Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 28/02/2022 Qui - È stata la mano
di dio, del (presunto) dio del pallone, Maradona, a
salvare la vita di quello che sarebbe diventato uno dei registi italiani
più osannati e premiati (il che giustifica la scelta italiana per gli
Oscar 2022, candidatura prontamente ricevuta, chissà che vinca, ma spero
di no): Paolo Sorrentino, che nella finzione diventa
Fabio Schisa. Già, perché in quel giorno del 1987
(quando i suoi genitori andarono in Abruzzo, dove morirono asfissiati
dal monossido di carbonio emesso da una stufa) lui doveva assolutamente
recarsi allo stadio per veder giocare l'idolo della sua città. Ed è
proprio di questo che parla il film del regista partenopeo targato
Netflix, un'opera tra sogno e realtà. Peccato che a un film sulla carta
così intimo e personale, diviso tra i toni da commedia della prima parte
e quelli sepolcrali della seconda, manchi la "mano" di Sorrentino, non
bastando quella di dio. Non c'è quasi traccia delle sue invenzioni
spiazzanti, dell'uso straniante della musica, dei dialoghi sopraffini di
altre ben migliori sue opere. È stata la mano di Dio è un modesto romanzo
di formazione che certamente avrà avuto un valore
catartico per il regista, ma che non riesce a coinvolgere, nonostante la
parata di figurine grottesche disseminate qua e la, i tributi a Fellini
e ad Antonio Capuano e la ripresa di una Napoli notturna e tutt'altro
che da cartolina. Un po' riuscito, un po' noioso: sopravvalutato. Voto: 6
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lunedì 28 febbraio 2022
mercoledì 16 settembre 2020
Pinocchio (2019)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 16/09/2020 Qui - Matteo Garrone è uno dei più importanti registi italiani di oggi, ed è giusto attendere (anche e soprattutto dopo Dogman) tanto da un suo nuovo film, e le aspettative non vengono deluse. Nonostante non fossi entusiasta della sua scelta di riportare sullo schermo la fiaba di Carlo Collodi, nonostante non mi sia interessato al progetto come ai precedenti devo ammettere che, la pellicola mi ha piacevolmente sorpreso, perché, anche se resterà probabilmente un'opera minore nel percorso del regista come già lo era Il racconto dei racconti, al tempo stesso questo Pinocchio (vincitore di 5 David di Donatello a fronte di 15 candidature all'edizione 2020) può contare su qualità visive (nonché sonore) e di sostanza tutt'altro che disprezzabili. Purtroppo il regista sconta la circostanza di arrivare tardi a dirigere un adattamento fedele al libro che non può avvalersi della libertà di invenzione di altre versioni precedenti, e questo lo rende meno originale, meno memorabile nel complesso rispetto alla versione di Luigi Comencini, che resta probabilmente la migliore in assoluto pur essendo girata per la televisione. Il regista si avvale della collaborazione dell'attore Massimo Ceccherini per lo script, sicuramente fedele allo spirito e anche alla lettera, per quanto possibile, di Carlo Collodi: la narrazione si dipana in maniera episodica, in maniera abbastanza fluida, con alcune scelte insolite come la Fata Turchina sdoppiata in una versione da bambina e una da adulta. Alcuni personaggi come Mangiafoco fanno una comparsa piuttosto rapida e forse avrebbero necessitato di più spazio, in una galleria di comprimari dove spicca senz'altro il Geppetto reso da Roberto Benigni senza eccesso di istrionismo e con un calore umano sempre tangibile (bravissimo secondo me pure Teco Celio nei panni del Giudice Gorilla). Il Pinocchio che sta al centro del racconto non ha l'incisività e il colore di quello del 1972, ma il regista riesce comunque ad inscrivere il suo romanzo di formazione in una prospettiva moderna a cui giovano i numerosi tocchi realistici presenti soprattutto nella scenografia. E la fotografia riesce a disegnare con la luce quadri tutt'altro che privi di fascino e reminiscenze pittoriche che ammaliano l'occhio dello spettatore. Quindi nel complesso un film forse parzialmente risolto ma che merita sicuramente una visione. Voto: 7
Labels:
Avventura fantasy,
David di Donatello,
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Gigi Proietti,
Massimiliano Gallo,
Massimo Ceccherini,
Matteo Garrone,
Maurizio Lombardi,
Roberto Benigni,
Rocco Papaleo,
Romanzo
lunedì 1 luglio 2019
