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martedì 20 agosto 2019

Napoli velata (2017)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 19/08/2019 Qui
Tema e genere: Thriller drammatico con venature noir dai toni melodrammatici, un'opera che vive tutta in quel limbo in cui realtà, sogno e ricordo si incrociano fino quasi a confondersi.
Trama: Una notte di passione, una scomparsa misteriosa: chi è l'uomo di cui Adriana si è innamorata in modo così repentino e travolgente?
RecensioneNapoli velata, l'ultimo film di Ferzan Ozpetek, uscito pochi mesi dopo Rosso Istanbul (che non ho visto), è un giallo molto sui generis, ambientato in una Napoli epicentro di magie e superstizioni paganeggianti, amori e odi. C'è molta carne al fuoco, tanti personaggi (e attori noti: ma tra tutti si distingue solo Peppe Barra, parecchio sprecati vari interpreti tra cui una grande attrice come Lina Sastri), colpi di scena e ambienti attraenti o inquietanti. Ne si può rimanere affascinati o intontiti, oppure vagamente irritati per le tante false piste e le numerose "citazioni" che sfociano nel modello da cui non ci si riesce a distanziare: alcune soluzioni, che vorrebbero stupire, lasciano perplessi in quanto utilizzate fin troppo spesso (ma evito di dare dettagli per non rovinare la sorpresa), flashback rivelatori compresi. Ne risulta un giallo-melò come sempre molto ambizioso (e pieno di simboli da decifrare) ma, come altrettanto spesso avviene al regista turco ormai italianizzato, anche al di sotto delle promesse. La passione iniziale, al netto di una chimica tra la pur brava Giovanna Mezzogiorno e l'emergente Alessandro Borghi che rimane solo sulla carta, lascia il passo a una città appunto magica e superstiziosa (con tanto di santona che sembra uscire da un film di parodia) che dovrebbe almeno ribollire di umori, e che invece ha il suo riflesso in una curiosa freddezza di stili e ambienti, spesso bui, come gli interni (case, musei, negozi) pieni di mobili, oggetti da antiquario, arredi d'arte e così via. L'occhio degli esteti ne è a tratti appagato, anche l'orecchio per una colonna sonora inconsueta, ma l'aggancio a una narrazione più che farraginosa richiede una notevole forza di volontà. Il giallo non si addice agli autori, questo si sa, ma forse Ferzan Ozpetek, ottimo regista per stile e anche dalla buona direzione degli attori, dovrebbe curare maggiormente le proprie sceneggiature (e magari scegliersi co-sceneggiatori più rigorosi e "aggiornati"), perché è vero che le storie indefinite e sospese possono intrigare, ma fino a un certo punto. A tirar troppo la corda, e continuando a sfornare film eleganti ma inerti come Napoli velata (e a tratti noiosi), il rischio è disperdere il capitale di stima guadagnatosi con i primi film. E suggerire il sospetto che, comunque, il proprio percorso abbia già dato le sue prove più interessanti. E' un bel film, intendiamoci: non si esce troppo delusi dalla visione (se non per un finale che si sarà costretti a non capire mai, se non sventolandosi con le piume di struzzo di una "magicalità" non ben definita), però Ferzan Ozpetek esagera nella sua autoreferenzialità, ed alla fine quello che rimane è un film dal potenziale inespresso alquanto insoddisfacente nel suo complesso, che nonostante i pregi tecnici non convince appieno.

