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venerdì 17 luglio 2020

La mia vita con John F. Donovan (2019)

Titolo Originale: The Death and Life of John F. Donovan
Anno e Nazione: Canada, Regno Unito 2019
Genere: Drammatico
Produttore: Nancy Grant, Xavier Dolan
Lyse Lafontaine, Michel Merkt
Regia: Xavier Dolan
Sceneggiatura: Xavier Dolan, Jacob Tierney
Cast: Kit Harington, Natalie Portman, Ben Schnetzer, Jacob Tremblay
Susan Sarandon, Jared Keeso, Kathy Bates, Thandie Newton
Chris Zylka, Amara Karan, Sarah Gadon, Ari Millen
Emily Hampshire, Michael Gambon, Dakota Taylor
Durata: 120 minuti

Xavier Dolan dirige Kit Harington e Natalie Portman in un'opera sul tema del divismo.
Un giovane attore ripercorre il suo controverso rapporto epistolare con una star della televisione.

martedì 31 marzo 2020

Boy Erased - Vite cancellate (2018)

Titolo Originale: Boy Erased
Anno e Nazione: USA 2018
Genere: Drammatico, Biografico
Produttore: Joel Edgerton, Kerry Kohansky-Roberts, Steve Golin
Regia: Joel Edgerton
Sceneggiatura: Joel Edgerton
Cast: Lucas Hedges, Nicole Kidman, Russell Crowe, Joel Edgerton, Joe Alwyn, Xavier Dolan
Troye Sivan, Britton Sear, Théodore Pellerin, Cherry Jones, Flea, David Joseph Craig
Durata: 110 minuti

Nicole Kidman, Lucas Hedges e Russell Crowe in una sconvolgente storia vera tratta dalla biografia di Garrard Conley.
Il figlio adolescente di un predicatore dell'Arkansas confessa la propria omosessualità ai genitori, che lo costringono a partecipare a una terapia di conversione.

venerdì 11 ottobre 2019

Martyrs (2008)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 10/10/2019 Qui
Tema e genere: Controverso film francese diretto da Pascal Laugier, un horror definito come il più innovativo degli anni 2000.
Trama: Lucie è ormai scomparsa da un anno, quando viene ritrovata mentre cammina lungo una strada, in stato catatonico, incapace di ricordare cosa le sia successo. La polizia scopre il luogo dove la ragazza è stata rinchiusa, un vecchio mattatoio abbandonato. Tuttavia Lucie non presenta alcun segno di abuso sessuale o di violenza. Quindici anni dopo, si trova in una casa in mezzo alla foresta, ha un fucile in mano, e uccide un uomo.
Recensione: Fastidioso, malato, stomachevole, ma anche intrigante, geniale, differente sono alcuni degli aggettivi coi quali i migliori divoratori di horror che conosca hanno definito Martyrs e cosicché che alla fine ho deciso di cimentarmi anch'io nella visione dell'horror più innovativo degli anni 2000. Premetto di amare il genere e di essere un piccolo fan dei "torture porn", ma questa pellicola proprio non mi ha convinto fino in fondo. Però confermo, l'opera non lascia lo spettatore indifferente e, cosa non da poco, più che la paura, la somatizzazione entra nella stanza accompagnata da una sensazione di fastidio che potrebbe mettere a disagio anche i più indomiti e/o insensibili polimorfi, non io, anche se, tra risatine isteriche, sussulti sulla sedia e pruriti improvvisi, tutto mi è capitato, anche che gli snack diventassero meno gustosi. E tuttavia nessuna scena è davvero devastante, in Hostel (o nell'altro capostipite dell'horror francese moderno, Frontiers), per fare un esempio, troviamo sequenze molto più disgustose e aberranti. In ogni caso, cos'è Martyrs, presentato all'epoca a Cannes, dove molte polemiche suscitò, è il frutto di una mente curiosa di approfondire la psiche umana (e l'anatomia), oppure il regista è l'ennesimo pazzo scatenato che vuole dimostrare a sé stesso e a chi è a caccia di nuovi brividi di essere bravo nel destabilizzare l'essere umano? O, forse, è solo il gioco perverso di qualcuno che per guadagno non disprezza fare leva sulle comuni paure? Insomma, il dubbio che l'autore (Pascal Laugier) vada oltre lo scibile per pura, semplice, atavica voglia di emergere sorge e che abbia un secondo e (forse) poco nobile fine pare probabile, soprattutto per la scelta di mostrarci tutti gli stadi che portano l'essere umano dal pieno delle facoltà mentali e dalla buona salute al morire di stenti e dolore sviluppando uno stato di grazia degno di approfondimento scientifico.

