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martedì 27 febbraio 2024

Felicità (2023)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 27/02/2024 Qui - Un racconto di vita frammentato tra istantanea d'una certa romanità popolare, schiacciata da un livello culturale di basso livello (in questo ambito c'è l'eccellente contributo di Max Tortora, che regala momenti perfino spassosi) e quello invece opposto, tra lavoro (lei truccatrice nel cinema) e compagno di vita (Sergio Rubini nell'eterno ruolo "acculturato" di "Verdoniana" memoria). L'opera prima della Micaela Ramazzotti (qui attrice nonché sceneggiatrice) non convince, appare acerba (lodevole il tentativo ma non adeguatamente approfondito il tema malattie psichiatriche), costellata di ingenue lungaggini e altre scene oltremisura concise, con il risultato di un racconto che fa scaturire nello spettatore qualche perplessità. Voto: 5,5 [Sky]

venerdì 29 settembre 2023

Il principe di Roma (2022)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 29/09/2023 Qui - Un "dickensiano" Canto di Natale in salsa romana, questo film di Edoardo Falcone che realizza una commedia drammatica incentrata su una figura gretta e arrivista che cambia direzione messa di fronte al proprio passato. Un personaggio che Marco Giallini fa suo senza calcare troppo la caratterizzazione ma in modo piuttosto sobrio, coadiuvato da caratteristi ben scelti e con gustosi "innesti" come Filippo Timi e Giuseppe Battiston. Qualche calo di ritmo nella parte centrale, ma nel complesso un film che (al netto della poca originalità della trama) si segue piacevolmente e con un finale tenero e malinconico. Un film leggero dove non si ride a crepapelle, ma si sorride in maniera misurata. Un film comunque per niente memorabile. Voto: 5,5

giovedì 7 novembre 2019

Moschettieri del Re - La penultima missione (2018)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 07/11/2019 Qui
Tema e genere: Avventurosa commedia che ha come protagonisti la banda di moschettieri più famosi al mondo, ritratti in chiave prettamente autoironica e disincantata, il tutto ispirandosi ai celebri romanzi I tre moschettieri e Vent'anni dopo di Alexandre Dumas.
Trama: La regina chiede a D'Artagnan di riunire i suoi compagni d'arme, invecchiati e malandati, per una missione segreta.
Recensione: L'operazione del film di Giovanni Veronesi sui celebri moschettieri di Francia, kolossal all'italiana in costume con grande cast, lascia perplessi sin dall'inizio: chi ricorda grandi film del passato non trova tanto il parallelo con opere sugli eroici personaggi di Dumas ma semmai intravvede L'armata Brancaleone di Mario Monicelli come possibile modello, pur lontano anni luce per comicità e finezza linguistica (ci vuole del metodo pure nel giocare con gli strafalcioni, che qui fanno ridere molto poco), ma ci sono rimandi anche a tanti altri film, di cappa e spada e non, e riferimenti anacronistici, tra un cavallo che si chiama Zizou (noto diminutivo dell'ex calciatore francese Zinedine Zidane), Mazzarino definito "sadico" da una regina che sembra molto ecumenica e rispettosa dei diritti delle minoranze religiose, un Athos "ambidestro" ovvero bisessuale e battute sui supereroi. I suoi moschettieri sono invecchiati, malandati, cialtroni, litigiosi e anche un po' cinici (ne fa le spese anche il celebre motto "Tutti per uno, uno per tutti") ma generosi e ancora in gamba, nonostante tutto. Nel rappresentarli, Veronesi e il co-sceneggiatore Nicola Baldoni affidano al bravo Pierfrancesco Favino un D'Artagnan che parla uno strano e buffo (sulla carta) italofrancese sgrammaticato e ridicolo, all'inizio moderatamente divertente ma alla fine un po' stancante, mentre gli altri parlano con cadenze dialettali (diverse) italianissime, dal "romano" Porthos (Valerio Mastandrea) ai meridionali Athos (Rocco Papaleo) e Aramis (Sergio Rubini), anacronismi e stranezze che il finale (che vorrebbe dire qualcosa ma non dice proprio niente) giustifica e spiegare, in una cornice finale che però risulta più melensa e didascalica che suggestiva e tale da ribaltare davvero la prospettiva. La modernizzazione passa inoltre anche dalla colonna sonora, con "Prisencolinensinainciusol" di Adriano Celentano e le musiche dei Gratis Dinner (un trio di musicisti in cui fa capolino, a sorpresa, Luca Medici in arte Checco Zalone), cui si aggiunge sui titoli di coda "Moschettieri al chiaro di luna" di Paolo Conte, ma sempre nell'ottica dell'accumulo, dei fuochi d'artificio per stupire a tutti i costi ma senza un'ispirazione coerente di fondo. Se la trama, con tanto di forzature politico-religiose, è debole, quel che convince meno è la violenza a tratti truce di una commedia d'avventura. Anche se è possibile che un pubblico di bocca buona decida di accontentarsi delle schermaglie tra i 4 (ex) amici e delle tante sotto-storie proposte da numerosi personaggi di contorno, dall'ancella prosperosa facile alle gaffe e a stuzzicare D'Artagnan (Matilde Gioli) alla spregiudicata Milady (Giulia Bevilacqua), dal fedele servo muto (Lele Vannoli) al misterioso Cicognac che in realtà è una donna fan dei moschettieri fin da piccola (Valeria Solarino), ma è un calderone che aggiunge poco al tema centrale e affatica non poco. E se è apprezzabile il coraggio del ritorno a grandi progetti "fuori scala" rispetto agli standard consueti, il risultato è comunque solo un grande sfoggio di costumi, schieramento di attori (che sembrano divertirsi parecchio, ma non vuol dire che si diverta anche lo spettatore), azioni più confuse che coreografiche e tante battute, che però fanno ridere pochissimo, quasi mai, e questo è un errore imperdonabile per una commedia di tali ambizioni. Un po' meglio del pasticcio Il mio West, in cui Veronesi dirigeva l'amico Leonardo Pieraccioni insieme a Harvey Keitel e David Bowie, ma anche Moschettieri del Re (come i suoi precedenti, a parte però L'ultima ruota del carro, uno dei migliori) sembra complessivamente un'operazione poco riuscita, che punta più sull'apparenza che sulla sostanza: quando tutti citano, nei punti di forza di un film, paesaggi (splendidi: è la Basilicata camuffata da Francia) mostrati in lungo e in largo, quasi a coprire la debolezza di intreccio e azione, qualche dubbio viene (perché come si sa un film non può vivere di sole immagini). Insomma, Moschettieri del Re - La penultima missione non può essere promosso. Certo, ci sono aspetti apprezzabili e può anche intrattenere per una visione senza troppe pretese, ma ci sono davvero troppi difetti gravi per poter soprassedere.

