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martedì 30 giugno 2020

L'immortale (2019)

Titolo Originale: L'immortale
Anno e Nazione: Italia 2019
Genere: Gangster, Drammatico
Produttore: Riccardo Tozzi, Marco Chimenz
Gina Gardini, Giovanni Stabilini
Regia: Marco D'Amore
Sceneggiatura: Marco D'Amore, Leonardo Fasoli
Maddalena Ravagli, Francesco Ghiaccio, Giulia Forgione
Cast: Marco D'Amore, Salvatore D'Onofrio, Giuseppe Aiello
Giovanni Vastarella, Marianna Robustelli, Martina Attanasio
Gennaro Di Colandrea, Nello Mascia, Aleksej Gus'kov, Salvatore Esposito
Durata: 113 minuti

Grande successo nelle sale per il film diretto e interpretato da Marco D'Amore che racconta la storia personale di Ciro di Marzio, uno dei grandi protagonisti di "Gomorra - La serie".

giovedì 28 novembre 2019

L'eroe (2019)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 28/11/2019 Qui
Tema e genere: L'opera prima di Cristiano Anania con protagonista Salvatore Esposito, racconta la parabola della debolezza umana divisa tra etica e interesse.
Trama: Giorgio è un mediocre ma ambizioso giornalista trentenne. La sua vita cambia bruscamente quando il direttore del giornale decide di trasferirlo in una redazione di provincia. Proprio quando crede di aver trovato la sua nuova dimensione di vita, il direttore del giornale annuncia a Giorgio il suo licenziamento. Solo lo scioccante rapimento per mano di ignoti del nipote del più importante imprenditore locale restituirà a Giorgio il suo lavoro di corrispondente.
Recensione: Bisogna innanzitutto dire che questo ambizioso giallo dalle tinte noir, non convince propriamente del tutto, e poi bisogna dire che quel non del tutto non basta a salvare il film, come non basta la bravura ed il talento di attore di Salvatore Esposito. Quest'ultimo infatti, che si porta il film sulle spalle, è sicuramente efficace nel disegnare per sottrazione un personaggio alquanto enigmatico, chiuso, però non per questo poco comunicativo o noioso, peccato che il film per quanto permeato di idee ed intenzioni anche interessanti, alla fin fine non dona assolutamente nulla allo spettatore, se non confusione, disagio e perplessità di fronte ad un iter narrativo confuso e ben poco strutturato. Di base il problema più grosso di L'eroe è proprio nel manico, nella regia che appesantisce e soffoca una sceneggiatura di per sé non esattamente raffinata o ben strutturata, piena (per carità) di buone intenzioni che però rimangono tali. I personaggi sono tutti alquanto prevedibili, forzati, le situazioni narrative, i dialoghi appaiono sovente illogici e non approfonditi, la stessa messa in scena di per sé assomiglia a certi prodotti televisivi di scarso valore che ammorbano i nostri palinsesti. Il tutto sicuramente viene poi appesantito da una colonna sonora alquanto roboante e che sa di déjà-vu ogni minuto che passa, vanificando il bel montaggio e la fotografia. Il cast si muove quasi sempre con passo malfermo: d'altronde è difficile, da personaggi così scarni, trarre una qualsivoglia performance che ne esalti un contenuto che, in questo caso, manca già di partenza. Abbiamo la giovane bella ed ingenua (Marta Gastini, non nuova a film mediocri, come Bentornato Presidente), la donna di potere severa e mentitrice (Cristina Donadio, direttamente da Gomorra insieme al protagonista), la madre fragile (la Tiziana, Enrica Guidi de I delitti del BarLume), il meridionale pigro (Fabio Ferrari, storico protagonista de I ragazzi della 3ª C), lo scemo del villaggio (Vincenzo Nemolato), il capo malvagio (il sempre bravo Paolo Sassanelli), i carabinieri altezzosi e inefficienti (uno di questi interpretato da Pino Quartullo). Poco o nulla di nuovo sotto il sole.

