Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 30/08/2024 Qui - L'ambientazione prevale sulla storia, immersa in una Roma notturna e sempre in fermento, quella delle periferie e dei meno fortunati. La narrazione presenta alcune debolezze e non raggiunge l'eccellenza di Suburra, nonostante la regia di Stefano Sollima sia sempre incisiva. Anche in questo caso troviamo personaggi corrotti e privi di moralità, o in cerca di redenzione personale: spicca il poliziotto interpretato da Adriano Giannini, che torna finalmente in un ruolo di rilievo. La colonna sonora dei Subsonica è opinabile, nonostante abbia vinto un David di Donatello nell'ultima cerimonia. In definitiva, un film discreto. Voto: 6+ [Sky/Netflix]
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venerdì 30 agosto 2024
Adagio (2023)
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martedì 30 aprile 2024
Comandante (2023)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 30/04/2024 Qui - Pierfrancesco Favino tiene abilmente le fila di una storia che ha come leitmotiv la legge del mare. Salvatore Todaro è un uomo di mare, regge un equipaggio, lo dirige, è in grado di intravedere anticipatamente l'andamento delle situazioni, ma innanzitutto è un uomo e un uomo non può lasciare morire altri uomini, anche se si sta combattendo una guerra. Edoardo De Angelis utilizza un fatto storico per fornirci un messaggio: in mare gli uomini si salvano, sempre e a prescindere. Una narrazione talvolta rarefatta che coincide con i claustrofobici interni del sommergibile. Bella la caratterizzazione dei marinai imbarcati e toccanti le parole del protagonista. Indubbiamente un film di livello che, nonostante le due ore ed una certa (evitabile) retorica, non annoia, anzi, regala sopite emozioni. Voto: 6,5 [Paramount Plus]
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Silvia D'Amico
giovedì 26 ottobre 2023
L'ultima notte di Amore (2023)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 26/10/2023 Qui - Ultima notte di lavoro per il poliziotto stritolato in un brutto tranello: trappola inestricabile e collo d'imbuto in cui finiscono fili diversi della sua vita. Discreto film cupo e incalzante, appagante sotto ogni profilo, da quello più spettacolare (il magnifico volo d'uccello dei titoli di testa, la strage nel tunnel) alle sottigliezze psicologiche ed interpretative (fantastico come sempre Pierfrancesco Favino, sugli scudi Linda Caridi), con il tema di fondo della labile soglia tra legge e illegalità. Mezzo voto in meno per: dialoghi sovente incomprensibili, troppe inverosimiglianze, il finale moralistico. Andrea Di Stefano dopo Escobar: Paradise Lost conferma il suo talento registico, con un film non perfetto ma di sicuro valore. Voto: 6,5
giovedì 31 agosto 2023
Il colibrì (2022)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 31/08/2023 Qui - Non ho letto il romanzo omonimo, ma leggendo in ordine sparso si intuisce che non è materiale semplice da trasporre su schermo. Questa in sostanza è l'impressione che mi ha trasmesso questo film diretto da Francesca Archibugi. La netta sensazione di un qualcosa di incompleto e dell'ambizione di voler trasmettere tanto, ma che in realtà tramette molto meno. Pierfrancesco Favino (sempre Top) è un uomo che come un colibrì resiste ad eventi avversi e tragedie che potrebbero travolgerlo, però trova sempre, anche nelle piccole cose, una speranza per continuare ed avere una vita non come avrebbe voluto, ma abbastanza importante per essere vissuta. Una narrazione a mosaico che tra tanti flashback e flashforward creano solo confusione. E ci sono personaggi che forse avrebbero meritato più spazio vista l'importanza che hanno per il protagonista o altri ridotti a comparse come il fratello. Un film incompiuto. Voto: 5
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mercoledì 31 maggio 2023
