Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 30/09/2022 Qui - Per il semplice fatto che il film è in grado di offrire molteplici spunti di riflessione che spaziano dal cinema fino ad arrivare a considerazioni di carattere sociale, il giudizio finale non può che essere estremamente positivo. A ciò si aggiunge una confezione davvero brillante, avvalorata da un'ottima fotografia e da una prova attoriale credibile. La sceneggiatura è coraggiosa e, salvo risultare a tratti pretestuosa, si configura come l'elemento in grado di rendere il film senza ombra di dubbio originale e curioso. Un film intelligente, arguto in certi momenti e nient'affatto banale. La prima parte di A classic horror story è sì una rivisitazione del genere horror con riferimento precisi per non dire palesi a tanti film passati ed anche recenti, i cinque protagonisti (tra cui la "vendicativa" Matilda Lutz) fanno parte del cliché del genere, tuttavia sono tutt'altro che didascalici o macchiettistici. Un film horror truce ma non troppo splatter, con una riuscita colonna sonora originale, arricchita da un paio di brani di cinquant'anni fa che, nella contestualizzazione delle scene, diventano assai inquietanti. Insomma al pari di The Nest è solo prodotto di genere ma piacevolissimo e meritevole di attenzione, che fa sperare assai bene per il futuro del regista Roberto De Feo. Di certo tra le cose migliori uscite nel panorama nostrano recente (non si può dire indipendente visto che dietro c'è Netflix). Voto: 7
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venerdì 30 settembre 2022
A Classic Horror Story (2021)
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domenica 21 luglio 2019
Revenge (2017)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 12/07/2019 Qui
Tema e genere: Primo rape and revenge a essere diretto da una regista donna, la francese Coralie Fargeat.
Tema e genere: Primo rape and revenge a essere diretto da una regista donna, la francese Coralie Fargeat.
Trama: Prodotto dalla Midnight Factory, il film parla di una ragazza Jen, che viene invitata da un uomo molto ricco ad una battuta di caccia. Il week end, si trasforma in un vero è proprio incubo. Jen viene violentata e poi uccisa (almeno così sembra), fino a che non si sveglierà e vorrà vendetta.
Recensione: Si veste di rosa la voglia di rivalsa e la lotta contro la violenza fisica e psicologica in Revenge, il primo rape and revenge movie diretto da una donna, Coralie Fargeat, che vede Matilda Lutz (vista nel mediocre The Ring 3 e nel mediocre L'estate addosso di Muccino) nei panni di una giovane e ingenua donna all'apparente mercé dei desideri maschili. Nella pellicola, infatti, seguiamo le angoscianti vicende della sexy e sfacciata Jen interpretata dalla Lutz che, invitata dal suo ricco amante Richard (Kevin Janssens) alla tradizionale battuta di caccia nel deserto organizzata dall'uomo con due amici, Stan (Vincent Colombe) e Dimitri (Guillarme Bouchède), si ritrova presto ad essere assoggettata al desiderio degli uomini e a dover ricorrere a tutta la sua forza per fronteggiare, in una spietata caccia all'uomo, quello che si era prospettato come un week end di relax e di passione. Un nome del genere per un film appartenente al filone rape and revenge potrebbe risultare, ai più, insipido e banale. Così sarebbe se solo esso non fosse così diretto, efficace e d'impatto. La regista francese, difatti, meglio non avrebbe potuto denominare la sua opera cruda se non col titolo Revenge. La vendetta stessa, la quale altro non è che l'emblema stesso che viene qui portato in scena. Sì perché Revenge è un film estremamente diretto e viscerale. Un film d'esperienza, che non colpisce lo spettatore per intrighi narrativi o per la forza del racconto, ma per il coinvolgimento sensoriale che crea, tutto è infatti amplificato in Revenge, tutto è sensoriale, volutamente eclatante e meno realistico, dai paesaggi mozzafiato ai rumori dei passi o dei mezzi utilizzati dai personaggi, fino all'essenzialità dei dialoghi tra i protagonisti, forse il vero tallone d'Achille della pellicola. Un film dalla marcata personalità dal punto di vista visivo, si vede che la regista cerca la sua