Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 17/05/2023 Qui - Bryan Bertino e il terrore fra le proprie mura, ennesimo episodio. Un mockumentary che, differentemente dalla maggior parte dei suoi omologhi, è un buon esempio di horror a basso costo. Un gioco divertente e intrigante all'inizio, poi sempre più inquietante sino a raggiungere la connotazione di incubo. La storia (tre persone distinte ricevono una telecamera da utilizzare per compiere azioni prestabilite, sgarrando le quali moriranno) elargisce una discreta dose di mistero e suspense, sebbene rinunci (eccezion fatta per il finale) a scene particolarmente "forti", piazzando oltretutto un colpo di scena che, per quanto subodorabile, è di una crudeltà e perfidia notevole. L'elemento disturbante sta nella comunicazione, con quella voce metallica che ripete e scandisce le parole e che rimane in memoria anche a ore dalla visione. Tolto ciò, il resto è ordinaria amministrazione (dell'orrore moderno), che di questi tempi è già tanto. Semmai Bertino lascia a desiderare in fase di scrittura e forza la mano un po' troppo spesso sfiorando il grottesco. C'è però un'importante idea di narcisismo estremo dietro la sua pellicola, unita alla visione deprimente di un consumismo talmente ottuso da seppellire il dubbio sotto la bramosia. Egli così, dopo un buon esordio, si conferma regista di talento, seppur altalenanti saranno i suoi successivi film (ultimo The Dark and the Wicked). Voto: 6
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mercoledì 17 maggio 2023
giovedì 31 marzo 2022
La babysitter - Killer Queen (2020)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 31/03/2022 Qui - Dopo il divertente La babysitter, McG
richiama la quasi totalità del
cast e riprende le disavventure del povero Cole. Peccato che il plot sia
poco più che una rimasticatura del precedente capitolo, spostato dai
sobborghi all'aperta campagna. La svolta sovrannaturale (retta da una
CGI assai pacchiana) si affianca a un'apertura eccessiva alla comicità,
con sovrabbondanza di battute spesso gratuite e alla lunga sfiancanti.
Si segnala un piccolo colpo di scena nel finale, inatteso ma non per
questo riuscito. Discreta la fotografia (blu e rossi saturissimi) e
scene
splatterstick decenti. Rispetto al precedente, l'effetto sorpresa è
ormai svanito e quindi si degenera, tuttavia piacevole e divertente a
vedersi (per i pregi di cui sopra, per il buon ritmo e per
l'intraprendenza delle giovani donzelle protagoniste), anche se
decisamente meno riuscito del suo predecessore. Voto: 6
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venerdì 16 luglio 2021
La babysitter (2017)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 16/07/2021 Qui - Lei è la miglior babysitter che si possa desiderare, che Cole alias Judah Lewis (I See You) può desiderare, o forse no? Assomiglia al superiore (anche se di poco) Better watch out, ma è ugualmente un divertente b-movie, ben edificato sugli stereotipi dello slasher e della black comedy anni '80, omaggio a "Mamma ho perso l'aereo" (che tra l'altro viene esplicitamente citato) versione horror/violenta ed in perfetto equilibrio tra momenti leggeri (con gag per lo più convincenti) e morti atroci ben studiate con relativa abbondanza emoglobinica (splatter dosato ed efficace). Film da non prendersi sul serio come richiesto tra le righe dal regista McG (vivace quanto la sua regia, lui che all'attivo ha già parecchi film), il quale si affida ad uno script in cui prendere la decisione idiota non è da addebitarsi alla sceneggiatura sconclusionata, bensì da leggersi come vero e proprio omaggio ad un filone che sui comportamenti imbarazzanti ha costruito le proprie fortune. A volte le assurdità diventano un attimo eccessive e di conseguenza non sempre si riesce a far buon viso a cattivo gioco, anche se ritmo indiavolato e comicità spesso al limite del demenziale rendono la visione sempre piacevole. Di sicuro non un lavoro da tramandare ai posteri, anche se il bacio saffico tra Samara Weaving (spettacolare come in Guns Akimbo) e Bella Thorne (gnocca sempre e comunque) non può (giustamente) passare inosservato. Voto: 6,5
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lunedì 25 gennaio 2021
Doctor Sleep (2019)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 25/01/2021 Qui - Dopo l'adattamento de Il gioco di Gerald per Mike Flanagan tocca confrontarsi con il seguito più atteso di sempre per gli amanti di Stephen King e dell'horror in generale. Se inizialmente restano le atmosfere e qualche bel richiamo al primo film successivamente si avverte un po' di fastidio e viene spontaneo chiedersi il significato di questo seguito. Anche perché più che di horror trattasi di un (buon) dark fantasy. Da Shining poi si prende solamente spunto, per raccontare una storia che si discosta quasi del tutto dal capolavoro di Stanley Kubrick, i cui elementi danno l'avvio e la conclusione alla pellicola. Questo determina una certa autonomia della trama rispetto all'ingombrante originale, mossa alquanto furba per evitare paragoni rovinosi, ma che comunque non dissipa lo scetticismo. Una bambina prodigio ed un ex bimbo prodigio (il nostro Danny, un Ewan McGregor alquanto in parte), ora adulto, combattono fianco a fianco una lotta magica contro un gruppo di malvagi cannibali spirituali, guidati da una fascinosa e bellissima Rebecca Ferguson. Per niente noioso, anzi particolarmente stimolante, le vicende sono narrate con buon ritmo, alternando momenti action ad altri di riflessione (le scene migliori sono quelle girate nell'hotel maledetto). Il risultato è un film che intrattiene, ma che sembra poter dare molto più di quello che effettivamente dà (il regista, che dal precedente pesca pure qualche nome, se la cava). Doctor Sleep lascia un ricordo piacevole eppure vago. Voto: 6
