Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 31/05/2023 Qui - Roberto Andò (regista de Il bambino nascosto) sperimenta l'ardito accostamento tra la coppia comica Ficarra & Picone e il grande Toni Servillo, qui a rappresentare Pirandello in una parte defilata rispetto alla centro della narrazione. Il risultato è interessante, senza dubbio assolutamente sufficiente, ma un film che si poggia troppo, a tratti esclusivamente direi, sulle spalle dei due "comici", senza la cui verve crollerebbe tutto, mentre Servillo è al solito magistrale nel ruolo di Pirandello. Loro tre sono la vera bellezza di questo film, che per il resto vive del fascino di un racconto "semi-vero", alternando una prima parte godibile, briosa, affascinante, ad una seconda più cervellotica e noiosa. Curato, ricercato, in parte forzato, film imperfetto. Voto: 6
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mercoledì 31 maggio 2023
lunedì 28 febbraio 2022
È stata la mano di Dio (2021)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 28/02/2022 Qui - È stata la mano
di dio, del (presunto) dio del pallone, Maradona, a
salvare la vita di quello che sarebbe diventato uno dei registi italiani
più osannati e premiati (il che giustifica la scelta italiana per gli
Oscar 2022, candidatura prontamente ricevuta, chissà che vinca, ma spero
di no): Paolo Sorrentino, che nella finzione diventa
Fabio Schisa. Già, perché in quel giorno del 1987
(quando i suoi genitori andarono in Abruzzo, dove morirono asfissiati
dal monossido di carbonio emesso da una stufa) lui doveva assolutamente
recarsi allo stadio per veder giocare l'idolo della sua città. Ed è
proprio di questo che parla il film del regista partenopeo targato
Netflix, un'opera tra sogno e realtà. Peccato che a un film sulla carta
così intimo e personale, diviso tra i toni da commedia della prima parte
e quelli sepolcrali della seconda, manchi la "mano" di Sorrentino, non
bastando quella di dio. Non c'è quasi traccia delle sue invenzioni
spiazzanti, dell'uso straniante della musica, dei dialoghi sopraffini di
altre ben migliori sue opere. È stata la mano di Dio è un modesto romanzo
di formazione che certamente avrà avuto un valore
catartico per il regista, ma che non riesce a coinvolgere, nonostante la
parata di figurine grottesche disseminate qua e la, i tributi a Fellini
e ad Antonio Capuano e la ripresa di una Napoli notturna e tutt'altro
che da cartolina. Un po' riuscito, un po' noioso: sopravvalutato. Voto: 6
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lunedì 31 gennaio 2022
Una storia senza nome (2018)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 31/01/2022 Qui - Una storia che mette tanta (forse troppa) carne al fuoco, tra malavita,
arte, politica e cinema, con non tanto velati riferimenti all'attualità
italiana dell'ultimo trentennio e un clima generale di torbido mistero,
sfumata dall'ironia della commedia nostrana. Interessante, ma la
sceneggiatura non è molto calibrata e il film, pur meritevole di
visione, soffre di una parte centrale troppo statica. Divisa tra
gialletto e commedia, l'opera di Roberto Andò regge perlopiù grazie alla
buona performance attoriale del nutrito parterre (in primis la bella
Micaela Ramazzotti, non dimenticando Renato Carpentieri), ma pecca per
il taglio televisivo che in taluni frangenti trasforma la pellicola in
una banale fiction per la televisione. Alessandro Gassmann, pur
nella
sua bravura, fa Gassmann. Resta in ogni caso un film persuasivo nella
descrizione della metamorfosi psicologica della protagonista. Una
commedia dai toni sofisticati che mai trascendono nella volgarità,
con qualche passaggio a vuoto, comunque superiore alla media delle
italiche commedie di adesso. Voto: 6
sabato 20 novembre 2021
La vita davanti a sé (2020)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 20/11/2021 Qui - Una Sophia Loren convincente a più di 80 anni è la nota più lieta di
questo film, un film, remake del film del 1977 "La Vita davanti a sé"
(che a suo tempo vinse l'Oscar come miglior film straniero) tratto
dall'omonimo romanzo francese "La Vie devant soi", che viene leggermente
soffocato da una sceneggiatura un po' scontata in cui a tratti
prevalgono noia e lentezza. Una sceneggiatura a cui manca quel guizzo
che ci faccia entrare davvero nel dramma e nei suoi personaggi, una
sceneggiatura che non possiede lo spessore necessario per donare
carattere alla pellicola che, tolta l'interpretazione dei due
protagonisti (e il conseguente rapporto intenso tuttavia riduttivo tra i
due), non sembra possedere altre doti degne di nota. Il regista Edoardo
Ponti (figlio della grande attrice) non riesce inoltre a creare la
giusta atmosfera. Il film in effetti è un festival di banalità e già
visto con il tentativo di redenzione di un giovane disadattato
(senegalese) che viene allevato da una prostituta (ebrea) in pensione.
