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venerdì 17 luglio 2020

Atto di forza (1990)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 17/07/2020 Qui - Uno dei migliori film di Paul Verhoeven, ma seppur non il migliore in assoluto, uno dei più memorabili dei suoi e del cinema della fantascienza in generale, ci sono infatti scene/immagini entrate nell'immaginario collettivo e parecchie idee poi riprese da pellicole successive. Un action/fantascientifico frenetico, violento, fantasioso, dai molteplici twist e dagli spunti davvero originali, che non rivedevo da anni, e che ho rivisto con grande piacere. Perché tante sono le cose, a volte grottesche ed esagerate, che vi accadono all'interno, che ogni volta è un'esperienza. Ancora oggi è difatti abbastanza intrigante e piacevole da vedere, e pensare che sono passati 30 anni, compiuti proprio quest'anno. A proposito, se volete sapere tutto ma proprio tutto di questo film vi suggerisco di passare dal Zinefilo, che a questo film ha dedicato una rassegna (qui l'ultimo dei venti post dedicatogli). Atto di forza che appunto si difende bene tecnicamente e non, negli anni è così divenuto prodotto celebre. Celebre per la presenza di un gigioneggiante Arnold Schwarzenegger, di una sensualissima Sharon Stone (decisamente più bella e sexy qui che in Basic Instinct) e di Michael Ironside (sempre convincente), per essere uno dei migliori adattamenti di un racconto di Philip K. Dick (dal titolo Ricordiamo per voi, ovvero We Can Remember It For You Wholesale) e per i suoi strabilianti (esagerati, sin troppo pompati, quasi da presa in giro, ma fantastici) effetti visivi, all'epoca giustamente premiati con l'Oscar (tra i vincitori un certo Rob Bottin, storico truccatore ed effettista). La storia funziona benissimo, gli elementi d'azione si fondono benissimo con quelli fantascientifici, e per quanto in questo futuro simile-distopico dove la colonizzazione di Marte ha portato una tirannia sul pianeta rosso a discapito della popolazione mentre sulla terra marchingegni tecnologici creano realtà virtuali dove è facile smarrirsi, la sceneggiatura affascinante onori tutti i cliché possibili, l'azione frenetica e sanguinosa, i dialoghi spicci e certe singole trovate garantiscono lo spettacolo. Quindi malgrado qualche passaggio poco approfondito e qualche sequenza un po' pacchiana o esagerata Atto di forza rimane un grande film da vedere, dall'altissimo tasso di intrattenimento senza tralasciare i contenuti. Nel 2012 c'è stato il remake, ma niente in confronto. Voto: 7+

martedì 30 giugno 2020

Scary Stories to Tell in the Dark (2019)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 30/06/2020 Qui - Scritto e prodotto da Guillermo del Toro, dall'omonima serie di racconti di Alvin Schwartz, e diretto dal norvegese André Øvredal (che dopo il sorprendente Autopsy dirige un altro buon horror), Scary Stories To Tell in the Dark è tutto quello che già evoca il titolo e molto di più. Horror d'atmosfera e con protagonisti degli adolescenti alle prese con le loro peggiori paure e creature spaventose, il film risente dell'influenza di Del Toro per come abbina vicende storico-politiche a quelle più fantasy, fiabesche, di mistero, per far risaltare il senso del macabro più nella realtà di un paese piuttosto che nei racconti di terrore. Non a caso l'ambientazione è quella del 1968 con la guerra in Vietnam e lo scandalo del presidente Nixon. La sceneggiatura affronta temi interessanti e ben approfonditi (come le psicologie o le caratterizzazioni dei personaggi): dinamiche familiari problematiche, intolleranza verso il diverso, isolamento come difesa dalle brutalità del mondo, sensi di colpa, rabbia, vendette. La regia, con stile asciutto ed elegante, sa valorizzare con efficacia questi aspetti, ben coadiuvato anche da un apparato tecnico-formale immaginifico e di alta qualità (nota di merito per le atmosfere, le location, e gli ottimi effetti speciali artigianali, poteva mica mancare Doug Jones? Certo che no). Una pellicola godibile e coinvolgente che, sotto la superficie, mostra le radici malate dei nostri tempi (bravi in tal senso gli attori). Una pellicola che non vuole inventare nulla e nulla ha di nostalgico, ma che si fa apprezzare. Voto: 6,5

martedì 7 aprile 2020

Attenti a quelle due (2019)