venerdì 14 giugno 2019

L'ultima ruota del carro (2013)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 30/10/2018 Qui - Un medio prodotto cinematografico italiano come questo corrisponde, probabilmente, al progetto più ambizioso, coraggioso e riuscito, giacché seppur non sfugge a certi difetti del suo cinema dovuti ad un certo schematismo, a volte grossolanità di qualche situazione, è a tratti divertente, credibile e sensibile tale da rendersi piacevole e godibile a vedersi (non a caso è questo il suo unico film che mi è davvero piaciuto, giacché non del tutto efficace è risultato Non è un paese per giovani) di Giovanni Veronesi, un prodotto che fa sfigurare decisamente altre pellicole medio-piccole come la trilogia di Manuale d'amoreItalians e altri film che erano altra farina del sacco del regista (Genitori & figli era al limite pericoloso del ridicolo). L'intento (nobilissimo) del regista è sempre stato quello di raccontare l'Italia, più o meno indirettamente, attraverso piccoli personaggi disadattati che affrontavano realtà abbastanza squinternate o semplicemente estranee, ma che alla fine riuscivano a trovare la via verso la loro salvezza sociale. Così avviene per il protagonista de L'ultima ruota del carro (film del 2013 scritto e diretto dal regista toscano), un mimetico (dimesso ma intenso) Elio Germano, che cambia capelli, età e carattere per riproporre i vari stadi della vita dell'italiano medio, anzi, di un esempio raro di italiano, un piccolo anti-eroe umile (anche troppo) e simpatico, mai intenzionato a mirare troppo in alto e che ritiene bastevole il rapporto affettivo con la moglie (una tremebonda Alessandra Mastronardi), con il figlio, con l'amico (Ricky Memphis che, meno burino del solito, risulta divertente), con i vicini di casa. E' un piccolo eroe che riesce a sopravvivere a cinquanta stralunati anni circa di storia d'Italia, dal 1967 al 2013, senza mai cambiare né crescere in termini di esperienza, mantenendo sempre la stessa ingenuità e la stessa semplicità che lo relegavano all'ultima ruota del carro della sua famiglia, in cui il padre oppressivo e la madre incapace di intervenire lo spingevano a una sempre maggiore frustrazione. Non è ambizioso, non tiene troppo ai soldi, è convinto che sia la famiglia il centro della sua vita, in un Bel Paese prima sconvolto dalle Brigate Rosse, poi dai fondi illeciti ai partiti politici e infine dall'avvento ottimistico dell'era berlusconiana.

