Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 14/12/2020 Qui - Cinema e motori, gioie (poche) e dolori (molti). A invertire questa tendenza ci prova questa volta il poliedrico regista James Mangold, l'uomo che ha risollevato le sorti del supereroe Wolverine qualche anno fa (2013 e soprattutto 2017) e raccontato ancor prima le gesta di Johnny Cash (2005), adattando per lo schermo (è sua anche la sceneggiatura) la vera storia di Carroll Shelby e Ken Miles e del loro sogno di riuscire a realizzare una macchina in grado di mettere termine al dominio Ferrari nella corsa probabilmente più famosa del mondo negli anni '60, le 24 Ore di Le Mans. Ed ebbene ci riesce, pur non essendo un regista adrenalinico come lo era il compianto Tony Scott, il regista sa il fatto suo, si affida a Christian Bale e Matt Damon, condensa il tutto con un tono agrodolce che non guasta, e fa discretamente centro. Ecco infatti un film che celebra come meglio non si potrebbe l'epica delle corse automobilistiche in un epoca in cui il pilota contava più della tecnologia. Due coraggiosi sognatori la cui vicenda è raccontata da un film appassionante, segnato da appassionanti riprese delle performance sportive ma ricco di dettagli sui personaggi principali dei quali si evidenzia la profonda umanità e il notevole legame reciproco. Un film dallo stile splendidamente classico nel suo modo di concepire valori che esulano da pubblicità e marketing, che aiutano economicamente lo sport nello stesso modo in cui sono in grado di rovinarlo. Non raggiunge la spettacolarità del recente Rush, ma è un film di tutto rispetto che offre un genuino piacere nel vederlo. Certo, ingannevole è il titolo, anche in lingua originale (non è la battaglia fra due colossi), ed è fin troppo evidente la sua natura tronfiamente americana (sugli italiani si è un po' ecceduto in caricature ma, perlomeno, è stata mantenuta una certa integrità di Enzo Ferrari, è Remo Girone ad impersonarlo degnamente, che spicca in due scene) però, al di la di questo, il film riesce a colpire comunque il bersaglio grazie a un ritmo e a un montaggio serratissimo che riesce, nonostante la notevole lunghezza, a mantenere costantemente alta la tensione, anche grazie all'ottimo lavoro sia per scenografia (buone le ricostruzioni d'epoca) e, soprattutto, sonoro che per la fotografia oltre che per il lavoro sui personaggi, splendidamente caratterizzati (tra l'altro due Oscar vinti per il miglior montaggio e il miglior montaggio sonoro). I principali almeno, perché i secondari così così, in ogni caso due ore e mezza niente male. Voto: 7
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lunedì 14 dicembre 2020
Le Mans '66 - La grande sfida (2019)
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mercoledì 6 marzo 2019
Money Monster: L'altra faccia del denaro (2016)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 03/04/2017 Qui - Mi aspettavo un film giocato tutto sul sarcasmo e sulla satira di un mondo, quello della televisione che vende soldi e paura, insomma un déjà-vu qualche volta anche un po' retorico e ripetitivo. Invece mi sono trovato, paradossalmente dopo un inizio di quel tipo, piacevolmente colpito da un film, Money Monster: L'altra faccia del denaro (Money Monster), film del 2016 diretto da Jodie Foster, che molto presto ha virato verso il thriller in modo serio, forse perfino importante e certamente teso e coinvolgente. Da quel momento in poi infatti la tensione è andata crescendo ed il film non ha più avuto tregua fino alla fine, in verità unico momento un po' scontato. Money Monster difatti è un film ben confezionato, di maniera e del tutto prevedibile inizialmente, poiché sembra di vederci almeno un centinaio di film americani degli ultimi quarant'anni, da Tre giorni del condor di Sidney Pollack del 1975 e Quinto potere di Sidney Lumet del 1976, passando attraverso tutti quelli che trattano di un sequestro, come Inside man di Spike Lee del 2006, e si svolgono attorno alla figura del mediatore, fino ai più recenti che trattano di finanza e delle sue truffe, come La grande scommessa di Adam McKay del 2015. La soluzione insolita per un thriller (questo, diverso da tanti altri perché in effetti meno scontato del previsto nonostante tutto), invece, è nell'uso del tempo reale, la vicenda si svolge esattamente in un'ora e quaranta come per sottolineare il tempo della diretta TV.
martedì 26 febbraio 2019
Crush (2013)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 16/02/2017 Qui - Crush, film del 2013 diretto da Malik Bader, è un thriller psicologico, poco logico, poco thriller, tanto psyco (tutti pazzi in questo film), che si sviluppa su presupposti interessanti come le pericolose derive che possono prendere certe ossessioni adolescenziali, ma la confezione non convince sul piano della narrazione e delle interpretazioni. Detto questo, nonostante la prevedibilità di certe situazioni ed evidenti limiti derivati dalla mediocre riuscita nel creare pathos e tensione, riesce nel tentativo di sorprendere, nel finale, e di farsi apprezzare, ma è davvero poca cosa. Il film infatti, racconta di Scott (Lucas Till), giovane promessa sportiva (e di Hollywood) che a causa di un incidente, è costretto a un periodo di riposo. Bess (la bella Crystal Reed, Teen Wolf), invece, è una ragazza timidissima, che va nella stessa scuola di Scott ed è cotta di lui, innamorata così pazzamente, da seguirne ogni mossa, in tutti i sensi. Si, perché Bess è un tantino "ossessionata", così lo segue, lo controlla sui social network, è estremamente gelosa delle sue amicizie (in particolar modo quella con Jules, Sarah Bolger, la Bella Addormentata nella serie C'era una volta), Bess, è però a sua volta 'stalkerata' da Jeffrey, che praticamente si apposta fuori da casa sua e le crea romantiche compilation. Come se non bastasse nel negozio dove lavora c'è anche Andie (Caitriona Balfe, Claire di Outlander), che apparentemente ha una relazione con un altro collega. In questo turbinio di cose, Scott viene perseguitato da un'ammiratrice misteriosa (ma chi è delle tre? o quattro?), e quello che all'inizio sembra un gioco, si trasforma però in un pericolo mortale, che porterà al finale, in cui tutti i ruoli si ribalteranno.
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