giovedì 22 agosto 2019

7 sconosciuti a El Royale (2018)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 21/08/2019 Qui
Tema e genere: Film corale dall'impronta decisamente pulp, un thriller drammatico di Tarantiniana memoria.
Trama: Sette sconosciuti, ognuno con un segreto da seppellire, si incontrano al El Royale, un fatiscente hotel dall'oscuro passato sul lago Lahoe. Nel corso di una fatidica notte, tutti avranno un'ultima occasione di redenzione prima che tutto vada all'inferno.
Recensione: All'El Royale si può scegliere di soggiornare in California o in Nevada, dato che il motel, un tempo rifugio di gente dello spettacolo, mafiosi, politici e ricconi, si trova esattamente a metà tra i due stati e una linea rossa segna il confine nel bel mezzo della hall di ingresso. È il 1969 e qui si ritrova una strana serie di personaggi, tutti con qualche segreto, come del resto il luogo che li ospita. Un venditore di aspirapolvere dalla curiosità sospetta, un prete con problemi di memoria (un memorabile Jeff Bridges), una corista di colore in cerca del successo da solista, una hippy dai modi bruschi che si trascina dietro un sacco dal contenuto poco chiaro e un fucile. Ad accoglierli solo un giovane concierge che combatte i suoi incubi in modi poco ortodossi e che di sicuro sa più di quello che dice. A loro, più avanti, si unirà il carismatico leader di una setta (Chris Hemsworth, davvero inquietante e convincente anche lontano dai suoi ruoli di supereroi). La trama del film di Drew Goddard (un amante degli esercizi di stile e delle citazioni, come aveva già dimostrato in Quella casa nel bosco) è un complesso gioco di incastri di destino tra personaggi tutti in cerca di qualcosa e disposti a tutto per ottenerlo. L'approccio metanarrativo e sofisticato del regista, del resto, sfrutta tutti gli espedienti stilistici a disposizione (voce narrante, suddivisione in capitoli, scene che si ripetono da punti di vista differenti) per mantenere un registro che appare più ironico che drammatico a dispetto della violenza e degli orrori che ben presto iniziano a susseguirsi. L'anno in cui la vicenda si svolge (a parte un breve prologo) è il 1969 e il regista sfrutta a piene mani gli spunti della cronaca: dalle sette assassine nello stile di Charles Manson, alle cospirazioni politiche, dalle tensioni razziali e tra i sessi alla criminalità organizzata. Il tutto mescolato in un crescendo di colpi di scena, rivelazioni e morti a sorpresa dal tono sempre più truculento. Raccontare nel dettaglio la storia significherebbe prima di tutto disinnescare il gioco di intelligenza che resta alla fine il maggior pregio del film, un po' latitante invece sul piano del coinvolgimento emotivo, a dispetto del gran cast che schiera e le situazioni estreme che le backstory rivelano poco alla volta. Il film ricorda a tratti (anche nel florilegio verbale) la filmografia di Quentin Tarantino, senza mai raggiungere analoga brillantezza e forza dirompente, forse perché resta sempre il sospetto che anche i temi più sociali e politici siano più che altro un pretesto. Ciò non toglie che, una volta partito il jukebox (e la colonna sonora, complice la professione di cantante di una dei protagonisti, è davvero fenomenale), non si smetta mai di ballare, fino all'escalation finale, una resa dei conti che sfiora il patetico senza affogarci dentro e regala qualche momento di emozione vera.

