Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 17/09/2021 Qui - Il film che non ci si aspettava dopo Babadook, la Jennifer Kent s'arrischia con mirabile temerarietà su tutt'altre sponde e affronta gli orrori dell'imperialismo britannico nella natia Australia (siamo in Tasmania, per la precisione) tra aborigeni massacrati e sevizie sulle donne detenute, creando al tempo stesso un ritratto storico veritiero e una riflessione sulla violenza. Rispetto a molti altri film del genere (è a tutti gli effetti un horror del sottogenere rape and revenge) i tempi sono molto più dilatati e la violenza è molto più brutale e realistica. Oltre alla violenza fisica viene mostrata anche la violenza dell'uomo bianco verso le popolazioni indigene. Ma a parte questo non c'è molto altro. Le riflessioni ci sono ma non si sentono. La narrazione non brillando per originalità va via in (scontata) scioltezza. Una certa prolissità, soprattutto nel finale (che avrebbe beneficiato di un buon taglio di forbici), non toglie comunque incisività ad un film, servito fra l'altro da un'intensa recitazione della protagonista, l'italo-irlandese Aisling Franciosi, coraggioso. Per la Kent tuttavia, dopo il precedente molto riuscito, è un netto passo indietro, nonostante questo The Nightingale resti un sufficiente film. Voto: 6
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venerdì 17 settembre 2021
sabato 31 luglio 2021
M.F.A. (2017)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 31/07/2021 Qui - Atipico rape and revenge, non tanto per l'assenza di cliché tipici del filone (certamente presenti), quanto per l'intelligenza e l'impegno sociale con cui viene trattato il vergognoso tema degli stupri all'interno dei college americani. Vera e propria piaga in cui spesso le numerose vittime passano per poco di buono (giusto per non dire di peggio) o, timorose dell'altrui giudizio, non sporgono denuncia, mentre i carnefici restano spesso impuniti e soprattutto liberi di continuare la loro corsa verso il successo. Non è quello che accade in M.F.A. dove la studentessa d'arte Noelle, a sua volta stuprata dal prepotente belloccio di turno, casualmente si trasforma in assassina, pronta ad ammazzare chiunque abbia usato violenza carnale passandola poi liscia. Ora, chi pensa di trovarsi il solito pippone femminista solo perché girato e sceneggiato da due donne (alla regia Natalia Leite, alla scrittura Lea McKendrick) si sbaglierà di grosso, in quanto la critica è duplice, rivolta anche al mondo femminile: al modo di approcciare il problema, ai goffi tentativi di risolverlo e all'incapacità di reagire davanti tali soprusi. Semmai il tocco "rosa" è deducibile dalla delicatezza con cui il tema viene trattato e dalla messa in scena elegante, quasi patinata, che stride piacevolmente con gli omicidi non troppo cruenti ma fantasiosi il giusto. Tuttavia nulla in confronto alle due scene d'abuso, che seppur in parte edulcorate alimentano un certo fastidio. Indovinata la scelta della (figlia d'arte) Francesca Eastwood nel ruolo principale. Dietro ad un fisico fragile, riesce a mostrare l'evoluzione del proprio personaggio ormai preso da un meccanismo da cui non ha più la capacità di venirne fuori (e poi caspita se non è bella). Insomma un buon film. Voto: 6,5
venerdì 21 maggio 2021
L'ultimo treno della notte (1975)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 21/05/2021 Qui - Il classico film natalizio, scherzo ovviamente. L'ultimo treno della notte è un gran bel pugno allo stomaco. Non per caso considerato, a quei tempi, un film cruento e violento. L'implacabile epilogo è chiaramente ispirato a L'ultima casa a sinistra di Wes Craven, considerato tra i primi e più riusciti rape and revenge a cui è doveroso aggiungere anche questo ragguardevole esempio italico. Rispetto al lavoro del collega americano Aldo Lado lavora molto meglio sugli aspetti sociali, presentandoli sempre un po' grezzi ma di sicuro meno superficiali. Non manca infatti la solita (però in questo caso ferocissima) critica alla borghesia. Pochi i particolari cruenti, molto viene suggerito e a restare impressa è soprattutto la scena dello stupro all'arma bianca. Il regista riesce comunque a creare un clima di terrore psicologico difficilmente tollerabile in più frangenti, seppur la pellicola del collega Craven, almeno da questo punto di vista (parere molto personale), sia ancora più sgradevole. Certamente la parte centrale del film è la migliore, sia dal punto vista visivo, sia per l'abilità del regista di creare un'isola a se stante dalle convenzioni sociali in cui viene commesso e ammesso di tutto, evidenziando le dinamiche tra i vari personaggi, dove spicca una Macha Meril veramente perfida fino al midollo, abilissima nel manipolare i due teppisti per dare libero sfogo alla propria personalità repressa dietro la facciata di donna irreprensibile. Gli aspetti negativi riguardano la poca originalità del film, la noia presente in alcuni momenti e la recitazione abbastanza mediocre (a parte Flavio Bucci ed Enrico Maria Salerno, quest'ultimo davvero grande). La pellicola poi, perde quota proprio nel finale, durante il quale le coincidenze iniziano a suonare come troppo forzate e alcuni sviluppi vengono sveltiti sottraendo realismo alla vicenda (e ci sono anche parecchi errori tecnici). Le musiche di Ennio Morricone inoltre, le ho trovate piuttosto anonime. Bellissima invece, perché straniante ma paradossalmente efficace, la canzone di Demis Roussos, A flower's all you need che si può ascoltare all'inizio e alla fine subito prima dei titoli di coda. Però in conclusione, tra critica sociale e violenza degenere prende corpo un film crudo e grezzo, ma solido, compatto e coinvolgente, niente d'eccezionale certo, ma un film abbastanza interessante e riuscito. Voto: 6,5