Gatta Cenerentola (2017)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 11/02/2019 Qui - Ispirandosi all'omonima fiaba di Giambattista Basile (contenuta ne Lo Cunto de li Cunti, stessa fonte che utilizzò qualche anno fa anche Matteo Garrone) e all'opera teatrale di Roberto De Simone, il regista Alessandro Rak e i suoi collaboratori (Ivan Cappiello, Marino Guarnieri e Dario Sansone), si servono di entrambe queste matrici per connotare (ed innestare sul terreno vagamente cyberpunk) una narrazione con toni fiabeschi e intermezzi musicali una interessante variazione della famosa favola, una variazione in salsa napoletana, grondante di sangue e malaffare. Una trasposizione moderna, capace di rendersi coinvolgente e appagante anche sotto il profilo visivo, con una grafica forse non eccelsa ma decisamente funzionante. Si segue bene, le canzoni non infastidiscono poiché sono accompagnate da immagini integrative, il ritmo è sciolto, il doppiaggio funziona nonostante l'intercalare partenopeo presente nei dialoghi, e tutto sembra andare in un'unica direzione che conduce a una discreta riuscita. Gatta Cenerentola infatti, film d'animazione del 2017 presentato alla 74a Mostra d'Arte Cinematografica di Venezia 2017 (nella sezione Orizzonti), che comunque presenta una storia del tutto diversa (che prende una piega diversa) da quella classica, è quello che si chiama innovazione, sia per la tecnica adottata nel realizzare personaggi e luoghi, sia per la forte caratterizzazione di tutte le sue componenti. Un buon prodotto, anche se poco adatto ai bambini visto la forza visiva di alcuni momenti e i temi trattati, che si avvale dell'uso di ologrammi fantascientifici, stilizzazioni ben fatte e architetture ispirate all'art déco. Ambientata in una Napoli cupa (i toni del film infatti sono prevalentemente freddi e "dark"), la storia, come già detto, è ben lontana da quella del classico Disney, nonostante piccoli riferimenti legati alle sorellastre e alla matrigna che sfrutta la protagonista, c'è ben poco di quella Cenerentola a cui ci hanno abituati sin da piccoli, eppure la pellicola non delude affatto, grazie all'ondata di freschezza che sembra aver portato nel cinema italiano dell'animazione e non, affrontando temi che difficilmente ci si aspetta dall'animazione (a parte alcuni).
Labels:
Alessandro Gassmann,
Animazione,
David di Donatello,
Dramma psicologico,
Marco Mario de Notaris,
Maria Pia Calzone,
Massimiliano Gallo,
Renato Carpentieri,
Thriller fantascientifico
lunedì 20 maggio 2019
Zeta (2016)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 18/04/2018 Qui - Questa è la storia di Alex in arte Zeta, giovane rapper che insieme ai suoi amici cerca di sfondare con la musica. Alex ci riesce ma il successo da alla testa e solo dopo alcuni imprevisti ed errori troverà la forza, nonostante le tante avversità, di capire sé stesso e ciò che vuole veramente. Con una costruzione lineare e schematica, che fa della divisione in tre atti una missione primaria, Zeta, film italiano del 2016 diretto da Cosimo Alemà, è facilmente collocabile nel filone del teen-movie musicale (d'ispirazione soprattutto anni '80) che così prepotentemente vuole omaggiare e rilanciare. Giacché l'idea alla base della pellicola, sicuramente radicata in un immaginario giovanile caratterizzato dalla ribellione adolescenziale, è la ricerca, smodata e forse superficiale, di un riscatto attraverso il canto e la musica, raccontata sì con molta semplicità e linearità, ma anche con una banalità e prevedibilità senza eguali. Il film di Alemà, infatti, segue una struttura ben riconoscibile che rispetta tutti i topoi del genere, e lo fa in maniera così certosina da risultare inevitabilmente telefonato e prevedibile per un pubblico minimamente alfabetizzato. Questo non è essenzialmente un male, visto che Zeta non ambisce a rivoluzionare nulla ma semplicemente a inserirsi onestamente in un percorso già avviato da altri, ma dà la sensazione di essere il classico prodotto fuori tempo massimo, arrivato senza un reale bisogno. Perché il film, vorrebbe ricordare Saranno famosi e Footlose, però vira spesso ne Il tempo delle mele sfociando così nel banale, ha comunque contenuti solidi e qualcosa di veramente importante da comunicare, ma con un coinvolgimento emotivo quasi a zero.