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giovedì 6 giugno 2019
Enter the Void (2009)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 12/09/2018 Qui - Fin dai titoli di testa si capisce subito che Enter The Void, film del 2009 scritto e diretto da Gaspar Noé, non è un film comune. Il problema è che per la prima volta per questo, non so che voto mettere (forse uno politico?) ad una pellicola del genere, così spiazzante e controversa, creata ad arte per mettere alla prova lo spettatore e dividere la critica. Enter The Void è sicuramente innovativo e molto affascinante (almeno per l'epoca della sua realizzazione), e connette in maniera intelligente il tema della morte ed il mito della reincarnazione nella fede buddhista con il mondo delle droghe allucinogene e delle Esperienze extracorporee. Il regista gioca infatti gran parte delle sue carte sull'impatto visivo: molte scene (soprattutto i devastanti titoli di testa, il trip di dimetiltriptamina iniziale e lo sfolgorante viaggio finale) sono straordinarie nella loro "violenza", la fotografia e le scenografie sono estreme nel loro intermittente sfavillare di luci al neon, e l'iperrealismo delle riprese in POV (con tanto di battiti di ciglia) è una trovata audace quanto efficace. Ma alla lunga l'insistente estetismo delle scene stanca non poco, e la durata a parer mio eccessiva (160 minuti) non aiuta, rendendo il film più volte arrancante e noioso, oltre che farraginoso nello sviluppo. La sotto-trama drammatica non possiede la potenza che ci si aspetta (la matrice edipica e le allusioni incestuose, secondo me, lasciano il tempo che trovano) e sembra che tutto sia solo un pretesto utile a Gaspar Noé per far vagare senza pace la sua macchina da presa sopra i luminosi palazzi di Tokyo. E' di sicuro un film molto sentito, un progetto lungamente atteso dal regista, che ebbe modo di provare i più svariati tipi di allucinogeni in gioventù (per sviluppare il concept del film andò persino in Perù a provare l'ayahuasca) e che si sente molto vicino alle delicate e difficili tematiche che il film affronta. E' una pellicola che lascia però interdetti. A visione ultimata rimane una sgradevole impressione di un fuoco di paglia, di un puro esercizio di stile che nasconde poca profondità di contenuti: eppure è un film che non si riesce a dimenticare e che sicuramente non invecchierà con facilità (non l'ha fatto neanche dopo quasi 10 anni). Non posso negare difatti che si sia ben impresso nella mia mente e che sia stata una visione soddisfacente, e quindi in verità non riesco ad indicare un preciso motivo per il quale non mi ha convinto, penso solo che dall'idea di base mi aspettavo molto di più e davvero si poteva tirar fuori un capolavoro. Capolavoro che questo film non è, anche se un voto, seppur solo e leggermente positivo questo film lo meriti ugualmente.
Lights Out: Terrore nel buio (2016)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 10/09/2018 Qui - Alzi la mano chi non ha mai avuto paura del buio, dei mostri nascosti sotto il letto che saltano fuori quando tutte le luci si spengono e la casa piomba nel silenzio, e che di giorno, come per magia, si dissolvono sotto i primi raggi del sole. Con il passare del tempo questi mostri sono diventati sempre più inoffensivi e sono rimasti chiusi a doppia mandata nel cassetto dei ricordi d'infanzia, ma quella sensazione di pericolo legata al mondo delle ombre si risveglia ogni qualvolta si spegne la luce e si rimane soli con se stessi. David F. Sandberg nel suo Lights Out: Terrore nel buio (Lights Out), film del 2016 che attinge ad un cortometraggio del 2013 diretto dallo stesso Sandberg, invece di reprimere questo impulso, ha preso questa paura è l'ha trasformata in un mostro che si nasconde nel buio e che si nutre del terrore di chi lo incontra. L'unico modo per esorcizzarlo è tenere lontane le tenebre accendendo la luce. Questa è l'idea del film, un concetto semplice e di sicuro non originalissimo da cui prende avvio una storia dell'orrore più complessa, che estende l'incubo alle malattie mentali e ai drammi familiari che ne derivano. L'occhio del ciclone attorno al quale si sviluppa la storia infatti è Sophie, una donna disturbata, che vive quasi sempre relegata nella sua stanza e non interagisce con nessuno, ad accezione di una donna che solo lei riesce a vedere, Diana, conosciuta mentre era ricoverata in clinica psichiatrica. Il suo stato mette a dura prova tutta la sua famiglia e costringe Rebecca, la figlia maggiore, ad andare via di casa e il fratellino Martin a trascorrere notti insonni. Che sia un sogno, una fantasia, o un mostro in carne ed ossa, Diana non può fare a meno della sua amica Sophie, al punto da diventare parte della casa stessa e a tormentare tutti i suoi abitanti ogni qualvolta scende la notte. Diana è fatta della stessa sostanza delle ombre, ma è veloce, agile e ha una forza sovrumana. Non c'è nessun'arma in grado di ucciderla e l'unico modo per aver salva la vita e non spegnere mai la luce.