Nostalgia (2022)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 31/05/2023 Qui - Una storia forte alla base di tutto c'è, quello è innegabile, ma il film purtroppo è diluito con una lentezza estenuante (la passeggiata silenziosa di Pierfrancesco Favino all'inizio lunga un'eternità!) che offusca e appesantisce la storia vera e propria (la storia di un viaggio intenso e doloroso che porta il protagonista a riappropriarsi del proprio passato), che risulta quindi senza mordente e assolutamente prevedibile. Dal fatidico incontro col vecchio amico (non memorabile come scena) il film si sfalda e perde la sua veracità. In ogni caso meravigliosa e coraggiosissima Aurora Quattrocchi, interessante il personaggio di Francesco Di Leva, un prete impavido che mena e non le manda a dire, col suo seguito di ragazzi in motorino che sembrano usciti da Gomorra, ma che stavolta stanno dalla parte del bene, ed infine non assolutamente brutto il film stesso, un film (diretto da Mario Martone) pregevole ma non irreprensibile. Voto: 6
giovedì 27 ottobre 2022
Corro da te (2021)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 27/10/2022 Qui - Un film copiato sì, ma copiato bene (e meglio), per una volta almeno. Il remake del film francese Tutti in piedi è infatti ed incredibilmente (seppur sia praticamente una copia carbone) più a fuoco, certo, è aiutato in questo dalla bellezza dei due protagonisti, comunque un voto positivo lo merita. Corro da te si fa apprezzare per il ritmo brioso, per l'assenza di volgarità, per alcuni personaggi piuttosto azzeccati e per la confezione ben curata dal regista Riccardo Milani (non nuovo a certi prodotti). Il valore aggiunto è la prestazione di Pierfrancesco Favino, attore che ha oramai raggiunto una maturità tale che gli permette di svariare dalle pellicole drammatiche a quelle leggere in maniera sempre eccellente. Qui è alle prese con un personaggio cinico ed odioso, che (molto) lentamente si evolve e finalmente matura grazie all'amore. La sua controparte è la bella Miriam Leone, che in verità è troppo bella per essere "vera", ma va bene. Una piacevole commedia che affronta garbatamente il difficile tema della disabilità, che nonostante la superficialità insita, si lascia vedere. Voto: 6
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lunedì 17 maggio 2021
Padrenostro (2020)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 17/05/2021 Qui - Gli anni di piombo e l'immaginazione di un bambino. Quest'ultima uno scudo ed un rifugio dopo aver assistito all'attentato del padre. Di conseguenza diventa a sua volta più protettivo nei confronti del genitore, inoltre legando un'amicizia profonda con Christian, ragazzo più grande, dall'atteggiamento sfrontato e ribelle. Fare film sul terrorismo qui in Italia è ancora un tabù e l'argomento fornisce solo lo sfondo, senza mai approfondirlo. La tensione si avverte a malapena. Non si respira quella paura o terrore che dovrebbe avere. Un film irrisolto con meno mordente di quanto avrebbe dovuto possedere. Peccato perché il soggetto sulla carta era valido. Bene Pierfrancesco Favino (come sempre), gli altri così così. Sufficienza per il coraggio dell'iniziativa, ma nient'altro. Padrenostro di Claudio Noce è un film troppo personale per arrivare allo spettatore, infatti le vicissitudini del bambino in realtà, in gran parte, le ha vissute anche il regista, che per l'appunto è parte in causa e si vede e si sente. E quel che arriva conseguentemente a ciò è prevalentemente noia. Voto: 6
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Claudio Noce,
Film biografico,
Film drammatico,
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lunedì 14 dicembre 2020