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domenica 21 luglio 2019
Revenge (2017)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 12/07/2019 Qui
Tema e genere: Primo rape and revenge a essere diretto da una regista donna, la francese Coralie Fargeat.
Tema e genere: Primo rape and revenge a essere diretto da una regista donna, la francese Coralie Fargeat.
Trama: Prodotto dalla Midnight Factory, il film parla di una ragazza Jen, che viene invitata da un uomo molto ricco ad una battuta di caccia. Il week end, si trasforma in un vero è proprio incubo. Jen viene violentata e poi uccisa (almeno così sembra), fino a che non si sveglierà e vorrà vendetta.
Recensione: Si veste di rosa la voglia di rivalsa e la lotta contro la violenza fisica e psicologica in Revenge, il primo rape and revenge movie diretto da una donna, Coralie Fargeat, che vede Matilda Lutz (vista nel mediocre The Ring 3 e nel mediocre L'estate addosso di Muccino) nei panni di una giovane e ingenua donna all'apparente mercé dei desideri maschili. Nella pellicola, infatti, seguiamo le angoscianti vicende della sexy e sfacciata Jen interpretata dalla Lutz che, invitata dal suo ricco amante Richard (Kevin Janssens) alla tradizionale battuta di caccia nel deserto organizzata dall'uomo con due amici, Stan (Vincent Colombe) e Dimitri (Guillarme Bouchède), si ritrova presto ad essere assoggettata al desiderio degli uomini e a dover ricorrere a tutta la sua forza per fronteggiare, in una spietata caccia all'uomo, quello che si era prospettato come un week end di relax e di passione. Un nome del genere per un film appartenente al filone rape and revenge potrebbe risultare, ai più, insipido e banale. Così sarebbe se solo esso non fosse così diretto, efficace e d'impatto. La regista francese, difatti, meglio non avrebbe potuto denominare la sua opera cruda se non col titolo Revenge. La vendetta stessa, la quale altro non è che l'emblema stesso che viene qui portato in scena. Sì perché Revenge è un film estremamente diretto e viscerale. Un film d'esperienza, che non colpisce lo spettatore per intrighi narrativi o per la forza del racconto, ma per il coinvolgimento sensoriale che crea, tutto è infatti amplificato in Revenge, tutto è sensoriale, volutamente eclatante e meno realistico, dai paesaggi mozzafiato ai rumori dei passi o dei mezzi utilizzati dai personaggi, fino all'essenzialità dei dialoghi tra i protagonisti, forse il vero tallone d'Achille della pellicola. Un film dalla marcata personalità dal punto di vista visivo, si vede che la regista cerca la sua dimensione pulp, con scelte registiche e sceniche spesso sopra le righe ma mai prive di carattere e significato. Una fotografia sgargiante (e satura), un continuo indugiare sul dettaglio violento, sulla sofferenza fisica, senza mai esasperare i toni. È quel tipo di violenza che dà una parte crea tensione dall'altra la stempera, rendendosi per lo più delle volte il catartico exploit dei momenti più importanti del film. Insomma, è quel tipo di violenza filmica, che piace, perché ha il suo perché. E lo spettatore, proprio grazie al gioco di luci e musica e ad un mix di adrenalina e cruda violenza, riesce a vivere completamente il vissuto della protagonista. Perché nonostante le scene pulp sovrastino fin troppo lo sviluppo di Revenge, essi contribuiscono a ricreare la giusta dose di suspense e di partecipazione emotiva nei confronti della protagonista (merito della presenza scenica e del talento di Matilda Lutz che, in questo genere di film, riesce ad emergere anche nelle sequenze meno strutturate dal punto di vista narrativo). Punto nevralgico e unica, vera forza di Revenge è proprio un racconto semplice ed essenziale che punta tutto sulla trasformazione della protagonista che, da preda, diventa predatrice, sovvertendo lo stereotipo della donna/oggetto con comportamenti e azioni spesso al limite del reale. Poco importa però se la credibilità degli eventi narrati lascia molto a desiderare, perché il film osa quando sfrutta il potenziale del genere horror, e funziona egregiamente, infatti la seconda parte, che simboleggia la maturità di Jen attraverso una rinascita, seppur poco credibile sul piano narrativo, è un'arena di sangue, dove a scandire il ritmo dell'opera sono troncamenti, amputazioni e fiumi di sangue.
