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mercoledì 30 novembre 2022

C'era una volta il crimine (2022)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 30/11/2022 Qui - Tremendo capitolo finale di una saga che non aveva mai detto granché (il finale di Ritorno al crimine presupponeva un'idea simpatica, ma viene del tutto sprecata). Qui già dall'incipit tirato via (Giampaolo Morelli al posto di Alessandro Gassmann senza troppe spiegazioni) e liquidato con i titoli si capisce che la sceneggiatura ha come unico interesse quello di creare un presupposto per sketch comici. Ma si ride poco perché tutto è prevedibile e il cast maschile sempre sopra le righe poco può davanti al vuoto cosmico. Si salva la ricostruzione d'epoca, con una bella fotografia e la partecipazione ispirata di Rolando Ravello. Sprecato il cast femminile, sparatoria finale tremenda. Si spera finisca davvero qui, adesso è troppo. Voto: 4

venerdì 27 settembre 2019

A casa tutti bene (2018)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 27/09/2019 Qui
Tema e genereGabriele Muccino racconta ancora una volta la famiglia disfunzionale in A casa tutti bene, coadiuvato da un cast stellare che finisce però per essere l'unica cosa interessante del film, di questa commedia agrodolce.
Trama: Il pranzo per i 50 anni di matrimonio di una coppia raduna a Ischia una numerosa famiglia. Rimarranno tutti bloccati per giorni a causa del maltempo, e saranno problemi per tutti. Ognuno si troverà difatti a fare i conti con la propria personale situazione, sentimentale, familiare o professionale.
Recensione: Dopo anni ed anni dal suo (fortunato) sbarco in America, Gabriele Muccino torna a dirigere un film in Italia, con un cast che raccoglie il meglio del cinema italiano, ci sono quasi tutti (basta vedere la locandina). Un film però su di una famiglia disfunzionale, l'ennesima. Questo è infatti il tema del film, che affronta ancora una volta insoddisfazioni, bugie e beghe familiari. Sì perché il regista romano parte dall'idea inflazionata ma sempre intrigante di sfruttare una riunione di famiglia per descrivere tipologie umane e come esse si compongono in un quadro più generale, lo fa purtroppo però puntando troppo su soluzioni facili e luoghi comuni. Le scene abbondano di pianti, strepiti e concitazione, richiamando alla mente format televisivi piuttosto fastidiosi ma di vasto seguito. In questo modo la drammatizzazione inevitabilmente si appiattisce e fatica ad oltrepassare la superficie dello stereotipo di genere. E' ovvio che se nelle riunioni famigliari tutto andasse liscio non avrebbe senso farci su un film, come insegna il Vintenberg di Festen ma anche il Monicelli di Parenti Serpenti. Ma non basta evidentemente puntare sul ritmo e sull'emotività per realizzare un buon film, anche se hai in squadra attori di spessore (e anche alcune new entry interessanti, una, Elena Cucci), anche perché stereotipi e banalità si rintracciano pure nella stesura dei personaggi e delle dinamiche. Giacché è questo un film di Muccino all'ennesima potenza che sembra mostrare i ragazzi de L'ultimo bacio ormai cresciuti, ma impantanati in personaggi numericamente eccessivi per essere approfonditi ed apprezzati. Un film corale in cui si fatica un po' a seguire le vicende personali di ogni coppia, troppo caciarone e avvolto in un tourbillon di eventi repentini che un po' stordisce lo spettatore. Tutto da buttare quindi in A casa tutti bene? Quasi. Sono soltanto pochissimi infatti i momenti in cui si intravede brillare qualche luce sotto la coltre di difetti. A volte si ha la sensazione che il regista riesca a dare la sensazione della coralità di voci che sta rappresentando, sulla scia del meglio del cinema nostrano, e altrove che in qualche misura colga la poesia dell'amore, ma si tratta solo di qualche inquadratura, veramente troppo poco. Perché nel complesso il suo tentativo di raccontare vizi e virtù dei vari componenti della famiglia, facendogli gettare la maschera sul loro ego e la loro voglia di essere migliori di ciò che sono, riesce solo a metà. L'argomento non viene indagato e la sceneggiatura non mette nessuno in discussione né permette di scoprire l'animo umano. Resta un pretesto che, grazie alla bravura degli attori, si regge in piedi. Per raccontare una tragedia si dovrebbe partire dalla commedia, invece qui si inscena il melodramma. Le risate sono contenutissime e i pianti e la disperazione degli attori (comunque tutti ottimi) sono estremi (soprattutto quelli di alcune troppo isteriche), cercando la commozione facile con note musicali e col montaggio ad hoc. Si può fare meglio.

