Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 13/08/2021 Qui - Paura, è questo il sentimento nuovo ed inesplorato con cui è costretto a fare i conti Lucky, novantenne che si considera quasi invincibile. La paura del vuoto, l'attesa di un epilogo già scritto che aspetta di essere vissuto. Lucky, fumatore e bevitore abitudinario, amante dei quiz e dei cruciverba, vede la sua routine quotidiana scossa da una scoperta del tutto inaspettata, una crepa nella sua natura invulnerabile: la vecchiaia. Negli 88 minuti che raccontano pochi giorni della sua vita, Lucky conduce con sé lo spettatore in un viaggio interiore che passa per esperienze e situazione della sua quotidianità. La fotografia, che sfrutta la luce naturale tipica dei paesaggi rurali degli States fa da cornice alle vicende ordinarie vissute dal protagonista che, grazie al confronto con gli altri personaggi riesce a maturare una riflessione, cruda quanto vera, sulla fugacità della vita e sulla mortalità. Come riacquistare l'equilibrio nel vivere, superando la paura della morte e affrontando l'ingiustizia che sembra la vita: è una delle domande a cui John Carroll Lynch tenta di dare una risposta con il suo primo film alla regia. E lo fa offrendoci una chiave, una strategia, una via, che ci appare scontata, quasi banale, tanto semplice quanto potente: sorridere. Un film (simile ma diverso dal bellissimo Una storia vera di David Lynch, qui presente come attore) sull'arte dell'invecchiare che tutti noi prima o poi sperimenteremo, inevitabilmente lento, ma mai noioso. Grazie a dialoghi ben scritti e a un cast talentuoso, il film riesce a mantenere l'interesse pur in assenza di grandi colpi di scena, l'umorismo agrodolce non è mai ruffiano e il film risulta un esercizio onesto e sentito. E quindi buon esordio alla regia per uno dei migliori caratteristi attuali del cinema americano, ed ottima performance di Harry Dean Stanton, quasi profetico, al suo ultimo (memorabile) film. Voto: 6,5
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venerdì 13 agosto 2021
lunedì 23 settembre 2019
La zona morta (1983)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 23/09/2019 Qui
Tema e genere: Thriller drammatico paranormale tratto dall'omonimo romanzo di Stephen King.
Trama: Johnny rimane vittima di un incidente stradale ed esce dal coma dopo cinque anni, la sua esistenza è sconvolta. La sua ragazza ha sposato un altro, e per di più si rende conto in circostanze drammatiche di avere il potere di "vedere" il futuro.
Recensione: "La zona morta" è quella parte del nostro cervello molto spesso inutilizzata che ha la capacità di carpire scene o situazioni da altri luoghi. Questa è la facoltà acquisita da Johnny Smith (un'eccezionale Cristopher Walken) dopo un incidente stradale, una facoltà che avrà ripercussioni importanti su di lui e su tanti. Il lungometraggio di David Cronenberg è come da copione perfettamente nel suo stile: atmosfera rarefatta e perennemente ostile, amori vissuti sempre al limite, problemi mentali e scene tipicamente thrilling. Forse però la scelta hollywoodiana non ha permesso al regista canadese di sfogare tutta la sua violenza: il lato gore tanto caro al regista canadese viene soltanto accennato in alcune sequenze, per il resto non ha l'importanza che avrà in un film come Videodrome. Inoltre sebbene si deve riconoscere l'ottima resa filmica, non si può non notare come le ristrettezze dettate dalla casa produttrice abbiano influito sul film. La zona morta è infatti un prodotto un po' a metà tra il credo cinematografico di David Cronenberg e il marketing made in Hollywood. Un problema che si riflette nel concatenarsi di eventi dislocati tra loro, che non contribuiscono a rendere scorrevole il film, mentre quando si delinea un deciso diagramma narrativo (come nell'ultima mezz'ora), il film decolla nettamente nei confronti di una prima parte singhiozzante. Rimane però del tutto inconfondibile la mano di David Cronenberg, uno dei massimi scrutatori della mente umana per quanto riguarda il cinema. Quest'altra sua pellicola non fa che confermare e ampliare il suo concetto di "uomo in perenne metamorfosi", chiarendo fin da subito che il cambiamento è in questo caso interiore al protagonista e non si manifesta con cambiamenti fisici. Motivo per cui La zona morta rimane comunque un film prettamente in stile Cronenberg, nonostante alcune lacune sparse qua e là. Motivo per cui questo film, un film dove tanto materiale c'è per riflettere, temi fondamentali quali la sofferenza e la solitudine di vite spezzate dal destino beffardo e relative occasioni mancate, la solita contrapposizione bene/male, egoismo o altruismo, eroi per caso e criminali megalomani, ovviamente non ultimo l'elemento "paranormale" maledizione che succhia l'anima o dono "divino" utile a evitare le crudeltà del mondo, rimane (ed è) uno dei suoi punti più belli ed emozionanti.