Gli anni più belli (2018)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 14/12/2020 Qui - Gabriele Muccino sembra essersi ormai impelagato col cinema nostrano, perché dopo il mediocre A casa tutti bene, ne sforna un altro, di film mediocre ovviamente. Amori e idiosincrasie, sogni e sconfitte, speranze, conquiste, disperazioni: tutto quanto ci sia di umano, troppo umano entra nel copione di questo film, che molto banalmente accosta sfera personale, intima di quattro personaggi e contesto sociale nazionale. Attraverso espedienti sentimentali/sociologici si ripercorrono infatti alcuni anni della nostra storia d'Italia, ma lo fa in maniera piuttosto raffazzonata, mettendo in scena vicende poco incisive. Gli anni più belli difatti segue pedissequamente un canovaccio piuttosto standardizzato che si basa su meccanismi facilotti e prevedibili, che riesce a prima vista ad ammaliare ma che poi ti stanca subito. Al netto della prova professionale del cast (Pierfrancesco Favino, Kim Rossi Stuart, Claudio Santamaria, Micaela Ramazzotti, ma anche, in parti laterali, Nicoletta Romanoff e la cantante Emma Marrone, al suo esordio, tutt'altro che disprezzabile, su un set cinematografico), il film fallisce nel rappresentare i personaggi con troppi cliché e una storia che non offre spunti assai coinvolgenti e simile nell'impostazione al suo modello di rifermento, che è C'eravamo tanto amati di Ettore Scola, tuttavia assolutamente irraggiungibile. Il regista buttandola sull'amarcord, (malamente) ringiovanisce e invecchia gli attori, ma non tutto funziona al meglio, film retorico, opera sentimentale ma senza sentimento. Vengono privilegiati i soliti sentimenti verso un amore finito o il tentativo di riavvicinarsi al figlio non visto da anni. Un film alla fine anche godibile (momenti belli ci sono, decenti le musiche, anche se il pezzo più importante arriva troppo tardi, nei titoli di coda) ma che si dimentica in fretta. Voto: 5
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mercoledì 30 settembre 2020
Hammamet (2020)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 30/09/2020 Qui - Esprimere un giudizio su questo film di Gianni Amelio è difficile. Il regista non racconta la biografia di Bettino Craxi ma solo il suo ultimo scorcio di vita, cioè i suoi anni privati di "esilio" ad Hammamet. Pierfrancesco Favino è ancora una volta dopo Il traditore strepitoso in questa interpretazione, in cui la sua mimesi è totale. Ciò che invece lascia perplessi è la narrazione, non si approfondisce il discorso politico, ma ci si sofferma esclusivamente su quello umano. Il regista non prende posizione, non esprime giudizi e fa bene, tuttavia parlando di una delle personalità nodali della politica italiana del secolo scorso, che nel bene o nel male ha segnato un periodo storico, sarebbe stato opportuno sviluppare almeno alcuni spunti, mentre invece la sceneggiatura si mantiene troppo in superficie. Nel complesso il film non è quindi perfetto come la prova di Favino, ci sono infatti elementi noiosi che sfiorano argomenti politici non noti da tutti (in tal senso il film fa l'errore di dare tutto per scontato), e poi oltre a Favino il vuoto, personaggi di contorno stereotipati e poco incisivi, a volte perfino fastidiosi (quello inventato dal regista soprattutto). Ma nonostante queste perplessità è da apprezzare questo film, perché anche se comunque non lo reputo come film "necessario", alcune cose buone ci sono in questo prodotto, un prodotto solo sufficiente. Voto: 6
sabato 25 gennaio 2020
Il traditore (2019)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 24/01/2020 Qui
Tema e genere: Selezionata per rappresentare l'Italia agli Oscar 2020 nella sezione del miglior film in lingua straniera, ma non è stato selezionata per la shortlist, questa pellicola biografica drammatica, diretta da Marco Bellocchio, narra le vicende di Tommaso Buscetta, mafioso e successivamente collaboratore di giustizia, membro di Cosa nostra.
Tema e genere: Selezionata per rappresentare l'Italia agli Oscar 2020 nella sezione del miglior film in lingua straniera, ma non è stato selezionata per la shortlist, questa pellicola biografica drammatica, diretta da Marco Bellocchio, narra le vicende di Tommaso Buscetta, mafioso e successivamente collaboratore di giustizia, membro di Cosa nostra.
Trama: Vita e confessioni di Tommaso Buscetta, collaboratore di giustizia contro la mafia per opera di Giovanni Falcone.