mercoledì 26 giugno 2019

L'accabadora (2015)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 30/01/2019 Qui - L'accabadora (Film drammatico, Italia 2015): La storia delle ''accabadora'', donne della Sardegna rurale che secondo alcuni (è ancora aperto il dibattito antropologico infatti sulla loro esistenza, alcuni sostengono siano leggende, altri che siano realmente esistite) negli anni della guerra praticavano una sorta di eutanasia ai malati in fin di vita, può anche essere interessante ed utile è girare un film su un tale argomento (come è stato riconosciuto dallo stesso ministero dei beni culturali), ma sarebbe stato più efficace (e forse meno noioso) girare un documentario, perché questo film ha tutte le caratteristiche di un polpettone soporifero, imbarazzante per certi versi, non in grado di trasmettere alcuna tensione emotiva. La mancanza di dialoghi è forse il difetto principale (e quelli che ci sono neanche eccezionali, anzi, attori con accenti e lingue diverse in una storia che si svolge in una terra in cui al tempo la maggior parte degli abitanti erano analfabeti o parlavano soltanto il dialetto, non aiutano), una sceneggiatura pensata ed organizzata male, con pochi colpi di scena, un andamento piatto in cui fin da subito è facile intuire la conclusione. Proprio perché i silenzi ripetuti hanno sì un ruolo importante nel film di Enrico Pau, ma spesso risultano (per non dire sempre) poco comunicativi all'interno di una narrazione appunto già scarna. Donatella Finocchiaro interpreta bene, anzi, proprio la prova dell'attrice catanese è una delle cose migliori del film (che come detto soffre di una certa lentezza narrativa e, cosa più importante, di un montaggio a tratti poco incisivo, dato che il racconto a ritroso provoca un po' di incertezza e confusione), un'Annetta su cui grava costantemente il peso del compito che deve svolgere: profondamente triste e dolente, appare talvolta spettrale proprio come la città in cui si muove (una Cagliari che emerge come una città fantasma, affascinante ma anche portatrice di profondi lutti, giacché il film è ambientato all'inizio degli anni '40, quando la Guerra inizia a distruggere la città). Sembra però mancare anche a lei la tridimensionalità di un personaggio che non è solo il ruolo che deve svolgere, ma anche un essere umano. Anche gli altri ruoli femminili sono poco convincenti (tra questi quello di Sara Serraiocco e Carolina Crescentini), in un lavoro che forse si è concentrato più sul testo che sull'azione. Il rigoroso lavoro dedicato alla fotografia, alla scenografia, ai costumi poteva quindi raccontare di più. Emerge comunque efficacemente come il terzo film di Enrico Pau non abbia la pretesa di raccontare tanto dell'eutanasia praticata dall'accabadora, quanto il lutto, inteso come il vuoto che esso lascia. Peccato che per farlo la pellicola si trascini per un tempo breve che sembra però interminabile. E insomma ricostruzione scadente di una leggenda affascinante è questa. Voto: 5

Beata ignoranza (2017)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 30/01/2019 Qui - Beata ignoranza (Commedia, Italia 2017): Massimiliano Bruno dopo l'ambizioso e drammatico Gli ultimi saranno gli ultimi fa un passo indietro e torna a dirigere una commedia dai toni farseschi, una commedia che cavalca l'onda (furba) di un nuovo trend inaugurato da precedenti modelli come Perfetti Sconosciuti: commedie in grado di partire da un forte legame con la realtà e l'attualità, per poi strutturare un'amara e cinica riflessione sui nostri usi, consumi e debolezze stemperandole tra gag e battute agrodolci, ma se nel "capostipite" firmato da Paolo Genovese l'equilibrio raggiungeva il proprio zenit nella commistione tra risate e amarezza, in Beata Ignoranza la scrittura a tre mani (tra questi lo stesso regista), non è dotata della stessa abile lungimiranza dal taglio chirurgico, anzi, il regista si lascia prendere dalla frenesia di raccontare e trattare troppi argomenti, senza riuscire ad amalgamare in maniera scorrevole, divertente e compiuta i tanti ingredienti cui attinge. Comicità e sentimento, riflessione e risata, critica e satira, hanno un sapore poco autentico e immediato, quando non addirittura insipido e stantio. A risentire della scarsa attinenza al reale sono specialmente le caratterizzazioni davvero evanescenti dei personaggi femminili interpretati da Carolina CrescentiniTeresa Romagnoli e Valeria Bilello, vittime di una scrittura confusa e disorganica, incerta e incompleta, come se fossero lette attraverso un occhio annoiato gettato sulla realtà stessa. Il prodotto finale finisce così per risultare confuso e disorganico, afflitto da uno schizoide bipolarismo tra cattiveria arguta e buonismo da prime time televisivo, e solo l'alchimia comica tra Marco Giallini e Alessandro Gassmann salva il film da una rovinosa caduta nel baratro dell'oblio, grazie al loro talento navigato da esperti comedienne. E quei messaggi positivi di indipendenza, libertà, determinazione e autosufficienza purtroppo non passano dopo la visione di Beata Ignoranza (nel complesso si sorride davvero poco e non arriva mai quella riflessione intelligente, spiazzante e inaspettata che ti faccia rivalutare la visione, anche perché anche la classica storia di paternità e famiglia viene sommersa dai troppi elementi messi sul fuoco con poca armonia). E lo stesso triste destino spetta al cuore del film (un film che se ancora non l'avete capito parla di due professori che per una scommessa, uno detesta la Rete, l'altro vive connesso ai social, devono scambiarsi i ruoli), quella polemica (social sì, social no) che non trova una risposta definitiva, finendo per rimanere del tutto soffocata e inespressa. Insomma un film che si regge sui due attori principali, che in quanto essere umani non possono far miracoli in una commedia che scivola però nell'anonimato più puro. L'impressione è che si potesse fare molto meglio. Voto: 5+

