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venerdì 31 maggio 2024

Il mondo dietro di te (2023)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 31/05/2024 Qui - Il film è concepito come un thriller, tuttavia è rallentato da numerose ed eccessive pause. Queste interruzioni, pur contribuendo a ben delineare i personaggi, rendono la narrazione troppo prolissa. Il film, che avrebbe beneficiato di una maggiore concisione, si dilunga inutilmente. Lo spunto è buono, la realizzazione meno. Con una durata di quasi due ore e venti, si conclude con un finale improvvisato, privo di sostanza e scarso fascino. La trama è sovraccarica di dialoghi, spesso superflui, e mostra una ripetitività sia nella narrazione che nelle azioni dei (piatti) personaggi. Il film, valido nelle intenzioni e sostenuto da un buon cast e una regia competente, offre alcuni effetti speciali di qualità, ma alla fine dei conti, troppa retorica e pochi fatti. Non è noioso, ma aveva il potenziale per essere migliore. Voto: 6 [Netflix]

mercoledì 31 luglio 2019

Ben is Back (2018)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 31/07/2019 Qui
Tema e genere: Una vicenda lacrimevole e sofferta: una storia di tossicodipendenza in cui il coraggio di una madre dovrà fare i salti mortali e sudare sette camicie per tentare di rimettere insieme i cocci dell'esistenza del figlio, irrimediabilmente schiavo della droga, equamente diviso tra bugie e fughe da casa.
Trama: Ben, ragazzo tossicodipendente, torna a casa per le feste di Natale. Per la madre una grande gioia ma anche tante preoccupazioni.
RecensioneBen is Back, presentato al Toronto International Film Festival l'anno scorso, è un film più di attori che di storia, in cui tutto sommato succede poco (ma l'inizio, molto bello, sembra una versione contemporanea della parabola del figliol prodigo). Lo dirige senza squilli Peter Hedges, buon regista di film non indimenticabili (questo è il quarto in 15 anni) tra cui L'amore secondo Dan con Steve Carell, anche se il suo exploit rimane quello giovanile, il romanzo What's Eating Gilbert Grape da cui trasse lui stesso la sceneggiatura di quel più che discreto film che era Buon compleanno Mr. Grape (diretto da Lasse Hallström), semmai colpisce maggiormente la fotografia spesso cupa, anche perché molto avviene in una notte (terribile). Il film mette a confronto una madre e un figlio, interpretati rispettivamente da una toccante e credibilissima Julia Roberts (che fa davvero pensare a cosa può vivere una madre davanti a una tale prova) e da un misurato Lucas Hedges (figlio del regista), il bravo attore emergente lanciato da Manchester by the Sea e che poi a seguire ha recitato in un tanti altri film tra cui Tre manifesti a Ebbing, Missouri e Lady Bird. A rimanere nel cuore è soprattutto la figura della madre, certo non impeccabile (in una scena augura la morte al medico, ormai con l'Alzheimer, cui imputa la tossicodipendenza del figlio perché gli prescrisse con leggerezza antidolorifici). E sempre sul punto di saltare per aria, come in alcune terribili, emozionanti scene di scontro con Ben. Una madre addolorata ma sempre pronta a riabbracciare quel figlio che continua a sbagliare. Una madre costretta a un'angosciata peregrinazione notturna, in cerca del figlio smarrito (e anche qui, forse involontaria, sembra di scorgere tratti di parabole evangeliche), che pur di ritrovarlo è pronta a lasciarsi alle spalle tutto quanto, anche le sue paure e i suoi dolori. Un viaggio notturno (a tratti faticoso per lo spettatore, ma anche pieno di tensione fino a un finale intensissimo e commovente) che sembra una discesa agli inferi, dove potrebbe spingersi una madre per recuperare il proprio figlio.
Regia: Artisticamente nato come sceneggiatore (anche in drammi quali About a Boy), Peter Hedges in Ben is Back, il suo quarto film da regista, tratta nuovamente temi a lui più congeniali come le problematiche adolescenziali e i rapporti tra genitori e figli. E lo fa nuovamente e dannatamente bene, già da una delle primissime scene, quando il personaggio di Julia Roberts, sorpresa, corre ad abbracciare il figlio, scappato dalla comunità di recupero il giorno della vigilia di Natale, si capisce come il film prepara davanti a sé un terreno per costruirci su un dramma dal forte impatto emotivo. Ed è quello che accade, anche perché Peter Hedges, complice anche l'azzeccata scelta di ambientare la storia nell'arco di un'unica giornata, tratteggia molto bene il rapporto tra madre e figlio che, complice un furto la notte della vigilia di Natale, si prende completamente la scena da metà film in poi. Infine si concede anche uno stoccata alle politiche americane in fatto di cura dei tossicodipendenti con le farmacie che vendono qualsiasi tipo di medicinale che può creare dipendenza e si rifiutano di concedere quelli capaci di salvare da un'overdose. E insomma non male a questo giro.