Recensione: Forse il mettere sul piatto l'ennesima storia di mafia, uno spunto decisamente poco innovativo almeno dal punto di vista del soggetto raccontato, non gli avrà fatto bene e non sia riuscito per questo ad entrare in certe liste (anzi, ne La lista), ma nonostante ciò, e nonostante questo film insista appunto su un tema purtroppo ancora attuale e tornato di moda in "campo cinematografico" soprattutto grazie a serie tv di successo (anche se gli Americani, sebbene con storie molto più romanzate, ci hanno sempre ben guazzato in questo genere con alcune pietre miliari), non si può indubbiamente dire che Il traditore sia un film inutile e non originale, anzi, non solo è utile ed in parte originale (almeno per il cinema nostrano che in questo ultimo anno ha sfornato altri due pezzi da novanta oltre a questo, penso ovviamente a Dogman ed Il primo Re), ma è anche e soprattutto un grandissimo film, una grandissima opera cinematografica. Un'opera realistica, cruda, una "ricostruzione storica" veramente accurata e dettagliata. Un film, che dallo scorso concorso a Cannes 2019, dove è stato presentato, non si è (sfortunatamente) portato a casa (nonostante probabilmente lo meritasse) nessun premio (c'è tuttavia da ricordare che nello stesso c'era Parasite, film coreano che sta facendo strage di consensi), che non annoia mai, che mischia i vari linguaggi cinematografici per raccontare fatti reali in maniera drammatica ma anche documentaristica (ripercorrendo la vicenda umana prima che criminale o processuale di Tommaso Buscetta, il più famoso pentito di mafia: anzi, "pentito" è una parola che rifiutava, non sentendosi tale). Tante le scene degne di nota, sia nelle immagini che nella colonna sonora e nella recitazione (dove a spiccare è ovviamente, anche se gli altri non sono da meno, penso a Luigi Lo Cascio e Fabrizio Ferracane, Pierfrancesco Favino, che si conferma ancora una volta un ottimo attore, superando però ogni precedente interpretazione, perché si cala benissimo a dovere nel personaggio controverso nonché ambiguo di Tommaso Buscetta, con i suoi valori, la sua cadenza, rendendolo molto simile all'Escobar di Benicio Del Toro).
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giovedì 7 novembre 2019
Moschettieri del Re - La penultima missione (2018)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 07/11/2019 Qui
Tema e genere: Avventurosa commedia che ha come protagonisti la banda di moschettieri più famosi al mondo, ritratti in chiave prettamente autoironica e disincantata, il tutto ispirandosi ai celebri romanzi I tre moschettieri e Vent'anni dopo di Alexandre Dumas.
Trama: La regina chiede a D'Artagnan di riunire i suoi compagni d'arme, invecchiati e malandati, per una missione segreta.
Recensione: L'operazione del film di Giovanni Veronesi sui celebri moschettieri di Francia, kolossal all'italiana in costume con grande cast, lascia perplessi sin dall'inizio: chi ricorda grandi film del passato non trova tanto il parallelo con opere sugli eroici personaggi di Dumas ma semmai intravvede L'armata Brancaleone di Mario Monicelli come possibile modello, pur lontano anni luce per comicità e finezza linguistica (ci vuole del metodo pure nel giocare con gli strafalcioni, che qui fanno ridere molto poco), ma ci sono rimandi anche a tanti altri film, di cappa e spada e non, e riferimenti anacronistici, tra un cavallo che si chiama Zizou (noto diminutivo dell'ex calciatore francese Zinedine Zidane), Mazzarino definito "sadico" da una regina che sembra molto ecumenica e rispettosa dei diritti delle minoranze religiose, un Athos "ambidestro" ovvero bisessuale e battute sui supereroi. I suoi moschettieri sono invecchiati, malandati, cialtroni, litigiosi e anche un po' cinici (ne fa le spese anche il celebre motto "Tutti per uno, uno per tutti") ma generosi e ancora in gamba, nonostante