domenica 24 febbraio 2019
Io e lei (2015)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 02/02/2017 Qui - Parlare di Io e lei, film del 2015 diretto da Maria Sole Tognazzi, è davvero difficile, ma non perché la storia non è interessante o perché l'argomento sarebbe censurabile, quanto per il fatto che il film ha davvero poco da dire nonostante il suo evidente tentativo di parlare di una tema alquanto spinoso come l'omosessualità sia da apprezzare. Un film che quindi risulta addirittura coraggioso di questi tempi in Italia, ma se il tentativo è modesto il risultato sarà mediocre. E infatti nonostante il film e la storia con estrema semplicità parli della convivenza e la crisi di una coppia gay al femminile, a complicare la situazione ci pensa la regista da sola, sia contribuendo ad alimentare il cliché della Buy-donna irrisolta che affiancandole in scena Sabrina Ferilli, quintessenza della femminilità prorompente e attrice di modesta caratura. Ambienti ultra-borghesi, stereotipi a gogò (dal domestico filippino con "vizietto", probabile omaggio a papà Ugo), alla canzone della Rettore, icona gay, fino ai maschi con la crisi di mezza età che o si mettono con delle ragazzine o passano le giornate a guardare il calcio in tv, e anche una rappresentazione di Roma che nemmeno in un dépliant della pro loco. A poco serve aver reclutato un'attrice di rango come Margherita Buy, costretta a indossare con qualche imbarazzo di troppo i panni di apolide dei sentimenti che già aveva calzato nel precedente film con la Tognazzi, Viaggio sola. La Ferilli dal canto suo (sempre più imbolsita), pur con una recitazione spesso sopra le righe (e a volte inguardabile), finisce per sovrastarla calcando sul pedale del vernacolo e delle sfumature espressive. Ma soprattutto la coppia non c'azzecca, e il cast, che comprende Ennio Fantastichini, Fausto Maria Sciarappa e Domenico Diele, fa quello che può per ribaltare le sorti in meglio. Ma non basta a salvare un film perbenista dove tutto suona fasullo e il compitino sulla legittimità della coppia saffica viene eseguito a colpi di cliché. Voto: 4,5
sabato 19 gennaio 2019
Si accettano miracoli (2015)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 29/08/2016 Qui - Premesso che il precedente film "Il principe abusivo" non ha destato in me un particolare entusiasmo, con l'attuale Si accettano miracoli (anch'essa del 2015) ho avuto la netta impressione che finalmente Alessandro Siani (alla sua seconda prova da regista) ha trovato il perfetto equilibrio, nonché la sua personale maturità artistica, nel mettere insieme la sua personalità di attore comico con quella di regista. Peccato però che molte lacune di questo film vengono subito a galla nonostante il film mi sembra ben delineato ad esempio per quanto concerne certi riusciti aspetti della scenografia, nonché un tipo di interpretazione diretta, vivace e senza alcune acerbe sbavature che avevano caratterizzato la sua opera prima e che, comunque, nell'insieme, sembra cogliere perfettamente lo scopo, ossia quello di far ridere grazie ad un humour semplice ma ormai già ben solido. Siani ha insomma, con questa pellicola, dimostrato di essere portatore di una comicità propria anche se il paragone con Massimo Troisi è sempre dietro l'angolo, soprattutto perché la comicità strabordante del principe abusivo, spesso rafforzata da un uso disinvolto del dialetto, rimane molto sfumata in questo film dove Siani