sabato 22 giugno 2019
I spit on your grave 3 (2015)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 05/12/2018 Qui - Sarà stata l'assenza di sottotitoli (non sono riuscito a trovarli in italiano e se qualcuno saprà aiutarmi gliene sarò molto grato), anche se non credo di essermi perso niente di importante, le immagini e le situazioni parlano da sole, sarà che il tutto viene stravolto, la storia (anche se riprende la storia del secondo sequel, che trovate qui) cambia sensibilmente (forse troppo, è tutt'altra cosa), ma per ora I Spit on Your Grave 3, dal titolo originale I Spit on Your Grave III: Vengeance Is Mine, film del 2015 diretto da R.D. Braunstein, è il peggiore della serie (almeno fin quando lo rivedrò e cambierò opinione, anche se non credo). Qui infatti la storia di vendetta non sta in piedi stavolta (anche perché il film racconta appunto tutta un'altra storia, anche meno interessante) e tutto è ridicolo e inverosimile, e l'unica cosa positiva è ritorno della Jennifer Hills interpretata dalla bellissima Sarah Butler. Perché certo, la trama diciamo che è più o meno la solita (anche se è sfortunatamente trattata in modo diverso, Jennifer Hills che dopo la sua furiosa vendetta ora cerca disperatamente di rifarsi una vita), perché certo, il film oltre a trattare importanti argomenti come la violenza e lo stupro questa volta tratta anche il legame che c'è/non c'è tra giustizia e vendetta, mettendo in questo modo in risalto come le autorità e l'eccessiva burocrazia impediscano spesso alle vittime d'avere giustizia, perché certo, alcune scene, a cavallo tra realtà ed immaginazione, sono molto riuscite, perché certo, interessante è anche come viene sviluppato il personaggio di Jennifer, da una parte strumento di morte che tortura e uccide sadicamente ogni uomo che viene da lei visto come una minaccia, dall'altra vittima di una società malata e perversa che l'ha portata per poter sopravvivere ad essere un mostro (un mostro tra i mostri), perché quando l'assassino di una sua nuova amica viene rimesso in libertà e l'incubo degli stupratori seriali riprende a perseguitarla, egli decide di dare lei stessa la caccia a quei torturatori che riescono a eludere la legge e il sistema, ma la trasformazione della protagonista da vittima a spietata vendicatrice della notte (e non solo, dato che più passa il tempo, più il suo desiderio di provocare per poi punire aumenta esponenzialmente) non convince, e non convince neanche tutto il film, un film che, anche se cerca di aggiungere pure qualche risvolto psicologico sulle questioni della vendetta e dell'assorbimento dei traumi patiti, è deludente. Anche perché la pellicola sfiora il grottesco e la direzione che decide di prendere è alquanto ridicola. Perché certo, interessante è il finale, seppur costui imprudentemente lasci margine per un altro episodio, del quale francamente se ne potrebbe anche fare a meno (e tuttavia sarebbe già in produzione), perché certo, è comunque un'opera alquanto forte e disturbante (se ripenso alla sbarra di ferro nel...mi sento male), ma quest'opera, dalla regia standard e dalla tecnica altrettanto standard, un'opera comunque meno violenta rispetto ai precedenti (anche se il torture porn c'è ancora, e menomale, anche se pochissime le scene), un'opera che di Rape & Revenge ha ben poco, è davvero mediocre. Voto: 5