tutto. Nel rappresentarli, Veronesi e il co-sceneggiatore Nicola Baldoni affidano al bravo Pierfrancesco Favino un D'Artagnan che parla uno strano e buffo (sulla carta) italofrancese sgrammaticato e ridicolo, all'inizio moderatamente divertente ma alla fine un po' stancante, mentre gli altri parlano con cadenze dialettali (diverse) italianissime, dal "romano" Porthos (Valerio Mastandrea) ai meridionali Athos (Rocco Papaleo) e Aramis (Sergio Rubini), anacronismi e stranezze che il finale (che vorrebbe dire qualcosa ma non dice proprio niente) giustifica e spiegare, in una cornice finale che però risulta più melensa e didascalica che suggestiva e tale da ribaltare davvero la prospettiva. La modernizzazione passa inoltre anche dalla colonna sonora, con "Prisencolinensinainciusol" di Adriano Celentano e le musiche dei Gratis Dinner (un trio di musicisti in cui fa capolino, a sorpresa, Luca Medici in arte Checco Zalone), cui si aggiunge sui titoli di coda "Moschettieri al chiaro di luna" di Paolo Conte, ma sempre nell'ottica dell'accumulo, dei fuochi d'artificio per stupire a tutti i costi ma senza un'ispirazione coerente di fondo. Se la trama, con tanto di forzature politico-religiose, è debole, quel che convince meno è la violenza a tratti truce di una commedia d'avventura. Anche se è possibile che un pubblico di bocca buona decida di accontentarsi delle schermaglie tra i 4 (ex) amici e delle tante sotto-storie proposte da numerosi personaggi di contorno, dall'ancella prosperosa facile alle gaffe e a stuzzicare D'Artagnan (Matilde Gioli) alla spregiudicata Milady (Giulia Bevilacqua), dal fedele servo muto (Lele Vannoli) al misterioso Cicognac che in realtà è una donna fan dei moschettieri fin da piccola (Valeria Solarino), ma è un calderone che aggiunge poco al tema centrale e affatica non poco. E se è apprezzabile il coraggio del ritorno a grandi progetti "fuori scala" rispetto agli standard consueti, il risultato è comunque solo un grande sfoggio di costumi, schieramento di attori (che sembrano divertirsi parecchio, ma non vuol dire che si diverta anche lo spettatore), azioni più confuse che coreografiche e tante battute, che però fanno ridere pochissimo, quasi mai, e questo è un errore imperdonabile per una commedia di tali ambizioni. Un po' meglio del pasticcio Il mio West, in cui Veronesi dirigeva l'amico Leonardo Pieraccioni insieme a Harvey Keitel e David Bowie, ma anche Moschettieri del Re (come i suoi precedenti, a parte però L'ultima ruota del carro, uno dei migliori) sembra complessivamente un'operazione poco riuscita, che punta più sull'apparenza che sulla sostanza: quando tutti citano, nei punti di forza di un film, paesaggi (splendidi: è la Basilicata camuffata da Francia) mostrati in lungo e in largo, quasi a coprire la debolezza di intreccio e azione, qualche dubbio viene (perché come si sa un film non può vivere di sole immagini). Insomma, Moschettieri del Re - La penultima missione non può essere promosso. Certo, ci sono aspetti apprezzabili e può anche intrattenere per una visione senza troppe pretese, ma ci sono davvero troppi difetti gravi per poter soprassedere.
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venerdì 27 settembre 2019
A casa tutti bene (2018)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 27/09/2019 Qui
Tema e genere: Gabriele Muccino racconta ancora una volta la famiglia disfunzionale in A casa tutti bene, coadiuvato da un cast stellare che finisce però per essere l'unica cosa interessante del film, di questa commedia agrodolce.
Trama: Il pranzo per i 50 anni di matrimonio di una coppia raduna a Ischia una numerosa famiglia. Rimarranno tutti bloccati per giorni a causa del maltempo, e saranno problemi per tutti. Ognuno si troverà difatti a fare i conti con la propria personale situazione, sentimentale, familiare o professionale.