Il film purtroppo mette sul tavolo tante (troppe, ci sta in mezzo di
tutto) tematiche (la storia nel suo tentativo di essere multiculturale
ed inclusiva, alla fine è un po' troppo sbrigativa e superficiale), ma
poi punta principalmente sul sentimento, diventando un filmetto light di
cui perfetta è la dimensione da piattaforma streaming, ossia Netflix
(non a caso sa un po' di televisivo in alcuni passaggi). La canzone
della Pausini (che non meritava la candidatura figuriamoci la vittoria
dell'Oscar) ha sì un bel messaggio (nella sua ruffianeria), ma arriva
inutilmente alla fine,
quando ormai irricevibile è alle orecchie dello spettatore, nei migliori
dei casi già addormentato. Non male, ma parecchio deludente. Voto: 5,5
mercoledì 30 settembre 2020
Hammamet (2020)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 30/09/2020 Qui - Esprimere un giudizio su questo film di Gianni Amelio è difficile. Il regista non racconta la biografia di Bettino Craxi ma solo il suo ultimo scorcio di vita, cioè i suoi anni privati di "esilio" ad Hammamet. Pierfrancesco Favino è ancora una volta dopo Il traditore strepitoso in questa interpretazione, in cui la sua mimesi è totale. Ciò che invece lascia perplessi è la narrazione, non si approfondisce il discorso politico, ma ci si sofferma esclusivamente su quello umano. Il regista non prende posizione, non esprime giudizi e fa bene, tuttavia parlando di una delle personalità nodali della politica italiana del secolo scorso, che nel bene o nel male ha segnato un periodo storico, sarebbe stato opportuno sviluppare almeno alcuni spunti, mentre invece la sceneggiatura si mantiene troppo in superficie. Nel complesso il film non è quindi perfetto come la prova di Favino, ci sono infatti elementi noiosi che sfiorano argomenti politici non noti da tutti (in tal senso il film fa l'errore di dare tutto per scontato), e poi oltre a Favino il vuoto, personaggi di contorno stereotipati e poco incisivi, a volte perfino fastidiosi (quello inventato dal regista soprattutto). Ma nonostante queste perplessità è da apprezzare questo film, perché anche se comunque non lo reputo come film "necessario", alcune cose buone ci sono in questo prodotto, un prodotto solo sufficiente. Voto: 6
giovedì 7 novembre 2019
Momenti di trascurabile felicità (2019)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 07/11/2019 Qui
Tema e genere: Romantica favoletta sul senso dell'esistenza, che prende spunto dai due romanzi Momenti di trascurabile felicità (2010) e il sequel Momenti di trascurabile infelicità (2015), scritti da Francesco Piccolo, co-sceneggiatore del film insieme al regista.
Trama: Paolo ha 92 minuti per ritornare sulla Terra e vivere gli ultimi momenti accanto alle persone che ama. Avrà il tempo di fare i conti con le cose importanti della propria vita, o gli torneranno in mente solo momenti di trascurabile felicità?