mercoledì 10 luglio 2019

Wonder (2017)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 05/04/2019 Qui - Sono numerosi i casi in cui il cinema si è confrontato con personaggi aventi una condizione di diversità fisica, causata dalla malattia: Freaks di Tod Browning, The Elephant Man di David Lynch e Dietro la maschera di Peter Bogdanovich sono solo alcuni esempi. Nel nuovo film di Stephen Chbosky, film del 2017, Wonder, è un bambino a dover fare i conti con la propria deformità fisica e a sottoporsi al peso dello sguardo indiscreto e crudele degli estranei. In tal senso il film aveva tutto per essere un drammone strappalacrime, in più ricattatorio, perché si parla appunto di bambini. Invece, pur avendo una tensione emotiva molto evidente, riesce ad essere attento, intelligente, profondo nella rappresentazione della malattia, perché allarga la prospettiva adottando punti di vista tematici validi per tutti: quello della difesa dei diritti del bambino malato, il rapporto con la diversità e una non peregrina riflessione sul bullismo. Il film è inoltre brillantemente diviso, in quattro voci narranti, che raccontano le differenze e le difficoltà del rapporto con Auggie, il protagonista (Jacob Tremblay), un bambino che ha dieci anni e dalla nascita ha una grave anomalia cranio-facciale, bambino che deve affrontare il mondo e andare a scuola dopo aver avuto un'educazione da sua madre a casa, un bambino che tra tante difficoltà deve riuscire a trovare il suo posto nel mondo. La sorella, Via (Izabela Vidovic), al primo anno di High School, poco considerata da una famiglia che pensa solo al fratello di cui forse si vergogna anche un po', Jack Will (Noah Jupe), compagno di scuola, e della sua amicizia difficoltosa con Auggie, e infine Miranda, ex migliore amica di Via. Tante voci, tanti sguardi, a cui se ne attaccano altri: i genitori soprattutto, la madre (Julia Roberts) totalmente affezionata al figlio, ma fragile e preoccupata, il padre (Owen Wilson), il più solido tra tutti e sempre presente per la moglie e i figli, e poi il preside (Mandy Patinkin) e l'insegnante di Auggie, il fidanzato di Via, i bulletti della scuola e Summer, che tra tutti gli amici ha lo sguardo più libero. Ed è questo che emoziona e commuove, il non voler necessariamente esasperare il tema della malattia da lacrima facile, ma emozionando facendo vivere delle situazioni di vita quotidiana in cui forse ciascuno di noi, da genitore o da figlio, si è trovato.

giovedì 9 maggio 2019

I Puffi - Viaggio nella foresta segreta (2017)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 26/02/2018 Qui - I Puffi - Viaggio nella foresta segreta (Animazione, Usa 2017): Dopo due film a tecnica mista parecchio bruttarelli seppur godibili e facili a vedersi, ecco nuovamente i Puffi nel terzo lungometraggio, ed interamente animato, a loro dedicati. Purtroppo però, seppur pieno di buone intenzioni, esse naufragano nella noia e nell'ovvietà. Perché questo film infantile e risibile diretto da Kelly Asbury, forse prodotto esclusivamente per dare ulteriore impulso al marketing dei pupazzetti blu, che urla modernità quasi avesse paura di essere etichettato come antiquato, manca di originalità, è banale ed esile. Smurfs: The Lost Village infatti, che mette nuovamente (come nel secondo) al centro della vicenda Puffetta, che fatica a trovare un suo ruolo nel villaggio e che quando viene a sapere di un villaggio misterioso attraversa, con i suoi amici la foresta incantata con alle calcagne il perfido Gargamella, nonostante l'ottima grafica computerizzata non va oltre il compitino (a tal proposito i difetti, come un'ambigua colonna sonora, sono più dei pregi). Perché sì, rimane la tenerezza di base e si amplia il lato comico, con battute, specie del caro mago malvagio (e iperattivo), abbastanza tristi, ma rimane un prodotto mediocre nell'animo (ricevibile soprattutto per i più piccoli) nonostante i buoni mezzi tecnici. Voto: 5,5