Recensione: Dopo anni ed anni dal suo (fortunato) sbarco in America, Gabriele Muccino torna a dirigere un film in Italia, con un cast che raccoglie il meglio del cinema italiano, ci sono quasi tutti (basta vedere la locandina). Un film però su di una famiglia disfunzionale, l'ennesima. Questo è infatti il tema del film, che affronta ancora una volta insoddisfazioni, bugie e beghe familiari. Sì perché il regista romano parte dall'idea inflazionata ma sempre intrigante di sfruttare una riunione di famiglia per descrivere tipologie umane e come esse si compongono in un quadro più generale, lo fa purtroppo però puntando troppo su soluzioni facili e luoghi comuni. Le scene abbondano di pianti, strepiti e concitazione, richiamando alla mente format televisivi piuttosto fastidiosi ma di vasto seguito. In questo modo la drammatizzazione inevitabilmente si appiattisce e fatica ad oltrepassare la superficie dello stereotipo di genere. E' ovvio che se nelle riunioni famigliari tutto andasse liscio non avrebbe senso farci su un film, come insegna il Vintenberg di Festen ma anche il Monicelli di Parenti Serpenti. Ma non basta evidentemente puntare sul ritmo e sull'emotività per realizzare un buon film, anche se hai in squadra attori di spessore (e anche alcune new entry interessanti, una, Elena Cucci), anche perché stereotipi e banalità si rintracciano pure nella stesura dei personaggi e delle dinamiche. Giacché è questo un film di Muccino all'ennesima potenza che sembra mostrare i ragazzi de L'ultimo bacio ormai cresciuti, ma impantanati in personaggi numericamente eccessivi per essere approfonditi ed apprezzati. Un film corale in cui si fatica un po' a seguire le vicende personali di ogni coppia, troppo caciarone e avvolto in un tourbillon di eventi repentini che un po' stordisce lo spettatore. Tutto da buttare quindi in A casa tutti bene? Quasi. Sono soltanto pochissimi infatti i momenti in cui si intravede brillare qualche luce sotto la coltre di difetti. A volte si ha la sensazione che il regista riesca a dare la sensazione della coralità di voci che sta rappresentando, sulla scia del meglio del cinema nostrano, e altrove che in qualche misura colga la poesia dell'amore, ma si tratta solo di qualche inquadratura, veramente troppo poco. Perché nel complesso il suo tentativo di raccontare vizi e virtù dei vari componenti della famiglia, facendogli gettare la maschera sul loro ego e la loro voglia di essere migliori di ciò che sono, riesce solo a metà. L'argomento non viene indagato e la sceneggiatura non mette nessuno in discussione né permette di scoprire l'animo umano. Resta un pretesto che, grazie alla bravura degli attori, si regge in piedi. Per raccontare una tragedia si dovrebbe partire dalla commedia, invece qui si inscena il melodramma. Le risate sono contenutissime e i pianti e la disperazione degli attori (comunque tutti ottimi) sono estremi (soprattutto quelli di alcune troppo isteriche), cercando la commozione facile con note musicali e col montaggio ad hoc. Si può fare meglio.
martedì 30 luglio 2019
Rachel (2017)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 30/07/2019 Qui
Tema e genere: Dramma romantico in costume adattamento di un famoso romanzo.
Trama: Un giovane è deciso ad avere giustizia per la morte del suo amato cugino, che si sentiva perseguitato dall'affascinante donna che aveva appena sposato. Ma quando conoscerà la vedova, ogni cosa cambierà.
Recensione: Nella sua ultima fatica Roger Michell, già regista del famoso Notting Hill, si concede al suo grande amore per i film in costume adattando il noto romanzo Mia cugina Rachele di Daphne du Maurier. L'opera era già stata trasposta nel 1952, quando Henry Koster ne aveva fatto un film con protagonisti Olivia de Havilland e Richard Burton, in questa nuova versione troviamo invece l'altrettanto brava (e bella) Rachel Weisz nei panni della femme fatale e un Sam Claflin come sempre poco convincente, che interpreta il giovane e ingenuo Philip. Il film è romanzescamente diviso in tre parti, tramite le quali si snoda una storia, che si annuncia però come prevedibilissima sin dalle prime scene. Ma non solo, anche piuttosto fredda. Il risultato è così un film romantico in costume piuttosto convenzionale e patinato, calibrato in ogni sua singola componente ma complessivamente piuttosto rigido e monocorde. Sfumato e tetro, incentrato sui tema della fascinazione, dell'idealizzazione e del desiderio a distanza, fino ad approdare a un finale ancor più cupo e mesto delle premesse, il film di Michell non si segnala per particolari guizzi, è estremamente succube tanto di una confezione imbalsamata quanto di una sorgente letteraria probabilmente di buon livello, che al cinema finisce però per risultare illustrativa tanto nelle sottolineature visive quanto nella restituzione del sentimento e delle dinamiche attrattive. Si salva unicamente appunto per la bella fotografia e la buona performance della protagonista. Sprecati gli altri attori e paradossalmente più il film calca la mano sul sentimentalismo e più lascia indifferenti. Nell'economia del film sono sbagliati e ripetitivi persino i ritmi e le situazioni del finale, sospeso e sbrigativo in una domanda che ha l'ambizione di elevarsi a metafora sulla natura umana, ma che rimane saldamente ancorata a terra, inadeguata al contesto e al livello del resto della pellicola. Un livello comunque mediocre, come la pellicola alla fine dei conti.