Titolo Originale: The Hustle
Anno e Nazione: USA 2019
Genere: Commedia
Produttore: Roger Birnbaum, Rebel Wilson
Regia: Chris Addison
Sceneggiatura: Jac Schaeffer, Stanley Shapiro, Paul Henning, Dale Launer
Cast: Anne Hathaway, Rebel Wilson, Alex Sharp, Ingrid Oliver, Emma Davies
Dean Norris, Timothy Simons, Rob Delaney, Tim Blake Nelson, Casper Christensen
Durata: 85 minuti

Anne Hathaway e Rebel Wilson in una commedia sull'arte dell'imbroglio.
Sulla riviera francese, due abili truffatrici elaborano un astuto piano per spennare un milionario.

sabato 20 luglio 2019

Il libro di Henry (2017)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 28/06/2019 Qui
Tema e genere: Un giallo capace di strapparvi qualche sorriso e un paio di lacrime.
Trama: Henry scopre che la sua compagna di classe Christina subisce maltrattamenti dal parte del patrigno. Escogita un piano per liberarla, ma verrà interrotto dalla scoperta di un nemico ben più insidioso.
Recensione: A metà tra Gifted e Wonder, nel primo un bambino, anzi bambina, prodigio, nel secondo la presenza di Jacob Tremblay, ma entrambi sensibili, dolci e belli, Il libro di Henry è un film drammatico con venature thriller, ugualmente emozionante e bello, anche se meno potente e più discontinuo. In questo film infatti, se la situazione iniziale compone un panorama in cui nulla sembra essere al proprio posto, nel corso della vicenda quella che era iniziata come una commedia famigliare si tratteggia sempre più di tinte thriller, per poi sfociare in un mix drammatico: i twist narrativi sono arditi e le dinamiche di relazione tra i personaggi accattivanti. Difatti il film sin dalla prima sequenza della presentazione del giovane Henry gioca sull'espediente dello sconvolgimento dei ruoli sociali e dei caratteri attribuiti ai singoli tipi. Henry viene tratteggiato non solo come un ragazzo prodigio, ma come un uomo già con la maturità e i comportamenti equilibrati di un padre, che sembrerebbe sapere ciò che è giusto per sé e soprattutto per la sua famiglia, sua madre Susan, donna affettuosa ma distratta, si affida in tutto alle competenze del figlio che adora, Peter, fratellino meno dotato ma dolcissimo, sembra l'unico a ricoprire un ruolo convenzionale, amorevole mediazione tra la madre svagata e il figlio maturo. Questi tre ingredienti, miscelati con le caratteristiche dei tre protagonisti, creano l'ossatura del film. Ed è per questo che è facile percepire talvolta un evidente senso di discontinuità, come se il prodotto di Colin Trevorrow fosse collage di tre storie a sé stanti, che potrebbero svilupparsi in film differenti. Con qualche furbizia cinematografica il film fa dei bambini e ottimi attori (Jacob Tremblay nei panni di Peter e Jaeden Lieberher in quelli di Henry) il proprio punto di forza in modo un po' ruffiano, spesso trascurando l'approfondimento dei rapporti tra i protagonisti: così il legame tra la Susan e il figlio minore non raggiunge mai una profondità tale da dare coerenza all'evoluzione del personaggio di Naomi Watts, che si porta avanti stancamente fino alla svolta delle sequenze finali. Pure in questo equilibrio precario la sceneggiatura osa al punto giusto, e questo scavalcamento di generi così ardito riesce a non deflagrare. Lo stratagemma ideato per la risoluzione del filone thriller, che scioglie poi anche tutti gli altri nodi narrativi, si mescola con il dramma dell'elaborazione del lutto, fornendone una declinazione non banale e a tratti commovente, pure nella dichiarata incoerenza di alcuni comportamenti dei protagonisti. Ed è nelle ultime sequenze che con sorpresa ricongiungiamo i percorsi fin qui tracciati dal regista, che vuole in fondo mostrarci la storia di formazione della madre-Susan, di come diventare adulti voglia dire non solo prendersi le responsabilità delle proprie azioni, ma anche dare giusto valore ad ogni cosa e prendere sulle proprie spalle le piccole debolezze di coloro a cui si vuol bene. In questo modo ogni cosa torna al proprio posto e quel plautino sconvolgimento di ruoli iniziale si raddrizza in sequenze pregne di tensione, che si sciolgono poi con un desiderato (e molto americano) lieto fine. E lieto resta però anche l'animo dello spettatore, nella consapevolezza di aver visto un'opera che forse non riesce ad uscire dall'incasellamento dei generi americani, ma che ha almeno la capacità di non bearsi dell'uso smodato dei suoi cliché. Ideando, anzi, strategie accattivanti per catturare lo spettatore e trasportarlo in un universo narrativo di puro intrattenimento.