mercoledì 6 marzo 2019

Money Monster: L'altra faccia del denaro (2016)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 03/04/2017 Qui - Mi aspettavo un film giocato tutto sul sarcasmo e sulla satira di un mondo, quello della televisione che vende soldi e paura, insomma un déjà-vu qualche volta anche un po' retorico e ripetitivo. Invece mi sono trovato, paradossalmente dopo un inizio di quel tipo, piacevolmente colpito da un film, Money Monster: L'altra faccia del denaro (Money Monster), film del 2016 diretto da Jodie Foster, che molto presto ha virato verso il thriller in modo serio, forse perfino importante e certamente teso e coinvolgente. Da quel momento in poi infatti la tensione è andata crescendo ed il film non ha più avuto tregua fino alla fine, in verità unico momento un po' scontato. Money Monster difatti è un film ben confezionato, di maniera e del tutto prevedibile inizialmente, poiché sembra di vederci almeno un centinaio di film americani degli ultimi quarant'anni, da Tre giorni del condor di Sidney Pollack del 1975 e Quinto potere di Sidney Lumet del 1976, passando attraverso tutti quelli che trattano di un sequestro, come Inside man di Spike Lee del 2006, e si svolgono attorno alla figura del mediatore, fino ai più recenti che trattano di finanza e delle sue truffe, come La grande scommessa di Adam McKay del 2015. La soluzione insolita per un thriller (questo, diverso da tanti altri perché in effetti meno scontato del previsto nonostante tutto), invece, è nell'uso del tempo reale, la vicenda si svolge esattamente in un'ora e quaranta come per sottolineare il tempo della diretta TV.

giovedì 31 gennaio 2019

Il segreto dei suoi occhi (2015)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 10/10/2016 Qui - Il segreto dei suoi occhi (Premio Oscar come Miglior Film Straniero nel 2010 per l'originale El secreto de sus ojos) si misura con il remake americano (del 2015) diretto dal regista Billy Ray e forte di un cast che schiera Nicole Kidman, Julia Roberts e Chiwetel Ejiofor. Un remake onesto e ben scritto, ma che perde però la poeticità della versione originale, cadendo nella freddezza. Avendo visto l'originale infatti è impossibile evitare l'effetto déjà-vu e sottoporre il film in questione a inevitabili confronti, ma cercherò di limitarmi il più possibile. Questo remake è appunto un riadattamento, o meglio una americanizzazione, ma davvero molto intelligente. I punti caratteristici della versione argentina, come la questione politica, ma anche le ambientazioni, sono stati perfettamente contestualizzati, riuscendo ad aderire perfettamente al contesto in cui viene calato e a distaccarsi in maniera credibile dall'originale e di vivere autonomamente, qui difatti subentra l'11 settembre e la lotta al terrorismo. Ma nonostante ciò è privo della forza emotiva dell'originale, e anche se la sceneggiatura fila, è lineare, forse più accessibile dell'originale, qualcosa si perde e si tratta proprio del lato romantico, poetico e melanconico della pellicola di Juan José Campanella (il regista di quel capolavoro del 2009), qui in veste di produttore esecutivo, perché pensare di migliorare un film quasi perfetto è pura follia. Ma, quindi, da cosa nasce l'esigenza di realizzare proprio un remake de Il segreto dei suoi occhi? Evidentemente Billy Ray ha visto nella splendida opera di Campanella la possibilità concreta di sviluppare una storia che potesse ben rispecchiare il nostro oggi. L'incubo del terrorismo (islamico) senz'altro, ritornato per noi occidentali, negli ultimi anni prepotentemente e tristemente alla ribalta, prendendo al volo l'occasione per riflettere sulle aberrazioni/errori/decisioni critiche compiute dai governi alle prese con momenti di assoluta tensione. E il solido spunto per un discorso etico che pian piano sta venendo fuori, costituendo la sottotraccia di diverse, recenti produzioni cinematografiche made in USA, interessato a sondare il grado di moralità individuale, di responsabilità del singolo, quella sempre più rara ostinazione (che rischia di diventare ossessione) a non dimenticare, secondo i dettami della vigente cultura (occidentale) della rimozione. E, poi ancora, il senso di condivisione. Come, per esempio, alleggerire il pesante fardello di un segreto inconfessabile. Di un tormento perpetuo che forse, solo così, si concederà una tregua. Ma paradossalmente il film funziona e non mi è dispiaciuto vederlo poiché con la sceneggiatura del film fare peggio era possibile, fare meglio era impossibile ma non riesce comunque a raggiungere l'originale. In ogni caso si segue il dipanarsi degli eventi con assoluta partecipazione e con un pizzico di curiosità, concentrato soprattutto ad appurare le similitudini e le differenze tra i 2 copioni.