Regia: Dall'inizio era chiaro che si sarebbero qui mischiati elementi quali thriller, amour fou e desiderio in un intreccio possibilmente torbido e avvincente. Elementi che purtroppo Roger Michell non riesce a restituire in questa versione cinematografica, più preoccupato della forma a discapito delle emozioni, come spesso accade nel cinema inglese.
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giovedì 18 aprile 2019
Moglie e marito (2017)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 20/12/2017 Qui - Dopo tanti film italiani dignitosi (seppur non del tutto memorabili ma parecchio buoni) visti durante l'anno e di quelli anche troppo scemi usciti al cinema, finalmente una discreta commedia ben sviluppata, comica quando deve far ridere (e la sceneggiatura, comunque non eccezionale, sfrutta bene tutte le occasioni), anche con un suo significato e con due grandi interpreti come Kasia Smutniak (lo ammetto, ero un po' prevenuto nei suoi confronti) e Pierfrancesco Favino, capace come pochi di essere credibile sia come comico sia nei momenti più seri, senza mai cadere nella macchietta. Moglie e marito infatti, commedia del 2017 diretta da Simone Godano, senza troppe pretese, con una morale scoperta ma non pesante, dove per capirsi bisogna acquisire anche il punto di vista di chi si ha accanto, e nonostante la non originalità, anche se la stessa non è difatti la base del film, è una buona commedia, divertente il giusto e nel suo piccolo, una piacevole sorpresa. Perché anche se l'idea dello scambio di cervelli, o identità cerebrale, non è nuova, anzi, ce ne sono tante di commedie americane che trattano lo stesso argomento, e anche se se non è originale nemmeno l'asse portante vero della storia, cioè il rapporto di coppia in crisi che genera allontanamento e ribaltamenti in corsa, non è un film così banale come sembrerebbe. Poiché quello che si apprezza in questo film, che narra come detto la storia di una coppia di coniugi in crisi che dopo un esperimento scientifico di Andrea (geniale neurochirurgo che porta avanti una sperimentazione sul cervello umano) si ritrovano improvvisamente uno dentro il corpo dell'altra, Andrea è Sofia (un'ambiziosa conduttrice televisiva in ascesa) e Sofia è Andrea, e dove da quel momento non avranno altra scelta se non quella di vivere ognuno l'esistenza e la quotidianità dell'altro, è la capacità e la voglia di intrattenere con brio e ironia, nonostante delle caratterizzazioni incomprensibilmente forzate e gonfiate ad arte per gag dalla facile risate che però sembrano funzionare (non si capisce infatti perché un neurochirurgo debba avere il comportamento di un coatto e una donna apparentemente decisa e dinamica quello di una piagnucolosa e isterica sprovveduta).
sabato 6 aprile 2019
Suburra (2015)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 07/11/2017 Qui - Ambientato a Roma e con accadimenti storici realmente successi sullo sfondo, Suburra, film del 2015 diretto da Stefano Sollima, tratto dall'omonimo romanzo di Carlo Bonini e Giancarlo De Cataldo, è un intreccio pericoloso tra malavita, Stato e Chiesa. Non a caso la Suburra era un quartiere dell'antica Roma in cui criminalità e politica si incontravano segretamente. Il regista infatti, partendo dall'omonimo romanzo e da freschi fatti di cronaca, (anche se il libro è uscito prima dell'inchiesta di Mafia Capitale, cosa fa decadere la definizione di film di denuncia, anche perché gran parte di quello che viene raccontato è cosa ben nota da anni) ci conduce in quell'intercapedine oscura in cui politici e criminali sono seduti ancora allo stesso tavolo. E lo fa eliminando ogni figura poliziesca di indagine per lasciare il campo alle immagini forti dei personaggi che governano la città di oggi. E lo fa non facendo sconti, ogni personaggio dimostra difatti il pericoloso decadimento morale di Roma e del nostro paese attuale. Dopotutto la Suburra/Gomorra di Sollima è popolata da personaggi cinici e violenti senza moralità e senza spiragli di redenzione, che si muovono in una Roma piovosa e inestricabile, in cui ogni situazione sembra affogare nelle pozzanghere e i politici urinano letteralmente sulle persone. Inoltre viene evidenziato come ogni episodio anche fortunoso può decidere un legame di ricatti e soprusi tra i più alti livelli economici e politici e la bassa manovalanza malavitosa. Infine il film è incorniciato da due abbandoni "paterni", non a caso è dedicato dal regista al padre Sergio, e racconta altresì l'assenza (o la defezione) delle figure maschili di riferimento nella società italiana, attraverso le avventure di un gruppo di uomini cui viene continuamente ripetuto di non essere all'altezza del proprio genitore.