Trama: Johnny rimane vittima di un incidente stradale ed esce dal coma dopo cinque anni, la sua esistenza è sconvolta. La sua ragazza ha sposato un altro, e per di più si rende conto in circostanze drammatiche di avere il potere di "vedere" il futuro.
Recensione: "La zona morta" è quella parte del nostro cervello molto spesso inutilizzata che ha la capacità di carpire scene o situazioni da altri luoghi. Questa è la facoltà acquisita da Johnny Smith (un'eccezionale Cristopher Walken) dopo un incidente stradale, una facoltà che avrà ripercussioni importanti su di lui e su tanti. Il lungometraggio di David Cronenberg è come da copione perfettamente nel suo stile: atmosfera rarefatta e perennemente ostile, amori vissuti sempre al limite, problemi mentali e scene tipicamente thrilling. Forse però la scelta hollywoodiana non ha permesso al regista canadese di sfogare tutta la sua violenza: il lato gore tanto caro al regista canadese viene soltanto accennato in alcune sequenze, per il resto non ha l'importanza che avrà in un film come Videodrome. Inoltre sebbene si deve riconoscere l'ottima resa filmica, non si può non notare come le ristrettezze dettate dalla casa produttrice abbiano influito sul film. La zona morta è infatti un prodotto un po' a metà tra il credo cinematografico di David Cronenberg e il marketing made in Hollywood. Un problema che si riflette nel concatenarsi di eventi dislocati tra loro, che non contribuiscono a rendere scorrevole il film, mentre quando si delinea un deciso diagramma narrativo (come nell'ultima mezz'ora), il film decolla nettamente nei confronti di una prima parte singhiozzante. Rimane però del tutto inconfondibile la mano di David Cronenberg, uno dei massimi scrutatori della mente umana per quanto riguarda il cinema. Quest'altra sua pellicola non fa che confermare e ampliare il suo concetto di "uomo in perenne metamorfosi", chiarendo fin da subito che il cambiamento è in questo caso interiore al protagonista e non si manifesta con cambiamenti fisici. Motivo per cui La zona morta rimane comunque un film prettamente in stile Cronenberg, nonostante alcune lacune sparse qua e là. Motivo per cui questo film, un film dove tanto materiale c'è per riflettere, temi fondamentali quali la sofferenza e la solitudine di vite spezzate dal destino beffardo e relative occasioni mancate, la solita contrapposizione bene/male, egoismo o altruismo, eroi per caso e criminali megalomani, ovviamente non ultimo l'elemento "paranormale" maledizione che succhia l'anima o dono "divino" utile a evitare le crudeltà del mondo, rimane (ed è) uno dei suoi punti più belli ed emozionanti.