martedì 5 marzo 2019
Hidden - Senza via di scampo (2015)
Mini Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 31/03/2017 Qui - HIDDEN - SENZA VIA DI SCAMPO (Horror Usa 2015): Ho visto questo film perché sembrava interessante e invece per colpa di una trama caotica, una risoluzione approssimata e nessuna spiegazione esaustiva (solo accennata tramite flashback) del perché da 301 giorni, ovvero da quando una terribile epidemia ha iniziato a diffondersi, Ray (Alexander Skarsgård), Clare (Andrea Riseborough) e loro figlia Zoe (rinominata 'Zozo') sono nascosti in un rifugio antiatomico, dove qualcuno o qualcosa, là fuori, gli sta dando la caccia, il film è risultato alla fine, solo un miscuglio di situazioni grottesche più che paurose, deliranti più che spaventose ma soprattutto noiose e per niente affascinanti. Si scoprirà dopo infatti che l'umanità in preda a scatti di 'Hulk-mania' ha distrutto tutto. Il che non sarebbe male, se non fosse che il film non mette soggezione, anzi, solo irritazione per colpa dei continui striduli di una bambina capricciosa e fastidiosa. Insomma una delusione, divenuta ancora più forte quando ho letto chi l'ha diretta, ovvero Matt e Ross Duffer, i creatori di Stranger Things. Il fatto che poi duri appena 75 minuti e che i cosiddetti 'mostri' (quasi invisibili) neanche si vedano per un'ora, ha fatto crollare un'idea interessante in una pessima pellicola. Voto: 5
martedì 26 febbraio 2019
Jackie & Ryan (2014)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 16/02/2017 Qui - Jackie & Ryan, film del 2014 scritto e diretto da Ami Canaan Mann, alla sua seconda opera da regista, è un emozionante, semplice e musicalmente eccelso, dramma/comedy romantico. La regista infatti ci racconta una storia romantica agrodolce sagomando il personaggio di Ryan ai grandi del periodo del Folk Rock che girovagavano per l'America come cavalieri erranti invece a quello di Jackie ritaglia il ruolo di donna forte, una persona da cui poter sempre tornare, una ragazza dal viso dolce con un passato da cantante pop e un divorzio in corso, che deve lottare per avere l'affidamento della figlia, che il marito le vuol strappare via. Ryan al contempo è un musicista di strada che viaggia di nascosto sui treni merci e suona dove capita, e deve convincere se stesso che le canzoni che scrive meritano di essere ascoltate. Il loro incontro casuale difatti li porta a crescere insieme, sentimentalmente e anche nella convinzione di poter combattere e vincere le proprie battaglie. Non sanno se il loro rapporto durerà, ma sanno che è stato ed è importante per entrambi. Nei film di Ami Canaan Mann l'ambientazione, il luogo dove si svolge la storia narrata è un altro personaggio, e non di minore importanza. Lo era il Texas depresso e arido del suo precedente film (Le paludi della morte), lo è lo Utah di questo film, montagnoso e innevato. La musica, essenziale alla storia e al paesaggio, incornicia in modo egregio questa vicenda, e ai pregi del film si aggiungono una recitazione calibrata, quella di Ben Barnes, fin troppo 'pulito' per interpretare questo ruolo (anche se effettivamente fa parte di quegli attori che sembrano sempre più giovani di quanto siano), che però riesce a gestirlo e ad essere convincente (lontano dall'imbronciato e istrionico Settimo Figlio), e Katherine Heigl, non del tutto credibile ma ugualmente brava e infine una fotografia suggestiva, che alterna paesaggi sconfinati dell'America suburbana mostrati quasi sotto forma d'istantanea a momenti di puro movimenti come i treni merci sempre in movimento. Fondamentale ovviamente la colonna sonora che ci accompagna per tutta lo storia con canzoni originali e di repertorio Folk Rock. C'è la musica, infatti, al centro del film, intesa come paesaggio dell'anima che si va ad aggiungere oltre alle vedute panoramiche del paesaggio americano al patio di casa, nel silenzio che suggerisce le giuste parole alle canzoni.
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