Visualizzazione post con etichetta Hadas Yaron. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Hadas Yaron. Mostra tutti i post

martedì 21 aprile 2020

Troppa grazia (2018)

Titolo Originale: Troppa grazia
Anno e Nazione: Italia 2018
Genere: Commedia
Regia: Gianni Zanasi
Cast: Alba Rohrwacher, Elio Germano, Giuseppe Battiston
Rosa Vannucci, Hadas Yaron, Carlotta Natoli
Thomas Trabacchi, Daniele De Angelis, Vincent Papa
Durata: 100 minuti

Alba Rohrwacher, Elio Germano e Giuseppe Battiston in una commedia di Gianni Zanasi premiata a Cannes.
La vita di una giovane geometra viene sconvolta dall'apparizione della Vergine Maria.

mercoledì 17 luglio 2019

Maria Maddalena (2018)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 03/06/2019 Qui
Tema e genere: Dramma storico incentrato sulla figura di Maria Maddalena, descritta dai Vangeli e riconosciuta ufficialmente dalla Chiesa (pochi anni fa), come l'apostolo donna di Gesù.
Trama: Maddalena lascia il suo villaggio di Magdala, in cui si sente stretta e costretta, per seguire Gesù e il suo rivoluzionario messaggio di amore. Un messaggio che la porterà a Gerusalemme e la vedrà diventare testimone della resurrezione di Gesù.
Recensione: La figura di Maria Maddalena è stata sovversiva e molto importante, anche se questo emerge con poca forza nelle scene più importanti del film, questo film, un film che, nonostante le buone intenzioni, appare un tentativo poco riuscito di rileggere in modo "rivoluzionario" e al passo con i tempi il messaggio evangelico, perché da una parte fraintende e banalizza la valorizzazione del femminile in atto da tempo nella Chiesa e dall'altra non riesce a trovare una chiave davvero interessante per dare rilevanza al mondo e ai personaggi che rivisita. Il film infatti, rifiuta le interpretazioni più note della figura di Maria Maddalena (che qui non è né la prostituta salvata da Gesù né una delle sorelle di Lazzaro) e si ispira al titolo di "Apostola degli Apostoli" conferito alla prima testimone della resurrezione, ma costruisce perlopiù un racconto "al femminile" che altro, un racconto che se nelle intenzioni del regista Garth Davis (al suo secondo film dopo il bellissimo Lion) voleva riabilitare la figura evangelica di Maria Maddalena (così come la Chiesa ha fatto nel 2016), e in parte ci riesce, non riesce invece a dare, a causa di una sceneggiatura incostante ed una regia eguale, spessore e profondità al personaggio della Maddalena (che è più uno stereotipo che una persona tridimensionale con cui creare empatia, anche se brava è Rooney Mara) e alla storia stessa (che non possiede la scintilla e la potenza adeguata). Per non parlare di tutti gli altri protagonisti, così come il film poco approfonditi. Facendo così risultare il tutto convenzionale. Siamo lontani anni luce dalle dissertazioni filosofiche adoperate da Martin Scorsese ne L'ultima tentazione di Cristo, dove era chiaro che il sacrificio finale rappresentasse l'unico significato alla venuta di Dio sulla terra. In Maria Maddalena, invece, non c'è alcun tipo di ragionamento di questo tipo. E' vero che la storia (gli ultimi giorni di vita di Cristo) ha un unico punto di vista, quello della Maddalena, ma al termine delle appesantite due ore di film, che destano un timido sussulto solo in alcune scene con protagonista Gesù, si ha come l'impressione che di questo film resti poco più che una superficiale storia di emancipazione femminile prendendo come esempio colei che nel Medioevo (ma anche ben oltre) fu tacciata di essere una prostituta da Papi misogini. Per veicolare questo messaggio non c'era però bisogno di rappresentare gli apostoli di Gesù come degli sciocchi, che attendono il Regno di Dio pronunciando parole poco credibili con espressioni del volto quasi ironiche. In tal senso, controversa per non dire di peggio (ma quasi sicuramente politicamente corretta), la scelta di affidare ad un attore di colore (Chiwetel Ejiofor) il ruolo dell'apostolo Pietro. Più interessante invece la figura di Giuda (Tahar Rahim), che tradisce Gesù non per denaro ma per disillusione, peccato che manchi un po' di complessità, che non avrebbe guastato per rendere il racconto (alquanto didascalico) un puro esercizio di stile. Il racconto infatti, insiste sulla poeticità delle immagini per compensare a una certa mancanza di sostanza. Non è un caso che la chiave del racconto (Maria è l'unica a capire il vero messaggio) risulti un po' annacquato nel tessuto di una storia che prima si sofferma a lungo sul tema del femminile schiacciato nella sua unicità, poi, quando mette in scena Gesù, si rifiuta di andare alle radici del suo annuncio eccezionale. Il Gesù di Joaquin Phoenix è un prescelto che sembra sempre un po' in trance, con lunghi momenti di "assenza", quasi sopraffatto dal suo stesso messaggio, che si oppone ai sacerdoti, ma non dice mai di essere Figlio di Dio e non offre il suo corpo e il suo sangue nell'ultima cena, non bene. Non bene come questo film, un film poco approfondito e molto patinato personalmente deludente, che solo in parte riabilita il personaggio di Maria Maddalena.

giovedì 7 marzo 2019

La felicità è un sistema complesso (2015)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 26/04/2017 Qui - Ammetto di conoscere e sapere poco del regista Gianni Zanasi, ma da quello che mi sembra di capire, nel cinema del regista i fallimenti personali e/o artistici diventano occasione di rinascita. E' il caso anche dell'ultimo, importante e maturo La felicità è un sistema complesso, una divertente commedia esistenziale (del 2015) che affronta temi importanti della vita con sorriso e leggerezza. Una pellicola che racconta una storia molto delicata in cui si intrecciano le esistenze di vari personaggi dove si alternano in un connubio perfetto ironia e dramma, dove i rapporti sentimentali, familiari, lavorativi tra le persone non appaiono mai scontati. Enrico Giusti, interpretato da un Valerio Mastandrea strepitoso (il volto umano e affidabile di una commedia esistenziale imprevedibile e scompaginata), è un personaggio opaco nella vita privata e brillante nel suo lavoro. E' il classico "tagliatore di teste" ma il suo lavoro è molto di più, nel licenziare manager incompetenti e sempre più spesso figli di papà (ritratto della nostra classe dirigente), Enrico affronta, a suo modo, una lotta generazionale contro un padre-dirigente in bancarotta, fuggito dalle proprie responsabilità in Canada. Sulla delusione scaturita da questo drammatico evento e sul conseguente vuoto esistenziale, Enrico oppone la sua vita da uomo responsabile, uomo sicuro di sé, a cui le mani non sudano mai per insicurezza e paura. Ma la prospettiva con cui guardare seriamente la vita si capovolge con l'incontro di due ragazzini, incarnazione probabile di un'ideale classe dirigente futura, ed una giovane donna (la fidanzata israeliana del fratello, sedotta e abbandonata), dotata di una femminilità differente. Una persona autentica come anche lui riscoprirà di essere.