dimensione pulp, con scelte registiche e sceniche spesso sopra le righe ma mai prive di carattere e significato. Una fotografia sgargiante (e satura), un continuo indugiare sul dettaglio violento, sulla sofferenza fisica, senza mai esasperare i toni. È quel tipo di violenza che dà una parte crea tensione dall'altra la stempera, rendendosi per lo più delle volte il catartico exploit dei momenti più importanti del film. Insomma, è quel tipo di violenza filmica, che piace, perché ha il suo perché. E lo spettatore, proprio grazie al gioco di luci e musica e ad un mix di adrenalina e cruda violenza, riesce a vivere completamente il vissuto della protagonista. Perché nonostante le scene pulp sovrastino fin troppo lo sviluppo di Revenge, essi contribuiscono a ricreare la giusta dose di suspense e di partecipazione emotiva nei confronti della protagonista (merito della presenza scenica e del talento di Matilda Lutz che, in questo genere di film, riesce ad emergere anche nelle sequenze meno strutturate dal punto di vista narrativo). Punto nevralgico e unica, vera forza di Revenge è proprio un racconto semplice ed essenziale che punta tutto sulla trasformazione della protagonista che, da preda, diventa predatrice, sovvertendo lo stereotipo della donna/oggetto con comportamenti e azioni spesso al limite del reale. Poco importa però se la credibilità degli eventi narrati lascia molto a desiderare, perché il film osa quando sfrutta il potenziale del genere horror, e funziona egregiamente, infatti la seconda parte, che simboleggia la maturità di Jen attraverso una rinascita, seppur poco credibile sul piano narrativo, è un'arena di sangue, dove a scandire il ritmo dell'opera sono troncamenti, amputazioni e fiumi di sangue.
venerdì 14 giugno 2019
L'ultima ruota del carro (2013)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 30/10/2018 Qui - Un medio prodotto cinematografico italiano come questo corrisponde, probabilmente, al progetto più ambizioso, coraggioso e riuscito, giacché seppur non sfugge a certi difetti del suo cinema dovuti ad un certo schematismo, a volte grossolanità di qualche situazione, è a tratti divertente, credibile e sensibile tale da rendersi piacevole e godibile a vedersi (non a caso è questo il suo unico film che mi è davvero piaciuto, giacché non del tutto efficace è risultato Non è un paese per giovani) di Giovanni Veronesi, un prodotto che fa sfigurare decisamente altre pellicole medio-piccole come la trilogia di Manuale d'amore, Italians e altri film che erano altra farina del sacco del regista (Genitori & figli era al limite pericoloso del ridicolo). L'intento (nobilissimo) del regista è sempre stato quello di raccontare l'Italia, più o meno indirettamente, attraverso piccoli personaggi disadattati che affrontavano realtà abbastanza squinternate o semplicemente estranee, ma che alla fine riuscivano a trovare la via verso la loro salvezza sociale. Così avviene per il protagonista de L'ultima ruota del carro (film del 2013 scritto e diretto dal regista toscano), un mimetico (dimesso ma intenso) Elio Germano, che cambia capelli, età e carattere per riproporre i vari stadi della vita dell'italiano medio, anzi, di un esempio raro di italiano, un piccolo anti-eroe umile (anche troppo) e simpatico, mai intenzionato a mirare troppo in alto e che ritiene bastevole il rapporto affettivo con la moglie (una tremebonda Alessandra Mastronardi), con il figlio, con l'amico (Ricky Memphis che, meno burino del solito, risulta divertente), con i vicini di casa. E' un piccolo eroe che riesce a sopravvivere a cinquanta stralunati anni circa di storia d'Italia, dal 1967 al 2013, senza mai cambiare né crescere in termini di esperienza, mantenendo sempre la stessa ingenuità e la stessa semplicità che lo relegavano all'ultima ruota del carro della sua famiglia, in cui il padre oppressivo e la madre incapace di intervenire lo spingevano a una sempre maggiore frustrazione. Non è ambizioso, non tiene troppo ai soldi, è convinto che sia la famiglia il centro della sua vita, in un Bel Paese prima sconvolto dalle Brigate Rosse, poi dai fondi illeciti ai partiti politici e infine dall'avvento ottimistico dell'era berlusconiana.