venerdì 7 giugno 2019

Non è un paese per giovani (2017)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 27/09/2018 Qui - Non è un paese per giovani (Dramma, Italia, Cuba, 2017): Il classico film dalle buone intenzioni ma dallo sviluppo privo di mordente, questo è il suddetto film di Giovanni Veronesi. Parte bene con tutte quelle testimonianze di italiani che vivono e soprattutto hanno trovato lavoro all'estero, ma la storia di questi due giovani sperduti a Cuba sembra troppo a parte, un caso a sé stante in relazione al resto. La storia infatti, imperniata sul tentativo di raccontare un fenomeno chiave del nostro tempo (senza tuttavia riuscirci pienamente), fa parecchio fatica a procedere e si perde in figure un po' stereotipate e in situazioni di già visto. Gli attori ci mettono impegno (se Filippo Scicchitano fa meno peggio degli altri due è solo perché replica il suo repertorio di bravo e simpatico ragazzo romano, mentre Giovanni Anzaldo annega in un mare di mediocrità e Sara Serraiocco si produce in una performance che vorrebbe tanto risultare "naturale" invece è solo tremenda, imbarazzante) però la sceneggiatura (con una seconda parte che alterna in maniera troppo sbalestrata e sfasata commedia e dramma) non aiuta affatto (non bastassero altresì dialoghi e svolte narrative terribili, un passo fiacco ed argomentazioni insignificanti). Si ritorna insomma sui soliti cliché ed il film non decolla per di più con un finale fin troppo consolatorio (e inutilmente "poetico"). L'unica cosa che rimane da fare, quindi, è gustarsi gli splendidi paesaggi, paesaggi che danno al film (in cui Sergio Rubini e Nino Frassica interpretano personaggi di contorno molto ricalcati sulle loro rispettive origini regionali) una connotazione poetica e tematica (di onestà e vitalità) di grande importanza, seppur in modo irrimediabilmente grossolano, manicheo e stranamente torvo per raggiungere la sufficienza e risultare per questo convincente nella completa riuscita dello stesso. Voto: 5

lunedì 27 maggio 2019

La stoffa dei sogni (2016)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 25/06/2018 Qui - Un film "buffo" come lo sono certe commedie teatrali, questo è La stoffa dei sogni, film del 2016 diretto da Gianfranco Cabiddu e interpretato da Sergio Rubini e Ennio Fantastichini. Siamo di fronte, infatti, ad un film che fa del teatro la sua chiave di lettura nonché la sua chiave esecutiva. Non a caso la trama della pellicola, che è stata liberamente tratta dalla pièce L'arte della commedia di Eduardo De Filippo e dalla sua traduzione in napoletano de La tempesta di William Shakespeare, si svolge nelle realizzazione di un'opera teatrale da parte di una compagnia inedita, attori e criminali che si ritrovano per caso su un isola, quella dell'Asinara (isola carceraria nel mezzo del Mediterraneo dopo un naufragio). Tutti dovranno misurarsi in questa opera corale, e i criminali dovranno dare un'abile prova di se per non essere scoperti da un commissario amante del teatro. Ci sono difatti tutti gli ingredienti per un'opera buffa, che strappa sorrisi lievi (come la gestualità dello straordinario Rubini) ma soprattutto molte riflessioni sul senso del teatro come forma di riscatto, sul valore dell'integrazione, sull'amore per i figli (che sono tutti uguali, sia quelli del commissario che quelli dei criminali). Un film che sul finale ci riporta alla realtà, o meglio ad una realtà, perché giocando con il teatro, metafora della vita, si sfuma il confine tra reale e non reale e forse giudicheremmo le persone non solo per i loro sbagli. Una delle cose infatti più interessanti del film, non a caso la sceneggiatura ha vinto, a fronte di nove candidature, il David di Donatello nel 2017, è l'accostamento di queste due realtà teatrali con una commedia del grande inglese rielaborata in dialetto napoletano con accostamenti alla sceneggiata. Giacché il modo in cui le opere di Shakespeare e di Eduardo De Filippo vengono incorporate e fuse è brillante, gli autori riescono nell'intento di creare un adattamento libero e originale che rende comunque omaggio ad entrambe, senza confonderle o banalizzarle.