lunedì 1 luglio 2019

Gatta Cenerentola (2017)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 11/02/2019 Qui - Ispirandosi all'omonima fiaba di Giambattista Basile (contenuta ne Lo Cunto de li Cunti, stessa fonte che utilizzò qualche anno fa anche Matteo Garrone) e all'opera teatrale di Roberto De Simone, il regista Alessandro Rak e i suoi collaboratori (Ivan CappielloMarino Guarnieri e Dario Sansone), si servono di entrambe queste matrici per connotare (ed innestare sul terreno vagamente cyberpunk) una narrazione con toni fiabeschi e intermezzi musicali una interessante variazione della famosa favola, una variazione in salsa napoletana, grondante di sangue e malaffare. Una trasposizione moderna, capace di rendersi coinvolgente e appagante anche sotto il profilo visivo, con una grafica forse non eccelsa ma decisamente funzionante. Si segue bene, le canzoni non infastidiscono poiché sono accompagnate da immagini integrative, il ritmo è sciolto, il doppiaggio funziona nonostante l'intercalare partenopeo presente nei dialoghi, e tutto sembra andare in un'unica direzione che conduce a una discreta riuscita. Gatta Cenerentola infatti, film d'animazione del 2017 presentato alla 74a Mostra d'Arte Cinematografica di Venezia 2017 (nella sezione Orizzonti), che comunque presenta una storia del tutto diversa (che prende una piega diversa) da quella classica, è quello che si chiama innovazione, sia per la tecnica adottata nel realizzare personaggi e luoghi, sia per la forte caratterizzazione di tutte le sue componenti. Un buon prodotto, anche se poco adatto ai bambini visto la forza visiva di alcuni momenti e i temi trattati, che si avvale dell'uso di ologrammi fantascientifici, stilizzazioni ben fatte e architetture ispirate all'art déco. Ambientata in una Napoli cupa (i toni del film infatti sono prevalentemente freddi e "dark"), la storia, come già detto, è ben lontana da quella del classico Disney, nonostante piccoli riferimenti legati alle sorellastre e alla matrigna che sfrutta la protagonista, c'è ben poco di quella Cenerentola a cui ci hanno abituati sin da piccoli, eppure la pellicola non delude affatto, grazie all'ondata di freschezza che sembra aver portato nel cinema italiano dell'animazione e non, affrontando temi che difficilmente ci si aspetta dall'animazione (a parte alcuni).

martedì 18 giugno 2019

Benedetta follia (2018)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 15/11/2018 Qui - Togliamoci il dente subito: siamo lontani anni luce dalla produzione aurea di Carlo Verdone. Siamo ad un altro livello, indubbiamente più basso, differente nelle dinamiche comiche e nella realizzazione dei personaggi. In tal senso è certo che se si guarda il film con questa consapevolezza si riesce ad apprezzare una commedia sentimentale leggera che scorre fluida e senza particolari spunti comici, e comunque gradevole (più o meno) nella sua semplicità, ma obbiettivamente è la solita commedia mediocre dell'ormai ex grande caratterista Romano degli anni '80, che da anni a questa parte ha definitivamente perso la bussola e la propria verve comica e registica, anche perché Benedetta follia, film del 2018 diretto da Carlo Verdone, con protagonisti lo stesso Verdone e Ilenia Pastorelli, non propone niente di originale, già formule simili, di contrasto e simpatia, tra opposti si erano viste in altri film del regista romano, come "Maledetto il giorno che t'ho incontrato", o "Io Io, Lara e loro"  e "Posti in piedi in Paradiso", con risultati altalenanti, ma stavolta Verdone, come purtroppo gli capita sovente negli ultimi tempi, non riesce a lasciare il segno, i personaggi sono tratteggiati in modo troppo grottesco e caricaturale, malgrado l'ottima performance della Pastorelli, che dimostra anche un buon "feeling" con Verdone. Il problema è però riscontrabile soprattutto nella storia, troppo sfilacciata, frammentaria e stiracchiata, in più la sceneggiatura zoppica, peraltro, la scena musicale "allucinata", anche se tecnicamente valida e con coreografie accurate, resta avulsa rispetto alla trama. Una trama che, raccontando di Guglielmo che, proprio il giorno del loro anniversario (sono sposati da venticinque anni) viene a sapere dalla moglie del tradimento di quest'ultima con la commessa di Guglielmo, e che quindi avendo perso moglie e commessa, egli offre il posto di lavoro (nel suo negozio ecclesiastico) a Luna, ragazza romana con problemi di denaro, e che dopo un inizio problematico, quest'ultimi riescono ad entrare in simbiosi, sia a lavoro che nella vita privata, al punto che lei lo aiuta a cercare una nuova compagna (anche se con risultati spesso tragicomici), dopo un inizio abbastanza inusuale ed interessante, inizia a sbracare.