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mercoledì 26 giugno 2019
Aspettando il Re (2016)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 30/01/2019 Qui - Aspettando il Re (Commedia, Film drammatico, Usa 2016): Dall'omonimo romanzo di Dave Eggers (lo stesso autore che fu alla base del mediocre The Circle), un film che parla di seconde possibilità: dopo aver fallito in America, il protagonista prova a dare una svolta alla sua esistenza, umana e professionale, andando in Medio Oriente, la burocrazia araba, però, si rivela un ostacolo piuttosto ostico e il re continua a rimandare l'incontro. Un film che si caratterizza per un buon ritmo, per una scrittura originale e una regia vivace. Le tragicomiche e surreali avventure di Alan Clay si seguono volentieri e sono piuttosto coinvolgenti. Questa sorta di Aspettando Godot diventa il punto centrale del film, occasionalmente variato dalle bevute clandestine di superalcolici in un paese dove è ufficialmente vietato, da un'addetta commerciale danese in vena di avventure sessuali, da visite alla casa avita dell'autista passando per La Mecca, ma soprattutto dall'incontro con una dottoressa che sembra comprendere il povero Clay meglio di tanti altri. Tuttavia l'opera di Tom Tykwer (Lola corre, Profumo, The International) appare troppo discontinua e frammentata (come il suo protagonista gira a vuoto in azioni senza senso che lasciano lo spettatore senza appigli), e imperdonabilmente superficiale nell'affrontare le complesse tematiche di confronto religioso e politico tra due civiltà così profondamente diverse. E la storia d'amore tra Alan e la bella dottoressa araba, un po' alla tutti vissero felici e contenti con tanto di suggello alla loro passione mediante immersione della coppia (con lei addirittura a seno nudo) nelle cristalline acque del Mar Rosso appare alquanto improbabile se non improponibile. E così mentre Tom Hanks fa il suo ma non è certamente al meglio, il regista non riesce affatto a fare del suo meglio, anzi, anche il finale, finale che in questa pellicola vorrebbe parlare dell'odierna crisi economica, ma che si limita a mettere in fila una serie di sequenze sfilacciate e mai pungenti, è deludente. E quindi Aspettando il Re, una pellicola che appunto ci parla della "solita storia" in cui un uomo lontano da casa finirà per fare un bilancio della sua vita, è un'occasione sprecata. Voto: 5
sabato 25 maggio 2019
Alien (1979)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 01/06/2018 Qui - Finalmente rivisto perbene, dopo che per questo film avevo (quasi) sempre basato il mio giudizio su reminiscenze di una visione d'infanzia, non ne esce minimamente ridimensionato. Alien infatti, nonostante siano passati quasi 40 anni conserva ancora oggi tutto il suo fascino. Proprio perché Alien è un capolavoro sia come horror (poiché come per i veri horror non c'è traccia di ironia inutile e soprattutto l'angoscia è fissa) che come film di fantascienza (gli ambienti e la verosimiglianza delle scene e dei macchinari parlano da soli). Un film per questo teso, angoscioso, cupo e claustrofobico che è in grado di catture appieno l'attenzione dello spettatore, nonostante (perché esso è completamente ambientato all'interno di una nave da cargo in cui un'orrenda creatura darà inizio ad un tragico sterminio) l'ambientazione relativamente limitata. E il merito è di una scenografia perfetta e suggestiva (che rendono angosciante gli interni del Nostromo), e di una figura (spaventosamente bella), quella del mostro (disegnata dal pittore H.R. Giger, che per questo vincerà l'Oscar per i migliori effetti speciali) che riesce a toccare magistralmente molte paure tipiche dell'essere umano: la claustrofobia, la paura dell'ignoto, la paura del buio, la paura dell'altro. Tutte cose che il regista Ridley Scott con la sua consueta eleganza e talento visivo (come si vedrà soprattutto dopo) dirige, anche grazie ad un cast senza grandi nomi (all'epoca, non solo una straordinaria Sigourney Weaver, che con questo film divenne una star, ma anche e soprattutto John Hurt) ma perfetto per lo scopo (perché ben caratterizzato ed efficacissimo, non la solita carne da macello), con maestria.
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