sabato 6 luglio 2019

Il giustiziere della notte - Death Wish (2018)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 12/03/2019 Qui - Nel 1974 il regista Michael Winner portò al cinema l'adattamento del romanzo omonimo di Brian Garfield Il giustiziere della notte con protagonista Charles Bronson. Dopo quarantacinque anni è Eli Roth ad adattare la storia ai tempi moderni, riproponendone il remake. Questa volta è Bruce Willis ad interpretare lo stesso ruolo che fu di Bronson ma donando al personaggio un tratto politico più spiccato rispetto al film originale. Paul Kersey (Bruce Willis) è un rinomato chirurgo di Chicago che, in seguito all'omicidio della moglie e al ferimento della figlia durante una rapina, decide di farsi giustizia da solo. La polizia non sembra in grado di trovare i responsabili della distruzione della sua famiglia e quindi, rimboccandosi le maniche, il Dott. Kersey comincerà ad assumere una doppia identità diventando, agli occhi dell'opinione pubblica, il Mietitore. Ad un primo sguardo Il giustiziere della notte - Death Wish (Death Wish), film del 2018 diretto da Eli Roth, potrebbe sembrare come quei tanti film d'azione che sono soliti interpretare attori come Bruce Willis o Liam Neeson (che era stato scelto precedentemente per il ruolo da protagonista), ma non è così (o almeno non del tutto). La trama ovviamente resta molto ancorata all'originale, essendo comunque un adattamento di un romanzo, ma si tinge di sfumature contemporanee e di escamotage che solamente registi come Eli Roth oserebbero inserire. Sfumature contemporanee però che sono l'aspetto meno convincente, perché esse talvolta fanno ridere ed irritare, ma soprattutto tolgono quell'aura cupa e cruda necessaria a film del genere. In tal senso il film è diverso dal precedente perché mentre nel primo Paul girava a viso scoperto adesso cammina incappucciato per evitare le telecamere e le riprese dei cellulari, ciò nonostante viene ripreso e diventa in incognito un divo dei Talk-Show e della TV soprannominato il "mietitore". Il film affronta quindi non solo il problema della giustizia e quindi se sia lecito agire al posto dello stato inerte, ma anche come anche i fatti più terribili diventino spettacolo. E' anche affrontato il problema della difesa legittima specie quando i malviventi si introducano in casa del cittadino. Il film rispetto al remake affronta quindi più questioni tutte di attualità, ma nessuna che riesce tuttavia a centrare appieno il bersaglio.