Recensione: Dai due romanzi di cui sopra, il solido e fidato Daniele Luchetti riesce a trarre un film che, forte di una sceneggiatura accurata, opera (come detto) del regista assieme all'autore dei romanzi, convince e si fa voler bene, nonostante qualche vezzo non proprio originale e, sulla carta, a rischio di provocare insofferenza. Se infatti l'io narrante del protagonista (un valido e ben scelto Pif, davvero bravo, come lo è sempre) si dimostra subito una discriminante narrativa troppo abusata che meriterebbe provvedimenti severi se non qualche divieto a danno di ostinati sceneggiatori che ancora se ne dimostrano schiavi, qui tuttavia l'espediente finisce per non infastidire, grazie ad una certa lungimiranza della narrazione, gradevole e ben scritta, con tratti di arguta brillantezza. E se il regista sorprende già da subito con una scena di scontro frontale davvero impressionante per il realismo sconcertante che riesce a trasmettere sullo spettatore, risulta anche molto efficace la ripresa che ne segue immediatamente la dinamica del tremendo impatto: una visione dal basso di un abisso, o di una estranea dimensione, rivolta verso l'alto, ove lo scontro sta avvenendo in tutto il suo tremendo impatto. Una scena di stampo "nolaniano" molto forte e straniante, per nulla scontata in un contesto sin troppo tipico da commedia italiana leggera e malinconica. Poi il suo racconto prende avvio, tra il genere fantastico alla "Il paradiso può attendere", e la commedia degli equivoci, rappresentandoci ancora una volta (il cinema lo ha fatto spesso) il "vestibolo" per l'assegnazione del luogo finale di destino delle anime, come un luogo affollato e pieno di una burocrazia di stampo kafkiano che diverte ma inquieta anche molto. E così Momenti di trascurabile felicità si fa, nonostante tutto, ben volere. La storia funziona soprattutto per merito (appunto) di una bella sceneggiatura e per opera dei due ottimi protagonisti: oltre al già citato Pierfrancesco Diliberto, è bravissima fino a commuovere anche la bravissima attrice e cantante Thony, dolcissima e stupenda nel ruolo della moglie che non comprende appieno l'afflato sopra le righe e certo insolito che d'un tratto contraddistingue un consorte quasi sempre distratto, pigro fino all'indolenza, un'attrice che centellina le sue apparizioni, conosciuta ed apprezzata molto pochi anni fa grazie a Paolo Virzì ed il suo bel "Tutti i santi giorni". Esilarante e necessario come sempre, qui impegnato nel ruolo strategico del burbero ma bonario traghettatore di anime, il grande Renato Carpentieri contribuisce non poco alla sostanziale riuscita di una commedia piccola, gradevole, ma anche in grado di toccare il cuore.
martedì 22 ottobre 2019
La paranza dei bambini (2019)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 21/10/2019 Qui
Tema e genere: Interamente recitato in napoletano e sottotitolato in italiano, questo film, che è l'adattamento cinematografico dell'omonimo romanzo scritto da Roberto Saviano, è un dramma di formazione che parla di criminalità, ma non solo.
Tema e genere: Interamente recitato in napoletano e sottotitolato in italiano, questo film, che è l'adattamento cinematografico dell'omonimo romanzo scritto da Roberto Saviano, è un dramma di formazione che parla di criminalità, ma non solo.
Trama: Nel rione Sanità di Napoli crescono nuovi giovani boss: guidati da Nicola e dal figlio dell'ex boss che un tempo guidava il quartiere. Nell'incoscienza della loro età vivono in guerra e la vita criminale li porterà a una scelta irreversibile: il sacrificio dell'amore e dell'amicizia.