venerdì 3 maggio 2019

La cena di Natale (2016)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 30/01/2018 Qui - La cena di Natale (Commedia, Italia 2016): L'inutile sequel del mediocre Io che amo solo te è, al pari del precedente, anzi più del primo, l'ennesimo esempio stereotipato e banale di un'Italia che, cinematograficamente a volte, non sa più cosa inventarsi. La bellissima cittadina pugliese di Polignano a Mare, la serenità dell'atmosfera e dei personaggi infatti, non sorreggono una pellicola del tutto priva di una storia, piatta, monotona e scontatissima. In più il film, ambientato durante le feste natalizie, e con lo stesso mediocre regista Marco Ponti, con lo stesso cast (compreso Riccardo Scamarcio), con aggiunta la presenza della zia Veronica Pivetti, che si riallaccia alle vicende lasciate in sospeso nel primo capitolo, non cambia, ad eccezione di qualche piccola variante comunque retorica, le tematiche e le dinamiche, risultando però ancora più superficiale e inverosimile. Anche perché La cena di Natale è inconcludente, e soprattutto, poco interessante, poco dinamico e poco simpatico, dove dialoghi e scenette non suscitano nessuna grande ilarità né sentita partecipazione. Voto: 4,5

lunedì 11 marzo 2019

Dobbiamo parlare (2015)

Mini Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 31/05/2017 Qui - DOBBIAMO PARLARE (Commedia Italia 2015): Scialba e goffa imitazione di Carnage di Roman Polanski, questo film di Sergio Rubini, regista ed attore che in ogni caso mi piace tanto essendo mio conterraneo, proprio non funziona. La storia è semplice, due coppie che scoperti gli altarini di tutti ne diranno di cotte e di crude, ma il risultato è grottesco, non tanto nell'aver caricato eccessivamente in negativo i difetti di ambedue le coppie ed esagerato su alcune situazioni o alcuni comportamenti, quanto nel fatto che in una sola serata si finisce per rinfacciarsi l'impossibile ed il cinismo sembra avere il sopravvento su tutti gli altri sentimenti, anche quelli buoni. Certo, gli attori hanno indubbie capacità recitative, ma per colpa di troppe forzature, risulta mediocre la prova di Isabella Ragonese, non sufficientemente brillante quella di Fabrizio Bentivoglio e solo appena sufficiente quella di Maria Pia Calzone. E anche se i film basati principalmente sui dialoghi fa sempre piacere poterli gustare, questo si può tranquillamente non vedere. Poiché i contenuti sono scarni, triti e ritriti ma soprattutto, nonostante si lasci seguire fino alla fine perlomeno per vedere come andrà a finire, ha un finale poco comprensibile e la resa complessiva è davvero poca cosa. Si poteva fare di più. Voto: 5

domenica 24 febbraio 2019

Io che amo solo te (2015)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 02/02/2017 Qui - Ritengo che Io che amo solo te, film drammatico del 2015 diretto da Marco Ponti, liberamente ispirato dall'omonimo bestseller di Luca Bianchini, che ha inoltre aiutato nella sceneggiatura della pellicola, sia un film accattivante e patinato nella sua forma, sia per quanto riguarda il tipo di ambientazione, dove, la bellezza scenografica del paese di Polignano a mare (già teatro di tante produzioni nostrane e non), con il suo stupendo mare e con i suoi vicoli caratteristici, non può non ammaliarci e sia per la presenza degli attori che conferiscono soprattutto a livello di presenza quel certo tocco in più a questa pellicola, la cui trama (abbastanza semplice), se provassimo a sradicarla dal resto, non ci apparirebbe poi tutto sommato particolarmente brillante. Infatti se gli scenari naturali sono magnifici, il film a dire il vero lascia un po' a desiderare, poiché nonostante questa commedia corale riesca a mantenere un buon equilibrio fra il tono e il ritmo brillanti tipici del genere, alla fine prevale un senso di incompiutezza, i personaggi e i vari intrecci sono condotti con abilità, ma anche con una certa dose di superficialità, e ci voleva un maggiore approfondimento in fase di scrittura (ad esempio, il legame fra Riccardo Scamarcio e la bellissima Laura Chiatti che sta al centro della scena non mi sembra che sia analizzato con particolare acume, ci poi sono diversi rivolgimenti e colpi di scena e si arriva ad un finale che sembra un po' volenteroso). Dato che il film si svolge in due giorni, due giorni in cui, tra segreti svelati, amori mai dimenticati, parenti nordici e galeotti, Chiara e Damiano imparano cos'è davvero l'amore. Il film evidenzia pertanto il sottile contrasto tra il rapporto dei due giovani sposi, i quali non sembrano, almeno inizialmente, convinti del loro passo e l'amore interiorizzato e mai effettivamente realizzato dei rispettivi genitori Mimì (padre di lui, un eccelso Michele Placido) e Ninella (madre di lei, una brava Maria Pia Calzone).