I spit on your grave 2 (2013)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 05/12/2018 Qui - Nel filone dei Rape e Revenge, il secondo film della famosa saga, I spit on your grave 2, film del 2013 diretto da Steven R. Monroe, si classifica come un lavoro abbastanza originale, benché il canovaccio sia sempre il solito (c'è una ragazza sola ed avvenente, quindi un gruppo di pazzoidi che la rapisce, la stupra, la sevizia in ogni modo possibile ed immaginabile, un'escalation di brutalità secondo i progetti degli aguzzini culminante con la morte della vittima, la quale, invece, si salva per il rotto della cuffia ripagando con la stessa moneta i colpevoli di tale orrore), e benché non privo di alcune incongruenze narrative, che lo rendono poco (troppo poco) credibile. L'originalità è riscontrabile nell'ambientazione urbana, che però non regala una marcia in più, anzi, il cambio di contesto geografico offre una buona sorpresa ma a rifletterci bene appare come una vera bestialità. Interessante e nuovo è anche il quadro psicologico che viene offerto dei ''villains'', non tutti accomunati dallo stesso desiderio di violenza, alcuni con picchi di sadismo inaspettati, altri con improvvisi sensi di colpa che li portano tuttavia a patetiche ingenuità. A tal proposito, ingenua è purtroppo la sceneggiatura, che procedendo per stereotipi consolidati (la sopravvivenza della ragazza è pura fantascienza, anche se questa volta è per lo meno mostrata, mentre nel precedente film assumeva una innaturale connotazione quasi soprannaturale) si avvia verso uno svolgimento facilmente prevedibile in tutti i suoi colpi di scena, più o meno telefonati. Inoltre le figure marginali (il poliziotto, il prete) sono inserite maluccio nello script, anzi, non servono a niente. E insomma rispetto all'inarrivabile originale girato da Meir Zarchi (qui tra i produttori esecutivi) e il suo sufficiente remake/reboot di tre anni prima (qui), questo (ennesimo) sequel non colpisce più di tanto nel segno.
I spit on your grave (2010)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 05/12/2018 Qui - Steven R. Monroe si cimenta col remake, o almeno quello che tecnicamente dovrebbe essere il suo remake, di "Non violentate Jennifer", dico dovrebbe perché a visione ultimata ci si accorge che il film di Meir Zarchi è poco più di uno spunto di partenza. Se infatti le vicende appaiono parallele (la storia della scrittrice in erba e pure belloccia che cerca isolamento totale in una casa in mezzo ai boschi per scrivere il suo libro e che invece trova la violenza carnale ad opera di omuncoli del posto, violenza a cui reagirà nel modo più brutale immaginabile) ci sono talmente tante differenze che è impossibile parlare di remake in senso stretto. Diciamo allora che questo I spit on your grave (2010) appare come una libera (ma non efficacissima) reinterpretazione di Non violentate Jennifer, sono difatti introdotti altri personaggi (viene aggiunto, forse imprudentemente, lo sceriffo Storch, incarnazione della legge e della violenza misogina insita nel sistema), la vendetta della protagonista (che acquisisce un peso specifico molto maggiore rispetto alla pellicola originale) si espleta con marchingegni che possono ricordare alla lontana qualcosa dei film della serie Saw ed inoltre nella seconda parte siamo più dalle parti di un torture porn che di un vendetta movie o di un Rape & Revenge come invece era l'originale. Ed è proprio su quest'ultimo punto che le criticità del progetto vengono fuori. Perché certo, il film di Steven R. Monroe ha un'estetica decisamente e giustamente al passo dei tempi, ovvero con una messa in scena molto più curata (quasi patinata, forse troppo), ma manca quell'aura disturbante che contornava il film originale. Le scene di violenza su Jennifer, per quanto terribili, mancano di quella cruda cattiveria che caratterizzava l'originale. Infatti pur essendo comunque questo un film terribile e violento, esso non riesce ad arrivare alla mostruosa brutalità dell'originale, ed inoltre le scene di violenza sessuale seppur pesanti, non riescono a sconvolgere lo spettatore.