giovedì 29 agosto 2019

Addio Fottuti Musi Verdi (2017)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 29/08/2019 Qui
Tema e genere: Lungometraggio (commedia) d'esordio delle webstar The Jackal.
Trama: Ciro è un grafico ultra-qualificato disoccupato. In cerca di lavoro, si ritrova a mandare un curriculum nello spazio, dove troverà attenzione da una società aliena sì meritocratica, ma anche strana e soprattutto ambigua, quali saranno le loro vere intenzioni?
Recensione: Il film che porta al cinema i The Jackal, collettivo di youtubers dallo strepitoso successo di popolarità e visualizzazioni, è una esilissima commedia di fantascienza che prova a ironizzare con brio sul precariato dell'Italia di oggi. Un proposito portato avanti facendo leva sullo sfrenato gusto ridanciano e sulla verve dissacrante e surreale tipica dei The Jackal e della loro massiccia presenza sul web, ma il risultato non è affatto all'altezza delle aspettative: come altri youtubers prima di loro, in primis i The Pills che in tal senso sono il caso più eclatante, gli autori e attori napoletani patiscono il salto dal canale YouTube al grande schermo. Non basta infatti costruire un'impalcatura di sterili e controproducenti ambizioni sci-fi, che sfiorano spesso il ridicolo, per dare ritmo e consistenza alle proprie gag, né si può pretendere che delle pillole, anche molto divertenti, destinate ad altre piattaforme funzionino al cinema senza costruire loro intorno un'idea di scrittura e una valida gestione dei tempi comici e delle situazioni. Gli interpreti, forti della loro ampia visibilità mediatica tra i teenager, non vanno però mai oltre a smorfie e ammiccamenti da show televisivo di bassa lega. Si fa fatica a trovare elementi validi in questo esordio sfasato e zeppo di stonature, che strappa pochissime e stiracchiate risate e prova a vivacchiare di scherzi vari e strizzatine d'occhio ai fan e ai propri stessi tormentoni. Rimane l'amaro in bocca dell'occasione persa, perché alcune trovate avrebbero potuto raggiungere la sufficienza in un contesto meno raffazzonato (su tutte il ruolo di Gigi D'Alessio, tutto da scoprire). I notevoli mezzi a disposizione si vedono nella buona qualità degli effetti speciali. Presenti in un piccolo ruolo congiunto anche Fortunato Cerlino e Salvatore Esposito. E quindi Addio Fottuti Musi Verdi non è la pellicola che ci si aspettava. Ironia, follia e tempi comici sono i grandi assenti di un esordio cinematografico che poteva essere un grande successo ma che, purtroppo, pecca di tanta, troppa inesperienza.

domenica 21 luglio 2019

I primitivi (2018)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 01/07/2019 Qui
Tema e genere: Questo film d'animazione del 2018 prodotto con l'incredibile tecnica della Stop motion ci racconta una storia di riscatto sociale, dove ci viene mostrato che non sempre il progresso tecnologico corrisponde esattamente ad un progresso sociale, anzi in alcuni casi è esattamente l'opposto.
Trama: I Primitivi racconta la storia di due mondi che si scontrano: quello pacifico dell'Età della Pietra e quello dell'Età del Bronzo, primo caso di industrializzazione dell'uomo. La necessità di nuove miniere porta il regime del Bronzo ad invadere le terre remote dei semplici abitanti di una valle verdeggiante e a requisirne le terre. Il protagonista, Dag, ottiene di sfidare l'oppressivo regime dell'Età del Bronzo in una partita a...calcio! Solamente vincendo la sfida contro la squadra più forte dell'Età del Bronzo, il Real Bronzio, i nostri eroi potranno tornare in possesso delle loro terre.
Recensione: Dopo Galline in Fuga, Wallace & Gromit: La maledizione del coniglio mannaro, Giù per il tubo, Pirati! e Shaun: Vita da pecora, gli Aardman Studios continuano la loro personalissima strada nell'animazione di qualità e lo fanno ancora insistendo sulla tecnica della stop motion (nel loro specifico, la claymotion, con pupazzi di plastilina), sempre dannatamente affascinante anche se ormai praticata pochissimo dagli studi cinematografici, visto l'impegno di tempo e manodopera che implica (ultimamente però qualcosa sta cambiando). Come accaduto in passato, anche I Primitivi predilige una storia semplice e immediata che possa arrivare con grande facilità a un pubblico di bambini, senza però andare mai a discapito dell'intrattenimento per adulti e così le situazioni divertenti e i personaggi sopra le righe sono sempre inseriti in contesti incredibilmente ben strutturati a livello narrativo e forti di un umorismo tipicamente britannico che fa sghignazzare a denti stretti anche l'adulto più smaliziato (anche se le trovate, sia nelle situazioni, nei protagonisti, negli elementi scenici e in alcuni giochi di parole, sono, ahimè, spesso non molto efficaci nella localizzazione in italiano). Tra gag talmente sceme da risultare irresistibili (molte con protagonista il cinghiale Grugno, fedele compagno di Dag, doppiato, si fa per dire, dato che non parla, dal regista stesso), con un masso cacciatore provetto, un coniglio impaziente di essere mangiato e una mamma primitiva pronta a mettere in imbarazzo il proprio figlio primitivo, il film di Nick Park (che fa sorridere più che ridere, data la leggerezza e la spensieratezza delle gag disseminate per tutto il film) si dirige presto in una direzione "nobile" che mette in evidenza la lotta per far valere i diritti degli oppressi. Oppressi che prendono immediatamente le sembianze dei cavernicoli dell'età della pietra, scacciati dalle proprie terre dalla "civiltà" che avanza inesorabilmente. Non di meno viene evidenziato il fondamentale apporto femminile alla società, a volte ingiustamente sottovalutato, come nel caso di Ginna, promettente calciatrice ma impossibilità a praticare il suo sport preferito in quanto le donne sono escluse dai campi di calcio. Tuttavia, e poiché la storia de I Primitivi è quasi un grande classico del cinema sportivo: un gruppo di sprovveduti è costretto a confrontarsi con una realtà che, sulla carta, pare davvero imbattibile, l'originalità è ben poca. Fortunatamente questo non è però un film che si basa sulla storia. Ciò che convince sono le trovate sceniche e quei piccoli pezzi di genio che spuntano qua e là nel film, autentiche firme d'autore.