sabato 9 marzo 2019

Remember (2015)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 12/05/2017 Qui - Un "non dimenticare di ricordare" doloroso, estremo, metaforico, estremamente metaforico. E' Remember, l'ultimo film (del 2015) di Atom Egoyan, presentato in concorso alla 72a Mostra Internazionale del Cinema di Venezia dello stesso anno, che ha poi ricevuto anche una nomination per il Miglior film straniero al David di Donatello 2016, un film bellissimo, un thriller davvero sorprendente e straordinario. Mi aspettavo infatti, anche per colpa del tema e dell'assunto, un buon film storico sull'olocausto o giù di lì, girato da un regista che sa comunque il fatto suo e con un cast di attori della terza età, che come il vino, invecchiando migliorano. Mi trovo invece a dover scrivere di un film molto al di sopra della media che rimarrà impresso nella memoria e nei ricordi (mai titolo fu più profetico) di chi l'ha visto. Il regista difatti costruisce un labirinto della mente, un thriller storico, una vendetta personale, una ricerca delle radici del male, superbo e straordinario. Sorretto da un Chistopher Plummer magnifico e da un Martin Landau altrettanto profondo, il film di Egoyan ha infatti lo spessore del vero capolavoro. Una partita a scacchi per veri intenditori, dove tattica e strategia si intersecano a genialità sino giungere ad un inaspettato scacco matto. Ma il film non è solo questo, si presta a svariati piani di lettura, il bene ed il male intrecciati indissolubilmente, l'uomo e le problematiche esistenziali, l'imprevedibilità della vita e quella della storia del mondo, la precarietà dell'esistenza, la ricerca disperata e disperante del senso della vita, morale ed etica non sempre chiare, banalità del male e talvolta del bene. Sembrerebbe troppo per un film e finirebbe per renderlo superficiale ed inefficace, ma in questo caso con rara (per i nostri tempi) genialità drammaturgica in quest'opera si realizza senza didascalismo di maniera, ma con una tecnica raffinata che conduce ad una "maieutica" (ovvero tramite il metodo socratico, un metodo dialettico d'indagine filosofica basato sul dialogo) lo spettatore, suo malgrado e senza forzarlo.

giovedì 31 gennaio 2019

Il segreto dei suoi occhi (2015)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 10/10/2016 Qui - Il segreto dei suoi occhi (Premio Oscar come Miglior Film Straniero nel 2010 per l'originale El secreto de sus ojos) si misura con il remake americano (del 2015) diretto dal regista Billy Ray e forte di un cast che schiera Nicole Kidman, Julia Roberts e Chiwetel Ejiofor. Un remake onesto e ben scritto, ma che perde però la poeticità della versione originale, cadendo nella freddezza. Avendo visto l'originale infatti è impossibile evitare l'effetto déjà-vu e sottoporre il film in questione a inevitabili confronti, ma cercherò di limitarmi il più possibile. Questo remake è appunto un riadattamento, o meglio una americanizzazione, ma davvero molto intelligente. I punti caratteristici della versione argentina, come la questione politica, ma anche le ambientazioni, sono stati perfettamente contestualizzati, riuscendo ad aderire perfettamente al contesto in cui viene calato e a distaccarsi in maniera credibile dall'originale e di vivere autonomamente, qui difatti subentra l'11 settembre e la lotta al terrorismo. Ma nonostante ciò è privo della forza emotiva dell'originale, e anche se la sceneggiatura fila, è lineare, forse più accessibile dell'originale, qualcosa si perde e si tratta proprio del lato romantico, poetico e melanconico della pellicola di Juan José Campanella (il regista di quel capolavoro del 2009), qui in veste di produttore esecutivo, perché pensare di migliorare un film quasi perfetto è pura follia. Ma, quindi, da cosa nasce l'esigenza di realizzare proprio un remake de Il segreto dei suoi occhi? Evidentemente Billy Ray ha visto nella splendida opera di Campanella la possibilità concreta di sviluppare una storia che potesse ben rispecchiare il nostro oggi. L'incubo del terrorismo (islamico) senz'altro, ritornato per noi occidentali, negli ultimi anni prepotentemente e tristemente alla ribalta, prendendo al volo l'occasione per riflettere sulle aberrazioni/errori/decisioni critiche compiute dai governi alle prese con momenti di assoluta tensione. E il solido spunto per un discorso etico che pian piano sta venendo fuori, costituendo la sottotraccia di diverse, recenti produzioni cinematografiche made in USA, interessato a sondare il grado di moralità individuale, di responsabilità del singolo, quella sempre più rara ostinazione (che rischia di diventare ossessione) a non dimenticare, secondo i dettami della vigente cultura (occidentale) della rimozione. E, poi ancora, il senso di condivisione. Come, per esempio, alleggerire il pesante fardello di un segreto inconfessabile. Di un tormento perpetuo che forse, solo così, si concederà una tregua. Ma paradossalmente il film funziona e non mi è dispiaciuto vederlo poiché con la sceneggiatura del film fare peggio era possibile, fare meglio era impossibile ma non riesce comunque a raggiungere l'originale. In ogni caso si segue il dipanarsi degli eventi con assoluta partecipazione e con un pizzico di curiosità, concentrato soprattutto ad appurare le similitudini e le differenze tra i 2 copioni.