Recensione: Parliamoci subito chiaro, La paranza dei bambini è un bel film, ben fatto e di pregio, che non fatica a porsi come opera interessante e di qualità, che quindi merita di essere visto, perché racconta ugualmente delle storie importanti, ma è anche un film che fallisce nel distanziarsi da opere precedenti. Le storie che il film ci racconta sono tristi, coinvolgenti, necessarie, ma è una ripetizione, che lo si voglia o no. C'è da dire infatti che per quanto concerne questo lavoro di Claudio Giovannesi, regista emergente di indubbio talento, pur se lodevole nelle intenzioni e interessante nella disamina delle dinamiche criminali e del comportamento dei piccoli delinquenti in erba, somiglia troppo a tanti prodotti similari che lo hanno preceduto. A parte il famoso Gomorra sia il film che la serie, anche tante altre pellicole più o meno recenti. La sostanziale differenza, è che questo è un racconto di iniziazione, che parte da zero per giungere al crimine più efferato, questa escalation è tanto sorprendente, laddove i suoi protagonisti sono solo dei "bambini" costretti a crescere in fretta, in un luogo infernale, senza speranze e prospettive, dove vige qualcosa che assomiglia molto alla legge della giungla. Stride volutamente il momento in cui il giovanissimo protagonista, conquistato il quartiere, dopo aver sparato e ucciso senza il benché minimo rimorso, litiga con il fratello piccolo, per delle merendine. Dunque si parla di ragazzini ingenui, immaturi, che incoscientemente imboccano la strada senza ritorno, del crimine. Fanno tenerezza e rabbia, nella loro indole, coesistono slanci affettuosi e comportamenti spietati. Nicola (il protagonista) fa la corte a Letizia (interpretata dalla bella Viviana Aprea), regalandole dei palloncini, si diverte sulle autoscontro insieme alla sua fidanzata, poi la bacia al San Carlo durante l'esecuzione di un'opera lirica. Ci sono molti elementi di riflessione e il film è ben girato e ben interpretato da attori non professionisti, reclutati proprio dalla strada, quindi molto realistico, soprattutto nel linguaggio, un dialetto napoletano stretto, giustamente sottotitolato (in tal senso il grande pregio di questo film crudo e schietto sta proprio nel descrivere questa realtà in modo vivido e diretto, raccontando le storie di ragazzini con manie e sentimenti tipici dell'età che hanno). A rimarcare l'aderenza della trama con l'attualità, la cronaca partenopea tristemente ci riferisce quotidiana mente, di "stese" effettuate con disinvoltura, nei quartieri malfamati di Napoli, proprio ad opera di baby-gang. Per chi non lo sapesse le cosiddette "stese" consistono in raid compiuti da giovanissimi balordi a bordo di motorini, che sparano all'impazzata ad altezza d'uomo, non hanno bersagli precisi, ogni tanto qualche pallottola vagante colpisce qualcuno, che ha solo il torto e la sventura di trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato, servono unicamente a "marcare il territorio" cioè a comunicare a tutti, che in quel quartiere, comandano loro.
lunedì 1 luglio 2019
Gatta Cenerentola (2017)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 11/02/2019 Qui - Ispirandosi all'omonima fiaba di Giambattista Basile (contenuta ne Lo Cunto de li Cunti, stessa fonte che utilizzò qualche anno fa anche Matteo Garrone) e all'opera teatrale di Roberto De Simone, il regista Alessandro Rak e i suoi collaboratori (Ivan Cappiello, Marino Guarnieri e Dario Sansone), si servono di entrambe queste matrici per connotare (ed innestare sul terreno vagamente cyberpunk) una narrazione con toni fiabeschi e intermezzi musicali una interessante variazione della famosa favola, una variazione in salsa napoletana, grondante di sangue e malaffare. Una trasposizione moderna, capace di rendersi coinvolgente e appagante anche sotto il profilo visivo, con una grafica forse non eccelsa ma decisamente funzionante. Si segue bene, le canzoni non infastidiscono poiché sono accompagnate da immagini integrative, il ritmo è sciolto, il doppiaggio funziona nonostante l'intercalare partenopeo presente nei dialoghi, e tutto sembra andare in un'unica direzione che conduce a una discreta riuscita. Gatta Cenerentola infatti, film d'animazione del 2017 presentato alla 74a Mostra d'Arte Cinematografica di Venezia 2017 (nella sezione Orizzonti), che comunque presenta una storia del tutto diversa (che prende una piega diversa) da quella classica, è quello che si chiama innovazione, sia per la tecnica adottata nel realizzare personaggi e luoghi, sia per la forte caratterizzazione di tutte le sue componenti. Un buon prodotto, anche se poco adatto ai bambini visto la forza visiva di alcuni momenti e i temi trattati, che si avvale dell'uso di ologrammi fantascientifici, stilizzazioni ben fatte e architetture ispirate all'art déco. Ambientata in una Napoli cupa (i toni del film infatti sono prevalentemente freddi e "dark"), la storia, come già detto, è ben lontana da quella del classico Disney, nonostante piccoli riferimenti legati alle sorellastre e alla matrigna che sfrutta la protagonista, c'è ben poco di quella Cenerentola a cui ci hanno abituati sin da piccoli, eppure la pellicola non delude affatto, grazie all'ondata di freschezza che sembra aver portato nel cinema italiano dell'animazione e non, affrontando temi che difficilmente ci si aspetta dall'animazione (a parte alcuni).
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