lunedì 20 maggio 2019

Zeta (2016)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 18/04/2018 Qui - Questa è la storia di Alex in arte Zeta, giovane rapper che insieme ai suoi amici cerca di sfondare con la musica. Alex ci riesce ma il successo da alla testa e solo dopo alcuni imprevisti ed errori troverà la forza, nonostante le tante avversità, di capire sé stesso e ciò che vuole veramente. Con una costruzione lineare e schematica, che fa della divisione in tre atti una missione primaria, Zeta, film italiano del 2016 diretto da Cosimo Alemà, è facilmente collocabile nel filone del teen-movie musicale (d'ispirazione soprattutto anni '80) che così prepotentemente vuole omaggiare e rilanciare. Giacché l'idea alla base della pellicola, sicuramente radicata in un immaginario giovanile caratterizzato dalla ribellione adolescenziale, è la ricerca, smodata e forse superficiale, di un riscatto attraverso il canto e la musica, raccontata sì con molta semplicità e linearità, ma anche con una banalità e prevedibilità senza eguali. Il film di Alemà, infatti, segue una struttura ben riconoscibile che rispetta tutti i topoi del genere, e lo fa in maniera così certosina da risultare inevitabilmente telefonato e prevedibile per un pubblico minimamente alfabetizzato. Questo non è essenzialmente un male, visto che Zeta non ambisce a rivoluzionare nulla ma semplicemente a inserirsi onestamente in un percorso già avviato da altri, ma dà la sensazione di essere il classico prodotto fuori tempo massimo, arrivato senza un reale bisogno. Perché il film, vorrebbe ricordare Saranno famosi e Footlose, però vira spesso ne Il tempo delle mele sfociando così nel banale, ha comunque contenuti solidi e qualcosa di veramente importante da comunicare, ma con un coinvolgimento emotivo quasi a zero.

domenica 3 marzo 2019

Lo chiamavano Jeeg Robot (2015)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 20/03/2017 Qui - In una Roma quanto mai cupa e inquieta, minacciata da una serie di attentati dinamitardi, varie combriccole di malviventi si muovono nei bassifondi, contendendosi la gestione di traffici illeciti e arrabattandosi tra piccoli crimini e regolamenti di conti. Tra questi piccoli criminali c'è anche Enzo Ceccotti, ladruncolo schivo e solitario che un giorno, per sfuggire a due poliziotti che gli stanno alle calcagna si tuffa nel Tevere e entrando in contatto con alcune sostanze tossiche fuoriuscite da dei barili gettati sul fondo del fiume, si scopre in possesso di una forza e resistenza sovraumane. L'uomo, che vive da solo e non ha grandi aspirazioni per il futuro, finirebbe sicuramente col diventare un super-delinquente se il destino non gli facesse incontrare Alessia, una giovane ragazza sensibile e schietta, ma mentalmente instabile, ossessionata dal personaggio di Jeeg Robot d'acciaio (in omaggio alla serie manga e anime Jeeg robot d'acciaio di Gō Nagai, della quale il film riprende alcune tematiche), che Enzo salverà da una brutta situazione, con cui inizierà a stringere con lei un legame sempre più forte, portandolo pian piano dalla parte del bene. Enzo-Hiroshi però dovrà lottare contro la banda dello Zingaro, un cattivissimo Joker 'de noartri' disposto a tutto per raggiungere il potere e la fama. Una serie incredibile di colpi di scena e di trovate esilaranti condurrà i due rivali allo scontro finale, alla battaglia epica tra il bene e il male, dove naturalmente non potrà che trionfare il bene. Detta così, la storia raccontata dallo strepitoso esordio di Gabriele Mainetti sembrerebbe assurda e strampalata, cinematograficamente una follia, un azzardo destinato a un b-movie da dimenticare in fretta. Invece no, Lo chiamavano Jeeg Robot (film del 2015 diretto e prodotto da Gabriele Mainetti e scritto da Nicola Guaglianone e Menotti) è un film tanto coraggioso quanto riuscitissimo, un'opera geniale destinata a rappresentare un passaggio importante nella storia del cinema italiano. Apparentemente la struttura narrativa del film segue difatti l'archetipo classico del mito del supereroe, anche qui, infatti, un uomo qualunque riceve inaspettatamente dei super-poteri, ovviamente non senza difficoltà, attraverso una maturazione interiore in cui diventa consapevole della responsabilità che la nuova condizione esistenziale gli impone, ma non deve trarre in inganno perché l'opera prima del regista è un film duro, violento, malinconico, realistico, stratificato, che concede ben poca ironia e leggerezza rispetto ai blockbuster d'oltreoceano, piuttosto omaggia con nostalgia lo spirito più adulto e agrodolce dei manga nipponici, in cui l'eroe spesso e volentieri cammina su quella linea sottile che separa la giustizia dalla criminalità, il bene dal male, e spesso agisce volutamente nell'ombra, senza cercare né fama né gloria.