sabato 1 giugno 2019

Sconnessi (2018)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 07/08/2018 Qui - Commedia corale in cui viene analizzata la reazione di un gruppo all'improvvisa mancanza di Internet, Sconnessi sbanda in maniera evidente quando l'esperimento riesce e la nevrosi comincia a montare. Ed è proprio in quel delicato passaggio che questo prodotto del 2018 diretto da Christian Marazziti comincia a perdere d'interesse, dopotutto l'impasse deve trovare una via d'uscita, la narrazione deve evolversi, invece ciò che gli sceneggiatori scelgono di fare è di accatastare umorismo spicciolo in aggiunta a una sequela di situazioni sempre più esasperate. Il film e la trama infatti, che racconta di alcuni componenti di una famiglia allargata che si ritrovano isolati in uno chalet di montagna senza connessione internet e che dovranno quindi confrontarsi gli uni con gli altri comunicando direttamente tra loro per riscoprire i legami di famiglia, si riduce solamente come espediente necessario a mostrare le reazioni (in alcuni casi immotivate) di questa (strana) cerchia familiare di fronte alla mancanza improvvisa di una tecnologia che è diventata ormai parte della loro (nostra) vita, non facendo per questo chissà quali rivelazioni. Il regista difatti non approfondisce l'aspetto sociologico o psicologico, che poteva essere interessante (l'analisi dei personaggi causa la breve durata del film in rapporto al notevole numero di caratteri non arriva a completarsi), mantenendosi invece su di un livello superficiale e accontentandosi di fornire mero intrattenimento, con qualche indovinato siparietto comico, ma senza minimamente graffiare. Certo, il film per questo si segue agilmente, ma il suo passo eccessivamente chiassoso e frenetico non aiuta.

mercoledì 22 maggio 2019

La verità, vi spiego, sull'amore (2017)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 30/04/2018 Qui - È inutile girarci intorno: quando una relazione è finita, bisogna trovare il coraggio di ammetterlo a se stessi e andare avanti con la propria vita. Come ad esempio accade a Dora (Ambra Angiolini) nel film La verità, vi spiego, sull'amore, commedia del 2017 di Max Croci. Il film infatti, tratto dall'omonimo romanzo della blogger Enrica Tesio, racconta la vita di Dora, una mamma ormai single di due splendidi bambini, che non riesce a lasciarsi completamente alle spalle il ricordo di Davide (Massimo Poggio), che l'ha lasciata dopo sette anni d'amore, ma che spronata dall'amica Sara (Carolina Crescentini), trova finalmente la forza di reagire, prima assumendo l'insolito babysitter Simone (Edoardo Pesce), poeta-bidello e nuovo fidanzato di Sara e poi dopo aver rivelato la verità all'amato figlio Pietro, trovando in sé le risposte alle sue domande. Non a caso il film gira attorno a come rivelare ai figli la separazione dei genitori e a come sia complesso e meraviglioso l'amore. Niente di nuovo insomma all'orizzonte (anche perché racconta qualcosa di non nuovo nel panorama cinematografico), e invece no, perché La verità, vi spiego, sull'amore grazie ad una brillante sceneggiatura che (spesso ma solo per qualche secondo) tramite lo stratagemma della rottura della quarta parete (anche se l'intuizione maggiore del regista è quella di usare la varietà di inquadrature e modalità di ripresa allo scopo di destabilizzare il pubblico per far emergere ancora più in profondità il disagio provato dai personaggi della storia) permette alla pellicola di risultare frizzante per un'ora e trenta senza mai annoiare (grazie anche dialoghi serrati, alcuni dei quali di forte impatto, anche se alquanto banali), e grazie ad una fotografia pulita, composta da colori accesi e che ben si accostano al tipo di narrazione, riesce a rendersi (soprattutto nel finale) un pochino originale.