Non violentate Jennifer (1978)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 05/12/2018 Qui - Eccolo qui uno dei primissimi film in completo stile "Rape & Revenge", anzi, il film simbolo del genere, anche se non il capostipite visto che prima qualche anno prima usci "L'ultima casa a sinistra" di Wes Craven (non ho ho citato a caso questo film del grande regista purtroppo scomparso, visto che fra i due prodotti ci sono varie similitudini, però nel complesso ho preferito questo, leggermente più curato e "crudo" rispetto alla pellicola del '72 firmata Craven), un film che ha sconvolto e destato non poche critiche, censurato e proibito in vari paesi del mondo, e lo credo bene, per essere un film del 1978 non lascia praticamente nulla all'immaginazione (la visione quindi neanche a dirlo non è per tutti). Non violentate Jennifer (I Spit on Your Grave), film diretto da Meir Zarchi infatti, che rappresenta appunto uno dei maggiori esponenti del sottogenere Rape & Revenge nel più puro stile dei film d'exploitation (il primo della saga che oggi recensirò causa La Promessa), si rende esplicito nelle scene di violenza in maniera molto gratuita suscitando la rabbia e il disgusto dello spettatore che assiste a tutta questa crudezza, depravazione, cattiveria ed oscenità. In tal senso è forse uno dei film più agghiaccianti che abbia mai visto (non per caso la fama del film è sicuramente dovuta al realismo e alla violenza delle scene di stupro, che occupato una buona mezz'ora di pellicola e che risultano ancora oggi disturbanti e fastidiose), un film, dalla trama lineare, semplice e povera (ma che ovviamente per l'anno d'uscita era una novità quasi assoluta), trama che vede una ragazza che viene violentata (stuprata ed umiliata) più volte da un gruppo di bifolchi in una località rurale e isolata e che quindi si adopera sistematicamente per ottenere vendetta, che lascia un senso di angoscia costante (soprattutto nella prima parte), un film che per questo fu definito perfino maschilista. Col tempo, però, è stato rivalutato, e io direi anche giustamente: infatti, la brutalità con cui viene rappresentato lo stupro non risulta affatto eccitante o pornografico, ma anzi mette a disagio lo/a spettatore/rice, insinuando in particolare nei maschietti un senso di colpa e di vergogna. Il pubblico, assistendo alle umiliazioni inflitte a Jennifer, non può non provare compassione per lei (a meno che, certamente, non si vada a considerare un maniaco sessuale e/o un maschilista, magari moralista), e quando la ragazza mette in atto la sua vendetta diventa naturale tifare per il successo della sua nobile e liberatoria impresa. L'immagine del macho dominatore viene completamente smantellata nella pellicola, e, in un dialogo, viene anche (giustamente) sconfessata l'aberrante e assai discutibile teoria di matrice reazionaria secondo la quale lo stupro sarebbe "giustificato" dagli ammiccamenti sensuali e dai modi di vestire di alcune ragazze. Tecnicamente Non violentate Jennifer è piuttosto riuscito, con qualche classico limite dovuto più che altro all'anno di produzione. Particolare la scelta di non voler inserire musiche, rendendolo più reale e ancora più scioccante. Gli attori non sono granché, ad esclusione della protagonista (una bravissima e perfettamente in parte Camille Keaton), ma per i ruoli che interpretano questo difetto non balza molto all'occhio.
giovedì 21 febbraio 2019
Reversal: La fuga è solo l'inizio (2015)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 19/01/2017 Qui - Rape and Revenge classico eppur atipico, Reversal (film thriller-horror del 2015), comincia dove molti altri film del genere finiscono, è questa la vera grande intuizione del film, incentrato sulla vendetta di una vittima, ai danni del suo carceriere. A tutti gli amanti del cinema di genere infatti la premessa concettuale di Reversal: la fuga è solo l'inizio sicuramente accende la curiosità, d'altronde un film che si propone di innovare un filone tanto prolifico come quello dei revenge movies facendo del momento, che di solito segna la svolta narrativa e la parte principe dei canovacci legati al genere, il proprio prologo è di sicuro interesse per chi apprezza certi generi di cinema. Legata, affamata, stuprata e prigioniera una ragazza (la bella Tina Ivlev) è stesa in uno scantinato, quando il suo carnefice le porta da mangiare sfrutta un momento di distrazione e lo tramortisce riuscendo a liberarsi. Si ritrova di colpo da sola in una casa che non conosce e in mezzo al niente, in poco scopre di non essere l'unica, altrove ci sono altre ragazze nella sua condizione e nonostante desideri solo fuggire si fa forza, prende prigioniero l'uomo che l'ha imprigionata e lo costringe a portarla a liberare le altre per tutta la notte. Di casa in casa, di prigione in prigione, scoprirà che la situazione è molto peggiore di quello che avesse immaginato. La trama perciò è piuttosto semplice, la regia di un regista a me sconosciuto fino ad ora (José Manuel Cravioto) piuttosto discreta, le scene 'action' forse un po' troppo confusionarie mentre il montaggio è la parte più interessante e dinamica. Il problema però sono proprio i presupposti narrativi, difatti spesso non torna un cavolo, ovvero le azioni della protagonista non hanno senso, anche se il film si lascia vedere anche facilmente dato che di horror ce né ben poco, ma in ogni caso il thriller funziona.
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