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Romanzo,
Stefano Sollima,
Thriller drammatico
sabato 13 ottobre 2018
Figli delle stelle (2010)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 03/11/2015 Qui - Figli delle stelle è un film del 2010 diretto da Lucio Pellegrini (andato in onda poco tempo fa in tv). Il titolo è tratto dall'omonima canzone di Alan Sorrenti del 1977, che viene suonata e commentata nel film e accompagna i titoli di coda. Un precario "cronico", un portuale di Marghera, un ricercatore universitario un po' stagionato, un'insicura giornalista televisiva ed un uomo appena uscito di galera, delusi dalla loro vita, decidono di passare all'azione e rapire un ministro (Pierfrancesco Favino, Giuseppe Battiston, Fabio Volo, Claudia Pandolfi ed altri). Ma niente andrà secondo i piani stabiliti: rapito l'uomo sbagliato, un onesto e incolpevole sottosegretario, fuggiranno sulle montagne sopra Aosta e ripiegheranno dentro un vecchio appartamento. Tra dischi e canzoni vintage diventeranno eroi di un sogno. Figli delle stelle è un'avventura esistenziale dinamica e inconsueta, in cui una banda improbabile di persone che hanno perso il treno e che non hanno compreso bene cosa sia successo decide di fare qualcosa al di sopra e oltre le loro possibilità, qualcosa di inatteso che ha il carattere del destino. Il rapimento non diventerà tuttavia strumento di riscatto, non porterà alla conquista del paradiso ma servirà per capire che basta un gesto di volontà per cambiare la propria vita e quella degli altri. Figli delle stelle, vitale e imperfetto, è un'opera che si apprezza comunque per il suo progetto, perché non teme di sbagliare tono o di cadere nel banale pur di tenere gli occhi sul presente dai contorni poco piacevoli, perché scopre una ricchezza umana non prevista, come spesso nella vita. Comico e dolente, si allontana dalla commedia di genere, prendendo soluzioni inaspettate e saltando su un piano surreale (forse la parte più riuscita). Il regista coglie i segni inquietanti del paesaggio che ci circonda e i sogni davvero modesti degli italiani di oggi, poeti e calciatori. Voto: 6+
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Pietro Ragusa
lunedì 8 ottobre 2018
Senza nessuna pietà (2014)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 14/10/2015 Qui - Senza nessuna pietà è la storia di Mimmo (Pierfrancesco Favino) che vorrebbe fare solo il muratore, perché gli piace più costruire palazzi che rompere ossa. Invece recuperare crediti, con le cattive, è parte integrante del suo mestiere, almeno secondo il signor Santilli, suo zio nonché datore di lavoro. Mimmo vive in un mondo feroce dove si rispettano regole e ruoli, se si vuol tirare a campare senza problemi: giusto o sbagliato che sia, è l'unico mondo che conosce. Tutto cambia quando nella sua vita irrompe Tania, una ragazza bellissima che il Roscio, il suo migliore amico, ha "rimediato" come intrattenimento per Manuel, il figlio di Santilli. Costretti da un imprevisto a passare la notte insieme, Mimmo e Tania (la bellissima Greta Scarano) si scopriranno uniti dal bisogno di sentirsi amati e dalla voglia di sfuggire a un destino già segnato. Ma non si può sperare in una nuova vita senza fare i conti con la vecchia. Un film di genere che inizialmente sembra virare verso la cinematografia criminale che negli ultimi anni è tornata a risplendere nelle sale nostrane, ma con il passare dei minuti muta sempre più forma e sostanza, diventando storia d'amore a tutti gli effetti. Il film è cupo, violento e triste (a tratti stucchevole), e il finale leggermente ambiguo e un po' troppo scontato, per essere un noir, lascia un po' a desiderare. Voto: 6+
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