mercoledì 22 maggio 2019

È solo la fine del mondo (2016)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 30/04/2018 Qui - Il teatro al cinema molto spesso non funziona. Ma attori bravissimi e un regista capace riescono nell'impresa a volte di renderlo piacevole. E' questo il caso di È solo la fine del mondo (Juste la fin du monde), sesto film del giovanissimo e prolifico regista canadese Xavier Dolan (con una ricca esperienza come attore, carriera iniziata da bambino: ma stavolta non recita come in altri suoi film), premiato al Festival di Cannes 2016 con il Gran Prix du Jury e trasposizione del testo omonimo del drammaturgo francese Jean-Luc Lagarce, morto di Aids a 38 anni. Questo film del 2016 infatti, dalla struttura prettamente teatrale (e nonostante la stessa che spesso non sopporto) è un film teso e ossessivo, che sembra guardare a grandi classici del passato pur aggiornandoli a temi e umori contemporanei, parecchio interessante. Anche se quest'ultima sua opera appare estremamente cupa e disperata, quasi senza speranza, dove il concetto di famiglia ne esce drammaticamente frantumato. Nel microcosmo rappresentato difatti, quello del classico figliol prodigo che ritorna a casa dopo dodici anni di assenza ma solo per comunicare alla famiglia (madre, fratello maggiore, sorella minore e cognata mai conosciuta prima) la sua imminente morte (ma senza riuscire tuttavia a dirglielo, anche perché questo è un film di sguardi e silenzi), la famiglia esce come un ambiente chiuso e oppressivo dove ci si ripete parole addosso senza capirsi e dove le buone intenzioni degli uni sono contraddette dalla distruttività di uno. Certo, il personaggio interpretato (bene, come sempre) da Vincent Cassel sembra soffrire di patologie tutte sue, che lo portano sempre sul punto di rottura, e tutti i personaggi sembrano preda di sentimenti "sovreccitati" anche quando non riescono a esprimerli. Ma al tempo stesso equivoci, nevrosi, rancori, segreti e limiti acquistano anche tratti di universalità: è facile farsi male, anche tra persone che si vogliono bene. Ne esce un film claustrofobico e forse "per pochi", oltre la cerchia dei cinefili.

mercoledì 9 gennaio 2019

Mommy (2014)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 19/07/2016 Qui - Mommy è l'ultimo straordinario film (visto da me) dell'enfant prodige canadese Xavier Dolan, un regista che ultimamente sta riscuotendo consensi, e guardando questo film impegnativo, inquietante e controverso che costituisce una riflessione sulla malattia mentale, sulla sua difficoltà di cura e sulla problematicità del conviverci, si capisce il perché. Perché il bravo Xavier a soli venticinque anni, e con un (bel) po' di sana incoscienza (abbastanza inevitabile), scrive e dirige queste montagne russe di emozioni che mischiano tocchi di commedia, in maggioranza nella prima parte, e scene grondanti melodramma che dominano il tratto conclusivo, utilizzando schemi e situazioni che finiscono per alternare il teatro da camera a tocchi di pura estetica pop in cui una colonna sonora estremamente variegata nel tempo e nello spazio gioca un ruolo fondamentale. Ma se all'incoscienza di cui sopra si unisce una capacità di fare cinema che combina una notevole perizia a una delicata sensibilità, l'accumulo di elementi eterogenei finisce per risultare in un amalgama talmente coinvolgente da far soprassedere sui difetti che pure ci sono. Mommy infatti non è un film perfetto (anche perché il regista è assai più interessato allo sviluppo di personaggi e sentimenti che alla coerenza nello svolgimento della storia), ma sa emozionare nel profondo a un livello tale che forse la perfezione non permetterebbe di raggiungere. Questo grazie a tanti accattivanti e originali stratagemmi che insieme alla trama (non particolarmente spettacolare) formano le basi di un film (del 2014) veramente bello ed emozionante e neanche così lento o noioso come ci si aspetterebbe. Poiché a prescindere dagli aspetti tecnici, per testimoniare la bravura del regista basterebbe la sola considerazione di come una trama infatti (davvero) esilissima venga trattata per due ore e un quarto senza un attimo di cedimento o un calo di tensione.