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giovedì 9 maggio 2019
The Ring 3 (2017)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 26/02/2018 Qui - The Ring 3 (Horror, Usa 2017): Posso tranquillamente asserire di essere una fan dei Ring, ma questo ennesimo capitolo di una saga fortunata, che però non ha più niente di nuovo da dire, arriva forse troppo tardi. C'è stato un restilyng tecnologico, questo è vero, che ne preserva i meccanismi di contagio, anzi li rende potenzialmente più virali. Allo stesso tempo si è cercato di dare una nuova linfa, creando un nuovo scenario sulle origini di Samara, ampliandolo perfino. Tuttavia malgrado gli intenti, crea una storia più vicina al thriller d'indagine che ad un vero e proprio horror. Secondo me è proprio quest'ultimo aspetto che ne esce con le ossa rotte, sia a livello quantitativo che qualitativo, con scene che offrono scarsa tensione (senza dimenticare il ritmo piatto). Ci si è preoccupati di creare nuovi universi per Samara lasciando qualche spunto più che interessante. Perché sì, gli effetti speciali (discreti) ci sono, così come qualche colpo di scena memorabile (il finale) ma da soli non bastano a salvare un prodotto ben sotto la media, condannato, già prima del suo rilascio cinematografico a cadere nel dimenticatoio. Certo, si lascia guardare e si è comunque visto di peggio (anche perché non smette di inquietare), ma l'abbastanza anonima la regia di Javier Gutiérrez che non si rivela in grado neanche di sfruttare al meglio un cast d'attori tutto sommato decenti, Johnny Galecki, la bella attrice italiana Matilda Lutz già vista in L'estate addosso e Vincent D'Onofrio (anche se il suddetto si comporta bene, che però non può fare niente contro la noia), abbinata a buchi di sceneggiatura si rivela deficitaria. Tuttavia non un brutto film di per sé, semplicemente svogliato, inutile, prevedibile. Voto: 5,5
martedì 9 aprile 2019
L'estate addosso (2016)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 30/11/2017 Qui - L'estate addosso (Drammatico, Italia, USA, 2016): Spesso ma non sempre quando si guarda il trailer di un film, si è portati a pensare che esso abbia lo scopo di fornire soltanto l'incipit, lo spunto, l'impronta, ma poi è necessaria la visione dell'intera pellicola per acquisire altri elementi. Non è il caso di questo film, la cui visione del trailer, equivale ad averlo già visto. Anche perché chi si aspetta a fine visione con un qualcosa in più, resterà a mani vuote, perché il film di Gabriele Muccino è evanescente, come l'estate. Giacché il regista, dopo il solo piacevole Padri e figlie, filma il suo "Notte prima degli esami" o milioni di altri titoli che parlano di adolescenza, turbamenti, cambiamenti. Né più, né meno che questo. Con la differenza che altri film dello stesso genere, hanno avuto altro tipo di consistenza. Gli amanti dei sacri cliché (originalità saltami addosso), saranno pienamente soddisfatti, perché L'estate addosso li offre generosamente, adolescenti in vacanza, spiagge, mare, canzoni di Jovanotti, turbe sessuali, idealismi e improvvisi (quanto improbabili) sentimentalismi sotto i tramonti. Mancano solo chitarra e falò. Il tutto, alla fine, per esprimere un concetto epocale, ci sono esperienze e ricordi che ti ricorderai per sempre. Ma soprattutto la pellicola, che vorrebbe essere trendy raccontando di una coppia omosessuale (ma risultando invece pretestuosa e irritante), non indaga nelle psicologie dei protagonisti (tutti alquanto "fastidiosi" e per niente carismatici), non offre una morale degna di tale nome, si trascina per scenette prevedibili (ed altre ridicole, vedi il battibecco in inglese) e altre banalità. Insomma, noioso, per niente intrigante e non coinvolgente. Voto: 5
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