beach: Dentro l'incubo è uno dei pochi dubbi della pellicola stessa (del 2016), che non è certamente il nuovo Jaws (Lo Squalo, capolavoro assoluto), anche se lo riecheggia e a suo modo vuole renderne un omaggio, ma che da una situazione vista e rivista (la lotta tra uomo, in questo caso donna, e squalo in una natura incontaminata  e apparentemente amichevole) ne esce un film godibile. Niente di particolare naturalmente, ma la tensione è sempre presente, nonostante la presenza sullo schermo di un solo personaggio, una sorprendente Blake Lively, del tutto credibile nel ruolo. Infatti il film si concentra esclusivamente sulla figura della protagonista principale risultando più un survival movie al femminile sorretto da un ritmo serrato e picchi adrenalinici che lo rendono un prodotto tutt'altro che da snobbare. Ovviamente il cliché in agguato dietro l'angolo è il classico degli shark movies, uno squalo bianco, predatore incallito, che non lascia tregua alla malcapitata surfista e non solo le impedisce di tornare a riva ma cerca ogni buona occasione per divorare la 'preda'. Le esagerazioni e stereotipizzazioni del genere sono d'obbligo e nonostante le premesse e le aspettative (all'inizio non proprio entusiasmanti), il film si rivela un ottimo prodotto di intrattenimento con una buona dose di suspense che tiene incollati allo schermo dalla prima all'ultima sequenza, insieme a dei ben congegnati colpi di scena. La storia in se è semplice e lineare (abbastanza banale e generica ma raccontata con stile e con grazia), che evita i lunghi prologhi e introduzioni che non si addicono a film del genere, e ci trasporta subito nel vivo della trama, dove seguiamo le vicende di una giovane studentessa di medicina, Nancy, la quale si trova in vacanza in Messico, che si fa (da un tipo del luogo) portare su una spiaggia poco conosciuta intenzionata a passare la giornata surfando.
La spiaggia non è stata scelta a caso, essendo la stessa dove anni prima usava surfare la mamma di Nancy da poco deceduta. La giovane, nel tentativo di elaborare il lutto e ricongiungersi ai luoghi amati dalla madre, raggiunge quella bellissima e idilliaca spiaggia. Poco dopo però aver raggiunto (conosciuto due ragazzi) e scavalcato le onde marine Nancy si accorgerà della presenza del cadavere di una balena proprio nelle acque basse ma la ragazza non sa di aver appena attraversato la zona di caccia di uno squalo bianco il quale, accortosi della presenza di un'altra 'preda' le impedirà di tornare a riva. Ferita ad una gamba ed intrappolata su uno scoglio, in compagnia di un simpaticissimo gabbiano, Nancy dovrà quindi sfruttare tutte le sue conoscenze e giocare d'astuzia per riuscire a mettersi in salvo prima che sia troppo tardi. Diretto dal Jaume Collet-Serra finora regista di lavori più che discreti quali Unknown, Run All Night (visto pochissimo tempo fa) e Orphan nonché il bel remake de La Maschera di cera, ed interpretato, quasi del tutto in solitaria, dall'icona fashion Blake Lively dal talento recitativo genuino anche se inversamente proporzionale all'innegabile avvenenza, The Shallows, facendo uso di uno scenario abbagliante, dove il colore della natura assume ruolo da comprimario, riesce a catalizzare gli elementi più importanti e a svilupparli rendendo il film particolarmente fluido. La trama infatti nonostante la sua apparente monotonia è supportata da una regia sapiente, firmata dal regista spagnolo, che sa ben dosare i colpi di scena (d'altronde la velocità dell'azione è un punto di forza del regista che si è visto anche nei suoi lavori precedenti, come anche la capacità di integrare l'uso del digitale nella scena), espedienti originali e sa come far aumentare progressivamente la suspense negli spettatori i quali attendono impazienti di vedere le prossime mosse della surfista.