venerdì 28 dicembre 2018

Tempo instabile con probabili schiarite (2015)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 02/05/2016 Qui - Tempo instabile con probabili schiarite è un film del 2015 in cui si racconta di due amici di lunga data (Lillo Petrolo e Luca Zingaretti) i quali lavorano insieme da molti anni nella medesima azienda (che produce divani) e che, quando un giorno scoprono per caso che nei terreni della ditta c'è un giacimento di petrolio, i due sconvolgono le proprie vite, mostrando il loro lato egoista, avido e meschino, arrivando anche a compromettere seriamente la propria amicizia sino, ovviamente, al rappacificamento finale. Questa pellicola girata da Marco Pontecorvo, figlio del grande Gillo, è una commedia assai leggera ma nel complesso piacevole e la sua riuscita si basa tutta sulle figure dei due interpreti principali, Lillo e Zingaretti appunto, che danno vita a due personaggi simpatici, diretti, molto alla mano nonché complici tra loro. La trama ovviamente risulta un poco irreale per come avvengono e si susseguono le vicende, ma sicuramente essa funge solo da pretesto al regista al fine di creare una commedia fresca, divertente e senza alcuna pretesa. Quello che rende piacevole tutto il contesto, del resto, è anche l'intero ambiente circostante, cioè il paese stesso in cui si svolgono i fatti che è abitato da particolari individui, una sorta quasi di "macchiette", che ben si armonizzano con i due personaggi principali ed, anzi, danno loro l'opportunità di esprimere al meglio il proprio ruolo. Ma soprattutto mi è piaciuto assai (davvero tanto) la scelta del regista di far esprimere la parte emotiva del figlio adolescente alla bella animazione manga, l'elemento forse più bello e innovativo di tutto il film. Il ritmo c'è, il cast quindi non è male, anche se non proprio assortito benissimo, poiché un'ora e mezza di accenti romagnoleschi (romagnolo blando, inflessione romanesca, con punte incomprensibili ogni tanto di lombardo e di veneto) in bocca a Lillo Petrolo e Luca Zingaretti sono, se non fastidiosi, quantomeno palesemente fasulli. Fra gli altri interpreti spicca la presenza dell'americano John Turturro, che come nel coevo Mia madre (con Moretti) sfrutta le sue origini per recitare un po' in italiano e un po' in inglese, risultando invece fastidioso. Insomma, a parte qualche piccolo problema questo film è ideale come scaccia pensieri. Voto: 6-

domenica 14 ottobre 2018

Fratelli unici (2014)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 08/11/2015 Qui - Nel film Fratelli unici (2014), Pietro (Raoul Bova) e Francesco (Luca Argentero) sono fratelli, ma avrebbero voluto entrambi essere figli unici. Pietro è un medico affermato con un matrimonio finito alle spalle; Francesco fa lo stuntman ed è un eterno ragazzino che non si è mai legato a nessuna. Per colpa di un incidente Pietro perde la memoria ed ora è come se fosse un bambino all'età di quattro anni (con tutti i problemi che ne conseguono). Francesco se ne prende cura, un po' per dovere e molto per interesse, i  due "fratelli unici" sono dunque costretti a fare di nuovo conoscenza l'uno dell'altro e alla fine torneranno ad essere veri fratelli. Ovviamente la storia d'amore non può mancare, saranno Carolina Crescentini e Miriam Leone a far battere il loro cuore. Forse farò un torto alle donne ma Bova non è adatto per queste commedie, film dove addirittura deve farsi passare per un bambino, non si può vedere e poi non è credibile come in parte anche lo è l'altro protagonista, al contrario delle due bellissime protagoniste molto più credibili nel ruolo. Sceneggiatura debole, regia standard con varie incoerenze logistiche e scarsa attenzione ai dettagli (ma costante attenzione agli sponsor). Fratelli unici sembra il lungo (e pasticciato) episodio di una sitcom televisiva, pieno di imprecisioni e incongruenze. Il miglior Bova è sparito dai tempi del ruolo del capitano Ultimo. Voto: 5