sfuma i toni. Non ci si tiene la pancia dal ridere, come nei due film con Bisio, il registro è diverso, anche perché il partner è diverso. Fabio De Luigi rallenta il ritmo e non dà la verve che, invece, garantiva il suo ex-collega. Il clima è il solito, irriverente, burlesco nel raccontare un Italia migliore di come molti la vogliono, e incantato nel descrivere la solita storia d'amore che, al solito, bene finirà. Ma veniamo alla trama, un giovane rampante che (non si capisce come) ha ottenuto il lavoro dei sogni in una multinazionale con sede nel futuristico centro direzionale di Napoli, viene licenziato e, (dopo essere finito in carcere per aver picchiato il proprio superiore), di colpo, si trova nel 1900, si perché nel suo piccolo paesino di origine, viene affidato al fratello, da anni parroco del paese, dove il tempo sembra essersi fermato a prima della Grande Guerra. Costretto in un luogo lontano da ogni modernità Fulvio decide di aiutare la chiesa locale in crisi di fondi inventandosi un miracolo: fa credere a tutti che la statua del santo piange. Accorrono così turisti e pellegrini riempiendo le tasche degli esercizi locali fino a che il Vaticano non decide di mandare qualcuno a certificare l'evento, momento in cui Fulvio dovrà confessare la truffa e tutto il paese si armerà per convincere gli inviati della Santa Sede della veridicità del miracolo inventato. Come detto in precedenza in questo comunque divertente film c'è qualcosa che non va, nonostante il film raggiunga pienamente il suo scopo, ovvero essere vivace, essere umoristico e tutto ciò senza scadere mai nella volgarità gratuita o nel banale, per una volta infatti, non si ride con battutacce piene di parolacce, volgarità e altre oscenità.
martedì 25 settembre 2018
Perez (2014)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 14/09/2015 Qui - Demetrio Perez è un famoso avvocato penalista napoletano che anni prima era considerato uno dei migliori nel suo campo, ma essendosi fatto troppi nemici, adesso si è ridotto a fare l'avvocato d'ufficio. La sua vita comincia ad andare a rotoli quando sua figlia Tea si innamora follemente di Francesco Corvino, figlio di un boss della camorra. Nonostante la riluttanza di Perez, Francesco afferma di essere sinceramente innamorato di sua figlia. Luca Buglione, boss di un clan rivale dei Corvino, capendo di essere arrivato al capolinea, decide di costituirsi, facendosi rappresentare da Perez e stringendo con lui un accordo: se l'avvocato avesse recuperato per lui una partita di diamanti di contrabbando, egli avrebbe testimoniato come pentito a sfavore di Francesco. Perez accetta e si reca nel posto stabilito insieme al collega Ignazio Merolla, recuperando i diamanti dallo stomaco di un toro. Francesco, incriminato per l'omicidio a sangue freddo di una coppia di anziani, si vede costretto ad organizzare una fuga in Spagna. Quando però scopre che Perez è l'avvocato del boss rivale, il suo atteggiamento cambia completamente: prende in ostaggio lui e sua figlia perché lo portino nella località segreta dove Luca Buglione viene tenuto sotto protezione come collaboratore di giustizia. Buglione stabilisce un incontro notturno con l'avvocato per farsi consegnare i diamanti: Francesco va con Perez e Tea all'appuntamento e, approfittando del buio della notte, tenta di sparare di sorpresa al boss rivale ma Perez lo investe, uccidendolo.
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