lunedì 11 marzo 2019

Dobbiamo parlare (2015)

Mini Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 31/05/2017 Qui - DOBBIAMO PARLARE (Commedia Italia 2015): Scialba e goffa imitazione di Carnage di Roman Polanski, questo film di Sergio Rubini, regista ed attore che in ogni caso mi piace tanto essendo mio conterraneo, proprio non funziona. La storia è semplice, due coppie che scoperti gli altarini di tutti ne diranno di cotte e di crude, ma il risultato è grottesco, non tanto nell'aver caricato eccessivamente in negativo i difetti di ambedue le coppie ed esagerato su alcune situazioni o alcuni comportamenti, quanto nel fatto che in una sola serata si finisce per rinfacciarsi l'impossibile ed il cinismo sembra avere il sopravvento su tutti gli altri sentimenti, anche quelli buoni. Certo, gli attori hanno indubbie capacità recitative, ma per colpa di troppe forzature, risulta mediocre la prova di Isabella Ragonese, non sufficientemente brillante quella di Fabrizio Bentivoglio e solo appena sufficiente quella di Maria Pia Calzone. E anche se i film basati principalmente sui dialoghi fa sempre piacere poterli gustare, questo si può tranquillamente non vedere. Poiché i contenuti sono scarni, triti e ritriti ma soprattutto, nonostante si lasci seguire fino alla fine perlomeno per vedere come andrà a finire, ha un finale poco comprensibile e la resa complessiva è davvero poca cosa. Si poteva fare di più. Voto: 5

martedì 27 novembre 2018

Sei mai stata sulla luna? (2015)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 14/02/2016 QuiSei mai stata sulla Luna? è un film, commedia-romantica del 2015 diretto da Paolo GenoveseLa protagonista è una donna in carriera (la bellissima e stupenda Liz Solari), che lavora (come direttrice) in una prestigiosa rivista internazionale di moda, di quella moda che "basta avere l'autorevolezza di definirla tale, e tale diventa", guida una spider di lusso, viaggia in jet privato e vive tra Milano e Parigi. Di padre pugliese e madre spagnola Guia è, nelle parole della sua assistente Carola, "una stronza cinica e snob", accompagnata da un fidanzato opportunista e preoccupato solo di individuare nuovi paradisi fiscali. Ha tutto, o almeno credeva di avere tutto, fino a quando si ritrova costretta a tornare al paesello in cui è nata, per assistere al funerale della zia, uno sperduto paese della Puglia presso cui trascorreva le estati da bambina, dove ha ereditato una grande masseria di famiglia, a cui vorrebbe trovare un acquirente. Determinata a vendere tutto in pochi giorni si troverà invischiata in una fitta trama di relazioni, affetti, equivoci. Nella masseria infatti vivono un cugino, Pino, un po' scemo, (meglio: affetto da "un ritardo dello sviluppo cognitivo...non scemo") e un affascinante contadino che si è occupato per anni della campagna, il vedovo Renzo (Raoul Bova), che occupa gratuitamente la dependance insieme al figlio Tony. Riuscirà in una settimana nell'intento programmato? Forse no, perché il rapporto con il fattore le farà capire che l'unica cosa che le manca è l'amore, quello vero. E quando la felicità è ad un passo da lei, non saprà come raggiungerla. La fama di Genovese, aggiunge al film un grado elevato di aspettativa nei suoi riguardi dei suoi film. Questa l'importante premessa di questo film, ma sarà riuscito nell'impresa anche questa volta? Dopo la visione, la risposta è sì, perché il film non solo è all'altezza delle aspettative, ma evidenzia la bravura di Paolo Genovese che riesce a fronteggiare una sceneggiatura ben lontana (forse migliore) da quella dei suoi precedenti film.