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venerdì 21 maggio 2021

L'ultimo treno della notte (1975)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 21/05/2021 Qui - Il classico film natalizio, scherzo ovviamente. L'ultimo treno della notte è un gran bel pugno allo stomaco. Non per caso considerato, a quei tempi, un film cruento e violento. L'implacabile epilogo è chiaramente ispirato a L'ultima casa a sinistra di Wes Craven, considerato tra i primi e più riusciti rape and revenge a cui è doveroso aggiungere anche questo ragguardevole esempio italico. Rispetto al lavoro del collega americano Aldo Lado lavora molto meglio sugli aspetti sociali, presentandoli sempre un po' grezzi ma di sicuro meno superficiali. Non manca infatti la solita (però in questo caso ferocissima) critica alla borghesia. Pochi i particolari cruenti, molto viene suggerito e a restare impressa è soprattutto la scena dello stupro all'arma bianca. Il regista riesce comunque a creare un clima di terrore psicologico difficilmente tollerabile in più frangenti, seppur la pellicola del collega Craven, almeno da questo punto di vista (parere molto personale), sia ancora più sgradevole. Certamente la parte centrale del film è la migliore, sia dal punto vista visivo, sia per l'abilità del regista di creare un'isola a se stante dalle convenzioni sociali in cui viene commesso e ammesso di tutto, evidenziando le dinamiche tra i vari personaggi, dove spicca una Macha Meril veramente perfida fino al midollo, abilissima nel manipolare i due teppisti per dare libero sfogo alla propria personalità repressa dietro la facciata di donna irreprensibile. Gli aspetti negativi riguardano la poca originalità del film, la noia presente in alcuni momenti e la recitazione abbastanza mediocre (a parte Flavio Bucci ed Enrico Maria Salerno, quest'ultimo davvero grande). La pellicola poi, perde quota proprio nel finale, durante il quale le coincidenze iniziano a suonare come troppo forzate e alcuni sviluppi vengono sveltiti sottraendo realismo alla vicenda (e ci sono anche parecchi errori tecnici). Le musiche di Ennio Morricone inoltre, le ho trovate piuttosto anonime. Bellissima invece, perché straniante ma paradossalmente efficace, la canzone di Demis RoussosA flower's all you need che si può ascoltare all'inizio e alla fine subito prima dei titoli di coda. Però in conclusione, tra critica sociale e violenza degenere prende corpo un film crudo e grezzo, ma solido, compatto e coinvolgente, niente d'eccezionale certo, ma un film abbastanza interessante e riuscito. Voto: 6,5

venerdì 31 luglio 2020

Suspiria (1977)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 31/07/2020 Qui - Assieme a "Profondo Rosso" il film che segna il top della produzione di Dario Argento, un film eccellente sospeso tra horror gotico, favola ed efferatezze tipiche del cinema di paura degli anni 70/80. E' anche il capitolo che dà il via alla cosiddetta Trilogia delle Tre Madri (poi continuata con il fiacco "Inferno" nel 1980 e con l'inguardabile "La Terza Madre" nel 2007). Già straordinario per la location scelta, ovvero una scuola di danza posizionata all'interno della suggestiva Foresta Nera, trova nelle invenzioni scenografiche ed estetiche volute dal regista romano dei punti di forza straordinari. Le aspirazioni della giovane Susy (decisa a perfezionare i suoi studi di balletto, benissimo interpretata da Jessica Harper) si scontrano con un mondo inquietante dominato da antichi rituali, reso ancor più sinistro da scelte cromatiche stupefacenti, con un abbondanza di giochi di luce (soprattutto tendenti al rosso e al blu) in grado di alzare sensibilmente l'asticella della tensione. Da aggiungere alla perfezione estetica (determinata anche dalle pregevoli scenografie) la terrificante colonna sonora (ad opera dei Goblin), ingrediente indispensabile per la materializzazione di atmosfere opprimenti. La gestione dei tempi narrativi è notevole, Argento riesce a spaventare grazie ad un meccanismo elaborato nei minimi particolari. E' anche vero che dal punto di vista narrativo si potrebbe muovere qualche accusa, ma francamente lo script non incappa in gravi battute a vuoto. L'unico problema potrebbe risiedere nella linearità eccessiva, con relativo mistero non poi così impossibile da decriptare. Tutto sommato la sceneggiatura, non perfetta come spesso riscontrabile nei lavori del regista romano, si lascia comunque apprezzare, anche se poi a dominare c'è l'estetica, a solleticare le percezioni sensoriali dello spettatore calato in un incubo dal sapore atavico in cui la fiaba si trasforma nel più efferato degli incubi. Le morti spettacolari non mancano, Argento dà fondo alla sua tecnica ideando inquadrature di gran fattura, quindi ricorrendo alla fantasia macabra per creare omicidi piuttosto cruenti. Un cult a ragione, tra i migliori horror italiani di tutti i tempi. Voto: 8