La tensione difatti gioca un ruolo importante, e anche grazie anche alla location e alla fotografia dell'incantevole luogo dove si sono svolte le riprese si crea un interessante contrasto tra la bellezza naturale e la spietatezza, al tempo stesso, di esso rappresentata dallo squalo che impedendo alla protagonista di tornare a riva rende la sua vacanza paradisiaca in un interminabile incubo fatto di incertezze ed avversità. Il ritmo serratissimo è assicurato, l'adrenalina è percepibile, i colpi di scena non mancano e la prova recitativa di Blake Lively (la meravigliosa protagonista di Adaline) non delude affatto e anzi riesce a rendere in modo verosimile (anche se come detto non esente da alcune, palesi, esagerazioni) la situazione tesissima che affronta il suo personaggio, passando anche dalle varie fasi emotive che la sua Nancy affronta (disperazione, dolore, rimorso, determinazione) fino ad arrivare, stremata, alla salvezza finale. La lotta per la sua sopravvivenza è infatti spettacolare, e soprattutto non enfatizzata dall'utilizzo di effetti speciali esagerati. Ottima decisione invece quella di non mostrare troppo lo squalo per creare quel velo di mistero attorno ad un animale così feroce. E anche se l'ambiente è sempre lo stesso, non c'è mai il rischio di annoiarsi ed eccellente infine il fatto che le morti non sono troppo splatter, ma anch'esse silenziose e avvolte dalla figura dello squalo. Giacché Paradise Beach, com'è giusto che sia, non è un horror, anche se presenta diversi momenti da salto sulla sedia e altri, per crudezza e realismo (con ovvia concessione sul finale assai poco probabile) da chiudere gli occhi, ma che mantiene benissimo la suspense per tutta la durata del film. Perché in definitiva si tratta di un decente prodotto di intrattenimento, privo di moralismi o didascalie fuorvianti, e pur sapendo che non entrerà negli annali della storia del cinema, riesce a risultare un godibilissimo survival movie a sfondo marino, sapiente nel sfruttare al meglio i classici ingredienti ed espedienti del genere, risultando apprezzabile anche da chi solitamente non ama il suddetto genere cinematografico.
Poiché nonostante la scarsa originalità per il genere, tra "monster movie" e "survival", il film propone ottime soluzioni sia visive che di intrattenimento per sviare dalle soluzioni già viste, che non aggiunge (in termini di sintesi) nulla di nuovo a quanto già pontificato da tanti altri (non solo dal bellissimo Lo Squalo, anche Blu Profondo o Open Water, lasciando stare Sharknado) ma rielabora, aggiusta, modella e (ri)definisce agli anni moderni (esemplare, a tale esempio, l'uso dello split screen mediante smartphone o quello della videocamera GoPro, in stile Hardcore!) una storia eterna, la classica lotta di Davide contro Golia, intelligenza contro istinto, sottile astuzia contro forza bruta. Ma nonostante ciò ed il forte sentore del "già visto" la tensione si mantiene tangibile grazie ad alcune valide idee di regia che, supportate da una buona fotografia che risalta la bellezza selvaggia dell'ambientazione e da una scrittura onesta e lineare, che fa il suo dovere e senza troppe presuntuosità, riuscendo a tenere alta la curiosità e l'attenzione. L'unica piccola cosa che mi ha lasciato infelice invece è la breve durata del film, lo confesso, avrei preferito che durasse di più, ma semplicemente perché è proprio ben fatto, anche se avrei certamente eliminato la storia della Mamma (e del padre preoccupato) o quelle "immagini" al telefono troppo "moderne", ma questo è in ogni caso un prodotto fresco e ben congegnato che intrattiene ed esce a testa alta nonostante le tiepide aspettative con il quale veniva accolto. In conclusione quindi, Paradise Beach, è un riuscito survival movie, dove la protagonista (sexy e bellissima) è brava e riesce da sola a sostenere l'intero film (azzeccata è infatti Blake Lively, piuttosto convincente nella parte), film indicato per chi vuole concedersi una serata all'insegna del disimpegno ma non disdegna anche una buona dose di tensione. Voto: 7+